XII.

Gli avvenimenti inaspettati e precipitosi si eran seguiti in quei due giorni senza un sol minuto di tregua tanto che Angelica ne era rimasta come intontita. Le pareva di sognare; non aveva nella mente altro che un punto solo fisso e ben chiaro: Andrea: correre da Andrea, dirgli tutto; farsi salvare da lui.

Salvare?... in che modo avrebbe potuto?...

Non sapeva; ma essa lo credeva capace anche di un miracolo, e il suo cuore d'innamorata aspettava appunto un miracolo da lui.

Appena lasciato lo zio Diego, Angelica ritornò subito all'albergo, mandò all'Anonima a ordinare una carrozza, e ancora nel montar le scale cominciò a leggere la lettera da Nuvolenta, che avea trovata dal portiere, in cui Andrea si mostrava inquietissimo per l'agitazione e l'affanno che traspariva dalle parole scrittegli da Angelica, e la supplicava di lasciarlo venir a Milano o di comunicargli subito tutto ciò che era accaduto di nuovo. Angelica, per dargli un po' di pace, almeno fino a tanto che arrivava lei, gli telegrafò che partiva sul momento per il Villino delle Grazie. Ma non aggiunse una parola di più, e Andrea invece di tranquillarsi rimase più inquieto di prima. Tuttavia (ripeteva fra sè) essa sta per arrivare; questo in ogni modo, era per lui il più importante... era una consolazione che a mano a mano si faceva sempre più viva, e dissipava tutte le incertezze, tutti i timori.

—Arrivava lei!... lei!... Angelica!...

Non poteva pensare ad altro, non poteva star fermo.

—Che cosa sarà mai successo?... che lo zio Diego non voglia pagare?... come sarà inquieta, povera Angelica!... Ah se avessi io ottantamila lire!...—Tornò a guardar l'orologio.—Fra un'ora intanto sarà qui, e sentiremo... Sarà qui!...

La vide in quel punto, sorridente, viva; vide i suoi occhi grandi pieni di dolcezza e di amore....—Fra un'ora!—gridò, e in uno slancio di tenerezza beata che gli traboccava dall'anima, promise a sè stesso di confortarla di tutte le sue pene, di amarla anche di più per tutti i suoi dolori.

—Ah, se fossi ricco!... Che cane quello zio Diego!... Come può resistere alle preghiere, alle lacrime di quell'angelo di donnina?... È tal'e quale il conte Prampero: la buccia un po' più levigata, ma sotto lo stesso egoismo, la stessa durezza... che cane!... Povera bimba mia come la tormentano!... Eh, ma a quel ragazzaccio di Stefano, parlerò io!... Se credesse mai di far crepar sua madre sta fresco! adesso non è più come una volta: adesso ci sono io, e posso mostrarmi, e farmi sentire!...

Mentre faceva seco stesso tanti bei proponimenti Andrea era ancora nella sua piccola cameretta. Pensò che ormai la carrozza di Angelica doveva esser poco lontana, e che avrebbe potuto andarle incontro sullo stradale di Gallarate.

—Sì! Sì!... Angelica buona! Angelica bella! Angelica cara!...

Si rivestì con cura; si mise una cravatta che piaceva ad Angelica, con uno spillino che le aveva regalato lei; una perlina rosea, levata apposta dal piccolo filo ch'essa portava sempre al collo dì e notte: erano le sue perle di ragazza.

Quando fu pronto si guardò un momento nello specchio arricciandosi i baffi, e benchè i suoi capelli folti e forti cominciassero a mostrarsi un poco brizzolati, non si dispiacque. Si cacciò in capo il cappello a cencio, con un piglio tra il militare e il conquistatore, prese i guanti, la mazza, e uscì fischiettando a fior di labbra:

Un dì felice, eterea
Mi balenaste innante....

Per evitar la gente, prese per la brughiera che fiancheggiava la via maestra, con un tratto di bosco.

Angelica, sicura di incontrare Andrea lungo la strada, avea più volte messo fuori dello sportello la testina bionda, per vedere se spuntava da lontano.

—Oh Andrea!—mormorò a un tratto arrossendo e impallidendo con un sussulto di tutto il sangue.

Andrea, che le era apparso all'improvviso, sbucando da un folto di pini, saltò sulla strada.

Era gaio, sorridente, col cappello in mano, e un mazzetto di fiori gialli all'occhiello: i fiori che Angelica preferiva.

—Ferma! Ferma!—gridò Angelica al cocchiere, e balzò dalla carrozza appoggiandosi alla mano di Andrea, il quale, appena vedutala, avea subito mutato di colore, e il sorriso gli si era spento sulle labbra.

—Che cos'è successo?

Angelica lo guardò con occhi spaventati.

—Che cos'è successo?—chiese ancora, e il fremito della voce tradiva lo sbigottimento interno.

La marchesa, voltandosi verso il cocchiere, gli ordinò di andare innanzi, di attraversare tutto il paese e di fermarsi poi al primo villino, che avrebbe trovato a dritta; domandasse se aveva paura di sbagliare: tutti gli avrebbero indicato il villino della marchesa di Collalto.

Essa voleva fare la strada a piedi.

La carrozza si mosse lentamente...; Angelica guardò ancora Andrea con un'espressione indicibile di amore, di dolore, di sgomento e poi, passandogli innanzi, prese un sentieruolo che dalla strada s'internava nella brughiera. Andrea le tenne dietro, senza osare d'interrogarla; capiva che Angelica voleva essere sola, sola con lui, prima di cominciare a parlare.

Ma Andrea, durante quei pochi passi fatti in silenzio, avendo visto che la sua presenza non era bastata a consolarla, s'indispettì, e s'imbronciò.

Egli non era dunque tutto per lei!...

Angelica continuava a camminare finchè, passato il piccolo tratto di bosco, si trovò dinanzi la brughiera immensa e arida. Allora si voltò improvvisamente, mormorando:—Oh Andrea! Andrea!—e proruppe in lacrime. Ma erano lacrime ben più amare di prima; cominciava allora a sentire, a capire tutto il suo dolore.

—Oh Andrea! Andrea!...

—In fine si può sapere che cosa c'è di nuovo?—domandò l'altro seccamente, quasi duramente.

Angelica, prendendogli le mani che si strinse sul cuore, lo guardò lungamente, fissamente: era uno sguardo che pareva uno spasimo dell'anima. Andrea ne rimase vinto e sbigottito: sciolse una mano dalle sue e abbracciando e premendosi Angelica sul petto—per Dio, mi dica,—domandò,—che cosa c'è di nuovo?...

—Più, più....—rispose Angelica balbettando.—Non dobbiamo vederci più!...

Andrea si allontanò da lei vivamente e ristette pallido, accigliato.

—Perchè?...

—Ma ne morrò.... le giuro che ne morrò.... È troppo.... oh, è troppo.... Ne morrò.

—Perchè?—replicò l'altro con maggiore asprezza.

Angelica si asciugò le lacrime col fazzoletto chiuso nella manina inguantata, e fra lo strappo dei singhiozzi, cogli occhi esterrefatti dallo spasimo e dal terrore fissi in Andrea, gli raccontò tutto quanto le era successo, quanto le volevano imporre, quanto le si preparava.

L'altro l'ascoltò immobile, senza profferir parola. Solo quando Angelica ebbe detto tutto, egli era bianco, terreo, e trasalì per un brivido, ma rimase ostinatamente muto. Angelica gli si avvicinò; il suo viso era tutto molle di pianto; il seno anelante come se volesse scoppiare, ma non piangeva più. Essa lo guardò ancora, e tutto il suo cuore, tutta la sua disperazione traboccavano dalle pupille fisse, dilatate. Stese le due mani, si attaccò alle spalle di lui, e leggermente alzandosi sulla punta dei piedi per avvicinare la sua faccia a quella immota di Andrea, così da stordirlo col bagliore degli occhi e le vampe calde del suo alito, gli chiese con una risolutezza improvvisa di modi e di parole:

—Dimmi tu che cosa devo fare; che cosa devo rispondere. Farò soltanto quello che vorrai tu; tutto quello che vorrai tu: sono tua. Parla.... di' su... che cosa devo fare?...

Andrea la guardò freddamente. Poi sorrise.... ma fu un sorriso ghiaccio che trapassò il cuore di Angelica.

—Abbi compassione.... abbi pietà, Andrea... Andrea... almeno tu abbi pietà. È troppo... è proprio troppo!

—Ah! Ah!—proruppe l'altro ridendo ancora,—come sono strane le donne!... Lei pretenderebbe anche che io la confortassi, dopo che viene a... a darmi una mazzata sul capo!...

Andrea sotto quella gran calma forzata nascondeva un'atrocissima battaglia: l'amore in quel punto rimaneva soffocato dal dolore e dalla gelosia. Ciò che c'era in lui di cattivo o di men buono, e che l'amore soave e alto di Angelica era riuscito a vincere e a seppellire nel più profondo della sua anima, risorgeva a un tratto oscurando la nobiltà de' suoi sentimenti, il foco generoso della sua passione. Angelica non lo aveva mai abbracciato in quel modo... ma anche ciò lo irritava, e lo rendeva ingiusto. Pensava che la poveretta, lo facesse per intenerirlo, per renderlo incapace a resisterle, per farlo consentire a quel partito mostruoso. Pensava che, ad onta di tante proteste, essa allora non lo amava, o lo amava molto poco. Il primo suo affetto non era lui, ma suo figlio; il figlio di lei e di Alberto di Collalto: essa non aveva che suo figlio in mente, in cuore; non vedeva se non suo figlio, non tremava se non per suo figlio. Ma invece a lui, proprio a lui, che cosa doveva importarne del marchesino Stefano?... nulla!...—E dietro a quel ragazzaccio cincischiato e stupido, e senza cuore, tutto il ritratto del marito di Angelica, gli appariva la figura esosa del Barbarò, dell'onnipotente Barbarò, che con una manciata d'oro gli portava via la sua donna, la sua amante... come quell'altro, tanti anni prima, gli aveva portato via la sua fanciulla, la sua sposa... sempre debole, sempre incapace di resistere, sempre pronta a sacrificarlo, prima a suo padre, ora a suo figlio. E in quel subbuglio di memorie e di passioni la bellezza di Angelica, fremente e anelante di dolore, anzichè commuoverlo e intenerirlo, trasformava in un impeto improvviso e cieco di odio tutto il suo grande amore.

Angelica aveva mentito; non era vero che fosse tutta sua come essa gli aveva giurato, come egli voleva sempre che gli giurasse! E nel suo cuore le faceva una colpa della sua debolezza, una colpa del suo amore di madre, quasi una colpa anche di ciò che accadeva.

Perchè gli avea voluto raccontar tutto?... perchè gli domandava consigli?... oh, se avesse trovato quella proposta così assurda, impossibile, infame, come infame, impossibile, assurda era veramente, doveva respingerla subito, indignata; essa doveva imporre allo zio Diego di tacere, doveva scacciarlo... ma non doveva tornare al villino per farsi veder piangere, e per chiedergli consiglio!... Se lo domandava era perchè aveva già risolto in cuor suo di... di sacrificarsi. Ma perchè voleva sacrificarsi lei, aveva diritto di sacrificarlo lui, mancando a tutte le sue promesse?... Essa non ragionava più quando si trattava di suo figlio!... suo figlio era stato sempre tutto per il suo cuore!... lui... Andrea, lui era stato per lei l'ideale!... sì... l'ideale... ossia quasi niente!

—Rispondi!... hai capito?... rispondi!...—soggiungeva intanto Angelica stringendogli forte le braccia colle mani nervose, e scuotendolo.

—Dal momento che lei mi domanda un consiglio non posso darle altro che quello buono... accettare!—esclamò Andrea sorridendo di nuovo colle labbra pallide, e sciogliendosi da Angelica con una garbatezza un po' ruvida e ostinata.

—Accettare?... lo dici così?... così... tranquillamente?... Ridendo?...—e Angelica colle piccole mani, che parevan diventate di ferro, gli strinse le braccia e lo scosse ancora più forte.

—Come dovrei dirlo?—Andrea cominciava a non potersi più frenare: le sue labbra tremavano, i suoi sguardi diventavano biechi, la sua ironia si faceva terribile.

—Come lo dovrei dire?... io non posso piangere come lei; io non ho il benefico sfogo delle lacrime!... io sono un uomo e rido, rido sempre, rido di tutti, e rido di me; ma il mio riso avvelena, brucia, ammazza più di tutti i suoi singhiozzi e le sue convulsioni, il mio riso, per Dio, non ha nè tregua, nè sollievo, nè pace!...

—Oh ammazza anche me il tuo riso,—e davvero, sai,—ammazza anche me, ed è cattivo ed è ingiusto. Ti pentirai, oh ti pentirai di essere stato senza pietà. Ma che cosa volevi tu che facessi? che cosa vuoi che io faccia?... abbandonare mio figlio al punto in cui si trova?... ti par possibile?... si tratta di processo, di prigione. Rispondi, Andrea, potevo farlo? posso farlo?

—Queste cose non si chiedono; dal momento che si chiedono si deve rispondere: no.

—Non farmi diventar matta!... Io era corsa da te attaccandomi all'ultimo filo di speranza, e tu questo filo l'hai spezzato brutalmente, aggiungendo le tue offese, i tuoi insulti, al mio dolore. Speravo... no speravo, volevo illudermi che la cosa fosse per sè stessa tanto orribile, che tu mi potessi convincere di rifiutare. Invece tu mi hai dato l'ultimo colpo. Se rifiutassi, tu che non hai il coraggio di consigliarmi a resistere, mi condanneresti nel tuo cuore, come mi condannerebbe il mondo, mio figlio, tutti!...

—Ah non è dunque il tuo sentimento di madre che impone questo sacrificio?... È la paura dei giudizi del mondo... di quello che direbbe la gente?... Non è mai il tuo cuore che ti guida, è sempre la tua testa!

—Non parlarmi di cuore e di testa, tu che la testa me la fai perdere, e che finisci di spezzarmi il cuore... tu che sei ingiusto... e vile.

—Angelica!—proruppe Andrea con impeto.

—Sì, vile, vile, vile!—replicò la poveretta pallida, tremante, senza più una lacrima, con tutta la sua dignità di donna, con tutto il suo cuore di amante, che si dibattevano in lei nell'urto supremo della disperazione.—Vile, perchè tu pure, non sapendo trovare una via di scampo, ti rivolti contro di me. Rispondi, in fine, perchè lo voglio, perchè ho diritto di volerlo. Non frasi, sai; voglio la verità.—Che cosa devo dire a mio zio? che cosa devo fare?...—Non sono consigli che si chiedono, tu mi dici?... Ma lo dici non perchè sia una prova di poco amore il chiederli, sì bene perchè non te ne vuoi assumere la responsabilità. Sì, il tuo cuore vorrebbe,—lo vorrebbe anche il mio, ardentemente, a costo della vita lo vorrebbe,—che io rispondessi un no, e abbandonassi Stefano al suo destino; ma la tua coscienza non vuol parteciparne la colpa e il rimorso con me.

—Guardami, Andrea, guardami in faccia e rispondi: chi è più sincero di noi due?

—Non avresti dovuto permettere al marchese Diego di parlare... di farti una simile proposta!—rispose Andrea, un po' scosso suo malgrado.

—Ah tu... tu non sei madre, tu!... tu non hai un figliuolo.

—No,—replicò Andrea tornando a riscaldarsi,—e per questo ho un solo amore, una passione sola nell'anima. Ho una creatura sola al mondo, nel cuore: tutti gli altri mi han sempre fatto del male, o han goduto del mio male: sono cuori perversi, ed anime ignobili, ed io li sfuggo, e li disprezzo. Ma non dovevo amare nemmeno te....

—No, Andrea....

—Non si può amare veramente quando si ha il cuore diviso, ed io ho sempre fatto male a volerti bene!... ho fatto male prima; ho fatto male dopo!

—No! No! No!—gridò Angelica fuori di sè.

Era pronta a dare la vita, e più assai della vita per suo figlio, ma il suo cuore, il suo amore era tutto di Andrea, e Andrea disprezzava il suo cuore, malediva l'amor suo!... Essa non ragionava più, non pensava più a niente, era come matta. Gli si attaccò al collo, lo strinse, fece ogni sforzo per attirarlo a sè. L'altro, imperterrito, allontanò la faccia, e Angelica gli cadde esausta colla testa sul petto.

Andrea la guardò... ne sentì compassione... e a poco a poco gli ritornò tutto l'amore di prima.

—Mi ama,—pensava,—non ama altri che me; e non avrà il coraggio di cedere.

Sul loro capo i pini odorosi fremevano ai soffi caldi del pomeriggio. Il sole declinava lento dal cielo puro, chiarissimo, dietro le cime nere dei monti lontani, e il verde scialbo della brughiera scoloriva tristamente in quell'ultima ora del tramonto: la campagna si distendeva muta, deserta, infocata. Solo le rondini a stormi passavano e ripassavano come frecce nell'aria ardentissima, e stridevano.

Andrea sentiva sul proprio petto il petto palpitante di Angelica: ne sentiva l'urto dei singulti e il fiato caldo, odoroso.

—No,—continuava a pensare,—mi vuol troppo bene! non mi potrà lasciare!—e la baciò con tenerezza, commosso, la baciò fra i riccioli biondi, e le rose del cappellino.

—Lasciami morire... qui...—balbettò appena la poveretta.

Morire?... Desiderare di morire?... Dunque anche fra le sue braccia, e mentre lui la baciava, pensava sempre a suo figlio e aveva in animo di cedere?... Andrea, di subito, ritornò freddo, tornò spietato, e allontanò Angelica da sè. Essa lo guardò cogli occhi ora fatti mestissimi, chinò il capo, sospirò un'altra volta, ma non disse più nulla.

—Muoviamoci, signora Marchesa, e andiamo verso casa. Chi sa che cosa dirà la sua gente, se non la vede tornare.

—Andiamo.

Angelica, sempre a capo chino, prese il sentiero che metteva al paese. I suoi piedini battevano risonanti sull'erba arsiccia del terreno secco.

Andrea le tenne dietro torvo in viso, spezzando col bastone i ramicelli dei pini e i fiorellini gialli dei campi.

Soltanto quando furono presso al villino Angelica domandò con voce bassa, senza voltarsi:

—Viene stasera?

—È inutile,—rispose l'altro.

Angelica entrò nel cancello. Andrea, senza stringerle la mano, la salutò con una grande scappellata per via del fattore e del giardiniere, ch'erano nel cortile. Poi tirò dritto, e a due passi dal villino, visto il cappellano col quale era solito scherzare, si fermò anche allora, a fare il chiasso con lui.

Ma più tardi, quando capitò a Nuvolenta, cominciò a strapazzar tutti, e buttò all'aria piatti e bicchieri perchè la zuppa era salata, il vino inacetito e il pane duro.


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