XIV.
—Ancora in piedi, marchesa?...
—Sì, ti aspettavo; sarei rimasta qui tutta notte ad aspettarti; ero sicura che saresti venuto.
—Potevi anche scrivermi.... come facevi sempre.
Angelica non rispose nulla; aprì adagio il cancello perchè non cigolasse, e Andrea entrò. Essa pareva disfatta; aveva un semplice abitino di percallo bianco stretto alla vita da una cintola di pelle, e si era buttato sulle spalle un grande sciallo bigio di lana. Non piangeva più: dagli occhi infossati, dal viso smunto, dalle labbra smorte e gonfie, pareva non avesse più lacrime. I capelli snodati le cadevano a ciocche sulle spalle, mentre l'umidore della sera aveva ammolliti e stesi i riccioli della fronte.
—Entriamo in casa: ho freddo!—e si strinse nello scialle con un tremito. Poi, toccando appena il braccio di Andrea,—faccia piano,—gli disse,—la mia gente è tutta a dormire, e ho detto di essere andata a dormire anch'io.
Angelica camminò innanzi; Andrea le tenne dietro in punta di piedi, per non far rumore sulla ghiaia.
La porta che metteva nel salotto a terreno da lavoro, era socchiusa: vi entrarono come ombre, poi Angelica tirò adagio il catenaccio: allora respirò e tornò a parlare colla sua voce naturale.
—Siamo al sicuro; di sopra non ci possono più vedere, ne sentire.—Ma era affatto buio.—Ha un fiammifero?—domandò più adagino appoggiandosi ad Andrea.
—Sì,—e mentre Andrea con una mano cercava la scatoletta, coll'altra, che le aveva posata sopra una spalla, si strinse Angelica forte, contro il petto.
—Faccia presto!... accenda il lume!
Angelica sospirò; sospirò Andrea, poi il lume fu acceso.
—Ho pensato,—disse l'altro con voce grossa e malferma,—che potrei parlare io stesso a tuo zio.
—Non otterresti nulla,—rispose la marchesa crollando il capo.—Mio zio, oltre al resto, è felicissimo di questa occasione che gli offre il modo di poter rompere il nostro matrimonio. Ti è sempre stato contrario; ci va del suo interesse e della sua ambizione; pensa se potresti indurlo a fare diversamente!
—Ma Stefano... Stefano medesimo dovrebbe opporsi.
—È un ragazzo; e poi, a che fine? Per andare sotto processo, ed essere condannato per falso?
Ci aveva pensato tanto ormai, che Angelica disse queste parole senza nemmen più trasalire.
—Sei sempre stata debole con quel ragazzo: lo hai sempre guastato.
—È vero: non sono stata severa con lui, come avrei dovuto. Ma perchè? perchè avevo te nel cuore, e il rimorso mi faceva essere indulgente. Ah, si sconta tutto a questo mondo... troppo!... troppo!
—E io?—domandò Andrea improvvisamente, fissandola pallido, risoluto.
Angelica, diafana, sfatta dal dolore e dalle emozioni di quei giorni terribili, colle guance ancor molli e soffuse di pianto, come una rosa oppressa da uno scroscio d'acquazzone, lo guardò atterrita, e rispondendo con un brivido a quella domanda, si strinse addosso, sul petto, lo scialle grigio. Le braccia rotonde, che uscivano dalle maniche cortissime, spiccarono sulla lana scura nella lor candida nudità.
—Parlerò io a... al Barbarò,—balbettò Andrea, ancora più pallido.
—È inutile.
—Come?... non ti sposa per il tuo nome... per la tua condizione... per nobilitarsi?... E allora?
Angelica era preparata a quella domanda; riuscì a frenarsi, e crollò il capo. Perchè doveva dire... ciò che aveva sempre taciuto?... In quelle lunghe ore di riflessione e di strazio, essa aveva pur dovuto convincersi che non poteva sottrarsi al suo destino. Perchè doveva dunque accrescere inutilmente la gelosia e la disperazione di Andrea?... e poi, sapendo tutto, egli non avrebbe conservato di lei una memoria meno pura?... meno alta?
—No, no!—rispose,—quell'uomo è tutto calcolo: il mio nome deve dar valore al suo.
—Per questo se sapesse....
—Che io sono innamorata di te?
—Sì....
Angelica non rispose subito; mentire gli costava assai, anche quando doveva farlo, anche quando il mentire era pietà.
—Allora... forse non mi sposerebbe più!... Ma... Stefano?...
Andrea la guardò colla collera che gl'intorbidiva gli occhi, poi in un impeto d'amarezza ironica, in cui c'era tutto il suo amore che in quel punto si tramutava in odio, tutta la sua gelosia che diventava ferocia, esclamò:
—Già!... ottantamila lire... io non le ho!
Angelica si scosse, lo guardò fisso alla sua volta, ma non rimase nè umiliata, nè offesa. Invece essa pure con un sorriso amaro, che in lei faceva più senso, perchè dovea costarle uno strazio ancora più grande,—no, no!—rispose,—non hai ottantamila lire, povero Andrea! Per questo bisogna cedere, bisogna dividerci, bisogna... morire!
Ma per giungere a tal punto, per giungere a dire tali parole, Angelica, solitamente così mite, così tranquilla, e sempre coraggiosa, doveva aver tutto sconvolto in quel terribile urto: il cuore, la testa, i nervi e la coscienza.
In fatti il suo volto aveva un'espressione strana; le labbra erano stirate e tremanti, le narici dilatate, gli occhi scintillanti. Certe volte scrollava il capo con un'alzata di spalle, come per ribellarsi contro tutto il suo passato, contro tutti i suoi pregiudizi di fede, di virtù: sentiva un impeto di sdegno per tutto ciò che fino allora le era stato sacro; un disamore insofferente per tutto ciò che le era stato caro, aveva un bisogno veemente di negare tutto ciò in cui fino allora aveva creduto.
La lampada, coperta da una spessa ventola rossa, illuminava appena un cantuccio del salotto, dove sotto alla finestra grande, chiusa da una giardiniera di palme e di sempreverdi, si stendeva un divano basso, all'orientale, coperto da un gran tappeto e da cuscini ammonticchiati. Angelica vi cadde a sedere, poi stese la mano ad Andrea per chiamarlo vicino.
Andrea fece un passo appena, lentamente, e le si fermò ritto dinanzi. Angelica gli teneva sempre stesa la mano, e lo guardava, ma egli non la toccò.
—Che cosa farai?...
Andrea non rispose.
—Che cosa farai? Voglio saperlo!...—e così dicendo, mentre lo scialle le scivolava dalle spalle, essa prese il braccio di Andrea, poi una mano che strinse fra le sue che bruciavano, e lo tirò a sè così fortemente da farselo cader vicino a sedere, sul sofà.
—Che cosa farai?
—Andrò... dalla contessa Florio!—rispose a capo basso, accigliato, con voce roca.
—Non voglio: devi rimaner solo, capisci? devi rimaner solo, a soffrire come me.—Che cosa farai?
Quei modi, quel fare così strano, fecero più impressione al Martinengo di tutte le lacrime, di tutti i lamenti.
—Scriverò a... Roma, al colonnello Doncieu. Se si fa qualche cosa a Tunisi, o in Egitto... riprenderò il servizio.
—E... non saprò più nulla?
Andrea non capì quella domanda per il suo verso: credè che Angelica avesse in animo di continuare la corrispondenza con lui, come avea fatto quando era ancor vivo il marchese Alberto, e le rispose con durezza. Ma invece si era ingannato: essa sapeva di perdere Andrea per sempre; pure il suo maggior dolore e il suo maggior timore, ciò insomma che la faceva diventar matta in quel momento, era il dubbio di poter essere dimenticata da lui. Non voleva essere un episodio della sua vita, preferiva di essere stata, e sopratutto di essere sempre il suo strazio. Non lo voleva confortato, lo voleva infelice, disperato, come sarebbe stata lei disperata, infelicissima; voleva che la sua immagine gli rimanesse fitta nell'animo eternamente, voleva che la sua memoria gli bruciasse nel sangue: non potendo avere il suo amore, voleva il suo dolore, ma per sempre, per tutta la vita, e anche dopo.
Adesso non era più la fanciulla, era la donna che amava. Per un sacrificio imperioso, disumano, ma pur nobile e alto, poteva rinunciare a vederlo, e morirne; ma che Andrea potesse perderla e darsi pace, questo no! Ed anche in quel turbamento, in quel parossismo di dolore e di amore, essa pensò che non aveva diritto forse a tutto ciò che pretendeva. Essa non gli aveva dato altro che amarezze; mentre Andrea le sacrificava tutto il suo avvenire, tutta la sua vita, ella non avea voluto essere altro che la sua fidanzata... una fidanzata il cui matrimonio andava a monte per la seconda volta!
No, non aveva diritto a un dolore eterno, eppure... eppure lo voleva. Gli occhi suoi ebbero un lampo, non di luce, nè di amore, ma di fuoco.... Ancora era padrona di sè, di disporre di sè stessa... Non aveva ancora firmato il contratto col quale si sarebbe venduta per ottantamila lire....—Che importa?... l'avrebbe detto a quell'uomo, e se l'avesse voluta ugualmente, l'avrebbe presa così....
Stese le braccia aperte sul tappeto rosso, le labbra stirate sorrisero, le nari fremevano, fissò Andrea e gli domandò con la sua voce fioca e con tono strascicato:
—Non saprò più niente di te?
—No.
—Mi dimenticherai dunque?
—Farò di tutto, e ci riuscirò; la seconda volta mi sarà più facile della prima.
—Ti sarà più facile?... ti par possibile?... Andrea!... ti par possibile?!
—Ieri no, non avrei creduto possibile; oggi lo spero. Se ieri mi avessero detto che doveva accadere... qualche cosa di simile, avrei creduto d'impazzire, di strozzar te, di ammazzar me... insomma... tragedie. Invece... un sangue freddo eroico... quanto la tua virtù: ti sto a sentire... e son calmo.
—Oh sì!... troppo calmo, e ragioni anche troppo!
—Troppo no... se basta appena per dimostrarti che, alla fine, non hai nessun diritto su me.
—Ma dunque, tanti giuramenti... tante promesse.
—E i tuoi giuramenti?... e le tue promesse? No!... non voglio amarti più!... voglio dimenticare....
—Non lo dire! almeno non lo dire! abbi pietà!—singhiozzava Angelica.
—E tu hai avuto, hai ancora pietà di me?—Andrea cominciava a perdere la calma di cui davasi vanto; la passione lo vinceva, lo trasportava; ogni sua parola era lenta, asciutta, vibrata come un colpo di pugnale.—Tu fosti sempre la mia infelicità, la mia disperazione, il mio martirio... adesso voglio vivere a modo mio! adesso voglio respirare!... voglio dimenticarti, odiarti, non pensare più a te!
—È troppo!... è troppo!...—mormorò, gridò Angelica, e si buttò singhiozzando distesa sul divano, cacciò la faccia contro i cuscini per soffocare col respiro anche il dolore, li bagnò di lacrime, li morse, li strappò, in fine, storcendosi ancora, sollevando la faccia rossa e graffiata, li strinse sul petto, rabbiosamente, disperatamente per frenare l'urto dei singulti, e i battiti del cuore.
—È troppo! è troppo! non hai cuore, non hai compassione... no, no, no, non hai compassione... mi fai morire.... Andrea, oh Andrea! mi fai morire.
—E tu, per due volte, mi hai straziato l'anima! mi hai assassinato!
Angelica rispose con un grido di angoscia, con un altro scoppio di singhiozzi, e continuò a storcersi disperatamente. I capelli le si eran del tutto snodati, essa si era stracciato l'abito sul petto per poter respirare, ma tutto il disordine di quello spasimo, di quelle convulsioni, invece di pietà, destarono nel cuore di Andrea, una gelosia più feroce.
—Per due volte!...
—Andrea!... oh Andrea!... sii giusto... sii generoso!
—So, so che cosa mi puoi rispondere!... tutte due le volte sei stata vittima; una vittima sublime di virtù, e di eroismo!... Ieri tuo padre... oggi tuo figlio,—e io?... e mia?... mai! Molta virtù!... grande eroismo! troppo!... troppo dell'uno e dell'altra!... non sei morta allora... non morrai adesso!
—Morrò!... morrò!... oh se morrò!...
—Per tuo padre non ero abbastanza nobile.... per tuo figlio... non sono abbastanza ricco... è il caso, il destino, Dio o il Diavolo che mi porti! noi due, si vede, non dobbiamo, non possiamo essere uniti... e pretenderesti che io conservassi la tua memoria nel mio cuore, in eterno, per esser disperato in eterno?... coll'unica consolazione di doverti ammirare? Ah no, ti ammiro, ma voglio dimenticarti!... a forza di ammirarti spero bene che riuscirò a non amarti più!...
Angelica si rizzò a sedere: lo fissò, e gli stese le braccia agitandole con moto convulso: i capelli le cadevano sulle spalle e sulla faccia, li cacciò indietro con una scossa; l'abito di percallo bianco, schiuso sul petto, si apriva per il suo respiro rapido e anelante; tutta la sua persona era presa da fremiti, da sussulti improvvisi. Guardò Andrea negli occhi, co' suoi grandi occhi fissi, battendo forte le palpebre: una tinta sanguigna le infocava le guance più scarne per la contrazione nervosa. E, dopo esser rimasta muta ed immobile a guardarlo così per alcuni secondi, proruppe a un tratto in un riso acuto, stridente, spasmodico, e cadde dal divano dov'era seduta, battendo colla fronte un colpo secco sul tappeto.
Andrea, spaurito, fu pronto a sollevarla, e mentre lei si dibatteva la chiamava per nome teneramente: "Angelica! Angelica mia! Angelica buona!" e così, confortandola l'adagiò pian piano sul sofà; poi fece per sciogliersi da lei, per rialzarsi, ma Angelica all'improvviso, con un nuovo impeto, con un nuovo spasimo nervoso, gli si avvinghiò al collo, tenendolo stretto e quasi soffocandolo tra il freddo delle braccia irrigidite e il bruciore del viso, mentre piangeva, rideva, gemeva, perduta ogni padronanza di sè.
—No, no, no! tua e poi morire, tua e poi morire; dimenticarmi, odiarmi no, tu no! tu no!... no, no, no!—ripeteva febbrilmente,—non lo puoi... non lo devi... non lo voglio, no, no, no!—e continuava a stringerlo contro il petto anelante, contro il cuore che palpitava, a stringerlo con una forza nuova, strana.... Le sue unghiette si affondavano nelle carni, i suoi denti mordevano le labbra di Andrea, che inquieto e turbato e colla voce rotta, cercava di acquetarla, di farla tornare in sè, giurandole che le avrebbe voluto sempre bene, che non l'avrebbe dimenticata mai, che sarebbe morto come lei, con lei.... A tanti baci, rispose infine con un primo bacio.... poi con una furia di baci, stringendola, soffocandola alla sua volta, mentre essa mormorava parole rotte tra risa convulse, coi denti che battevano pel brivido della febbre e gli occhi socchiusi che continuavano a versar lacrime calde, lacrime copiose e silenziose, come se il dolore che colava traboccante dalla sua anima, scorresse a purificare, a lavare quei baci ch'erano gemiti, quelle strette, quelle carezze ch'erano singulti.
Quando Angelica si riebbe, Andrea che seduto vicino le teneva le mani fra le sue, le diede un altro bacio sulle labbra... ma sentì che eran diventate molli, fredde. L'abbracciò ancora... cercò parole tenere per consolarla, ma mentre la guardava in quel disordine dell'abbandono e del dolore non poteva allontanare un'immagine che lo agghiacciava, e lo impietriva; quella del Barbarò.
—Potrai ancora dimenticarmi?—essa domandò con un filo di voce.
—Non potrò dimenticarti più....—rispose l'altro, rauco, e fece uno sforzo per baciarla ancora, sui capelli.
Ma tutti e due sentirono in quel momento che la loro catena, invece di stringersi, si era spezzata.
Angelica si rizzò, si accomodò il vestito, lo appuntò sul seno, raccolse tutti i capelli fra le due mani e li annodò fermandoli in un ammasso solo sul capo, poi prese lo scialle, lo distese sulle spalle e vi si avvolse. Andrea la guardò fare stralunato, non le diede più un bacio, nè Angelica glielo chiese.
Spuntava l'alba, e la prima luce del giorno, che penetrava nella stanza, faceva un contrasto uggioso e spiacevole col chiaror rosso del lume che ingialliva. I mobili, le suppellettili, tutto il salotto, usciva dal buio a poco a poco, scolorito, in disordine, triste. Quella luce scialba che appariva era la loro nuova vita che incominciava... quella luce artificiale che s'infievoliva a poco a poco era il loro sogno che finiva.
Si guardarono ancora: Andrea era livido, scomposto, col colletto molle di sudore, coi capelli e i baffi arruffati; Angelica aveva perduta la sua pallidezza diafana in una tinta da malata. Due solchi profondi le scendevano dagli occhi fino all'angolo della bocca.
—Va, Andrea—disse infine sospirando con un lungo brivido e stirandosi un poco,—va, Andrea. Comincia a farsi giorno; potrebbero vederti.—Essa ritornava prudente.
Andrea si annodò la cravatta, aggiustò gli abiti e coll'occhio cercò il cappello.—Quando ritorni a Milano?—le domandò.
—Stamattina, presto.
—E non hai proprio nessuna speranza di.... commuovere tuo zio?
—Proverò ancora... chi sa!...
Andrea e Angelica fingevano a vicenda. Non c'era più nessuna speranza e lo sapevano, ma in quel momento sentivano entrambi il bisogno di essere soli, di chiuder gli occhi, di provarsi a riposare, a dormire, a dimenticare. E tutti e due si lasciarono, nel separarsi, quel filo di speranza, più che per altro, per render più facile il loro addio.
Quando Andrea riprese, solo soletto, la lunga strada che dal Villino delle Grazie lo riconduceva a Nuvolenta, aveva la testa grave, lo stomaco fiacco, gli occhi pesi. Tante scosse, tante emozioni, e poi il non aver toccato cibo e il gran girare di tutto quel giorno, lo avevano mezzo ammazzato. Camminava strascinando le gambe, coi piedi che gli dolevano, dondolando la testa, dondolando le braccia, chiudendo gli occhi, e anche dormendo di tratto in tratto. La giornata doveva essere assai calda: non spirava alito di vento, e il sole pareva sorgere dietro un grosso muraglione di nubi nere. Andrea non pensava più a niente... altro che ad arrivare a casa: i suoi sensi erano attutiti; l'anima stessa, affranta dalla fatica, non aveva altro bisogno che di quiete.
In quel silenzio profondo della prima ora mattutina, la sottile voce dell'acqua cadente si ripercoteva più forte, ma Andrea non l'udì. Non udì il gorgoglìo dolce come il canto dell'usignuolo, l'eco soave, come il nome di Angelica. La casetta, adagiata in mezzo al verde dell'ameno collicello, appariva tutta bianca e gentile, alla prima luce, colle finestre fiorite di garofani. Ma Andrea vi passò dinanzi assonnato, cogli occhi chiusi; e neppure guardò alla stradetta dove incontrava Angelica, dove la scorgeva da lontano.... Egli non vedeva più che un punto bianco e soffice in una camera buia... il suo letto su cui si sarebbe buttato e addormentato subito. Vi arrivò finalmente, si spogliò in un attimo e, coricatosi, dormì profondamente, senza sognare. Quando si svegliò, ancora intronato, si rizzò di soprassalto e guardò spaventato l'orologio: in quel subito, temette aver fatto tardi per il suo solito ritrovo con la marchesa. L'orologio segnava le undici!... Allora ricordò, ricordò tutto in un lampo... pensò che non avrebbe più riveduto lungo il viottolo dalle siepi alte e spesse la figurina bianca e gentile, l'ombrellino sfolgorante al sole... pensò che il Villino sarebbe stato chiuso, chiuso per sempre... pensò che Angelica non era più sua... un gran vuoto sentì intorno a sè, e dentro di sè una gran desolazione; un nodo di pianto gli salì alla gola, gli s'intorbidirono gli occhi, e preso dalla disperazione gridò piangendo e singhiozzando colla faccia sul guanciale:
—L'ho perduta!... l'ho perduta!...