VII.
—Non avete un soldo?—rispondeva Giacomino ai lamenti di Temistocle e di Gian Maria.—Cinquanta dire ve le presterò io, stasera.
Infatti, non dando all'orefice, come al cameriere, più di cento lire in acconto, poteva benissimo, senza incomodo, usare quella cortesia ai fratelli. Andò al teatro per prendere i denari dal Richard; ma, per quella sera, niente. Il Facchinetti non aveva ancora sborsata la somma. La darebbe domani; ma nè domani nè doman l'altro, non si vide nulla, come nei giorni innanzi. Giacomo, inquieto, cominciò ad alzar la voce; e allora il cavallerizzo, messo alle strette, confessò di essere stato imbrogliato, truffato dal Facchinetti. Non glielo aveva voluto dire, per non dargli un dispiacere.
—Crénon! Che razza d'usuraio! Non aveva dato altro che duemila lire, e ne aveva intascate cinquecento per quindici giorni d'interessi! Ma per l'amico Trebeschi, nessun danno: soltanto ventiquattr'ore di ritardo.
Appena arrivato colla compagnia a Borgo San Donnino, il Richard avrebbe mandato un vaglia telegrafico.
—Fermo in posta—raccomandò Giacomino, pensando alla mamma.
E infatti, dopo la partenza dell'amico, per due o tre giorni, il giovinotto non fece altro che andare e venire dal fondaco alla posta. Ma niente vaglia telegrafico… e nessuna lettera, nemmeno da Fanny, che gli aveva giurato e spergiurato di scrivergli subito.
—E il cameriere, e l'orefice, che strepitano, minacciano!
Telegrafò lui a Borgo San Donnino: «Urge cinquecento in giornata». Nessuna risposta.
Una mattina, finalmente, sei o sette giorni dopo che il Circo Stanislao era partito da Milano, venne fermato di colpo da un tale in bicicletta, che quasi lo schiacciava contro il muro.
—Lei, signor Trebeschi, non mi conosce?—E il velocipedista, saltando a terra, gli si piantò davanti, cacciandogli la bicicletta di traverso.
—No! Non la conosco e non è questo il modo di fare!…—esclamò il giovanotto arrogantemente.
—Io sono il Facchinetti, quello della cambiale di tremila lire.
—Duemilacinquecento,—rispose Giacomo, alzando la mano al cappello e smettendo subito il sussiego.
—Tremila—replicò l'altro sempre più burbero e accigliato; e siccome Giacomo lo guardava attonito continuando a negare, quegli alzò la voce:
—Tremila… Tre cambiali da mille lire!
—Ma la terza l'avevo firmata in bianco; non si sapeva la cifra…
—Mille lire. Tre cambiali da mille lire…
—Scriverò al Richard: a Borgo San Donnino.
Il Facchinetti guardò Giacomo ancor più di traverso.
—È lei il responsabile. Lei deve pagare. Io non voglio conoscere altri che lei.
A tale minaccia il giovanotto sorrise e negli occhi gli passò un lampo che l'usuraio colse a volo.
—Stia bene in gamba, giovinotto. Lei crede di avermi imbrogliato allegramente, perchè non è ancora maggiorenne? Ma io lo faccio metter dentro. Lo faccio metter dentro, perchè ha garantito colla sua firma un nome falso.
—Un nome falso?…
—Meno chiacchiere; Richard è un nome falso.
—È un nome falso? Richard?…—esclamò Giacomo diventando pallido.—Ma io non lo so, non lo sapevo, non so niente! posso giurarlo; lo giuro!
—Lo proverà… in tribunale.
—Io scriverò al Richard, andrò a San Donnino. Andiamo insieme a San
Donnino!
Giacomo, preso da subito spavento, balbettava, tremava come una foglia.
—A San Donnino?… Non sa che il Circo Stanislao si è sciolto?… Non facevano un soldo.
—Ma…
Il Facchinetti capì l'interrogazione muta, l'angoscia di quel ma, e scoppiò in una risata.
—Coraggio, giovanotto!… Quei due imbroglioni sono stati scritturati da un impresario americano; devono essersi imbarcati ieri per Buenos Aires.
—Ma allora?… Allora?…—e Giacomo, più che alla Fanny e al suo tradimento, pensava all'infamia del Richard e a quella minaccia del Facchinetti—In tribunale!—e balbettava supplichevole:
—Non mi faccia del male!… Non mi faccia del male: io sono innocente di tutto!
L'altro rimase duro, insensibile.
—Due parole sole—gli disse poi abbassando la voce, ma in tono aspro, risoluto.—Le tremila lire scadono dopo domani: Lei paga? Io mi accontento e sto zitto. Non mi paga? consegno la cambiale a chi l'ha da avere e buona notte! Se lei è innocente lo proverà nel giudizio.
Ciò detto, e messa la bicicletta in equilibrio, vi saltò sopra dandosi una spinta, e via come il vento!…
Giacomo, sbalordito sotto il peso di quel disastro, colle gambe che gli tremavano, si avviò verso casa.
Avrebbe trovato il babbo solo; voleva confessar tutto al babbo. Bisognava disperarsi; strapparsi i capelli; minacciare un suicidio.
—In tribunale?… Un processo?… Che canaglia quel Richard! Gli era sempre stato antipatico, odioso. E lei… Fanny?…. Così affettuosa, così tenera l'ultima sera… tante promesse!…
A poco a poco, gli entrava in cuore la sicurezza che il babbo lo avrebbe salvato, che il babbo gli avrebbe pagata lui la cambiale; ma quanto più si calmava tanto più provava dispetto e bruciore dell'abbandono, del tradimento di Fanny; bruciore, sentimenti che, a poco a poco, all'idea della sua bella, perduta per sempre, si tramutavano in rammarico dolore.
—Dio!… Dio!… Che infamia!
E non più per far paura al babbo, ma sinceramente, sentendosi così solo e tanto disgraziato, pensò di ammazzarsi.—Un colpo di revolver, secco…—Ma poi, riflettendoci, vedendosi tutto insanguinato, e magari ancora vivo, sospirò:
—Che bella cosa sarebbe stata, di potersi addormentare quietamente, senza colpo di revolver… e non svegliarsi più.
Così, sospirando, borbottando e camminando sempre più lentamente, a mano a mano che si avvicinava a casa arrivò in via Lentasio, e subito vide suoi padre sulla porta del fondaco.
—Il babbo?…. Lo aspettava?… Sapeva già qualche cosa? Meglio così.
Il signor Daniele, appena scorse il figliuolo, gli fece un cenno colla mano, come per gridargli:—Che cosa hai mai fatto?…—E poi, quando gli fu vicino:—Vieni su subito—gli disse. E salì pel primo frettolosamente la scala, sospirando, sbuffando, e crollando il capo, finchè l'ebbe condotto in camera sua.
Voleva innanzi tutto strapazzarlo.
—Vergognatevi! Vergogna!—Ma non trovando le parole, proruppe in un singulto:—Almeno… almeno correre da me, parlar con me, subito!… subito!…
—Sa tutto—pensava Giacomino, chinando il capo con aria avvilita e compunta.—Meglio così.
—Sai?—continuava il signor Daniele, sgranando gli occhi come uno spiritato—sono venuti a dirlo alla mamma. Che scena! Correva la gente!… Si fermava sulla porta! e tutto contro di me!… Addosso a me! Tutto sulle mie spalle! Io sono un Pantalone, un cretino della Val d'Aosta, un rimbambito; tu un malvivente da rinchiudere fra i correggendi. Perché non mi hai confessato tutto?… Devo condurti a Genova io stesso, subito, e imbarcarti. Non più col Rosasco, con un altro. Non si sa chi; ha telegrafato la mamma. Anche il Rosasco è un traditore; la Maddalena ha capito tutto; anche la gherminella del colera. È furente anche per questo. Siamo tutti bugiardi! Tutti impostori!
—Anche la mamma sa tutto—ripeteva Giacomino fra sè.—Meglio così—e per calmare e intenerire il babbo diede in un pianto dirotto.
—Si… Ci vuol altro che lacrime!—E il signor Daniele si esaltava a gridare e a pestare i piedi per vincere la commozione e il singhiozzo.
—In fine, non ho mica ammazzato nessuno…—esclamò Giacomo, pensando essere venuto il momento di rimettersi in sella.
—Sicuro!—rispose l'altro.—Ma provati a dirlo a tua madre. Sai che… non si può parlare. Non si può fiatare. È un eccesso; peggio che sotto i croati. Peggio!… E se apri bocca, casca il mondo. «Imparate da me! Imparate da me!» Non c'è che lei. Maledette le perfezioni!…—Ma poi, accortosi di essersi lasciato trasportare, si fermò, cambiò tono:—Sempre, per altro, con giustizia… per il bene della casa… per il bene di tutti. E voi… Vergogna… Vergognatevi!… E, fatto il male, nessuna confidenza in vostro padre.
—Volevo dirti tutto. Ero venuto a casa, apposta, per dirti tutto.
—Non dovevate aspettare: oggi, proprio oggi, a parlare: dovevate parlare a suo tempo.
—A suo tempo? Quando?
Anche Giacomino lo aveva saputo appunto allora, in quel momento, dal
Facchinetti, e lo disse a suo padre.
—Io non credevo di dover pagare, e non dovrei pagare se il Richard non fosse una canaglia: lui ha preso i quattrini. Suo è il debito. Sua è la cambiale. Lui solo, il Richard, quel pezzo da galera…—ma Giacomino si fermò di colpo, spaventato dal viso di suo padre.
L'equivoco, in ogni modo, non avrebbe potuto durare più a lungo. Nessuno ancora, in casa, sapeva niente: della cambiale. La signora Maddalena aveva fatto una scenata al marito per via del cameriere del caffè del teatro, che, stanco di scrivere, era venuto in persona, nel negozio Monghisoni, per farsi pagare i suoi centocinquanta franchi.
—La cambiale?… La cambiale?… Una cambiale?—balbettava il signor
Daniele in convulsioni, aggrappandosi al figliuolo.
Giacomo, che non aveva mai visto quegli occhi, quel viso, quel color verde, quella, bava alla bocca, si spaventò, gli buttò le braccia al collo, stringendolo forte, disperatamente.
—Papà! Papà! Papà! Ascoltami!… Papà!
Dio santo!… il signor Daniele non poteva, più parlare. Era un colpo.
Giacomo, preso da terrore, voleva andare a chiamare aiuto: l'altro si riscosse, lo fermò.
—Per… per… amor di Dio!—E non disse altro.
—Perdonami! Perdonami!—supplicava Giacomo alla sua volta, colpito, scosso da quel gran dolore,—Ha ragione la mamma. Sono un tristo! Un infame! Partirò! Nessuno mi vedrà più!… Ma prima, andiamo insieme dal Facchinetti. Io lavorerò, non mangerò che pane e acqua, finché non avrò pagato, ma pagherò io: tutto io. Con una tua parola il Facchinetti aspetterà, nessuno saprà niente.
L'altro, livido tremando come una foglia, balbettava:
—Qua… qua… quanto?
—Tremila lire.
Tutta la lunga persona del signor Daniele dette un'altra scossa.
—E… qua… qua… quando?
—Doman l'altro.—Sì… Sì… Sì… Dal Facchinetti… Dal Facchinetti… Subito, subito, subito dal Facchinetti!—esclamò cercando cogli occhi il suo cappello che aveva lì dinanzi, sul tavolino, e non lo vedeva.
—Andiamo.
—Andiamo.
E andarono in cerca del Facchinetti, girando e domandandone per mezza
Milano, ma il Facchinetti non si poteva trovare in nessun posto.
Giacomo aveva preso a braccetto e sorreggeva il padre che continuava a tremare e a balbettare sempre più, per paura di non trovare il Facchinetti, e di non fare in tempo.
—Tre… tremila lire… Dopo… dopodomani… Finalmente lo imbroccarono: sulla porta del Campari.
—Cercavano di me? Cosa vogliono?—domandò l'usuraio col solito modo brusco e affrettato.
—Mio padre—disse asciutto Giacomino, indicando il signor Daniele.
Allora il Facchinetti cambiò tono, diventò garbatissimo, si profuse in complimenti, in scappellate, fece entrare i due signori nel caffè, e li condusse a un tavolino in un angolo oscuro.
—Cameriere! vermouth!
—No… no…
—Mi faranno la cortesia di accettare il vermouth.
—No; no… grazie—balbettava il signor Daniele.
—Prego, prego; senza complimenti; sediamo. È sempre mio buon padrone.
Vedendo quella faccia stravolta, il Facchinetti aveva capito subito di che si trattava, e aveva capito pure che teneva quel bonomo nelle sue granfie.
Cominciò a calmarlo, a rassicurarlo, e a difendere il signor
Giacomino.
Oh Dio! spropositi di gioventù!
Il Facchinetti dichiarò al signor Daniele che anche lui era padre, aveva un maschio e una femmina; e perdianabacco gliene facevano di tutti i colori. Ma un padre che cosa può desiderare dai suoi figliuoli? La salute e basta! Del resto anche il signor Giacomino, evidentemente, ci avrebbe messo la mano sul fuoco, era stato raggirato per troppa buona fede, per troppo cuore: e poi la ragazza—e strizzò l'occhio…—Insomma, gioventù; egli era rimasto preso alla pania, per le arti di due volpi sopraffine, che avrebbero ingannato mezzo mondo. Il Richard non era riuscito a fargliela anche a lui? Sicuro! A lui, Facchinetti!—Poteva gloriarsene!—Gli aveva truffate seimila lire… una sull'altra. Ma ormai aveva preso il largo. Inutile il pianto; inutile guastarsi il sangue.
—La loro cambiale scade, quando?…—Il Facchinetti non se ne ricordava più.
—Doman l'altro—risposero, quasi insieme, padre e figlio.
—Che importa? Rinnoviamo, se crede. Sempre mio buon padrone.
Il signor Trebeschi metteva la sua riverita firma, e lui teneva la cambiale chiusa, sepolta in fondo al cassetto, per tre mesi, per, sei mesi, per un anno.
—E nessuno—concluse il Facchinetti—deve saper niente dei nostri interessi.
—Sì… Sì… Bravo; facciamo così.—Oh Dio!…—Il signor Daniele cominciava a respirare.—Io le pagherò subito gli interessi della rinnovazione…
—Faccia come vuole; io mi contento del giusto.
—E lei mi giura, proprio, di tenerla in portafoglio?
—Basta la parola.
—Senza farla girare?
—Mai mai… Non ci sarebbe altro che il caso di dover dar fondo a tutte le batterie; ma in tal caso, perdiana! l'avvertirò.
—Ecco, prima di farla girare, in tutti i casi, mi fa il favore di prevenirmi.
—Si figuri!… Basta la parola!…—E così dicendo alzò il bicchierino.
—Alla sua salute, signor Trebeschi.—Poi volle toccare anche con Giacomino, e lì, nell'angolo buio del caffè, bevendo il vermouth, il signor Daniele firmò la cambiale. Il signor Facchinetti la cacciò subito nel suo portafoglio, col danaro degli interessi, e andandosene in fretta e furia, dimenticò persino di pagare il vermouth.
Padre e figlio rimasero ancona seduti, un momentino, per non esser veduti uscire insieme coll'usuraio.
—E adesso, siamo sicuri!—esclamò il signor Daniele guardando il figliuolo con tenerezza, come se lo avesse ricuperato. E gli si fece più vicino, sul canapè.
—Raccontami tutto, com'è andata, fin dal primo principio, perché io ancora non ho capito niente.—E soggiunse che aveva sempre sospettato che quel Richard fosse un poco di buono… Ma invece… la… quell'altra… la sorella…—non aveva il coraggio di dire Fanny—la sorella non ci doveva, aver che fare.
—Oh, anche lei!…—sospirò Giacomino.
—Anche lei?… Anche lei?—replicò ansiosamente il signor Daniele.
—No! No!… Non è possibile!
Colla cambiale, colle bricconate del fratello, la Fanny non ci doveva entrare, non ci entrava, affatto. E babbo e figliuolo si accordarono nel difenderla buttando tutta la colpa addosso al Richard e alla esistenza girovaga, e alla vita del teatro.
—Tutte le sere, esporsi al pubblico in quel modo…—sospirava il signor Daniele.
—Sempre col pericolo di rompersi il collo—soggiungeva Giacomino.
Daniele si fece coraggio e finalmente diede libero sfogo alle centomila domande che da tanti giorni gli stavano sul cuore.
—Ed era proprio partita per Borgo San Donnino? E poi doveva andare a Terni?… E adesso era stata scritturata per l'America?… per Buenos Aires?… Da chi?… Sempre col fratello?… E quel generale?… E il Circo Stanislao?… Fallito? e in America?… Andava più gente al teatro in America?… E la sua roba? Sequestrata?… Proprio anche la sua?… Tutto venduto?…
Ci fu, dopo tante domande, alle quali il figliuolo aveva risposto per lo più con monosillabi, un lungo silenzio.
—Andiamo?—disse a un tratto Giacomino.
—Andiamo—rispose Daniele.
Si alzarono, uscirono senza dir neppure una parola, e sempre silenziosi e meditabondi, attraversarono la piazza del Duomo.
Poi, il signor Daniele, dopo un sospiro, domandò:
—E Gladiator?… Avrà dovuto, vendere anche Gladiator?