XIII.
Andrea era rimasto tanto sbalordito dal colpo ricevuto che, come Angelica a Milano, non aveva avuto tempo di sentire l'acutezza del dolore.
Capiva che cosa stava per perdere? Capiva che cosa sarebbe stata la sua vita senza Angelica?... E capiva che la perdeva interamente e per sempre?
Poteva soltanto immaginare che cosa voleva dire il non vederla più, il non averla più, allora che egli era ancor pieno di lei, e di lei era tutto pieno quanto lo circondava, quanto lo avvicinava? No: e per ciò solo poteva pensare al domani, guardare al di là, con una relativa tranquillità di spirito. In quel momento era così fuori di sè, era così lontano dal vero, che di quella terribile scossa non risentiva altro che un gran dispetto contro Angelica, troppo debole, e un odio acuto contro lo zio Diego, e quel cretino di Stefano.
Al Barbarò non pensava più che tanto. L'usuraio arricchito voleva sposare Angelica perchè era la marchesa di Collalto; per riabilitare la casa!... Una ricca non gliel'avrebbero data; prendeva quella, la prima che il caso avea fatto cadere sotto i suoi artigli. E invero il Martinengo non poteva sospettare, come forse Angelica presentiva, che non il solo caso avesse preparato quegli avvenimenti!... Ma lo zio Diego?... Era un egoista, un avaraccio tirchio e schifoso. Stefano?... una canaglietta!...—maledetti i parenti!... Maledetta la famiglia!... Dove c'è una bella donna e una famiglia in malora, è sempre la bella donna che deve aggiustar i conti!...
—Oh si sfoggia tanta rettorica contro i Turchi perchè vendono le donne,—continuava a borbottare,—e gli Europei, non fanno lo stesso, e peggio?... vendono le loro donne con più ipocrisia e a più caro prezzo.
Ma la massima colpa era di Angelica: era sempre stata debole, era sempre stata una stupida! non avea saputo difendersi contro suo padre, e non sapeva difendersi contro suo zio!... Poi aveva sciupato Stefano, mentre avrebbe dovuto correggerlo con buone staffilate!
Dopo pranzo, un pranzo in cui non aveva mangiato altro che rabbia, andò com'era solito, a fumare la sigaretta e a bere il cognac sotto il portico del cortile. Il luogo non era ameno: pochi metri di terra, in cui languivano alcuni fiori e sempreverdi ingialliti, chiusi da pareti alte di muro vecchio, coperto di edera; ma almeno c'era un po' di fresco. Andrea ingollò un paio di bicchierini dondolandosi sulla poltrona di vimini, poi tutto ad un tratto chiamò il servitore, arrabbiandosi perchè non era lì pronto.
—Giuseppe!... dove ti sei ficcato, all'inferno?!... Giuseppe!
—Pronto!—rispose Giuseppe accorrendo, mettendosi in posizione e facendo la faccia da ridere.
Era un'antica ordinanza di Andrea, rimasto con lui anche finito il servizio; un buon giovane, in cui la soggezione produceva l'effetto bizzarro di farlo ridere e di farlo balbettare con moto convulso.
—I miei fucili?...
—Siss... si-signor!...
—Sono pronti?
—Siss... si-signor.
—Domattina, me li porterai in camera.
—Siss... si-signor...—e Giuseppe fece una gran faccia da ridere, perchè voleva domandare qualche cosa al padrone, ma non osava.
—Non mi occorre altro!... Va via!...
—Siss... si-signor!...—e Giuseppe sparì come un lampo.
Andrea, visto che la mattina dopo era libero, voleva finalmente cavarsi il gusto di andare a caccia alle quaglie. Il cane glielo avrebbe prestato il cappellano.—Voleva cacciare tutto il giorno!... Poi, quando sarebbe ritornato a casa, voleva scrivere anche alla contessa Florio, una sua buona, buonissima e carissima amica, piena di spirito, che aveva una splendida villa, al fresco, sul Varesotto; sarebbe andato là, a passare il resto dell'estate; Angelica ne avrebbe sofferto... ma già lui non ne aveva colpa. Rimanere a Nuvolenta senza uno scopo, ci sarebbe stato da crepar dalla noia! voleva scrivere anche al colonnello Doncieu ch'era a Roma, al Ministero della Guerra; se davvero ci fosse stato da far qualche cosa in Egitto o a Tunisi avrebbe ripreso il servizio; aveva fatto una minchioneria a troncare la carriera a un tratto.
E così dondolandosi e sorseggiando il cognac fu preso come da un senso vago di sollievo per la sua piena libertà riacquistata; soltanto la sigaretta era umida, e si spegneva sempre, onde gli entrava il tabacco in gola.
—Sapristi!... Già... a pensarci con calma, sarebbe stato un gran legame. Una moglie?... una famiglia?...—e continuava a dondolarsi su e giù.—Senza quattrini io... senza quattrini lei!...—Forse forse quella soluzione, in ultima analisi, era il meno male per tutti!... Ma un tiro al marchese Diego glielo voleva fare. La prima volta che lo avrebbe incontrato gli voleva dare una spinta da mandarlo in pezzi, così incollato com'era!... Anche quel cane del Barbarò, badasse bene di non darsi l'aria di avergliela fatta!...
Un nuovo pensiero, un lampo sinistro gli attraversò la mente. Si fermò di botto sulla seggiola, e ingollò, d'un fiato, un altro bicchierino di cognac. Poi diè un'alzata di spalle e tornò a far l'altalena.... "Non beveva per stordirsi" pensava tra sè mentre non si sentiva già più tanto forte. "Non aveva bisogno di stordirsi. Soltanto voleva star allegro!... Era così buffa la vita!..."
Avrebbe fatto male, malissimo, a non darsi pace. Quella donna non gli aveva mai voluto bene, come voglion bene le donne quando amano veramente. Anche la prima volta un mare di lacrime, e poi subito la rassegnazione!... In seguito scrupoli, delicatezze, rimorsi senza costrutto.... Mai vedersi, scriversi solamente e, in fine, dopo tanto soffrire, dopo tanto aspettare, dopo tanto sperare, di nuovo un mare di lacrime, e un altro abbandono per salvare suo figlio!... A pensarci c'era da diventar matto... ma non voleva pensarci! non ne metteva conto: essa gli aveva volato bene soltanto colla testa. Le piaceva di sfoggiare sentimento, poesia, ecco tutto. Figurarsi!... in tanti anni, un bacio, proprio un vero bacio, glielo aveva dato quel giorno per la prima volta. Anche lui, del resto, era stato stupido la sua parte. Le donne sono... come si prendono!... forse, se l'avesse presa diversamente, adesso non sarebbe stato più al caso di sposarne un altro. Tant'è, quel signor Barbarò gliela doveva pagar cara.
—Oh, voglio incontrarlo... e solo che abbia il coraggio di guardarmi in faccia, gli rompo il grugno!...
In quel punto venne innanzi Giuseppe sotto il portico e si fermò a due passi dal padrone con una gran paura addosso e la bocca che non gli voleva star chiusa: era agitato da un fiero dubbio; doveva attaccare anche quella sera per condurre il padrone al villino, o non doveva attaccare?
Gli altri giorni il signor maggiore gli diceva subito dopo pranzo: "Attacca, Giuseppe!... attacca! svelto!" Ma quella sera niente!... Non andava proprio al villino, o non avea dato l'ordine credendo che non ce ne fosse bisogno?—Attaccare?... e se faceva male? non attaccare?... e se faceva peggio?...
—Che c'è?—gli chiese Andrea seccato di vederlo lì fermo impalato.
Giuseppe col viso spaurito e ridente balbettò in fretta:
—De-de-devo attattatatac...
Ma il padrone non lo lasciò finire.
—No! Va via!—e Giuseppe sparì come un lampo.
Andrea tornò a dimenarsi sulla poltrona borbottando. Nell'atto innocente del buon Giuseppe, egli ci vedeva sotto un monte di secondi fini: la smania di curiosare, di pettegolare, di voler sapere se lui andava o non andava al villino, di scoprir terreno.
—Chi sa che cosa penserà quell'animale quando saprà che la marchesa sposa il Barbarò!... chi sa quante chiacchiere se ne faranno in paese!... si dirà che il Barbarò me l'ha portata via per i milioni!... eh per dir la verità, una gran bella figura non la faccio!
Qui si alzò di scatto lasciando dondolar vuota la poltrona, buttò via la sigaretta, e la schiacciò col piede.
—Ma il ridicolo,—esclamò fra i denti,—si può vincere col terribile. Se lo infilzassi quell'usuraio ladro?
Continuò un pezzo a passeggiare e a sbuffare su e giù sotto il portico. Era una sera afosa, pesante, non faceva fresco nemmeno lì fuori; doveva esserci un gran temporale in viaggio.
—.... Angelica, per altro, mi avrebbe ben potuto scrivere di andar da lei, a salutarla ancora... un'ultima volta!... Ah! non mi ha mai amato proprio sul serio!...
La domanda inopportuna di Giuseppe gli aveva messo in corpo una stizza che non potea vincere.
—No, non voglio pensarci!... non voglio diventar matto!... voglio stordirmi!...
Ma non c'era verso: giù giù, in fondo all'anima, in un cantuccio che si manteneva ben chiaro per quanto Andrea si sforzasse a far buio anche là dentro, vedeva, sentiva, piangeva amaramente la sua gioia di tutte le sere passate, quando saltava allegramente in carrozza, e andava di trotto al Villino delle Grazie, e Angelica gli veniva incontro rimproverandolo sempre che era tardi... ma ravvolgendolo tutto nella carezza dolce degli occhi innamorati.
....Più!... più!... mai più!...
Se proprio gli avesse voluto il gran bene che diceva... gli avrebbe almeno scritto di andarla a salutare... per l'ultima volta!
Intanto, che cosa farebbe quella sera? era prestissimo ancora! Bisognava farla passare!...
—E domani sera?... E dopo?...
Giuseppe aveva riso nel domandargli se dovea attaccare... cretino!... Auf! che vitaccia!... doveva ammazzarsi?... finirla?! no; avrebbe fatto troppo comodo a quel gran cane del Barbarò!... Il giorno dopo sarebbe partito e allora, lontano da quei luoghi, avrebbe sofferto meno, non avrebbe sofferto più.
—Il rompere le proprie abitudini è sempre una cosa seccante... ma quando ne avrò contratte di nuove... mi troverò benissimo. Cara quella contessa Florio!... se non altro da lei ci sarà più fresco!... ma che dirà a vedermi capitare?...—Allora pensò che gli avrebbe subito domandato di Angelica e ch'egli avrebbe dovuto raccontarle tutto ciò che era successo, e cambiò disegno e preferì di andare in Isvizzera, in un posto fuori di mano, dove non ci sarebbero stati altro che inglesi e tedeschi, dove nessuno conosceva lui, conosceva Angelica... dove non si sapeva niente di niente!
Guardò l'orologio. Il tempo non passava mai: se fosse, andato a letto a quell'ora era sicuro di non dormire.
E se Angelica gli avesse scritto, e quell'imbecille di Giuseppe non gli portasse la lettera?
—Giuseppe! Giuseppe!
—Co... co-comandi!—rispose l'ordinanza presentandosi e mettendosi in posizione.
—È arrivata la posta?
—Siss.... si-signore!
Andrea canterellò, per non far capire a Giuseppe di essere infelice.
Morir sì bella e pura....
—Lettere.... niente?
—Noss.... signore. Sososolo il giornale!
—Che c'è da ridere, imbecille?! va via!—e Andrea, mentre Giuseppe se ne andava in fretta, continuò a cantare:
Morir per me d'amore....
Ma cantava a denti stretti.
Finalmente gli venne un'idea; sarebbe andato a vedere com'era questa famosa Ninetta del Caffè d'Italia. Tutti a Nuvolenta, compreso il cappellano, ne andavano matti!... se proprio non fosse stata il diavolo... perchè no?
Il Caffè d'Italia, come lo chiamavano pomposamente a Nuvolenta, non era altro che uno spaccio di liquori, messo in voga dalla Ninetta, la ragazza che stava al banco, belloccia per una certa freschezza vispa e atticciata. Attorno a lei, in fatti, facevano la ruota tutti i tacchini, e ronzavano tutti i mosconi di Nuvolenta. Andrea non c'era mai stato, e non le aveva mai parlato: ci andò quella sera, e tracannò un paio di bicchierini di zozza; ma si comportò con un'impertinenza così sprezzante, e fu libero di modi e sboccato a segno, da far impermalire la ragazza e arricciar il naso agli avventori.
—El diventa matt, el diventa?
—Maledette le villane!—pensò tra se il Martinengo uscendo uggito dal Caffè d'Italia,—puzzano d'aglio!...
Si avviò a caso per lo stradone dritto e lunghissimo che metteva a Gallarate... ma voltò subito, come se lo avesse preso il capogiro. Quella vista, la vista delle prime casette di Gallarate, che si indovinavano da qualche lumicino sparso nell'oscurità, in fondo allo stradone, era stata per lui come un lampo interno nell'anima; un lampo vivo, di tempesta.
—Auf!... Andiamo a dormire!...
—....E quell'altra che mi sta qui a due passi, può tener duro senza scrivermi!... è proprio risoluta come l'altra volta!... ci sono delle donne che provano voluttà a sacrificarsi, che provano gusto a piangere... quella lì è del numero!
Entrò in casa, soffocava; salì per le scale, senza lume, a tastoni: soffocava. In camera sua (quell'animale di Giuseppe si era dimenticato di aprir le finestre) soffocava ancora di più!... Trovò sul tavolino i fiammiferi, e accese il lume. Il letto, la camera, non erano preparati per la notte; non era mai andato a dormire tanto presto.
—Giuseppe!... Giuseppe!...—Giuseppe era fuori.
—Quando torna,—borbottò Andrea arrabbiatissimo,—gli voglio dare una strapazzata da levargli la pelle!—Aprì la finestra, levò la coperta di colore dal letto, poi cominciò a spogliarsi. Il letto gli pareva un rifugio: aveva fretta di addormentarsi; tutto in quella camera, gli parlava di Angelica! Essa non c'era mai stata, ma tutto gli parlava di lei: i ritratti, i fiori, la copertina per i piedi, il guancialino colle cifre A. M.; e un ombrellino della marchesa, ch'essa aveva rotto nel fare una passeggiata insieme con lui.
—.... Bisogna mettere tutta questa roba in una cassetta, e rimandargliela domattina colle sue lettere. E pensò di scrivere l'indirizzo: Alla marchesa di Collalto, senza mettere il nome Angelica. Essa avrebbe capito perchè non lo voleva più scrivere quel nome: Angelica non c'era più!
Si cacciò nel letto... ma sul comodino c'era un altro ritratto; una fotografia colorata: aveva l'abito bianco, la giacchettina azzurra, il cappello, la cravatta dal fiocco grandissimo; come quella mattina che l'aveva incontrata presso il Casino delle Romilie.
Quel ritratto glielo aveva mandato da Santa Margherita Ligure.... Ne aveva fatto fare uno solo, per lui, ed era il primo che gli aveva dato. Spense il lume, si voltò, chiuse gli occhi per dormire; ma non poteva: faceva troppo caldo!
—Pure,—pensava,—a modo suo... colla testa, soltanto colla testa... ma mi ha voluto bene. Scommetto che non capisce ancora tutta l'importanza di ciò che sta per fare: è ancora sconvolta, sbalordita, spaventata... e suo zio, quell'egoista avaro, approfitta del momento per raggiungere i suoi fini.
—Se così fosse, bisognerebbe salvarla!...—Andrea si rizzò sul letto a pensare, spalancando gli occhi nell'oscurità.
—Il Barbarò, in fondo, è un poco di buono, ma non vuol dire; perchè vorrebbe sposare Angelica, quando sapesse che è innamorata di un altro?
Andrea non sapeva quello che sapeva la marchesa, e non le lasciava alcun dubbio circa la sua sorte. Essa non gliene aveva mai detto nulla, per un sentimento di pudore, e insieme di alterezza.
—Forse... invece di irritarmi subito, e di non risponderle, avrei dovuto cercare di calmarla e di aprirle gli occhi....
—Aprirle gli occhi?... sì, sì, sì, e devo farlo ancora, subito, finchè sono in tempo!... devo farle capire che è caduta in un tranello teso da suo zio... da quel vecchio ripicchiato, e che lei ci casca da buona donna!... Sarebbe stato meglio che stasera ci fossi andato... ma non è colpa mia se non ci sono andato; è colpa sua!...
In fatti egli aveva sempre aspettato e sperato, senza volerlo confessare a sè stesso, che Angelica lo mandasse a chiamare, che gli scrivesse un bigliettino....
—Non è tanto tardi, del resto... potrei andarci ancora... potrei andarci a piedi per non dar nell'occhio....
Un'altra volta, che veniva da Milano, era andato tardissimo al Villino, e anche allora a piedi....
—Sì, sì, sì!... rivederla! rivederla!—Andrea si era buttato giù dal letto, cercando la scatola dei fiammiferi.
Nessuno ormai avrebbe più potuto trattenerlo: si vestì in fretta, in grande orgasmo per paura di non arrivare a tempo, e con una gran contentezza per la risoluzione presa.
In un lampo fu vestito e si trovò in istrada: ah, respirava meglio che in camera sua!
Prese una stradetta pei campi; la più corta, la solita che faceva quando andava a piedi al Villino. Quante volte aveva passeggiato con Angelica in quei luoghi!... Cominciava allora a levarsi la luna, e la notte si faceva chiarissima, bianca: la luce quieta rendeva tutte le cose più vicine, in una tinta più morbida e più intima. Rivide la viottolina dove era solito incontrare Angelica col suo grande ombrellino rosso; lo amava quel colore; gli ricordava l'ombrellino di Villagardiana: e quella viottolina chiara chiara gli fece battere il cuore.—Com'era bella Angelica!...—Più oltre, passò dinanzi a una casuccia adagiata nei verde di un collicello.... Angelica vi si era fermata spesso con lui a bere dell'acqua, un'acqua freschissima che cadeva da una cascatella. Nel silenzio della notte serena, ne udiva più risonante il gorgoglìo....—Com'era buona Angelica!...
—Angelica! Angelica! Angelica!...—E anche il gorgoglìo limpido dell'acqua pareva ripetere il nome di Angelica in mezzo alla luce bianca e quieta.—Com'era cara, Angelica!...
—No, no, non è possibile! non è possibile!... mi ammazzo senza di lei!
Si sarebbe buttato alle sue ginocchia; l'avrebbe pregata, supplicata!... Per salvar suo figlio non aveva diritto di far morir lui disperato! ci doveva essere un altro scampo; l'avrebbero pensato e trovato insieme! Il gorgoglìo dell'acqua si sentiva ancora lontano... lontano... pareva il canto di un usignuolo.
—Angelica!... Oh Angelica!...—C'era una piccola salita da fare, poi il Villino apparve tutto chiuso e muto fra le ombre.
....Fossero a dormire? come avrebbe fatto a chiamarla?...
Affrettò il passo, ma a un tratto, quando fu giunto dinanzi al cancello scorse un'ombra bianca: era Angelica.
Allora, vedendola appena, la sua febbre, la sua smania, la sua contentezza, i battiti stessi del suo cuore si arrestarono di colpo, e gli ritornò tutta l'amarezza di prima e la gelosia fredda e sdegnosa.