VII.
L'ordinanza ebbe un bel cercare alla Stazione Centrale il signor Serafino Bianchi. Invece di partire col diretto delle sette, egli era partito col direttissimo delle otto e un quarto... almeno così disse la sera dopo, al marchese Stefano, che lo interrogava in proposito. Quanto poi al combinar l'affare per settantamila lire, invece di sessanta, erano ancora in tempo perchè anche il barone Castagneto aveva risposto picche. Ma pure il diavolo non era tanto nero come il dì prima; anzi il signor Serafino aveva trovato a Genova la persona che prestava i danari, ma bisognava aspettare un quindici giorni, perchè la somma era impiegata a mutuo, e il mutuo non spirava altro che fra un paio di settimane.
—Allora è come non averli,—rispose l'officialino impensierito.—A me occorrono subito.
—Si può offrire un regalo al mutuante e ottenere che paghi la somma prima della scadenza.
—Sicuro!... Bravo!... Così si deve fare!...
Il signor Bianchi fece un sorrisetto di compiacimento.
—E mi assicura che si potrebbe combinare per settantamila?
—Anche per settantacinque.
—Faccia, faccia tatto lei, come le pare, scriva subito, per il regalo, per i frutti. Mi dirà poi anche la provvigione che le devo. Mi metto nelle sue mani!...
—Ci sei da un pezzo, carognetta,—pensò il signor Bianchi, mentre s'inchinava profondamente.
Stefanuccio era soddisfatto, e anche il giorno dopo si sentiva allegro e leggero, senza quell'uggia addosso, che par foriera di cattive nuove. Eppure il signor Bianchi non ne aveva di buone da dargli. Il mutuante non poteva pagare altro che al giorno preciso della scadenza.
—Saperlotte!... come si fa?
—Scriverò a Livorno: cercherò, pagando, di far pazientare altri quindici giorni.
—E crede, signor Serafino, che riusciremo?
—Perchè no?... in fine, non si domanda altro che quindici giorni.
—E c'è da guadagnare. Faccia lei, combini lei. Posso star tranquillo?... mi assicura che posso star tranquillo?
—Direi di sì.—E per non perder tempo il signor Bianchi scrisse la lettera lì su' due piedi, la fece leggere al marchesino, e la portò subito alla posta.
Intanto passavano i giorni, quello della scadenza era imminente, e non si era a capo di nulla. Anche da Livorno era venuta una risposta tale da mandare il signor Serafino su tutte le furie.
"Non si rinnova senza la firma del marchese Diego di Collalto. In questo caso siamo disposti a portare la somma fino alle ottantamila lire."
Il buonumore di Stefanuccio si era dileguato il signor Bianchi passeggiava sbuffando.
—Non è più possibile avere un soldo!... Bisogna lasciar protestare!
—Protestare?...—ripeteva Stefanuccio, sbigottito.
—Protestare!... È la rovina!... È il disonore!... Che colpo dovrà essere per la illustrissima signora marchesa!... Un colpo mortale!—E il marchese Diego?... Nelle disposizioni d'animo in cui si trova?!...—Così, invece di medicar la ferita al povero ragazzo, il signor Serafino l'inaspriva sempre più; e ogni poco barbottava fra i denti le parole del telegramma spietato:
"Non si rinnova senza la firma del marchese Diego di Collalto!..."
—Canaglia!... Canaglia!... Cana....—A un tratto il signor Serafino si fermò, colla bocca aperta, come sopraffatto da un'idea nuova, e fissando gli occhi in viso al marchesino gli si avvicinò lentamente.
—Ha trovato qualche cosa di buono, signor Bianchi?
—Scusi... come si chiama lei?...
Stefanuccio lo guardò senza rispondere, maravigliato da quella domanda.
—Mi dica il suo vero nome di battesimo.
—Stefano!—rispose il marchese, con un'alzata di spalle.
—Stefano? soltanto Stefano?...
—Stefano, Diego, Maria....
—Diego!—esclamò il signor Serafino giubilante.—Siamo salvi!
—In che modo?
—In un modo semplicissimo, e che a suo tempo sveleremo a quella canaglia di Livorno, che dovrà rimanere con un palmo di naso. Ha mancato di parola con noi?... Ci vuol strozzare per un capriccio, perchè infine non si tratta altro che di un capriccio?... Ebbene, noi alla nostra volta lo pigliamo in trappola!
Il marchesino, senza capir nulla ancora, seguiva coll'occhio, e colle labbra atteggiate a un sorriso ebete, le parole del signor Bianchi.
—Lei lascia il suo primo nome di Stefano nella penna, e firma le cambiali Diego di Collalto....
—Chè?... È matto!...
—Senza falsificare il carattere, ben inteso: fa soltanto la firma un po' più grossa....
—È matto.
—Io stesso mando le cambiali a Livorno—continuò il signor Serafino senza lasciarsi scuotere da quelle interruzioni—con una mia accompagnatoria. lo non nomino alcuno; non dico se le ho avute dall'eccellenza vostra, o dal marchese Diego. A Livorno, appena le ricevono, le chiudono in portafoglio, e fra un paio di settimane vado io stesso a riprenderle. Allora mi deve permettere, signor marchese,—aggiunse riscaldandosi,—mi deve permettere di dare una buona lezione a tutta quella gentaglia, Voglio insegnare laggiù come devono trattare colle persone di alto bordo. Credono forse d'aver per le mani un mercantuccio, un plebeo, uno spiantato qualunque?... Non le pare?
—Non mi pare niente affatto. Lei mi propone una firma falsa!
—Firma falsa?... Mi offenderebbe, signor marchese, se invece non dovessi ammirarla, anche per questi scrupoli, ohe svelano il gentiluomo compito. Firma falsa?...—in che modo? O che non sono nomi suoi Stefano, Diego e Maria?...—Firma falsa?... Non Le dico già d'imitare un'altra scrittura e nemmeno di alterare la sua. Scrivere il nome un po' più grande o un po' più piccolo, è poi la stessa cosa!
—No, non mi pare.
L'ira del marchesino si era un po' calmata. Non era convinto, ma sentendone parlare a lungo tranquillamente, la proposta non gli faceva più tanto orrore. Stava a sentire quell'altro lisciandosi colla mano tesa il cranio pelato, e raccogliendo in una ciocca sull'orecchio, i lunghi capelli della nuca.
—Del resto, caro signore marchese, lei è molto giovane... mi perdoni... è quasi un ragazzo ancora! in certi pasticci, per fortuna sua, non c'è mai stato, e non conosce ancora tutte le arti, tutti i ripieghi degli strozzini. Firma falsa!... Bisogna distinguere. Lei non sa, per esempio, che io conosco capitalisti i quali, adesso che han tolto l'arresto personale, obbligano il debitore, per essere più sicuri di averlo nelle mani e di essere pagati alla scadenza, a mettere un'altra firma, oltre la propria, sulla cambiale? Questa è una firma falsa, ma non è una frode: l'hanno messa d'accordo!
—Nel caso mio non c'è questo accordo.
—Nel caso suo, signor marchese, non c'è nemmeno la firma falsa!
—Lei stesso, poco fa, mi diceva: noi alla nostra volta lo si piglia in trappola!
—È vero, ma che cosa arrischia quel cane?... Siamo sicuri di aver la somma del mutuo fra una quindicina di giorni. Il Genovese non ci ha lasciato una promessa scritta?... Ci pensi un poco, signor marchese, perchè anch'io sono una persona onorata, e ne' miei affari non c'è mai stato niente di men che onesto!... Ci pensi, e mi dica se io le ho mai fatto una proposta simile, quando non eravamo ben sicuri di avere i danari?... Oh, se i danari ci sono, se son nostri (carta canta!) dobbiamo far morire di crepacuore una buona signora... e perdere un'eredità di parecchi milioni, perchè siamo caduti fra le mani di una canaglia di livornese?... Ci pensi, marchesino.... Io sono un minchione e posso sbagliare, ma sono un uomo di cuore.... Ci pensi bene. Al punto in cui siamo non c'è altro scampo: o firmare o lasciar protestare.
Stefanuccio ebbe un fremito, ma si vinse subito, e continuò a lisciarsi la testa e ad accomodarsi i capelli colla mano.
—Dica tutto quello che vuole, signor Bianchi, non riuscirà mai a persuadermi.
—E allora... lasciamo protestare!...
Ma invece il protesto non ci fu. Il giorno dopo il signor Bianchi si trovò due volte col marchesino, e tante gliene disse che lo persuase. "Non c'era tempo da pensarci... L'ora della scadenza era sonata...." Il signor Bianchi gli mostrò ancora la dichiarazione del capitalista di Genova; gli evocò dinanzi lo spettacolo terribile della rovina; la collera dello zio, la disperazione della mamma, tutti i bei sogni di avvenire svaniti... e il ragazzo firmò.
—Un altro favore mi deve fare, caro marchese,—gli disse il signor Bianchi mentre ripiegava le cartoline.
Stefanuccio lo guardò smarrito....
—Mi deve permettere di regalare cinquecento lire a quella canaglia di Livorno, quando andrò a riprendere le cambiali.
—Oh sì, sì! questo sì! anche mille!—esclamò Stefanuccio con enfasi.—E mi assicura proprio... che non corro nessun rischio per quanto abbiamo fatto?...
—Si figuri!—esclamò il signor Serafino, e scappò via. Aveva fretta di mandare le cambiali a Livorno, perchè non c'era tempo da perdere.
Il ragazzo rimase un paio di giorni sopra pensiero. E se il tiro fosse stato scoperto?... E se a Livorno si vendicassero denunciandolo?... Se scrivessero al colonnello?... Ma poi, gli giunse il vaglia bancario colle migliaia di lire della differenza, e tornò a non pensar più ad altro che a spendere. Non c'era nulla da temere.
Le cambiali, e ne aveva una prova nei danari ricevuti, ormai dovevano essere state accettate senza sospetti, e se poi fosse anche successo un qualche ritardo per l'altro affare di Genova, il signor Serafino, che s'era portato via al solito le firme in bianco, aveva detto che, per ogni buon conto, voleva che la rinnovazione fosse per un mese.
Per un mese dunque poteva darsi pace. Ma invece, in capo a una settimana, egli ricevette un telegramma da sua madre che lo chiamava sul momento a Milano. Lì per lì ne rimase atterrito e subito pensò al signor Bianchi, ma dopo un poco, riflettendo che alla scadenza c'erano ancora più di venti giorni tornò a farsi cuore; domandò una breve licenza per esser più sicuro di ottenerla, e partì per Milano quanto più presto gli fu possibile.
Ma durante il lunghissimo tragitto, la campagna deserta e bigia sotto il cielo annuvolato, cogli alberi scoloriti, senza fremiti di vento nell'afa accidiosa, lo riempiva di tedio, e tentava invano di vincere la tristezza invadente con qualche allegro pensiero. Voleva persuadersi che il telegramma non annunziava nulla di grave, e lo leggeva ogni tratto attentamente, ansiosamente, studiando le parole a una a una. Il tono era laconico e imperativo... ma era lo stile dei dispacci....—Contò le parole: erano dodici soltanto....—Ci potevano stare anche i saluti!—E poi, perchè aveva firmato tua madre?—Di solito firmava sempre la mamma!...
Si provò a dormire, ma non poteva. Non poteva nemmeno fumare. Il sigaro gli si spegneva ogni poco fra le labbra. Era solo nel carrozzone vuoto e ciò gli cresceva la malinconia. Il treno faceva fermate lunghissime; il cielo diventava sempre più scuro, e finalmente cominciò a piovere: una pioggerella fitta che crepitava sui vetri e penetrava nelle ossa. Stefano, rannicchiato in un cantuccio del cupé, cogli occhi fissi ai cristalli appannati dalle spesse gocciole stillanti, aveva sbadigli di noia e tremiti di freddo. Il fischio lungo della locomotiva gli irritava i nervi, e in mezzo a quella tristezza plumbea senza confini la cornetta del cantoniere risonava lugubremente come voce di sotterra. Le piccole stazioni cogli smorti fanali rilucenti sulle pozze fangose, erano spopolate. Soltanto i conduttori, come ombre nere incappucciate, correvano sbattendo gli sportelli, gridando, leticando, diguazzando sotto la pioggia. Nessuno scendeva, nessuno montava: la vaporiera soffiava immobile.—Pronti!—gridava il conduttore.—Pronti!—rispondeva da lontano un'altra voce più fioca. Sibilava il fischio acutissimo: sonava rauca la cornetta: ma la vaporiera soffiava immobile.
—Auf!... Che treno infame!...—Stefano borbottava, batteva i piedi.... finalmente le ruote stridevano, le catene cigolavano, si urtavano i carrozzoni con fracasso, il treno si moveva, e il marchesino tornava a rannicchiarsi con un sospiro di sollievo. Una volta gli cadde lo sguardo sul numero del cupé; era il 113, e quel tredici gli fe' provare un senso di cattivo augurio,—ma che!... era proprio inutile inquietarsi per le cambiali!—Certo, lo chiamavano a Milano per qualche novità circa al matrimonio. Forse quell'egoista dello zio Diego, tormentava la mamma....—Povera mamma, tanto buona!
Il ragazzo avrebbe voluto che si trattasse proprio della mamma, e sentiva che l'avrebbe difesa con tutto il cuore.—Povera mamma!... Tanto buona!
La notte calava oscurissima; alla noia gli si aggiungeva la molestia dello stomaco vuoto, e le inquietudini, allontanate ad una ad una, ritornarono a un tratto tutte insieme.
—Se quel cane del Bianchi mi ha tradito, lo strozzo con queste mani!...
In fine, l'affanno, la smania era tanta, ch'egli avrebbe preferito di saper subito la verità, qualunque fosse, piuttosto di soffrir ancora per due ore quell'agonia.... Ma invece quando il treno rallentò il moto sotto la gran tettoia innondata di luce della stazione di Milano, e cacciato il capo fuori del finestrino vide sua madre che lo aspettava, egli avrebbe voluto essere ancora lontano. Dal pallore, dall'espressione del suo viso, dal modo stesso con cui essa gli veniva incontro, capì subito, con una stretta al cuore, che non si era ingannato ne' suoi timori e che quel furfante lo aveva rovinato.
—Mamma! Mammetta cara!—esclamò correndole incontro ed abbracciandola, con straordinaria effusione.—Che cosa è successo per spaventarmi così?... Temevo tu fossi ammalata!...
Angelica si lasciò baciare, ma non abbracciò suo figlio, e con voce rotta, mormorò:
—Lo zio sa tutto! È in una collera terribile!... Non vuol far nulla per salvarti!