IV.
Il Casalbara, appena arrivato a Milano, dovette mettersi a letto. La scena colla moglie e il ritorno da Nizza fatto a precipizio, con un tempaccio del diavolo, lo avevano ridotto in uno stato compassionevole. Era orrendamente infreddato, alla testa, ai bronchi; aveva paura di morire, aveva paura di sua moglie e aveva paura di perderla: soffriva, soffriva e non capiva più niente.
Nora, durante tutto il lunghissimo viaggio, non gli aveva mai rivolto la parola. Era rimasta sempre ferma al suo posto dall'altra parte del cupé, impenetrabile e muta, colla piccola riga bianca in mezzo alla fronte torva, aggrottata.
Il povero vecchio, tremante di febbre, osava appena guardarla, furtivamente, cogli occhi rossi, gonfi, lacrimosi, e cercava di impietosirla, mormorando:
—È finita!… È finita per me!
L'altra rimaneva immobile, fissa e rigida al suo posto. Soltanto dopo Novara, mentre infuriava il temporale e la pioggia fitta sbatteva contro i vetri, essa gli aveva detto brevemente e seccamente:
—Domani parlerò io col Vigliani.
—Sì…. cara…. tutto…. tutto ciò che vuoi!—si era affrettato a rispondere il povero marito scosso e consolato dal suono di quella voce, sebbene aspra e imperiosa.
Ma poi, vedendo che nemmeno la sommissione così pronta, così umile riusciva a placare Eleonora, tornò a gemere, a tossire, a sospirare, a mormorare tutto tremante e intirizzito:
—È finita!… È finita per me!
La duchessa, subito la mattina dopo, per far più presto, invece di mandare a chiamare il ragionier Vigliani, si recò lei stessa, direttamente al suo studio.
Non erano ancora le dieci e nondimeno il piccolo stanzino angusto e polveroso che serviva di anticamera, era già pieno di gente che aspettava: un monsignore, due avvocati che discutevano fra di loro, e una grassa matrona, vestita di tutti i colori, coi baffetti neri e i riccioloni a rubacuori incollati sulle tempie.
Nessuno si scosse all'entrare di Nora; erano abituati a ogni sorta di clienti.
—Prego, faccia avvertire il ragionier Vigliani che c'è la duchessa di Casalbara,—disse Nora, a mezza voce, in fretta, allo scrivano, che faceva anche da portiere.
Questi, un bel giovanotto ben pettinato e colla camicia scollata, non lasciò la signora duchessa ad aspettare in anticamera, ma la fece passare, andandole innanzi, e spalancando gli usci, nel salotto privato del ragioniere.
—Il signor Vigliani ha gente, ma verrà subito,—e dopo di aver pregato la signora duchessa di avere la bontà di accomodarsi, se ne andò, camminando in punta di piedi.
Nora, entrando nel salotto basso, tetro colle tappezzerie giallognole, trasudanti l'umidore, aveva sentito venirsi in faccia una zaffata di rinchiuso e di cavoli riscaldati: si guardò attorno: appeso in alto, alla parete di mezzo, il ragionier Vigliani collo spillone di brillanti, sorrideva dal suo grande ritratto ad olio, fra le oleografie di due sultane.
Nora si seccava ad aspettare: ma non aspettò che pochi minuti.
Il Vigliani entrò quasi subito, come una bomba, strisciando e ruzzolando, profondendosi in inchini, in complimenti, in esclamazioni superlative.
Appena ripreso fiato, appena ebbe fatto sedere la signora duchessa, le domandò del signor duca, tenendosi ritto dinanzi a lei colle mani congiunte.
—È rimasto a letto. Si è un po' infreddato nel viaggio.
—Voglio sperare che sarà un'indisposizione leggerissima, affatto passeggera….—E il ragioniere sgranava gli occhi in segno del più vivo interessamento. Ma Nora tagliò corto colle chiacchiere.
—Capirà benissimo perchè sono corsa da lei in questo modo. Non potevo aspettare, sono troppo inquieta, troppo spaventata. Voglio sapere subito come stanno le cose, voglio sapere tutta la verità. Mio marito mi ha fatto leggere la lettera del Kloss e la sua. E sono qui anche per incarico di mio marito, che non può muoversi.
Il ragionier Vigliani, inquieto, cominciò a sospirare, alzando gli occhi al cielo, stringendosi nelle spalle, allungando le braccia.
—Voglio saper tutto,—ripetè la duchessa.
L'altro, ancora un po' sossopra, balbettò:
—Allora mi farò coraggio… per ubbidirla,—e cogli occhi cercò il posto dove sedersi.
Ma appena il Vigliani cominciò a parlare d'affari, diventò un altr'uomo; mutò voce, espressione; non era più confuso, non si sentiva più impacciato. Fece passare la duchessa sul canapè perchè stesse più comoda, e sedette a sua volta, si sdraiò sulla poltrona accanto, accavalciando le gambe l'una sull'altra. Parlò chiaro, esplicito, quasi duramente.
—Bisogna vendere il palazzo di Milano, bisogna vendere la villa e i fondi di Casalbara. Bisogna ridursi a vivere a Bergamo…. con una quindicina di mille lire all'anno. E questo bisogna farlo subito.
—Subito?
—Tirando in lungo, perdendo una buona occasione non si salva più nulla!
—Subito?… Subito?…—ripetè Nora, quasi con un gemito nella voce tremante.
L'altro parlava sempre in fretta, guardando spesso l'orologio della caminiera, dimenando la gamba che aveva a cavallo sull'altra, e mostrando la calza bianca, grossa, sotto la scarpaccia inzaccherata.
—Lei, povera signora duchessa, lei sconta adesso quella… quella diremo… ostinazione del signor duca di non avermi mai ascoltato, quando raccomandavo col dovuto rispetto, di limitare le spese secondo le rendite: Mah! siamo sempre andati avanti, in tutti questi anni, non per colpa mia, ci tengo a dichiararlo, come ai beati tempi dei Casalbara, signori e padroni di terra e castella, col diritto delle decime e di batter moneta!
Nora, sempre dandogli ragione perchè non le conveniva di colpo disgustarlo, cominciò a fare qualche domanda circa le rendite, gli aggravi, il patrimonio.
Il Vigliani l'interruppe, alzandosi d'un tratto.
—Un momentino, scusi… permetta,—e uscì sempre strisciando, e ruzzolando, per ricomparire quasi subito con un fascio di carte, che spiegò dinanzi a Nora, dopo essersi inforcati gli occhiali sul naso.
—Ecco qui, signora duchessa. Veda lei stessa il riassunto dei bilanci degli ultimi anni, che ho fatto estrarre appunto in questi giorni.
Nora, seguiva il dito grosso, villoso, dalle unghie sudice e rosicchiate del ragioniere, che segnava le cifre; ma non riusciva ad afferrare, a sapere tutto ciò che avrebbe voluto.
Il Vigliani, quando ebbe finito di mostrarle tutte quelle annotazioni e di farle osservare tutte le passività che gravavano sul patrimonio, concluse, mettendo le carte sul tavolo e posandovi sopra gli occhiali:
—Come ho scritto al signor duca, e come ho già detto alla signora duchessa, non c'è altro da fare: vendere il palazzo di Milano e vendere la villa di Casalbara, per la quale, anzi, proprio in questi giorni, mi sarebbe capitata una buonissima occasione.
Nora, pallidissima, si sentiva oppressa dal tono perentorio del ragioniere.
—Non si potrebbe aspettare… almeno… almeno qualche mese?—balbettò colla voce soave, insinuante, piena di lacrime.—Se il Vigliani avesse voluto, avrebbe potuto salvarla,—pensava. E avvicinandosi vivamente al ragioniere, lo fissò coi bellissimi occhi, imploranti.
—Impossibile, signora duchessa. Abbiamo le cambiali del Kloss. La prima, non ricordo bene la data, ma deve certo scadere fra pochissimi giorni. Per tale scadenza occorre la somma; questa al momento non si può trovare; ci penserò io…. come per le altre. Ma deve camminare di pari passo l'alienazione degli stabili.
"Se il Vigliani avesse voluto, avrebbe potuto salvarla"—pensava Nora, e continuava a guardarlo, a fissarlo, a supplicarlo cogli occhi, senza parlare.
—Le domanderei soltanto di aspettare qualche mese…—balbettò infine.—Lei così buono, che ha sempre avuto tanta affezione…. per noi…. Pensi al mio amor proprio: Ho tanti nemici! Riderebbero di me!… Invece, lasciando passare qualche mese, preparando la notizia a poco a poco, farebbe minor impressione. Lei è tanto buono; ha sempre avuto tanta affezione per mio marito; ne abbia un po' anche…. per me!
E la duchessa gli si avvicinò ancora di più, col bel viso acceso, molle di lacrime.
Quel vecchio ragioniere dai baffi e dalle fedine tinte, quel vecchio grasso, volgare e sudicio, gocciolante; un sudore untuoso, non le destava nè ribrezzo, nè repulsione. Era l'uomo che poteva conservarle, almeno per qualche tempo, il palazzo di Milano, la villa di Casalbara, la sua grandezza, il suo sfarzo!…
Ma non aveva fortuna! Il Vigliani rimaneva affatto insensibile: meglio ancora, non vedeva niente, non capiva niente. Il Vigliani era un uomo d'affari, non aveva in mente altro che i debiti, le cambiali… e il poco tempo che aveva da perdere.
Quando sospirò e guardò la duchessa con un certo intenerimento, fu soltanto per dirle:
—Un buon cerusico dev'essere senza pietà. Se non ha mai voluto ascoltarmi suo marito, mi ascolti lei, che ha tanta intelligenza. Parlo per il bene di entrambi. Oggi, infine, non c'è da disperarsi. Se non il lusso, le rimane ancora una certa agiatezza, che moltissimi le invidierebbero. Domani, sarebbe certo una rovina estrema, irreparabile.
Ma la signora duchessa continuava a tacere, a gemere, a guardarlo, a fissarlo… e non si moveva: allora egli lanciò un'ultima occhiata all'orologio e si fece coraggio, alzandosi di colpo.
—Devo correre al tribunale, per un consiglio di famiglia…. Sono già in ritardo.—E facendole mille scuse, domandandole mille perdoni, accompagnando la signora duchessa fin sulla scala, tornò a profondersi in inchini, in proteste, in complimenti.
Nora, quando uscì dalla casa del ragioniere, era furente.
—Vuol costringerci a vendere, perchè avrà il suo interesse: È per il suo interesse che non vuol perdere le buone occasioni!
E Nora, lì per lì, pensò di consigliare e di imporre a suo marito di affidarsi ad un altro amministratore.
Quando rientrò nel suo palazzo, il maestoso portiere dalla lunga barba bianca, si era messo in gran livrea.
Nora sospirò. Anche quel magnifico portiere avrebbe perduto! Eppure era stata una delle tante attrattive del duca di Casalbara, una delle attrattive che l'avevano indotta a sposarlo!
Non era con quel palazzo dal grande giardino ch'essa aveva cominciato a fare all'amore? Col palazzo dall'antico cancello di ferro, dallo stemma dorato e la corona ducale e il magnifico portiere che pareva il re della contrada?
Quante volte era passata di là!… Quante occhiate furtive dentro a quel portone, sotto l'atrio a colonne o nel cortile immenso! E quanti sorrisi di compiacenza, di orgoglio pensando: Sarò io la duchessa! Sarò io la padrona!
Invece doveva venderlo! Non poteva goderlo, in pace, nemmeno per un giorno! E perchè? Perchè suo marito si era rovinato col giuoco, colle donne, col Kloss.
Che trionfo per il Laner… e per quel mostro di Evelina!…
Si fermò, ancora sospirando, sul ripiano del grande scalone di marmo, dal morbido tappeto, colle pareti a specchi, a stucchi dorati, coi fiori olezzanti nei vasi enormi!…
Tutto le pareva ancor più bello, più ricco, più grande! Che dolore! Che dolore! E che desiderio, che brama di tutto conservare! Avrebbe dato una parte del suo sangue, della sua vita! Come si vendicava quel Kloss, per non aver essa mai voluto saperne delle sue licenze, delle sue confidenze, de' suoi abbracci!… E dire che essa lo aveva sempre creduto uno straccione in confronto del duca di Casalbara!…
Invece…. tutto il contrario….
Nora non sospirava più. Pensava, rifletteva, attraversando adagio adagio tutte le sale del vasto appartamento.
Invece…. tutto il contrario….
Se il Kloss non fosse stato in collera, avrebbe continuato a rinnovar le cambiali, non li avrebbe spinti a quel precipizio….
Si avvicinò a una finestra: guardò il giardino, il cortile, il magnifico portiere che passeggiava sotto l'atrio, e tornò a sospirare.
D'un tratto corrugò la fronte, un rossor vivo, un fuoco le salì alla faccia.
—Si…! Si!—bisbigliò,—tutto per tutto. Bisogna tentare col Kloss!
E corse subito nel suo gabinetto di toelette, passando dinanzi alla camera del duca, ma senza nemmeno fermarsi per salutarlo.
Scrisse al Kloss, in fretta, su due piedi, col lapis, e appena gli ebbe mandato la lettera alla banca, si sentì più tranquilla, più sicura.
Certo il Kloss, sarebbe corso da lei, subito!
Infatti il bigliettino era pressante:
"Ho gran bisogno di parlarle. Mio marito è a letto ammalato. Temo ne avrà per molti giorni. E proprio in questo momento in cui sono oppressa da mille imbrogli di affari e d'interessi, che non arrivo nemmeno a capire!
"Del nostro ragioniere non ho certo a lodarmi…. e mi persuade fino a un certo punto! Sono sola, non so che cosa fare, nè a chi rivolgermi. Procuri di venir subito: sentirà, vedrà, mi potrà dare qualche consiglio. Sto in casa apposta ad aspettarla."
Nora calcolò il tempo che poteva impiegare il servitore ad andare…. e il Kloss a venire…. e intanto si cambiò di vestito perchè colla corsa della mattina e col caldo si era tutta sciupata. Pensò, guardò, scelse e indossò una sua veste da camera leggerissima, morbida, tutta di crespo rosa e di merletti, e per aver più fresco, per riposarsi, allentò un poco i capelli, tanto che scrollando il capo con forza si sarebbero sciolti sulle spalle come un'onda d'oro.
Francesco Kloss era alla banca: vista appena la lettera, a buon conto, fece dire al servitore che era fuori:—poi la lesse, la rilesse, accendendosi in volto, cogli occhietti torvi, da satiro, che luccicavano…. Intravvide il pericolo e fissò immediatamente il suo piano, facendo un saltetto e una sghignazzata, per scuotersi, per stordirsi.
—Mi andassi supito a Carlsbad tomani mattina: ma per cuella matama mi partissi stasera!
Pure bisognava rispondere. "Cuella matama" al presente, era la duchessa di Casalbara, era la moglie di un suo amico, gli aveva scritto, stava a casa apposta ad aspettarlo e bisognava rispondere.
Rilesse la lettera….—sentirà, vedrà, mi potrà dare qualche consiglio….—Penissimo!—In questo posso servirla!
E fece chiamare il signor Galli.
Il Kloss non aveva mai detto niente al suo procuratore delle cambiali del Casalbara. Erano piccoli affaretti del portafoglio particolare. E come al suo procuratore non ne aveva parlato prima, tanto meno ne parlò adesso!…
Il Kloss pregò soltanto il Galli di volersi recare il giorno dopo, in vece sua, dalla duchessa di Casalbara: gli disse che la duchessa voleva essere consigliata, aiutata nella sua amministrazione, perchè aveva il marito ammalato ed era malcontenta del suo ragioniere, e concluse galantemente:
—Tranne tanee, tutt coss a sua tisposizion!
Rimasto solo, tornò a fregarsi le mani.
—Matama ha bisogno di un racioniere? Penissimo! Le mandassi il mio!—E scrisse subito alla signora duchessa—per non farla restare in casa inutilmente—una lettera molto gentile.
"Essendo quel giorno occupatissimo per un'importante seduta alla banca e dovendo partire alle 5.50 per Carlsbad era spiacentissimo di non poterla vedere. Ma la mattina dopo sarebbe venuto da lei il suo procuratore generale, il signor Ambrogio Galli, coll'ordine espresso di mettersi in tutto e per tutto a sua disposizione. Il signor Galli era una persona molto seria, e di molto valore. La signora duchessa poteva fidarsene interamente. Avrebbe avuto tutti gli schiarimenti e tutti i consigli, e tutto l'aiuto che sarebbe stato del caso." Il Kloss la pregava di salutare, a suo nome, il caro amico Giovanni, che sperava di trovare al suo ritorno pienamente ristabilito, le riconfermava i sensi della sua profonda stima e devota amicizia, dichiarandosi sempre pronto "all'onore di servirla in tutto ciò che la signora duchessa potesse desiderare" e finiva col baciarle ossequiosamente la mano.
Nora, leggendo quella lettera, impallidì, con un'espressione sinistra, iraconda.
—Villano!…
Ma poi si calmò.
Le mandava il suo procuratore generale?… Con quali istruzioni?…
Certo coll'ordine, almeno, di rinnovare le cambiali.
"Avrebbe avuto tutti gli schiarimenti, tutti i consigli; tutti gli aiuti che sarebbero stati del caso…." Almeno le cambiali sarebbero state rinnovate!
E Nora si sentì consolata, scacciò tutte le ansie con una alzata di spalle e per quel giorno non volle pensarci più.
Ma bisognava avvertire anche Giovanni, di quella visita del signor Galli, procuratore del Kloss. Si recò direttamente nella camera del marito, senza nemmeno pensare al modo di spiegare e di fargli accettare quel fatto: era troppo sicura di sè!
Il duca spasimava: in seguito alla reumatica e alla infreddatura intensa, contratta durante il viaggio, gli si era manifestata un'acuta nevralgia: il chiodo solare, come gli aveva detto la cameriera.
La stanza era completamente buia. Nora, appena entrata, schiuse una delle imposte.
Il Casalbara, sepolto sotto le coperte, volse il capo vivamente, con un gemito.
—E così?—gli domandò Nora, restando sempre presso la finestra.—Vuoi che faccia chiamare il medico?
—No…. no… grazie….—rispose l'altro colla voce fioca.
Nora gli si avvicinò.
Il Casalbara, steso sul letto, sotto le coperte pesanti, aveva la testa affondata nei cuscini e ravvolta in un foulard. Non lo si vedeva nemmeno.
—Cara….—bisbigliò quando Nora si fermò in piedi accanto al letto; e i suoi poveri occhi gonfi, lacrimanti, pure nell'ombra, sotto le coperte, sotto il foulard ebbero un raggio di tenerezza…. un'espressione viva e dolente che domandava amore e pietà.
—Vuoi mangiare qualche cosa?—gli domandò Nora, mettendogli la mano sulla fronte per sentire se scottasse.
—No…. no…. grazie,—risposo prostrato con un senso di commozione.
—Vuoi una tazza di tè?…
—Grazie, cara…. adesso soffro troppo…. Grazie…. più tardi.
Nora notò che al malato dava fastidio anche quella luce è andò a chiudere di nuovo la finestra; la camera rimase ancora tutta buia.
—Sono stata dal ragioniere Vigliani,—disse poi colla voce sicura.—E mi sono convinta che ha il suo tornaconto nell'obbligarci a vendere.
Dal letto rispose appena un gemito fievole.
Vi fu qualche minuto di silenzio; poi Nora ripigliò sempre impassibile:
—Più tardi, quando appunto ritornavo dal Vigliani, ho incontrato il
Kloss, sul Corso, e mi ha detto di salutarti.
Il letto scricchiolò. Il Casalbara, di colpo, si era alzato diritto a sedere.
Nora, pur nel buio, ne vide l'immagine bianca.
—Parte stasera per Carlsbad,—continuò.
Il letto scricchiolò ancora; il Casalbara si era lasciato ricadere disteso.
Nora gli andò vicino, gli tirò le coperte fin quasi sugli occhi, gli accomodò il foulard, poi ripigliò:
—Gli ho detto che non mi fidavo molto del nostro ragioniere, che tu eri malato, che avrei avuto bisogno di qualcuno per aiutarmi, per vedere un po' come davvero stanno le cose. Il Kloss mi manderà domani mattina il suo procuratore, un bravissimo uomo, il signor Galli.
Nora non poteva vedere le lacrime che cadevano silenziose dagli occhi del duca.
Nella camera si soffocava: dopo un momento essa domandò:
—Vuoi che socchiuda l'uscio per lasciar passare un po' d'aria?
—No.
—Vuoi del ghiaccio?
—No.
—Ti alzerai più tardi?
—No.
—Per l'ora del pranzo?
Questa volta il malato non rispose nemmeno.
—Allora, buona notte!—esclamò Nora, dopo un momento. E se ne andò.
In fondo all'appartamento, dopo il suo spogliatoio, v'era un'altra piccola stanza da letto: Nora la fece preparare per sè.
E intanto che ordinava, che faceva preparar la camera, Nora si godeva a visitare il lungo guardaroba dagli armadi solidi, pesanti, colmi delle telerie, delle fiandre antiche e preziosissime di casa Casalbara; si godeva a visitare i forzieri dell'argenteria, le grandi scansie a vetri delle porcellane e delle maioliche.
—Certo…. le cambiali sarebbero state rinnovate!…
Si godette a desinare sola soletta nel bel stanzone da pranzo, dalle finestre che davano nel giardino, tutte verdi per lo sfondo degli abeti.
Dio! Era il primo giorno che non aveva l'oppressione di quell'uomo, delle solite moine, dei soliti discorsi!…
Dopo pranzo andò a fare una buona scarrozzata.
—In ogni modo, quando fosse stato il momento, si si sarebbe potuto vendere soltanto Casalbara!
I bastioni erano deserti: tra le fila cupe degli ippocastani, le nottole e i grossi farfalloni danzavano attorno ai globi della luce elettrica.
Ritornando, scendendo da Via Manin, Nora rivide la piccola stradetta dietro il Museo dove aveva avuto la gran scena col Laner.
—Povero Pietro!…—e sospirò; sospirò con un'espressione di malinconia inconsapevole, ma tenera, soave….
—Povero Laner!
—Ah!… che piacere quell'aria fresca, frizzante! Era la prima volta che girava sola in carrozza, senza "quel peso!" Che piacere!
D'un tratto, in via Santa Margherita, mentre Nora pensava ancora alla stradetta dietro il Museo, e alle furie dell'innamorato, ecco… ecco appunto Pietro Laner! Pietro Laner e l'Evelina!
Evelina andava innanzi urtata dalla folla, più gobba, più goffa che mai! Pietro Laner le teneva dietro, a testa bassa….
Quando Nora passò loro accanto colla carrozza, finse di non vederli; ma le attraversò il cuore un impeto di collera, un impeto strano di gelosia e di rimpianto!
Adesso Nora lo sentiva, lo capiva: aveva avuto altre simpatie, oltre il tenente Calafà, ma il suo primo amore, il suo vero amore, era stato il Laner.
E se il Vigliani la spuntava e le faceva vender tutto? Se il Kloss non avesse voluto rinnovare le cambiali?
—A casa!—ordinò al cocchiere.
Era stanca; aveva bisogno di riposare il corpo e la mente.
Appena arrivata fece le scale di corsa, slacciandosi i nastri del cappellino per fare più presto a svestirsi: non vedeva l'ora di buttarsi in letto, di dormire.
—Ah!… finalmente!
Sull'uscio dello spogliatoio si fermò perplessa, inquieta. Non doveva passare da Giovanni? Era già arrabbiato…. Non lo avrebbe fatto arrabbiare un po' troppo, piantandolo solo a quel modo, senza neppure la buona notte? Ma cacciò via le inquietudini con un'alzata di spalle.
—Potrò sempre calmarlo domani!—e chiuse l'uscio a chiave.
—Ah! Un po' di riposo!… Un po' di libertà!
E continuava a ridere, svestendosi in fretta, buttando di qua, di là, allegramente, i vestiti, le scarpette, le calze…. e ridendo saltò nel letto e continuò a ridere, con fremiti di piacere, allungandosi, rivoltandosi sotto le lenzuola leggere, freschissime.
—Ah! Che gioia! Che gioia!… Che felicità!… Dopo tanto tempo era sola, era sola…. sola finalmente!