VII.

Quelle poche righe di Donna Lucrezia, coll'aggiunta fatta dallo Zodenigo, ottennero un effetto straordinario a Panigale e a Milano. Gli avversari dell'Alamanni si rianimarono e i suoi fautori rimasero sbigottiti da quel colpo imprevisto. Il Cammaroto erasi subito precipitato da Francesco Alamanni per avere spiegazioni, e solo rimase un poco rassicurato dalla serenità del suo amico. In fatti l'Alamanni aveva già telegrafato al Barbarò perchè dichiarasse esplicitamente, e pubblicamente, che nessuno della sua famiglia gli aveva mai chiesto, nè mai aveva avuto un soldo da lui; e dopo il colloquio avuto col Cammaroto, era corso da Donna Lucrezia per chiarire l'equivoco, sicuro che "quella scema" doveva aver operato per inganno e per suggestione altrui, senza intender bene tutta la gravità della cosa, sperando fors'anco di vendicarsi per essere stata allontanata dalla Mary.

Invece Donna Lucrezia, che alle prime domande e ai primi rimproveri dell'Alamanni si era impermalita, avea finito in breve col turbarsi, col cercare scuse e pretesti per attenuare la propria colpa, buttandola tutta su quel gesuitone dello Zodenigo, che l'aveva ingannata.

—Non è di ciò che si tratta,—esclamò l'Alamanni che, notando la confusione della Balladoro, sentiva il sangue montar alla testa,—non è di ciò che si tratta!... Voglio sapere se voi siete caduta così in basso da toccare il danaro di quel turpe uomo, di quella spia?!...

—Ma, per amor di Dio, Checchin, non mi guardate con quegli occhi spiritati!... No' giàsseme l'anima con tanti spaventi!... Santi Numi benedetti, ognuno fa i suoi affari per andar avanti con un pochetto di decoro, e un contratto notificà e scritto in carta bollata non è, come si dice, un atto di favore; non si riceve un' obbligazion!...

—Finiamola colle chiacchiere, colle scenate!—proruppe l'Alamanni afferrando un braccio della Balladoro e scotendolo violentemente.—Avete avuto danari dal Barbetta, sì o no?

—Diventate matto, Checchin?... Per amor di Dio, sono una debole donna!

Il braccio, che si trovava preso come in una morsa, ebbe una stretta più forte.

—Sì, o no?...

—Ahi!... Ahi!... molème, vi dirò tutto!...

—Poche parole!... Sì, o no?...

Donna Lucrezia non poteva quasi rispondere, soffocata dallo spavento.

—In quanto a me,—balbettò,—posso morir subito se dico una busìa, non volevo saperne. È stato il consiglier Spinelli, a pregarmi, minacciarmi, a confondermi!... Quell'austriacante famigerato me ne fece un caso di coscienza, e mi costrinse ad accettare, per via della Mary!...

—Ma se mi toglievo il pane di bocca per la Mary?... Se le ho ceduto tutto il mio?!...

—Voi, si sa bene, avete sempre avuto un vero cuor da Cesare; ma,—sospirò la Balladoro levando al cielo gli occhi stralunati,—certe volte in cui le lettere subivano qualche ritardo.... erano spasimi.... che nò se pol dir!

—Siete in mala fede adesso....

—Oh Checchin.... possa morir se....

—Siete in mala fede!—interruppe l'Alamanni fermandole le parole in bocca.—Perchè non me ne avete mai parlato di questo prestito?... Dichiarerete almeno che io non ne sapevo nulla; che io sono innocente! Che non mi tocca questa macchia, questa infamia!

—Ma.... tesoro mio, pensateci un pochetto e vi ricorderete benissimo che il consiglier Spinelli vi ha sempre informato di tutto!

—No, non mi ha detto nulla! Avrei restituito subito il suo a quell'uomo.... avessi dovuto far danaro anche col mio sangue!

—Ma pure nei bilanci della tutela.... figurava il credito del signor Pompeo Barbarò.... e quei bilanci furono sempre firmati anche da voi!

—Da me?!...

—Sicuro! Del resto è una cosa che se pol verificar: basta dare un'occhiatina ai libri dell'amministrazion! Troverete il nome di Pompeo Barbarò scritto a lettere di scatola!

—Pompeo Barbarò!... Ma io mi ero fidato di voi!... Mi sono sempre fidato di tutti!—gemette l'Alamanni con un singhiozzo.

A questo punto gli si parò dinanzi ad un tratto tutto l'abisso nel quale era stato precipitato per la sua cecità, per la sua buona fede. Si sentiva preso, stretto in una rete ordita da lunga mano, e dalla quale non avrebbe più potuto liberarsi: era perduto per sempre e disonorato.

—Maledetta!—urlò afferrando ancora il braccio della Balladoro, stringendolo in modo da storpiarlo.—Maledetta! Maledetta!... Mi avete tradito!... Mi avete venduto! Sì, voi avete venduto me, come Pompeo Barbetta ha venduto mio fratello!... Lui venduto alla forca, io al disonore; ma il danaro è sempre quello: danaro rubato!

—Misericordia!... Aiuto!... Filomena!...—si mise a strillare la Balladoro come una disperata.—Filomena, el me copa!...

La vecchierella, udita la voce della padrona che chiamava aiuto, venne subito sull'uscio tutta trafelata, e colla scopa alzata in mano, ma vedendo il signor Francesco colla padrona, rimase interdetta. La Balladoro approfittò del momento, riuscì a svincolarsi, e scappò in camera sua dove si richiuse asserragliando la porta. E fece bene, perchè la disperazione dell'Alamanni giungeva al parossismo.

—Gesù Maria!...—balbettava la Filomena,—Gesù Maria!

L'Alamanni urlava e imprecava fra i singhiozzi che pareva gli dovessero schiantare il petto poderoso. Nel salotto metteva tutto sossopra, rovesciava a calci le sedie, e con un pugno scaraventava all'aria il ritratto del maestro Forapan, che troneggiava fra gli altri dei nobili parenti. La Filomena, zoppicando, seguitava da presso il signor Francesco, rimettendo tutto al posto pazientemente, e sospirando e gemendo tentava invano di acquetarlo e di calmarlo un poco.

—Maledetta!... Maledetta!...—continuava a urlare l'Alamanni, che non sentiva più altro che quel suo gran dolore.—Maledetta!... I danari del Barbarò!—e alzava il pugno irrigidito, imprecando contro sè stesso, e contro Dio, contro la patria, contro tutti, e più di tutti contro la sua povertà che lo aveva fatto cadere in mano di una spia.

Dio?... Non aveva ascoltato la voce di suo fratello morente, e non lo aveva vendicato:—Maledetto!—La patria?... Aveva preso il suo sangue, ma glielo buttava in faccia per prostituirsi alla spia che aveva i milioni:—Maledetta!...—La famiglia?... La Balladoro lo aveva venduto.... La Mary, la sua figliuola, lo aveva abbandonato e ingannato, maledetta!...—La povertà, della quale si compiaceva come di una virtù, come dello specchio più limpido della sua vita intemerata, lo rendeva impotente contro i suoi nemici, impotente nella battaglia per l'onore, per la giustizia, per la verità: "maledetta!... maledetta!..."

Dopo questo primo sfogo e terribile, Francesco Alamanni se ne andò contraffatto in viso e barcollando come un ubriaco. Per la strada borbottava sempre e tremava: gli tremavano le gambe, le mani; gli tremavano le parole sulle labbra. Giunto all'albergo, rientrato appena nella sua stanza, cadde come morto, disteso per terra.

Il cameriere, ch'era andato a cercarlo verso sera per portargli un dispaccio, lo trovò ancora in quello stato. Cercò di sollevarlo: era svenuto, e aveva una larga ferita in mezzo alla fronte. Il dispaccio poi veniva da Panigale, ed era la risposta di Pompeo Barbarò, concepita in poche parole:

"Rivolgetevi Donna Lucrezia: avrete spiegazioni necessarie."

Intanto, passato il primo sbalordimento, in tutto il collegio di Panigale, la lotta politica pro e contro il cavalier Barbarò diventava sempre più accanita.

Salvatore Cammaroto, forte delle rivelazioni di Nicola Mazza, ripubblicava il famoso dispaccio nella Colonna di fuoco, facendolo seguire da altre lettere di notissimi patriotti, piene di particolari che si riferivano all'arresto, alla prigionia, alla morte di Giulio Alamanni. Il Cammaroto medesimo raccontava e descriveva sulla gazzetta, coi più vivaci colori, il momento solenne in cui l'Alamanni e il Mazza erano stati graziati ai piedi della forca, dopo aver dovuto assistere alla esecuzione dei loro compagni. Era una pagina terribile che faceva piangere e fremere di pietà, di dolore e di orrore.

Ma, dall'altra parte, Eugenio Zodenigo, valendosi della macchina celere ultimo modello, che gli era appena giunta dal Belgio, innondava tutto il collegio con migliaia e migliaia di copie del Moderatore, portante la dichiarazione di Donna Lucrezia Balladoro, e la conferma del matrimonio concluso e assai prossimo della Mary Alamanni con Giulio Barbarò.

"A chi credere dunque? Al padre Cammaroto o al professore Eugenio Zodenigo?..."

E, come succede in tutte le lotte politiche, gli elettori di Destra continuavano a credere e a giurare pel loro candidato e pel loro giornale, mentre quei di Sinistra s'infervoravano maggiormente per l'Alamanni, tenendo come Vangelo tutto quanto stampava e pubblicava il Cammaroto. E gli uni e gli altri s'inasprivano e si accendevano sempre più.

Se non che, il Moderatore aveva più quattrini del suo emulo, aveva molti quattrini e una forza maggiore e straordinaria di espansione.

Un intiero reggimento di agenti, di fattori, di assistenti, di coloni, un po' per timore, un po' per interesse, facevano pressione sugli elettori dipendenti e imponevano le loro ragioni e il loro candidato. I preti erano col Barbarò per amore del benefizio, e in odio al Cammaroto; la Prefettura, per il voto sicuro; il grosso degli elettori non ne capiva niente di tutti i discorsi di partito e di principî: votava pel signor padrone. Per essi il partito era il podere o la fattoria; il principio, il paiuolo, della polenta; la Nazione, il signor cavaliere. Bisognava servirlo e sostenerlo anche esecrandolo! Bisognava sopportare il male per la paura del peggio. E su quell'onda di affamati il Moderatore navigava sicuro, col vento in poppa, seminando quattrini e promesse.

Mentre la Colonna di fuoco tirava appena un migliaio di copie, lo Zodenigo ne stampava del suo giornale sei o sette volte tanto; e colla maggiore diffusione riusciva più dell'altro a riscaldare i tiepidi, ad appassionare gli indifferenti, a scuotere i pigri, a riempire di rumore le teste vuote.

All'ultimo momento il Moderatore fu anche regalato ai rivenditori; e questi, allora, non ne vollero più sapere della Colonna di fuoco. Per parare il colpo gravissimo, parecchi amici dell'Alamanni noleggiarono varie carrozze, e si misero a girare per il collegio, vendendo o regalando alla lor volta, la Gazzetta del Cammaroto, seguiti da una turba di monelli che strillavano evviva all'Alamanni e morte al Barbarò; ma la chiassata fece più fracasso che effetto.

Nel frattempo era trapelata anche a Panigale una qualche voce circa il tentato suicidio di Giulio Barbarò; pure succedeva di questo fatto come di tutto il resto. Non essendo cosa sicura, era creduto, o negato, secondo il tornaconto.

Fu poi affissa su tutti i muri del collegio una lettera di Garibaldi che raccomandava "agli elettori liberali di Panigale, e a tutti i nemici dei preti e della tirannide" la elezione dell'eroico colonnello Francesco Alamanni "il fratello del generoso martire dello Spielberg!" Destò grande entusiasmo, ma pochi assai furono i voti guadagnati. Invece Beppe Micotti, che non si curava di commuovere il sentimento patrio, ma distribuiva i pezzi da cinque franchi; che non perorava in nome della giustizia e della moralità, ma prometteva la minestra dopo dato il voto al Barbarò, e noleggiava carrozze per gli elettori più lontani del collegio, otteneva nella sua propaganda, un miglior successo. E Don Rosario lo assecondava dal confessionale, spaventando le donne e minacciando tutti i fulmini del cielo se i loro uomini fossero andati a votare per quel framassone dell'Alamanni, sostenuto da un frate rinnegato e scomunicato.

Tuttavia, giunti al sabato sera, alla vigilia cioè della votazione, il Cammaroto e lo Zodenigo, e con essi i componenti i diversi partiti erano certi del pari della vittoria. Anzi i democratici fecero un gran pranzo per festeggiare anticipatamente il sicuro trionfo del loro candidato, all'osteria di San Michele, mentre la banda civica suonava l'inno di Garibaldi; e quegli altri, auspice Don Rosario, stapparono allegramente in canonica una dozzina di bottiglie per la vittoria non meno certa del cavaliere.

La mattina della domenica il capoluogo del collegio era in tumulto; e dal Municipio fu telegrafato alle stazioni più vicine domandando un rinforzo di carabinieri. Ma, cattivo segno per l'Alamanni, erano i suoi fautori che si mostravano più accesi e che gridavano di più. Gridavano in piazza, dinanzi al Municipio; nel caffè, nelle osterie, accusando gli avversari di brogli e di corruzioni; protestando perchè il seggio era stato preso d'assalto dagli agenti del Barbarò; perchè le autorità e il Governo aveano fatta, sottomano, la guerra all'Alamanni; e accoglievano a fischi le carrozze che conducevano a votare gli elettori.... della minestra.

La piazza a poco a poco si era accalcata, stipata di gente: pareva che da un momento all'altro dovesse scoppiare la rivoluzione, e al Municipio erano in grande apprensione perchè i rinforzi domandati tardavano ad arrivare.

Era solo il Barbarò a non saperne nulla del pericolo che correva. Il sindaco di Panigale e il presidente del Comitato degli agricoltori, non facevano altro che congratularsi con lui per il trionfo ormai assicurato. Beppe Micotti e Don Rosario gli contavano i voti accaparrati: lo Zodenigo gli aveva scritto da Milano una lettera rassicurante in cui narrandogli per filo e per segno quanto era successo, concludeva pronosticando che quella mattìa del buon ragazzo, invece di rovinare ogni cosa, come si temeva sul principio, era in procinto di accomodare tutte le faccende.

"Furba l'innocentina!..." pensava fra sè il Barbarò. "Non si è lasciata, scappar l'occasione propizia per riagguantare il marito.... e i miei milioni!... D'altra parte è una ragazza che ha sempre avuto buon senso, e ci vuol poco a capire come l'è stata gonfiata tutta questa storiella del dispaccio. Io non ho mai fatto la spia, e lo posso giurare sul capo del mio unico figliuolo. Calunniatori, mentitori infami!... eccola la verità: sono stato costretto a parlare sotto la minaccia della forca immediata. Volevano impiccar me, e con me anche la mia povera moglie!... Altro che far la spia, buffoni!..." Poi, un altro pensiero lo calmò, e lo fece sogghignare: quello della marchesa.

—Ah, ah, la superba, la schifiltosa, non ha sdegnato questa volta di mettere i piedi in casa mia!... Che il capitano l'avesse piantata?.. Che le cambialette del marchese coll'avallo suo che ci sono alla Banca degli interessi lombardi abbiano finito per persuaderla a mettere giudizio, e approfitti anch'essa della buona occasione per far la pace col signor Pompeo?...

Gli occhietti loschi scintillarono: sulle guance verdognole gli corse una vampa rossa di fuoco, e strappandosi coi denti guasti e aguzzi i peli delle labbra, che si facevano sempre più grossi e più radi, mormorò:

"Voglio averti ancora!... Voglio almeno vendicarmi!... Dovessi buttare anche un monte di quattrini dalla finestra!..."

Ma poi, alla mattina della domenica, mentre contento e tranquillo, ascoltava in chiesa la messa cantata, le mille miglia lontano da ciò che l'aspettava, udì i primi fischi e le grida di morte al suo indirizzo. Allora in un sussulto di paura dimenticò nuovamente la marchesa Angelica, la sua elezione e tutto il resto, per non pensare più ad altro che a mettersi al sicuro, maledicendo al solito la propria imprudenza e la perfidia del professore.

—Dio, Dio, mi vogliono ammazzare!... Aiuto! aiuto! un povero padre di famiglia!... Sono innocente!... sono innocente!...

E non aveva tutti i torti di essere così spaventato, perchè l'esaltazione della folla era giunta al colmo; gli si voleva far la festa per davvero.

Beppe Micotti, Don Rosario, che non ufficiava, e lo scaccino lo nascosero subito in sacristia, e poi dalla sacristia, per una porticina che metteva sopra un vicolo senza uscita, lo fecero scappare in canonica, e lo chiusero a chiave nella camera dell'arciprete. Ma durante la fuga, per quanto precipitosa, il Barbarò avea potuto vedere affissi ai muri delle case e della chiesa, tanto da coprirli per un gran tratto, cartelloni e manifesti con su stampato a grossi caratteri:

"Non eleggete il fornitore ladro.—Non date il vostro voto al mercante di pellagra.—Morte alla spia di Nicola Mazza.—Morte al carnefice di Giulio Alamanni.—Abbasso l'usuraio." Tutta la sua vita insomma pareva riassunta da quei mille fogli a colori, come in un terribile sommario.

Intanto la folla che aspettava il Barbarò fuor di chiesa, avvertita della sua fuga si avviò, urlando e fischiando anche più forte, alla casa dell'arciprete, dove cominciò a lanciare sassate contro la porta e le finestre, e a minacciare di peggio; ma infine (era proprio tempo, perchè le cose si mettevano assai male) giunse il rinforzo dei carabinieri e della truppa, chiesto dal Municipio e allora, arrestati dieci o dodici dei più sfegatati dimostranti, l'ordine fu presto ristabilito per tutto Panigale, dove non si udirono più altre grida all'infuori di quelle delle povere donne, a cui avevano preso il marito, o l'amante.

Ma il povero Barbarò passava il quarto d'ora più terribile di tutta la sua vita. Dalla piena fiducia era ricaduto a un tratto in un tale abbattimento da non aver più nemmeno la forza di muoversi, da non poter più, quasi, nemmeno respirare. Rannicchiato in un cantuccio in fondo alla camera, fra il cassettone e il letto dell'arciprete, tremava tutto, e batteva i denti per la paura. Quando dalla folla scoppiava un urlo, un uragano di fischi e d'imprecazioni contro di lui, si nascondeva il capo fra le braccia per non sentire e borbottava orazioni, pregando Dio e i Santi di salvargli la vita; promettendo che avrebbe espiato, che avrebbe speso tutti i suoi danari, per rimediare al male che aveva fatto.

Come già gli era successo in quella notte di angosce, al tempo del Processo dei fornitori, la verità nuda e terribile mentre lo sbigottiva colla minacciata vendetta degli uomini, gli toglieva ogni speranza nell'aiuto e nel perdono di Dio. Si turava le orecchie coi pugni stretti per non sentire, ma le grida tumultuose di morte alla spia gli penetravano nel cervello e nell'anima e lo agghiacciavano di terrore.

Chiudeva, affannato, gli occhi, ma gli apparivano lontani nel buio, e a poco a poco si avvicinavano e ingrandivano in forme sferiche, roteanti, i manifesti gialli, rossi, scarlatti, tutti colla parola spia, tutti colla parola morte; e più serrava forte le palpebre e più li vedeva grandi e gonfi, con cerchi di fuoco, che mutavansi a volte in immagini spaventose nella faccia scarmigliata e boccheggiante dell'Alamanni, nel viso smorto e contraffatto della povera Betta.

"Assassino!... Spia!... Morte alla spia!" si continuava a gridare dalla strada.

"No! Non è vero!... Dio, Dio, non è vero!... Non ho fatto la spia!... Mi han costretto a parlare colla minaccia della forca!" rispondeva Pompeo con voce smorta.

Una sassata mandò in frantumi tutti i vetri della finestra... un freddo mortale gli corse per la vita.

No.... Dio vedeva tutto, sapeva tutto!... Gli vedeva in fondo al cuore, là dove c'era la Betta e Giulio Alamanni che lo fissavano con occhi fiammeggianti. No, no! non poteva ingannare Dio come avea fatto coi giudici: non lo poteva comperare come aveva fatto coi preti; non lo poteva battere e dominare, come avea fatto collo Sbornia!...

Sì, era stato una spia! Sì, aveva venduto Giulio Alamanni, il suo padrone, non per altro che per rubare le cinquantamila svanziche.... Sì.... aveva soffocata la Betta per paura di essere scoperto!...

Oh l'orefice del Gobbo d'oro!... L'orefice del Gobbo d'oro era più felice di lui!... Almeno era sicuro in mezzo alle guardie, e non correva il pericolo di essere fatto a pezzi da una folla briaca di vendetta.

Si buttò allora in ginocchio, colla faccia per terra, balbettando:—"Perdono, perdono!... La vita!... Non domando altro che la vita!... Farò penitenza di tutto!... Farò dir tante messe!... E continuò così per un pezzo a tremare e a pregare."

Ma a poco a poco, in quel frattempo, gli urli e i fischi erano cessati. Pompeo rialzò la testa, si guardò attorno.... si mosse adagio, cominciando a respirare... quando udì a un tratto un frastuono di voci e di passi che saliva per le scale.... che si fermava sull'uscio della sua camera.... Tese l'orecchio: udì girare la chiave nella toppa....

—Oh Dio!... Vengono ad ammazzarmi!—e tremando più di prima, si rizzò in piedi di scatto, cogli occhi sbarrati, coi capelli irti, colla fronte grondante di sudore.

La porta si spalancò subito, e un gran mucchio di persone entrò precipitosamente nella camera. C'erano fra gli altri Don Rosario e Beppe Micotti, insieme col sindaco di Panigale e col presidente del comitato, che rimasero lì per lì un po' sconcertati vedendo la faccia livida del cavalier Barbarò.

—Che volete? Che cosa mi volete fare?... Lasciatemi in pace!—balbettava Pompeo con voce fioca, e col petto ansante.

—Niente paura!—ghignò Beppe Micotti fissando il padrino con aria beffarda.—Veniamo a portarle i voti: la somma è giusta e il conto torna!

—Vittoria! signor cavaliere!—strillò Don Rosario.

—Vittoria!... Vittoria!...—gridarono tutti gli altri levando in alto i cappelli.

—Tacete, fate piano, per amor di Dio!...—balbettò Pompeo tentando di chiudere la bocca a Don Rosario.—E... l'Alamanni?...

—È rimasto nella tromba con trecento voti meno di noi,—esclamò il presidente del comitato.—Evviva l'onorevole Barbarò!...

—Evviva! Evviva!—rispose in coro tutta la comitiva, meno Beppe Micotti, che continuava a sogghignare.

—Grazie, grazie.... ma non gridate tanto forte,—raccomandò Pompeo, sempre spaventato guardando verso la finestra.—E la dimostrazione?...

—Finito tutto!...—esclamò il sindaco con piglio marziale.

—Sono arrivati i gastigamatti!—tornò a strillare Don Rosario che più rosso, più rubicondo saltava attorno per la stanza ridendo a crepapelle.—Viva il signor cavaliere!

—Viva il nostro deputato!...

Pompeo si arrischiò a guardare dalla finestra: la strada era vuota. Allora respirò più libero, e rispose con effusione ai saluti, alle strette di mano.

"Che paura ho avuta!" pensava intanto fra sè. "Matto, matto!... come mai avevo dimenticato i soldati, i carabinieri?!..."

I vetri tremarono un'altra volta al fragore degli evviva, che rintronavano più fortemente perchè non venivano dalla strada, ma dal cortile della casa.

—Evviva l'onorevole Barbarò!...

—Evviva il nostro deputato!...

Pompeo, ancora sbalordito, ringraziava tutti; raccomandava a tutti la calma, la prudenza, per non inasprire quegli altri; e infine, sorridendo intontito, non sapendo che cosa si facesse, nè che cosa gli facessero, si lasciò trascinare da' suoi elettori più esaltati sopra un loggiato interno, che dava appunto sul cortile.

Da tutte le parti scoppiarono nuovi e più fragorosi applausi: e le stesse trombe e gli stessi tromboni della banda civica, che la sera innanzi avevano suonato l'inno di Garibaldi in onore di Francesco Alamanni, assoldati con doppia paga da Beppe Micotti, intignarono allora, con un tempo allegretto-vivace "La bandiera dei tre colori", a tutta gloria dell'onorevole Barbarò.


PARTE QUARTA

L'AMORE.

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