VIII.
Nell'animo del signor Daniele, dopo tanta agitazione, era subentrata la calma e quasi un senso di benessere; ma poi, appena rimesso il piede in quella benedetta via Lentasio, così angusta e tetra, appena scorta da lontano quella vecchia insegna: Giovanni Monghisoni, tornò a rannuvolarsi e a sospirare.
—Dio, Dio!… E adesso, saremo daccapo…
Che cos'era, a che si riduceva il piccolo conticino del cameriere, in paragone delle tremila lire del Facchinetti? E la Maddalena colle sue sfuriate, co' suoi «editti» gli parve più esagerata, più matta che mai.
—Tanto strepito per così poco!
A buon conto peraltro si staccò da Giacomino: se Maddalena lo avesse visto così a braccetto del malvivente, stava fresco.
—Tu va avanti difilato in camera tua, senza passare dal negozio.
Qui la vecchia insegna Giovanni Monghisoni, gli ricordò tutti i suoi doveri: anche quello di far la predica al figliuolo, e continuò:
—Riflettete a quanto vi è successo, e a quanto di peggio vi poteva capitare. Rifletteteci col fermo proposito di mutar vita. E per oggi non muoversi più di camera; non si viene a pranzo: la mamma lo ha dichiarato formalmente, non vuol più vedervi sino al momento della partenza e, forse, nemmeno allora.
Giacomo tirò diritto col bastoncino sotto il braccio, svelto, elegante, sottile, e infilò la porta di casa senza esitare: l'altro lo seguì cogli occhi, intenerito.
No: non lo avrebbe lasciato partire; no; no.
—Oh monsieur! ben arrivato!
Daniele trasalì. Era Maddalena che lo aspettava sull'uscio dello scrittoio, le mani suoi fianchi, battendo i piedi per la stizza.
—Ben arrivato il monsieur!
—Monsieur? perché monsieur?—e Daniele si sforzò di fare un viso ridente, sbirciando la moglie per capire che cosa ci fosse di nuovo.
—Io, qui, sacrificata tutto il giorno: e il nostro monsieur tutto il giorno a spasso!
—Monsieur?… perché monsieur?—continuava a pensare il pover'uomo, sempre più inquieto.—Che cosa c'è di nuovo?
—Sono stato dal Borgondio—rispose—dal Cartolari, dal Mazza, dal Poncelletti, dal Vergani—e seguitò ad infilar nomi quanti gliene venivano in mente, finché sua moglie lo interruppe con una risataccia.
—Simpaticone, il nostro Monsieur.—Lo fissò, lo fulminò con un'occhiata piena di sprezzo, di collera.—Très sympathique, con… con, quel bel muso!—E di colpo gli voltò le spalle e se ne andò per non scoppiare.
Il signor Daniele impallidì; il sorriso gli morì sulle labbra.
Che sua moglie avesse scoperto qualche cosa? Ma poi si tranquillò.
Se avesse scoperto qualche cosa, non si sarebbe accontentata di borbottare fra i denti: avrebbe mandato all'aria tutto il fondaco Monghisoni colle botti di aringhe e i barili d'olio.
—Monsieur? perché monsieur?…—Era andata a inventare anche il francese per tormentarlo?
E su. in casa, durante tutto il desinare, Maddalena tornò da capo. Ogni due parole ci ficcava in mezzo un monsieur od un sympathique, mentre il povero signor Daniele rideva giallo e i bocconi gli facevano groppo in gola.
—Il monsieur non ha fame?… Io, invece, sono sempre di buonissimo appetito—e si sbatteva sul piatto un'altra gran fetta di lesso.—Sempre. di buonissimo appetito; oggi come ieri, tal'e quale. Perché oggi come ieri, io ho lavorato, ho sgobbato; sempre in banco o in magazzino per poter far fronte ai nostri impegni, logorandomi la salute e stillandomi il cervello per gli altri, sicuro!… per tutti quelli che dovrebbero imparare da me, come io ho imparato da mio padre, il lavoro, la prudenza, l'onestà, l'oculatezza.
Temistocle e Gian Maria, col viso sul piatto, si davano calci sotto la tavola, per sfogare la noia e la stizza; la Cammilla, vicino ai fornelli, faceva smorfie e occhiacci allo zio per incitarlo a rispondere, ma nessuno fiatava; e Daniele meno di tutti. Sempre a capo chino, continuava a fare e a disfare nodi colla cocca del tovagliolo, meditando su quella grande disgrazia di avere una moglie troppo perfetta.
—Dio, Dio! come le faceva scontare le proprie perfezioni!… Oh, avesse avuto qualche virtù di meno, un po' meno di cervello, avesse lavorato meno, e li avesse lasciati tutti respirare in pace!
—Che cosa medita il monsieur? Mi sembra sospiroso, malinconico.
Maddalena, diritta sulla seggiola, rideva ironicamente, stirandosi il lungo tovagliolo bianco sul petto rigonfio.
—Anch'io, anch'io avrei potuto essere la simpaticona, la très sympathique di qualcuno!
Daniele allibì; il sangue gli dette un tuffo.
—La signorina Fanny—pensò ad un tratto, e istintivamente chiuse gli occhi, abbassò il capo, sprofondò sulla seggiola.—La signorina Fanny!—Sua moglie sospettava, sua moglie aveva scoperto la verità!
Proprio così: Daniele lo seppe quella sera stessa dallo stesso Giacomino, il quale cercando le sue lettere—saperlotte!—non le aveva più trovate.
La signora Trebeschi, da donna pratica e avveduta, aveva subito pensato che il conto del cameriere del Caffè del Teatro non doveva essere il solo debito di Giacomino, e che quel malvivente non aveva certo bevuto da solo tanto cognac, tanto marsala, per centocinquanta lire.
Appena ebbe visto Giacomino uscir con suo padre, salì in fretta nella, sua camera, frugò, rovistò in tutti i cassetti, trovò le lettere minacciose dell'orefice, trovò i conti della Ville de Paris, della Città di Vienna… e finalmente anche le lettere di Fanny, le prime.
Dopo, la cavallerizza aveva scritto meno, e Giacomino aveva sempre stracciato tutto. E quelle prime letterine tra il sentimentale e lo scherzoso, mezzo in francese, mezzo in italiano; scritte per lo più per ringraziare di qualche regaluccio, finivano sempre con una stretta di mano, coi saluti pel signor Daniele.
«Bien des compliments a quel caro simpaticone, à monsieur votre père».
Maddalena, a tale scoperta, aveva riso del marito facendo una sdegnosa alzata di spalle, ma tutta la sua collera, anche la sua collera di moglie offesa, si riversò sul capo di Giacomino, del figlio scellerato.
—È riuscito a depravare anche quell'innocente semplicione. Giacomo! Giacomo!—Essa lo aveva sempre preveduto. Ecco il pericolo della casa; la corruzione, la rovina della casa.
Bisognava disfarsene. Altro che il colèra!… E ci aveva creduto anche lei!… Ci aveva creduto perchè all'ultimo momento si era sentita debole, non aveva voluto capire che la ingannavano. E adesso era punita: se lo meritava. Bisognava disfarsene; bisognava saper tutto; aver le prove in mano.—Far confessare quel malvivente?—Impossibile; era troppo bugiardo.
—Fanny?… Che demonio era questa Fanny?… Fanny?…
La signora Maddalena sguinzagliò di qua e di là tutti i suoi segugi, agenti, sensali, compari, e questi, in breve tempo, facendo cantare il famoso cameriere del Caffè del Teatro, interrogando l'orefice, e via via seguendo le orme di Giacomino fin dalla portinaia dei Richard, riuscirono a sapere la verità; e anche più della verità.
Quella tal Fanny era una francese, una delle prime cavallerizze del circo Stanislao.
—E Giacomino?… Il Trebeschi?
—Era il suo amante. La cavallerizza aveva piantato, per il giovanotto, nientemeno che il generale: un principe, un milionario.
—E l'altro Trebeschi? Il signor Daniele?
—C'era cascato anche lui, per pagare i debiti. Padre e figlio ne avevano fin sopra gli occhi, erano in mano degli usurai; di uno specialmente, il peggiore di tutti, un certo Facchinetti.
Il Facchinetti?…—Quella gente, quei sensali, quei compari, erano tutti pane e cacio col Facchinetti. Andarono da lui, direttamente, e in un batter d'occhio la signora Trebeschi-Monghisoni fu messa al corrente di tutti gli amori, di tutti i pasticci del figlio e del marito, ed anche della famosa cambialetta di tremila lire colla firma del signor Daniele.
—La firma di Daniele? Impossibile: non è capace, certo quello scellerato di Giacomo—Giacomo!—lui, giurerei, ha falsificata la firma.
No. Le dissero che il signor Daniele aveva firmato di suo pugno, proprio di suo pugno, dal Campari.
—Dal Campari?… In pubblico?…
Il signor Trebeschi era stato messo alle strette. Quell'altra cambiale da rinnovare, quella colla firma del Richard e del signor Giacomo, era in scadenza, non c'era tempo da perdere.
Maddalena mandò subito a chiamare il Facchinetti per avere la cambiale, ma era già stata girata alla Banca Popolare.
—Alla Banca! La firma Trebeschi!—Daniele Trebeschi—alla Banca
Popolare, sotto quella di Facchinetti!
Era il disonore, il discredito della ditta Monghisoni; e in quei giorni di crisi, col timor panico da cui era preso il commercio per tante disgrazie, per tanti fallimenti, che nessuno avrebbe mai preveduto, bastava un nonnulla, una voce sinistra, una cattiva informazione, per mettere in allarme la gente e poi portare alla rovina.
Infatti, alla Banca Popolare qualcuno del Comitato di sconto, trovando quella cambiale con Facchinetti traente e Daniele Trebeschi accettante, aveva fatto molti commenti e punto favorevoli.
Si fa presto a perdere il credito.
La signora Maddalena, a quel colpo, non strepitò; non fiatò nemmeno. Stordita, accasciata, si lasciò cadere di peso sul vecchio canapè dello. scrittoio, borbottando:—La peste! La peste! Doveva essere il flagello della casa, di tutti: me lo merito; era destino.—E non disse più altro. Soltanto, dopo mezz'ora buona di raccoglimento, quando cominciò a riprender fiato, mandò in cerca del signor Mauro Piazza.
Questi era un lontano cugino di suo padre; l'unica persona colla quale essa si consigliasse qualche rara volta, nei momenti più difficili, perché il Piazza le dava sempre ragione, e la ammirava estatico per i suoi danari, per la sua testa e per la sua bellezza rigogliosa.
—Lee e poeu pù!—Era questo il motto, il saluto, la conclusione del signor Mauro.
Maddalena rimase seduta nello scrittoio ad aspettarlo. Gian Maria, Temistocle, i commessi una frotta di gente, correvano in su e in giù, gridando, chiamando, abbaruffandosi, in quel continuo caricare e scaricare, in quel fracasso, in quel tramestìo del fondaco; ma la signora Maddalena. non badava a niente, non sentiva niente; coll'occhio sempre fisso verso l'uscita di strada, aspettava il signor Mauro. La Cammilla le portava lettere, conti, bollette: essa non guardava nemmeno, appena le faceva cenno col capo di metterle tutta sul banco, nello scrittoio.
Continuava a pensare a' suoi casi e a ruminarli nella mente, mentre teneva d'occhio l'uscio di strada aspettando sempre Mauro Piazza. Quando lo vide entrare, alto, diritto, colla barba brizzolata e il pelliccione di volpe come suo padre:—Eccolo—esclamò; si alzò e fece chiamare il signor Daniele.
L'infelice, in quei giorni, stava più che mai rincantucciato negli angoli bui, per non lasciarsi vedere dalla moglie, per non lasciarsi vedere da nessuno, più spaventato ancora perché sua moglie taceva.
—Andiamo su—disse la signora Maddalena.
Salì, e si avviò, dondolando i fianchi, verso il salotto, che aprì con gran rumore di chiavi e un gran sbattachiar di porte.
Il salotto, una stanza fredda, con un forte tanfo di muffa, con pochi mobili diventati vecchi senza essere usati, non si era aperto se non per i grandi avvenimenti della famiglia; il matrimonio col signor Daniele, i funerali del signor Monghisoni, il giorno del battesimo dei figliuoli.
La signora Maddalena, sempre muta e maestosa nella solennità tragica di quel momento, spalancò le persiane, tirò le tende, prese tre sedie, che spolverò col fazzoletto e poi collocò presso ad un tavolino con sopra un gran vaso di tulipani celesti di tulle stinto.
—Sediamoci, signor Mauro.
—Semper lee e poeu pù!—mormorò il vecchiotto, ch'era rimasto assorto in contemplazione.
—Si tratta d'interdire Giacomino—disse lei di colpo.—Come si fa?
Daniele se l'aspettava; fece uno sforzo per dar la risposta che aveva preparata, ma subito gli mancò la voce, tossì.
—Parlerò oggi stesso col mio avvocato—rispose Mauro Piazza—l'avvocato Rossetti, un bravissimo avvocato. Sempre ai suoi comandi, signora Maddalena—e le posò sulle ginocchia la mano rossa e gonfia.
—Ecco… intanto… bisogna aspettare che sia maggiorenne—borbottò
Daniele, a testa bassa, strappandosi i pelolini dei calzoni.
—Ci manca poco. Io, sempre io, devo preveder tutto e prevenir tutto, in tempo debito. Quando il signor Giacomo compirà i ventun'anni, egli, sarà già chissà dove, speriamo, molto lontano; ma in ogni luogo, anche in capo al mondo, se gli si lascia un giorno solo, può compromettere il nostro nome. Lei, signor Mauro—il signor Mauro continuava ad approvare ogni parola dondolando il capo—lei lo condurrà a Genova domani stesso e lo consegnerà a quell'individuo che io poi le indicherò, maa—e tirò lungo il ma, che non finiva mai,—maa tenga bene a mente, o guai a lei!:—nessuno deve saperne niente.
Il signor Mauro giurò che non avrebbe aperto bocca.
—Nessunissimo—ripetè Maddalena.
—Nemmeno suo padre? Nemmeno suo padre?—esclamò di scatto Daniele balzando sulla seggiola, e drizzando verso il signor Mauro, giacché non osava di guardar la moglie, il naso affilato, lucente di sudore e di lacrime.
—Voi…—proruppe la signora Trebeschi, ma poi, con uno sforzo brusco, mordendosi le labbra e i baffetti, riuscì a contenersi—voi—riprese con calma studiata—siete qui per ascoltare, non per parlare. Voi non avete più voce in capitolo—e sgranando gli occhi e fissandolo come se lo volesse mangiare, ripetè:—in nessun capitolo!
—Sempre… sempre potrò… potrò parlare—balbettò Daniele con parole strozzate che gli uscivano dalla gola come singhiozzi—sempre… sempre quando si tratta di mio figlio… di… del… del mio sangue.
Maddalena si alzò di colpo; non si reggeva più; non poteva più star ferma.
—Signor Mauro.
—Comandi?
—Andrà domattina alla Banca Popolare; parlerà col direttore, farà in modo di ritirare una cambiale di tremila lire, colla firma del Facchinetti, e la firma di questo signor… padre.—E pronunziò quest'ultima parola—padre—con tutto il disprezzo e l'ironia di cui era capace.
—Come?… Come?… Alla Banca Popolare?… Alla Banca Popolare?…
Anche Daniele era annichilito.
—Alla Banca?… Alla Banca Popolare?
—Sì, sì, sì!—strillava lei ridendo, sogghignando nervosamente e andando su e giù per la stanza. Il signor Mauro, sbalordito, si rigirava sulla seggiola e si ostinava a domandare all'uno e all'altro senza ottenere risposta:—Come? è proprio il Facchinetti del Crocifisso? L'usuraio? Il Facchinetti del Crocifisso? e intanto il povero Daniele smaniava e protestava che il Facchinetti si era impegnato solennemente a non girare quella cambiale e a tenerla in portafoglio.
—Mi ha dato la sua parola d'onore! La sua parola d'onore!
—Il Facchinetti del Crocifisso?—domandò ancora per l'ultima volta il signor Piazza.
—Ma sì, in nome di Dio!—strillò Maddalena—l'usuraio! l'usuraio del figlio, l'usuraio del…—e qui un'altra occhiataccia ironica, sprezzante, furibonda—l'usuraio del padre!
—Ah, ma allora…—e il Piazza, scandolezzato, si sdraiò sbuffando sulla seggiola—allora la signora Maddalena ha tutte le ragioni, ha cento, mille, un milione di ragioni.
—Ha un torto solo, per altro, fra tante ragioni—gli rispose Daniele a mezza voce, non potendo frenare un fremito di stizza.—Ha il torto di mettere gli… estranei nelle questioni nostre di famiglia. È difficile poter giudicare di tutte le circostanze cha capitano… nella vita.
—Lui, le cavallerizze del Dal Verme, le chiama circostanze della vita, lui!—strillò Maddalena, afferrando il vecchio sbalordito, per la pelliccia e sbattendolo violentemente.—Capisce, signor Mauro? Io, quando per eccesso di prudenza, e posso vantarmene, domando un consiglio al cugino di mio padre, metto in piazza i segreti della famiglia; lui, invece, lui, che si fa menare per il naso dalle cavallerizze di rango francese, che fa ridere alle sue spalle mezza Milano, e spende a spande, e firma cambiali, e fa debiti sporchi per le Fanny, lui è l'uomo, anzi il padre, il genitore saggio e circospetto!
Daniele cercò di giustificarsi, ma sbagliò strada; pareva quasi non volesse far altro che calmare la gelosia della moglie.
—Ah, non sei stato più di due o tre sere al Dal Verme? E soltanto per tener d'occhio quella. perla del tuo ragazzo?… Hai paura, magari, che io dia in convulsioni per te?… Gelosa?… Io?… della tua faccia? Ma so, so, so, che sei incapace, incapacissimo di tradimenti!—E qui una risata peggiore delle altre.—Tu ti sei lasciato menar per il naso, ti sei fatto mettere in mezzo da quella peste di Giacomo! Lui, lui, ti ha corrotto, ti ha istupidito; lui, la rovina della casa, la rovina tua, mia, di tutti quanti; se non ci fossi io, peraltro; io, che ho gli occhi aperti.
—Brava!—esclamò il signor Mauro, voltando le spalle a Daniele.
—Io, io—continuava Maddalena—che mi sono ammazzata a lavorare tutta la vita come mio padre, perché poi i miei denari, vadano a ingrassare le signore Fanny e i Facchinetti!
—Benissimo!
Daniele protestò, rivolgendosi al Piazza, obbligandolo a voltarsi.
Anche lui, in fin dei conti, anche lui, Daniele, sudava da venti, da trent'anni in quel fondaco, in quella cantina, in quella prigione, senza mai aver domandato niente, mai niente, nemmeno un tozzo di pane, più di quel tanto che gli buttavano sul piatto come un cane; erano venti, trenta anni che sgobbava anche lui, da mattina a sera, senza aver chiesto niente, mai niente, nemmeno un giorno di riposo, un minuto di pace. In fine c'era anche il suo sangue, il suo sudore in quei danari tanto vantati dalla moglie; li avevano guadagnati insieme! E quando, un giorno, non per divertirsi, ma per suo figlio, per amore di suo figlio, che aveva commesso uno sproposito, lui, padre, voleva spendere anche tremila lire per rimediare, per pagare, credeva di poterlo fare, di avere il diritto di farlo, e di non essere, per questo, nè un vizioso, nè un ladro, nè un'imbecille.
Il signor Mauro sogghignava:
—Per una cavallerizza?… Tremila lire?… Ha ragione, signora
Maddalena.
—Caro Piazza, lei non è padre—gli rispose Daniele ancor più risentito, colla voce alterata. E forse, chissà, nell'ira, par quell'intromissione indelicata, c'entrava pure un fremito di pudore offeso, il risentimento di un'intima e gelosa verecondia: era la signorina Fanny, nell'amazzone nera, attillata, tutta la signorina Fanny, coi labbruzzi che parevan foglie di rosa, col piccolo neo dietro l'orecchio, era il desiderio, la tentazione, l'ideale che veniva buttato villanamente in pascolo alla curiosità, allo scherno di quell'omaccione plebeo.—Lei non è padre—gridò—e non può, non deve, non ha il diritto di criticare quello che può fare un padre per suo figlio.
—Finiamola!—interruppe Maddalena.—È ora di finirla col padre, col figlio, collo spirito santo!
Non ne poteva più!
—Imparate da me a saper tacere, a saper comandare anche al proprio cuore e a farvi rispettare. E imparate da me ad educare, ed anche—me ne vanto perché posso vantarmene—ad amar con giudizio e con coscienza i propri figliuoli.
—Certo!—replicò ironicamente il signor Daniele.
Amava i suoi figli, lei, e li mandava in mare, lontano, incontro ad una vita piena di stenti, di pericoli, una vita di galera! Amava i suoi figli e li voleva interdire, voleva rovinarli, disonorarli per sempre, prima ancora che cominciassero a vivere!
—E. questo perché?—rispose, sforzandosi di tornare in calma, la signora Trebeschi—per impedire che uno solo possa essere la rovina degli altri.
—Brava!… Lee e poeu pù!
—Per questo voglio imbarcare quel manigoldo; e siccome l'ha nel sangue la peste dei debiti e delle cambiali, così non c'è scampo: interdirlo, per mettersi al sicuro.
—No; niente.
Maddalena guardò suo marito trasecolata.
Grazie alla presenza d'un altro, essendo in tre, il signor Daniele aveva meno paura della moglie; e poi erano su in casa; essa poteva strillare e strepitare, nessuno sentiva. Infine, quel signor Mauro, mortificandolo e punzecchiandolo, gli dava coraggio.
Suo, figlio imbarcato? No. Suo figlio interdetto? No. E continuava a insistere, a ribattere, a ripetersi, con quella testardaggine che era pure una forza, la sola forza che vincesse in lui la timidezza.
Tremila lire? Ebbene in quegli anni aveva guadagnato altro che tremila lire! Aveva lavorato per suo figlio, le aveva guadagnate per suo figlio, le aveva spese per suo figlio! Che cosa erano in fin dei conti tremila lire? Ne poteva spendere anche trentamila senza rovinarsi… E le avrebbe spese, e ne avrebbe spese anche centomila, avrebbe speso tutto il suo per la salvezza, per l'onore di suo figlio.
Maddalena, non avvezza ad essere contraddetta, e nemmeno sentirsi rispondere, dinanzi a quell'esaltazione e a quel profluvio di parole, rimaneva sempre più attonita e sconcertata.
—Sta bene—rispose a Daniele un po' più sottovoce.—Hai perdonato? Pagheremo e ritireremo la cambiale. Ma perdonare, impara da me, non vuol dire dimenticare; perdonare non vuol mica dire tenere… quel cattivo soggetto ancora in condizione di nuocere a noi e a' suoi fratelli. Ho ragione, signor Mauro?
—Sempre.
Daniele, stupito a sua volta della moderazione di Maddalena, se ne fidò troppo: essa abbassava la voce?… Credette far bene alzandola, lui.
—Correggere—esclamò con forza, rizzandosi come sua moglie, e battendo come sua moglie un piede in terra—correggere non vuol dire… esagerare.. Si può correggerlo… senza mandarlo a fare il mozzo, in capo al mondo.
—Che cosa vuoi farne di un ragazzo che non ha vent'anni e già s'ingolfa nei debiti fino al collo, per donne di teatro?
—Correggerlo, sissignore! ma interdirlo; punto primo, non si può. e anche se si potesse, non vorrei, piuttosto… mi cambio nome. Vergogna: c'è da vergognarsi!
—Ma… se è d'una razza… se l'ha nel sangue la peste dei debiti, delle donne, del giuoco, delle cambiali?…
—Tu, tu invece—non ho paura, parlo chiaro,—tu hai nel sangue del… del veleno contro Giacomino.
Daniele gridava più forte, per non perdere il coraggio, ma era diventato balbuziente, non trovava più le parole, era come fuori di sè, ubbriacato dalla sua stessa temerità, e non sapendo che altro dire, tornava da capo colle stesse cose.
—Adesso ne pagava tremila delle lire?… ne avrebbe anche pagate trecentomila!… Era stufo di piegar la schiena, di servire, di tremar sempre, di far la bestia, di non essere padrone di niente, nemmeno dei suoi figli, delle sue creature, del suo sangue!
—Ma se è appunto per salvare i tuoi figli—soggiunse Maddalena strascicando le parole e sorridendo con una dolcezza che graffiava—se è per salvarli che io voglio allontanare…—quello là!
—Quello là deve essere amato e rispettato come gli altri, quello… quello là è mio figlio come gli altri; e lei, signor Mauro, la finisca, sissignore, anche lei, la finisca di voltarmi le spalle, di compatirmi, di… di… di sogghignare.
—Tu finiscila! Tu! Basta; basta! Basta di alzar la voce!
Maddalena, ormai fuori di sè, aveva, perduto affatto il lume degli occhi, e siccome Daniele, sebbene un po' scosso, con voce più rotta e più bassa, continuava sempre a rispondere, essa lo afferrò per la cravatta, per il colletto, e prese a scuoterlo violentemente.
—Basta di alzar la voce! Hai capito? Basta! Adesso basta, basta,—basta!
—No… no… non basta! No… mio figlio…—si ostinava a ripetere
Daniele, mezzo strozzato.
—Ma che tuo figlio!… Tuo figlio! Quello là non è mai stato tuo figlio! Hai capito? hai capito?
Maddalena rauca, accesa in viso, continuava a tenere il marito per il collo, a stringerlo, a scuoterlo sempre più forte.—Hai capito?… Hai capito?… Allora basta di gridare, basta di seccarmi. Va! Va via!… Fuori dei piedi!—e così dicendo, gli diede tale una spinta che lo mandò traballante fin contro l'uscio.
Poi, a poco a poco, s'andò calmando e mentre si ravviava i capelli arruffati e l'abito sgualcito, ripigliò:
—Avrei dovuto dir tutto anche prima: ho taciuto per riguardo tuo: adesso lo hai voluto tu. Me ne hai fatto un caso di coscienza: colpa tua. Del resto, se mi è capitata una disgrazia… tutte quelle che perdono la testa dovrebbero imparare, da me, come si fa a vincersi, a rimediare, a riparare. Non è vero, signor Mauro?
Questa volta il signor Mauro, che era rimasto a bocca aperta, trasalì, ma non disse verbo.
—Tu—continuò Maddalena, rivolgendosi al marito—quando saprai tutto, imporrai le tue condizioni: la mia punizione, se sarò stata colpevole. Sei il capo della famiglia, farai tutto ciò che crederai più necessario: fa tu, pensaci tu, Ricordati però che il nostro nome, che l'onore e il credito della ditta Monghisoni, non è nè tuo nè mio: è dei nostri figli, di Temistocle e di Gian Maria. Ed ora…—la signora Maddalena cominciava a commuoversi—ed ora… questo posso giurare… se… mi è toccata una disgrazia, non ho… non ho rimorsi!
Vinta dall'affanno, dette in un pianto dirotto, e senza dir altro uscì dalla stanza sbattendo l'uscio.
I due erano rimasti attoniti, trasognati.
—Signor Mauro—disse poi Daniele sottovoce, come per interrogarlo.
—Io?…—rispose l'altro abbottonandosi la pelliccia.—Io…Io per me non lo crederò mai; nemmeno, nemmeno se avessi visto coi miei propri occhi.—Si cacciò il cappello in testa, e se ne andò lentamente, pesantemente, senza mai guardare il signor Trebeschi, senza nemmeno salutarlo.
Daniele, lo vide uscire, lo sentì scendere le scale, ma non si mosse: fermo, immobile, pietrificato, restò lì un bel pezzo a pensare.
—Imparate da me!… Imparate da me!…—mormorò alla fine, scrollando il capo, sospirando melanconicamente.—Belle cose da imparare.
Ma, poi, quando rientrò nel fondaco—si era fatto tardi; era l'ora di chiudere—diede tutti gli ordini e le istruzioni necessario ai commessi, con voce più forte, più alta delle altre sere.
Per la prima volta, il signor Daniele cominciava a sentirsi un po' padrone in casa sua.