VIII.
Le cambiali delle ottantamila lire, colle firme false, erano capitate all'improvviso, proprio come un uragano d'estate, in mezzo alla tranquillità serena e ridente della buona Angelica.
Il primo colpito era stato il vecchio zio, grazie a un bigliettino del commendatore Barbarò col quale gli si dava avviso che alla Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali erano stati girati da Livorno, per l'incasso, vari effetti colla sua firma.
Diego di Collalto si precipitò alla Banca e fu ricevuto subito dal Commendatore, in persona, il quale, al vederlo, licenziò con un cenno il segretario ch'era nella sua stanza.
—Non c'era bisogno di tanta premura!... S'accomodi; prego.... C'era tempo tutt'oggi, e anche domani, fino alle due.
Il vecchio guardò Pompeo con un piglio suo particolare tra l'altezzoso e l'impertinente, e aprì la bocca per parlare:
—Ma...—e si fermò. Il banchiere, sorridendo ossequiosamente, levava dal portafoglio varie cambiali, che spiegò sullo scrittoio.
—Ma.... ci deve essere uno sbaglio di nome....
—Marchese Diego di Collalto?...—rispose Pompeo lentamente.—Ce ne sono altri del suo illustre casato, che portino lo stesso riverito nome?...
—No....
—Allora guardi bene,—e gli porse una cambiale.—Può capire chi abbia falsificato il suo nome?
Il marchese Diego fissò gli occhi sulla firma, poi, facendosi livido, borbottò più col moto istintivo delle labbra, che non colla voce, alcune parole, che l'altro afferrò a volo.
—Suo nipote?—domandò piano, andandogli più. vicino.—Suo nipote?...
Il marchese si lasciò cadere sopra una poltrona: pareva fulminato.
Pompeo sospirò profondamente, gli prese una mano, e la strinse forte per fargli coraggio.
—Le dico il vero, sospettavo qualche cosa di simile.... Per questo mi sono preso la libertà di scriverle preventivamente, e ho voluto parlarle in persona, così tutto può rimaner segreto fra noi due. In pari tempo ho l'onore di offrire i miei servigi al signor marchese, dato il caso che... le facesse comodo la dilazione di alcuni giorni al pagamento.
Il vecchio, alla parola pagamento, saltò in piedi infuriato.
—Dilazione?... Pagamento?... Che pagamento?... lo non pago niente!... Nemmeno un soldo!...
—Ci penserà, signor marchese, ci penserà meglio, e muterà proposito. Se così facesse, il marchese Stefano sarebbe rovinato irreparabilmente.
—Me ne lavo le mani!... non lo riconosco più!... una canaglia! un truffatore!... non lo riconosco più.!... non voglio più averci che fare!... me ne lavo le mani! me ne lavo le mani!—e il vecchio girava per la stanza, accompagnando l'atto alle parole.
—E l'illustre nome dei Collalto?... Lo scandalo grandissimo... è un'ingiustizia, signor marchese, posso ammetterlo, ma toccherebbe anche lei....
—Anche me?
—Il marchesino è il continuatore della famiglia!...
—E che la famiglia si fermi!...
—Nessuno del... nostro ceto, perdonerebbe a lei di non evitare lo scandalo. A lei... che in fine può farlo.
—È grossa la somma?—domandò l'altro con voce fioca.
—Ottantamila lire.
—Ottantamila lire!—gridò il vecchio, ritrovando a quella risposta tutta la forza dei suoi polmoni.—Ottantamila lire?... Dovrei pagare ottantamila lire? È matto, lei. Non le ho nemmeno io, ottantamila lire!
Il Barbarò strizzò l'occhio con un sorrisetto.
—Il signor marchese non ha da far altro che comandarmi.
Il vecchio guardò fisso l'ex-portinaio, poi storcendo la bocca e alzando le spalle con un moto significantissimo:—A mia disposizione,—pensò,—per strozzarmi di sotto mano;—ma pensò soltanto e non disse niente di simile: tornò invece a sfogarsi contro il nipote.
La sua collera era tanto più terribile quanto meglio egli capiva che in fondo il Barbarò non aveva tutti i torti, e che per la gente, per l'onore del nome, per continuare ad essere ben accolto e rispettato in società, avrebbe dovuto finir col pagare.—Pagare ottantamila lire per i vizi di un ragazzaccio antipatico, e che adesso sentiva di odiare!... Pagare ottantamila lire perchè la madre di quello sciagurato non era mai stata altro che una romantica senza testa!...
—E se non... se non si pagano, che cosa succederà?—domandò alla fine, a denti stretti.
—Prima il protesto, poi, scoperta la falsificazione delle firme, l'arresto personale.
Il marchese Diego trasalì suo malgrado.
—E... ci sarebbe tempo... fino domani alle due?...
—Domani e anche dopo; tutto il tempo che vuole!—esclamò Pompeo con un inchino.—Mi basta una sua parola, signor marchese. Con una sua parola metto le cambiali, come si dice, sotto il calamaio!
Diego di Collalto borbottò alquanto, guardò in fretta l'orologio, poi si rivolse nuovamente al Commendatore.
—Vado subito a Gallarate a prendere mia nipote... la condurrò qui da lei.... Sentiremo, vedremo che cosa ha in animo di fare.
Gli occhietti loschi del Barbarò sfavillarono, e le sue guance avvizzite si accesero subitamente.
—Io già,—continuò il marchese,—non pago niente. Ottantamila lire non le ho, e non voglio mettermi a contrar debiti per gli altri, io che non ne ho mai fatti per me. Stasera lei, sarà ancora visibile alla Banca?
—Certo!... Si figuri!... ma la signora marchesa non deve incomodarsi, diamine! Mi recherò io stesso a inchinarla, dove la signora marchesa mi vorrà far l'onore di ricevermi. Diamine, diamine!... Si figuri! Stasera, anzi, dovevo andare a Roma... volevo parlare alla Camera a proposito dei dazi protettori—(il deputato Barbarò, a sentirlo, doveva sempre parlare alla Camera, e viceversa non apriva mai bocca)—ma ci rinunzierò e mi fermerò a Milano. Per bacco baccone!... Da tanti anni sono... sento... la più gran devozione per la nobile famiglia dei marchesi di Collalto e non vorrei, per tutto l'oro del mondo, rifiutarle proprio adesso, in un momento così... così grave, la mia umilissima servitù.
Il vecchio sorrise con una smorfia e un cenno del capo, che potevan passare per un ringraziamento.
—Guardi bene, per altro,—soggiunse dopo un istante di silenzio,—di non compromettermi con la marchesa, e anzi, mi faccia questo piacere, di aiutarmi a tener fermo. Io voglio sperare che riunendo tutto ciò che rimane a... a quella gente, potranno ancora, se non subito, con un po' di quiete, riparare questo colpo....
Pompeo scosse il capo in segno negativo.
—E allora, peggio per loro!—strillò il marchese tornando a infuriarsi. Io non voglio subire una débâcle per i vizi di mio nipote. Ottantamila lire?... In pochi mesi?—Se fossi anche tanto imprudente da pagare oggi, mi assicura lei che avrei finito, e che sarei sicuro di non dover domani ritornar da capo?
—Oh per questo non c'è da illudersi, il marchesino ha il vizio nel sangue; ha la prodigalità ereditaria. Talis padris...—e il commendatore interruppe il latino che non gli veniva bene con una volgare sghignazzata.
—Vede dunque—esclamò il Collalto cogliendo la palla al balzo.—Vede dunque?... sarebbe inutile!... mi sacrificherei per niente!... mi dà ragione anche lei!...
—No, scusi, signor marchese; non posso darle ragione. Sono disgrazie che quando capitano in una famiglia, bisogna portarne tutte le conseguenze. So anch'io che il boccone è amaro da ingoiare, tanto più col pericolo di tornar da capo..., ma d'altra parte, le par possibile di poter lasciar mettere in prigione suo nipote il suo unico nipote, un Collalto?...—E il processo, signor marchese? E la pubblicità dei giornali?...—Capisce bene, il nome sarebbe rovinato per sempre, e lei, lei stesso, non potrebbe più vivere in società, tenere quel posto così eminente che ha nella nostra aristocrazia....
Il marchese non diceva più una parola: sbuffava di rabbia.
—E poi, oltre all'onore,—continuava spietatamente il Barbarò con un risolino ironico che gli spuntava sulle labbra in mezzo alle espressioni affettatamente ossequiose,—oltre all'onore ella deve compiere il sacrificio delle ottantamila lire anche per quella povera signora....
Il vecchio fece un'altra scrollatina di testa.
—Sì, anche per la signora marchesa,—continuò mellifluamente il commendator Pompeo.—Essa è in tutto degna dei più grandi sacrifici: anche un milione, sarebbe bene speso per la marchesa!...
—Angelica?... mi faccia il piacere!—rispose Diego di Collalto, indispettito dall'enfasi improvvisa del suo interlocutore.—Mi faccia il piacere!... Non è altro che una matta... un'egoista!... una linfatica sentimentale, piena di romanticherie!... Se fosse stata una donna di cuore, una donna di testa, avrebbe pensato a collocarsi in modo da assicurare il proprio avvenire e quello del figlio!—A questo punto il nobile Pompeo di Panigale non sorrise più, si fece serio, quasi melanconico, e sospirando alzò gli occhi al soffitto, per chiamarlo a testimonio del proprio dolore.
—Io l'ho sempre ammirata quella signora,—disse poi, mettendosi una mano sul cuore.—Ho trovato in lei virtù... virtù straordinarie. Per parte mia, le ripeto, sarei disposto a spendere un patrimonio, pur di vederla soddisfatta. Oh vorrei essere in lei, signor marchese, lo confesso con tutta sincerità.... Vorrei essere in lei, per avere il diritto di proteggerla, di consolarla, di collocarla, per modo di dire, sopra un trono... un trono d'oro!—E il signor Pompeo, così parlando era tanto accalorato e commosso, che il vecchio marchese, quantunque miope, se ne avvide, e ne rimase colpito.
—Povera signora,—riprese il Barbarò dopo un momento di pausa,—è sempre stata sfortunatissima, come moglie, come madre e adesso....—Qui fece una reticenza, strinse le labbra sottili, ove il risolino tornò a comparire—adesso—concluse è capitata fra le mani di uno spiantato qualunque, che la inganna colle dimostrazioni del perfetto amore, ma che invece non mira, ad altro che al suo avvenire.
—Avvenire?... Quale avvenire?—domandò il marchese cogli occhi sfavillanti dietro le lenti, e coi baffi più ritti del solito.
—Non se l'abbia a male.... Ripeto, quanto mi è stato riferito. Il maggiore Martinengo avrebbe risposto a chi lo sconsigliava di dare le dimissioni, e di perdere così un posto sicuro, che il vecchio doveva pur crepare, e che non avrebbe potuto portare i suoi milioni con sè... all'inferno!... Il vecchio, non se l'abbia a male, il vecchio sarebbe lei, signor marchese!...
L'altro ebbe un sussulto, diventò rosso, poi pallido, ma riuscì a frenarsi, e ripulendo le lenti che gli eran cadute dal naso, mormorò fra i denti:
—Il ne faut jurer de rien!
Pompeo Barbarò sorrise, e guardò il Collalto senza aggiunger verbo; non aveva ben afferrato il senso di quelle parole.
Il marchese Diego, sebbene avesse avuto la forza di vincersi in faccia a Pompeo, se ne andò via portandosi la spina nel cuore, e arrovellandosi contro suo nipote, contro Angelica, e contro il Martinengo che faceva i conti sulla sua morte.
—E quel Barabò, quel Barabao, quello strozzino arricchito, che dopo aver ingoiata Villagardiana, protesta la sua devozione a mia nipote? impostore!... ipocritaccio!...—borbottava toccandosi le punte dei baffi.
—Pure... pure non c'è da scegliere. In questo momento bisogna fargli un po' di buon viso. Lui solo ha le mani in pasta e può trovar la maniera di accomodare le faccende senza rovinarmi!...—Sicuro... sicuro... è antipatico, ma non si può far senza di lui!... Intanto andiamo subito a Gallarate. Cominciamo a far ballare anche mia nipote: tocca a lei; la madre è lei!
Con tanta bile in corpo il marchese Diego arrivò al Villino delle grazie, più verde dei suoi mustacchi e dei suoi capelli. Angelica passeggiava in giardino con Andrea, e... fu per caso?... fu per misterioso presentimento?... certo è che appena le fu annunciato il marchese Diego, divenne pallida e si sentì una stretta al cuore.
—Mio Dio, che cosa ci sarà di nuovo?—esclamò istintivamente alzando timorosa gli occhi grandi e buoni, in faccia al Martinengo.
—Che vuole che ci sia di nuovo?—nulla!...—le rispose Andrea il quale dava a preferenza del lei anzichè del tu all'amica per un sentimento gentile, di rispettosa tenerezza.—Il marchese verrà a farle una visita.
—Non ci viene mai a Gallarate!—rispose Angelica, e quantunque inquieta, mosse incontro allo zio, sforzandosi di mostrarsi amabile e contenta.
Il marchese Diego, sempre galante, le baciò la mano facendole un madrigale; salutò il maggiore, sorridendogli colla benevolenza di uno zio soddisfatto e chiamandolo—il più fortunato dei mortali.—Poi pregò la nipote, la bella nipotina, di concedergli cinque minuti di colloquio.—Pur troppo,—disse infine rivolgendosi al Martinengo nell'allontanarsi, dopo aver offerto il braccio alla nipote—non sono più in istato di rendervi geloso—e ripetè con più enfasi di prima—mortale fortunato!
Angelica conosceva bene lo zio, e però non si era lasciata ingannare da tutte quelle dimostrazioni di affetto e di galanteria. Anzi, era sempre più inquieta, aspettava con ansia che il marchese le spiegasse il movente della sua visita. Appena furono nel salotto, Diego di Collalto offrì alla marchesa una scatola di dolci, che il servitore aveva tolta dalla carrozza col plaid; chiuse bene le porte, e poi con una brutalità, che appariva più fredda e spietata, per le forme ostentatamente cortesi, le disse che quel bel mobile del suo figliuolo era un Mirabeau, salvo l'eloquenza, che aveva falsificata la sua firma per ottantamila lire; e che lei, la cara nipotina, inebriata dalle dolcezze dell'amore, lo avea lasciato troppo libero, lo aveva troppo abbandonato a sè stesso, e dichiarava esplicitamente che lui non poteva far nulla per allontanare la catastrofe.
Angelica era rimasta come fulminata; tuttavia non aveva ancora compreso.
—Ha falsificato la tua firma?... come? in che modo?...
—Sì, cara, per ottantamila lire!—- E il marchese le riferì e le spiegò, in poche parole, tutto quanto sapeva.
—Non è possibile. È una menzogna, una calunnia!...
—Le cambiali, gioia mia, le ho viste io stesso, co' miei propri occhi.
—E Stefano ha firmato col tuo nome?
—Diego di Collalto.
—Sei sicuro, proprio sicuro, che sia il suo carattere?
—Sicurissimo.
—Allora è caduto in un tranello, e bisogna sentire prima di giudicare. Bisogna sentire le sue ragioni, le sue difese, le sue scuse....
—Gli puoi telegrafare di venir subito a Milano.
—Ah zio, zio mio,—esclamò in fine la poveretta prorompendo in lacrime,—zio mio, abbi pietà, di quel ragazzo.... Perdonagli, te ne supplico, zio, te ne scongiuro!
—Oh in quanto a perdonare, può darsi,—rispose il marchese Diego con un sorriso che in quel punto diventava feroce,—ma pagare no, no di certo. Dove le trovo, ottantamila lire?...—e dondolandosi tutto, e facendo scricchiolare le scarpettine inverniciate,—La plus belle fille du monde,—continuò,—ne peut donner que ce qu'elle a!
—Ma allora... allora che cosa potrà succedere? Che cosa faranno a mio figlio?!
—Eh!...—rispose il vecchio elegante stringendosi tutto nelle spalle e allargando le braccia mentre sibilava quell'Eh!... che passò freddo, come una lama, nel cuore di Angelica.
—Pensa che abbiamo il tuo nome.... Pensa che siamo il tuo sangue. Non ci puoi abbandonare.—Vorrai consigliarci.... vorrai che il nostro onore sia salvo!
Il marchese le prese una mano e gliela accarezzò per farle cuore. Dar quattrini non poteva, perchè non ne aveva; ma in tutto il resto, si metteva a sua disposizione. Andare, girare, parlare, brigare, era disposto a tutto. Era venuto apposta a Gallarate per prenderla e condurla subito a Milano. Si sarebbero abboccati la sera stessa col signor commendator Barabbò e insieme avrebbero cercata la via, se ce n'era una, per riparare, o almeno mitigare quel colpo terribile.
—Il Barbarò?—demandò Angelica facendosi ancora più pallida.—Come c'entra il Barbarò?...
—Per bacco, se c'entra!—esclamò il marchese,—è lui che ha in mano le cambiali!
Angelica si sentì oscurare la vista, e mal suo grado le sfuggì un nome dalle labbra che pareva una preghiera, pareva un lamento,—Andrea....
—Andrea, aspetterà. Ritornerai domani, dopo domani; c'è tempo.—Al punto in cui sia... in cui siete, gli affari prima di tutto!
—Che io lo debba sempre incontrare quell'uomo, sempre sempre!—e Angelica, in mezzo alla sua grande angoscia, ebbe un fremito di terrore.
—Anche il deputato arde della nostra fiamma istessa: ho scoperto stamattina che è un tuo spasimante.
—Abbi pietà dello stato in cui mi trovo, zio,—esclamò la marchesa vivamente,—risparmiami almeno ora questi tuoi scherzi.
—No, no, nipotina cara, non andare in collera perchè è la verità. Il Barbabò mi ha trattenuto a farmi i tuoi elogi per due ore di seguito: e come prendeva fuoco! Non è bello, bisogna convenirne, ma si può proprio dire un uomo d'oro, come lo chiama Donna Ippolita Bellotti, che ho veduto l'altra sera al Cova, e che mi ha detto di salutarti. Sicuro, prendeva fuoco, e mi pare l'avesse a morte col maggiore. Tutta gelosia: bisogna compatirlo.
—Allora, quando si parte?—domandò Angelica risolutamente, per dar termine al discorso. Le pareva che lo zio avesse sulle labbia il sorriso di quell'uomo odioso che le si imponeva come una fatalità, che come un serpe la stringeva nelle sue spire invisibili: un triste sorriso di scherno e di trionfo onde la poveretta sentiva ribrezzo e paura.
Angelica si vestì in fretta, dopo aver messo a parte di tutto, con due parole, il Martinengo; dopo essersi fatta giurare che non si sarebbe mosso da Nuvolenta, finchè lei non fosse ritornata, e che le avrebbe sempre scritto, cominciando da quella sera medesima, tutto ciò ch'egli avrebbe fatto in tutto il tempo che sarebbe rimasto senza di lei. E mettendolo a parte di quel suo gran dolore, e facendogli tutte quelle raccomandazioni, non gli dava più del lei, ma del tu, sempre del tu, continuamente del tu, come per attestare maggiormente che essa era sua, che gli apparteneva, che quel loro legame ormai doveva essere indissolubile. Era la tenerezza, era l'amore che traboccavano dal suo stesso dolore, e che la disperazione rendeva più vivo e più forte.
Andrea Martinengo la confortò. Le disse, e lui stesso ne era convinto, che lo zio avrebbe finito col pagare: era avaro e strillava..., ma strillava appunto perchè capiva che non c'era altro scampo.
Quanto a Stefanuccio, ci voleva un lezione energica; forse la vita dell'ufficiale non era per lui. Avrebbero pensato poi se sarebbe stato il caso di richiamarlo a casa, per sorvegliarlo, e farlo lavorare.
Il marchese Diego, che nel frattempo aveva accarezzato il mento e tastate le braccia della figlia del fattore, appena furono attaccati i cavalli chiamò il Martinengo per mostrargli il sinistro che gli si sfiancava, e non ne sapeva il perchè. Poi appena apparve Angelica la fe' montare in carrozza, e quindi salito anche lui, le si sedette vicino.—Caro maggiore,—esclamò,—benchè vecchio, scommetto che ora vi faccio invidia!... Vela rapisco, e non ve la rendo più!...
Andrea sorrise, ma per quanto Angelica dovesse tornar subito, o in caso diverso, potesse ben raggiungerla lui stesso a Milano, si sentiva commosso per così inaspettata partenza. Angelica lo salutò col capo, colla mano, e più cogli occhi amorosi che fissò in lui lungamente, tenerissimamente. Ma non gli disse più una parola; non poteva; aveva la gola piena di lacrime.
Durante il viaggio lo zio Diego continuò a farle complimenti e a brontolare. Si ostinava, colla galanteria del tempo antico, a tenerle l'ombrellino; le accomodava ogni poco il plaid sulle ginocchia, le offriva da una scatoletta vieux-saxe squisiti lemon's drops per l'arsura della gola, le raccomandava di sfogarsi, e le diceva che faceva bene a piangere. I suoi occhi irresistibili fra le lacrime erano ancora più abbaglianti..., e d'altra parte dovevano essere lacrime di confiteor, perchè molta colpa ne aveva lei della pessima riuscita di quella tarantola divoratrice.
—Parlo chiaro, figliuola mia; non voglio lasciarti vane speranze: io, proprio, non sono in stato di pagare. Ottantamila lire?—Siete matti!—e il vecchio si accalorava, storceva la bocca e arricciava il naso sui mustacchi ingommati.—Siete matti!... matti da chiudere al Dufur! Dove volete (saperlottina!) che vada a pescare ottantamila lire?... Nella tua incantevole testolina bionda tu ti sarai figurata che lo zio Diego sia un milionario!... Cara cara, figliuola mia cara, ricordati, è un'illusione... come tante altre. La mia sostanza, sai bene, è tutta in terreni, e i fittaiuoli che un giorno pagavano, poniamo, il trenta, oggi pagano appena appena il quindici... quando lo pagano. Vendere... si trova difficilmente; poi, una volta venduto non resta più niente, senza contare che colla crisi agraria presente, per ricavare ottanta bisognerebbe vendere per il valore di centosessanta. Dare a mutuo?... un far entrare i tarli nel patrimonio!... E poi, e poi, e poi in fine, questa è bellissima, perchè devo rovinarmi io per i vizi degli altri?—Chi rompe paga!—e il vecchio batteva stizzito contro il sedile la punta delle scarpette inverniciate.—Chi rompe paga!... Paga chi rompe!—Ho ragione sì o no?... rispondi,—ho ragione sì o no?...
Angelica, soffocata, gli accennava di sì, che aveva ragione, con un singhiozzo..., e allora lo zio acquetandosi, tornava a domandarle se aveva troppo caldo se si sentiva stanca, le offriva una sigaretta e le faceva ammirare il paesaggio.
—Non ti senti di fumare? fai benissimo!... è un delitto il fumare quando si hanno denti splendidi come i tuoi!... Lo dicevo anche alla Luisa D'Angola, che li ha bellissimi!...—Guarda, tu che sei tanto poetica, che vista incantevole!... che passeggiata deliziosa,—di' la verità....—E poi in tête à tête con te! Ah se non fossi vecchio!... si vieillesse pouvait!... Ti rapirei!... Quel cocchiere... sarebbe un mio fido travestito.... Ti terrei prigioniera nel mio castello dove il tuo innamorato verrebbe a cantarti la serenata.—E il vecchio, accarezzando sotto la coperta la manina di Angelica, le faceva l'occhio dolce, e piegandolesi vicino svenevolmente, cominciava a canticchiare colla voce tremula e stonata:
"Ro... on... dine... ella, pe... elle... gri... i... ina"
Ma un colpo di tosse interruppe il canto, e allora il marchese inghiottì un lemon's drops, abbandonò la mano della nipote, e tirandosi dritto dalla sua parte, le disse che ormai non poteva più sperare altro che nel commendator Panigali.
—Quel vostro usuraio, il deputato... il mangiatore di Villagardiana, chi sa che non sappia immaginare qualche espediente per levarvi d'impaccio!... Ti ripeto che mi ha parlato di te col maggior entusiasmo!...
—Zio, te ne prego!—supplicò Angelica con un filo di voce.
—Anche gli strozzini hanno un cuore per le belle donne, e non è rimasto insensibile ai tuoi vezzi. D'altra parte, se quel parvenu facesse qualche cosa per te e tuo figlio, non sarebbe altro che un'espiazione. Perchè non potrebbe mettere un'ipoteca sui tuoi fondi, o su quel poco che vi rimane?
Angelica sospirò: fuori della piccola dote, non le rimaneva più nulla.
—Il commendatore è benissimo intenzionato: potrebbe prestartele lui le ottantamila lire, ed io, al caso, aggiungerei una buona parola. Guarda che orizzonte magnifico... e che valletta amena. Ricorda i versi dell'Ariosto:
Giace in Arabia una valletta amena
Lontana da cittadi e da villaggi
Che all'ombra di....
—Hai fame?... Dovrai pranzar tardi stasera. Se credi potremo fermarci dal Cova a prendere una tartina: le fanno eccellenti. Bisogna inghiottire amaro e sputar dolce col commendatore. Tutte le vostre speranze devono essere in lui.—Ottantamila lire?... Una bagattella!...—Io non le ho, non le ho, e non ho!... La crisi agraria mi ha rovinato!... Quel tuo figlio non ha cuore, non ha testa, non ha onore: è uno scellerato!...
Arrivati a Milano, lo zio fece scendere la nipote all'hôtel de la Ville, dove in prevenzione aveva mandato il suo cameriere a fissarle un quartierino.
Angelica aveva già telegrafato a Stefano da Gallarate, e Diego di Collalto scrisse subito un bigliettino al commendator Barbarò di Panigale, avvertendolo che la marchesa Angelica era giunta a Milano e che, com'erano rimasti intesi, desiderava vederlo.