V.
Il giorno dopo, alle undici precise, il signor Ambrogio Galli si faceva annunziare alla duchessa di Casalbara. Il procuratore della banca Kloss aveva indossato il vestito nero e messo il cilindro nuovo, che portava soltanto la domenica, quando accompagnava la moglie a messa, a San Carlo, e a colazione al Trenk. Le mani gli penzolavano lungo i fianchi, strette, legate nei guanti color sangue.
Molto volontieri avrebbe fatto a meno di quella visita! Per le sue idee di rivendicazione e di giustizia sociale, non voleva confessare di patire ancora certe debolezze, certe timidezze affatto borghesi. Si sentiva intimidito…. molto impacciato, propriamente e solamente perchè doveva presentarsi a una "duchessa".
Lei, come lei, la signora duchessa, glielo avevano detto, era la figlia, la nipote, una parente qualunque di Matteo Cantasirena. Ma era diventata duchessa di Casalbara…. E il signor Galli ripeteva quel nome, come per abituarsi, allungando lo dita nei guanti color sangue:
—Duchessa di Casalbara!… Mah! Gli uomini,—pensava,—restano sempre quello che sono; le donne, invece sono…. quello che diventano!
Aveva anche sentito che la signora duchessa era bellissima….
—Le avranno detto almeno che sono sordo? Saprà di parlar forte?—borbottava fra sè, con una certa stizza.
Il signor Ambrogio era stato altre volte, per affari, in case aristocratiche, ma era entrato soltanto nello studio dell'amministrazione, aveva parlato soltanto con uomini.
—Auff! Che seccatura!—E attraversando l'anticamera dietro il servitore che lo precedeva per annunziarlo, mandava a quel paese il signor Kloss e si pentiva di non essersi almeno informato di certe regole più elementari dell'etichetta.
Aveva lasciato il cappello in anticamera. Aveva fatto male? Doveva tenersi i guanti? Come doveva chiamarla?… Signora duchessa?… Altezza?… Che altezza! Non ce n'erano più di altezze! Tutti eguali, tutti fratelli!… Ma tratteneva il respiro, attraversando quelle sale grandi, silenziose, cupe…. Era intimidito dal rumore delle sue scarpe grosse sui parquets.
Quando si trovò dinanzi alla duchessa, s'inchinò profondamente, senza parlare, e quando essa gli offrì la mano, il signor Ambrogio, con un tremito stese la sua diritta, come se sfiorasse la piletta dell'acqua santa.
Nora lo guardò e gli parlò sorridendo, con grande affabilità, come se lo conoscesse da un pezzo.
—Il signor Kloss è stato molto buono con me, procurandomi il piacere di questa sua visita. Ma non vorrei avesse abusato della sua gentilezza.
L'altro continuava a inchinarsi senza dire di no: cercando la parola e non trovandola.
—In tal caso, le domando perdono per me e per il signor Kloss.
La voce di Nora era alta e chiara; ma il Galli non intese queste ultime parole: non tanto perchè fosse sordo, quanto perchè era troppo confuso.
S'inchinò un'altra volta, poi balbettò:
—Sono a' suoi ordini, signora….—e non ebbe il fiato, il coraggio di aggiungere: duchessa.
Nora sedette nella sua poltroncina presso la scrivania, in un angolo del salottino, sotto la finestra, e fece sedere il signor Ambrogio in un'altra poltrona dinanzi a lei.
—Mio marito le fa tante scuse. Non può alzarsi. È stato ripreso da un accesso nevralgico: soffre assai e non può sopportare la luce.
Il signor Galli, seduto, fece un altro inchino, sporgendo il capo. Questa volta Nora aveva parlato nervosamente, in fretta; egli non aveva proprio capito nulla.
Nora aveva avuto quelle notizie dalla cameriera. Era stata fin sull'uscio della camera del duca, ma non era entrata: erano bastate quelle poche ore: sentiva per suo marito un senso quasi invincibile di repulsione.
Intanto, essa aveva presa una sigaretta per sè e ne aveva offerta una al signor Galli, che, ringraziando, disse una delle poche bugie della sua vita:
—Grazie, non fumo.
In quel momento sarebbe stato troppo imbrogliato coi guanti, la sigaretta, il cerino.
Nora, sempre sorridente e cacciando il fumo dalla bocca, movendo le labbra come se volesse dar dei baci, continuava a parlare, ma l'altro continuava a non capir bene.
Allora si sentì ridicolo, ritrovò la propria fierezza, e, per mettersi al suo posto, per fissare nettamente che non era lì nè per fumar sigarette nè per far complimenti alle duchesse, ma soltanto quale un vecchio uomo d'affari, esclamò colla voce forte:
—Non so se il signor Kloss ha avvertito la signora duchessa che io sono un po' sordo.
Nora lo guardò co' suoi grand'occhi dolcissimi, dai quali spirava la più viva simpatia, mista alla maraviglia.
—No…. davvero! E non ce n'era di bisogno dal momento…. dal momento che non me ne sono accorta!—E sorrise ancora: sorrise schiettamente, con una grazia, un incanto quasi infantile.
Il signor Ambrogio era un uomo serio, semplice, buono; ma ci pativa d'essere sordo, e non potè a meno di sentirsi lusingato da quelle parole.
—È proprio una vera signora!—pensò tra sè.
Nora aveva tenuto fin allora sulle sue ginocchia un grosso fascio di carte: l'estratto, il riassunto dei bilanci fatti dal Vigliani: diventando seria, malinconica, sospirando, li porse al signor Galli.
—Veda lei, mi dica lei cosa si deve fare: il signor Vigliani mi ha tanto spaventata,—e stendendogli con abbandono e con fiducia la manina rosea, trasparente, mormorò:—Mio marito è ammalato…. io non capisco niente….
Il signor Galli prese le carte, cominciò a sfogliarle, a esaminarle; ma da quelle carte non poteva capirne un gran che e lo disse subito alla signora duchessa.
Desiderava vedere tutti i bilanci per esteso; desiderava un abboccamento col ragionier Vigliani. Lo conosceva, era un galantuomo. Pregava soltanto la signora duchessa di avvertirlo con un biglietto, che la mattina dopo si sarebbe trovato al suo studio. Così, su due piedi, non poteva certo formarsi un giudizio, un criterio dello stato reale del patrimonio. Occorreva un po' di tempo, un po' di quiete. Bisognava esaminare le cause del dissesto…. e studiare i provvedimenti da consigliarsi..
—Ecco, precisamente!—esclamò Nora trionfante.—È quello che dicevo anch'io al Vigliani, e che il Vigliani non vuol capire.—E Nora marcò molto le ultime parole.
—Il ragionier Vigliani si sarà già formata la sua idea e potrà dare il suo parere in proposito,—rispose calmo il Galli, continuando a sfogliare le carte.
Nora, lo fissava attentamente. Il procuratore non le aveva nemmeno portato i saluti del Kloss, non aveva fatto nessunissimo accenno che potesse riferirsi alle istruzioni ricevute…. Cominciava ad essere inquieta. Il Galli badava soltanto alle sue carte…. e troppo poco a lei. Non faceva nessun accenno, nessuna promessa….
—Che cosa lo aveva mandato a fare il Kloss?
La duchessa ebbe un lampo di collera, gittò la sigaretta, ma poi tornò a calmarsi, a sorridere, e allungando le braccia, congiungendo le mani sulle ginocchia, si chinò, si allungò, si avvicinò verso il signor Ambrogio.
Questi sentì quella vampa calda, quel "suo" odor di bionda e di lilas de Perse, e abbassando gli occhi, le vide attorno al collo, fra i merletti della veste da camera che nel chinarsi le si apriva sul petto, una piccola catenella d'oro che si moveva, si alzava, scendeva, si sprofondava ad ogni respiro, ad ogni movimento.
Nora gli si appressò ancora, per parlargli proprio vicino all'orecchio.
Il signor Galli, che alla vista della catenella d'oro era fuggito via cogli occhi e aveva arrossito, parendogli quasi di aver commesso una colpa, accennò lentamente di no col grosso testone e la guardò, la fissò in volto attentamente, per capir meglio.
—Il signor Kloss,—soggiunse Nora esitando…. arrossendo a sua volta….—il signor Kloss…. non le ha parlato…. particolarmente di mio marito?
L'altro continuò a scrollare il capo, e la guardò più attentamente.
—Sa, nevvero, di certi impegni urgenti…. per provvedere ai quali siamo tornati apposta da Nizza?
—No…. niente, signora duchessa,—-rispose il Galli, maravigliato.
Nora si alzò in piedi, scattando, e il Galli lentamente, sempre guardandola maravigliato, si alzò in piedi egli pure.
—Le cambiali?—gli disse Nora chiaramente, ma all'orecchio, per paura che di là la cameriera, il domestico potessero sentire.
—No…. No…. Quali cambiali? Cambiali di chi?—balbettò il Galli stupito da quella domanda, da quella rivelazione, turbato dalla vicinanza di Nora, e dalla piccola catenella d'oro che gli era tornata sotto gli occhi.
—Proprio niente…. non mi ha detto niente.
Nora, colpita, atterrita, nell'ansia del momento e non volendo, non potendo gridare, gli mise la bocca quasi sull'orecchio.
—Le cambiali? Le cambiali rilasciate da mio marito al signor Kloss?
Quasi cento mila lire?…
—Non so niente; non mi ha detto niente.
—Niente?… Ma allora…. anche il signor Kloss mi ha ingannata! È per queste cambiali che il signor Vigliani mi costringe a vendere tutto…. persino la casa…. persino la nostra casa!
Il Galli abbassò il capo; gli passò nell'occhio mite e grave un'ombra di tristezza e sospirò.
Il signor Kloss doveva averne fatta una delle sue!
—Dio! Dio!—mormorò Nora, e si lasciò cadere piangendo sulla poltrona, nascondendo il viso, soffocando i singhiozzi.
Il signor Ambrogio si avvicinò di un passo, poi si fermò esitante. Subito, vedendo piangere una donna, si sentì gli occhi riempiti di lacrime: ma rimase muto. Cosa poteva dire? Certo il signor Kloss ne aveva fatta una delle sue.
—Si vendica! Si vendica!—balbettò Nora.
Il Galli le si avvicinò di un altro passo. Il suo respiro si era fatto più affannoso e dinanzi a quel dolore, a quelle lacrime, restava a testa bassa, avvilito, quasi vergognoso. Era la vergogna del signor Kloss che sentiva pesare sopra di sè!
Oh, lo conosceva bene il "principale" conosceva i suoi modi di comportarsi negli affari…. e conosceva le sue arti quando voleva liberarsi da qualche seccatura, o non correre il rischio di dover dire di sì!
Nora si alzò per parlargli ancora, per parlargli più da vicino, per farsi udire. Ma prima gli prese la mano, gliela strinse lentamente, la tenne fra le sue.
Il signor Galli aveva ancora i guanti, ma sentì il bruciore di quella bella e pallida mano, e un fremito intenso gli corse per tutto il corpo.
Nora lo guardava…. lo guardava…. e la domanda errava ne' suoi grand'occhi mesti, ansiosi. Si alzò sulla punta dei piedi. Egli teneva sempre la testa bassa, ma un po' voltata, per non vederla, per non vedere la piccola catenella d'oro. Sentì chiara la voce:
—Lei…. come procuratore, non può intanto aspettare per la prima cambiale, e per le altre scrivere al signor Kloss?
Il Galli rispose di no; non poteva farlo.
—Scrivere è affatto inutile,—continuò colla sua voce grave, lenta.—Io lo conosco. Se non mi ha dato nessun avviso in proposito, vuol dire che non c'è niente da sperare.
Aveva detto…. sperare? Sì "sperare" ma senza accorgersene. E Nora invece se ne accorse e notò che il procuratore era commosso ed era sdegnato contro il signor Kloss.
Allora non pianse più. Lo guardò fisso, ripetendogli con un accento che gli penetrava nel cuore e gli accendeva il sangue:
—Si vendica!… Si vendica!…
Il signor Galli, strappandosi i guanti convulsamente, invece di calmare la signora, si sentì spinto a scusare sè stesso, la sua condizione di procuratore del Kloss.
"…. Era impiegato in quella banca…. perchè non era solo, perchè aveva una famiglia da mantenere. Non si può sempre scegliere il proprio pane. Egli era povero, doveva servire…. e ubbidire!…"
—Si vendica…!—esclamò Nora un'ultima volta, fissandolo.
Al Galli montò il sangue alla testa. Quella poveretta non aveva nessuno che la consigliasse, che la difendesse dal Kloss: doveva difenderla lui. Commetteva forse un'indelicatezza, ma salvava una donna!
Parlò:
—Lei non deve scrivere al signor Kloss…. e nemmeno io. Ma forse potrebbe ottenere quanto desidera, facendo scrivere al signor Kloss, a Carlsbad, da suo padre, dal commendator Cantasirena.
—Dallo zio Matteo?—esclamò Nora, chiamandolo così, nello stordimento dell'angoscia, come non lo aveva più chiamato dacchè era duchessa.
—Sì, appunto.
—Il signor commendatore, suo zio, ha una grande influenza,… può molto sul signor Kloss. Anche ultimamente lo ha costretto, quasi di sorpresa, ad entrare nel Comitato della Cisalpina. Il signor commendatore, suo zio, può esserle molto utile!
—Rivolgermi a quella gente?… Implorare l'aiuto di quella gente per farmi rinnovare le cambiali?—esclamò Nora sdegnata, irritata anche contro il signor Ambrogio.—Ah, no!… questo non lo farò mai!—E gli occhi della giovane donna non erano più supplichevoli, il viso non era più mesto, angosciato, la voce non era più tenera, tremante. Ma nel Galli, era troppa la commozione, la confusione…. Anche quelle parole del gergo commerciale "farmi rinnovare le cambiali" che rivelavano la figliuola dello zio Matteo, avvezza ai Tirolesi, e che avrebbero dovuto togliere gran parte dell'incanto e della poesia alle lacrime della giovane signora, non fecero nessuna impressione, non furono notate dal signor Ambrogio.
Egli capiva solo che il suo consiglio era spiaciuto, e se ne scusava:
—Nel proporle di rivolgersi al signor commendatore…. non credevo di farle dispiacere. Certe volte bisogna saper vincere, dominare il risentimento…. anche un giusto amor proprio, quando…. la necessità è grave e non c'è altro scampo.
—Capirà, per far fronte alla prima scadenza non avrei che da vendere qualche mio bijou!
Il tono, questa volta, era stato troppo iracondo: anche il signor Galli si sentì ferito.
—Tutti così! Tutti eguali!—pensò.—Sempre superbi! Sono rovinati, e ti buttano in faccia le loro ricchezze, il loro fasto!
E, improvvisamente, per la prima volta dacchè era entrato in quel palazzo, per la prima volta dacchè si trovava dinanzi a Nora, si ricordò della moglie, e gli apparve quel suo visino pallido, di malatina delicata.
Poveretta! Come era gracile, esile…. com'era goffina e misera! Come rimaneva offuscata, oscurata anche nel suo vestito della domenica, da quella bellezza sfolgorante e orgogliosa persino nel dolore!
Il signor Ambrogio sentì come una stretta al cuore, un senso vivo, prorompente di pietà; era sua moglie, la sola donna ch'egli aveva il dovere di difendere, che doveva pensare a difendere!—E il signor Galli ridiventò il procuratore serio, grave, austero della banca Kloss. Le due donne, l'umile e la superba, gli stavano dinanzi; volle umiliare la superba.
—Si regoli, signora duchessa: i gioielli, quando bisogna venderli scemano assai di valore.
La duchessa, come non aveva voluto disgustare il Vigliani, non volle guastarsi nemmeno con quest'altro; chinò il capo abbattuta, sospirò, tornò a piangere.
Il Galli, a quell'atto, si calmò subito: sentì, capì di essersi lasciato trasportare da un risentimento intimo, inesplicabile, ingiusto, e di nuovo cercò di calmare la signora, di consolarla:
"Sarebbe andato quel giorno stesso dal Vigliani. Per parte sua non avrebbe risparmiato tempo, cure, indagini, per esserle utile. Quanto poteva fare, lo avrebbe fatto, con tutto il cuore!…"
E il pover'uomo, nell'uscire dal palazzo, sospirò come Nora aveva sospirato il giorno innanzi, vedendo il magnifico portiere… La livrea gallonata non gli destò nessun impeto di rivolta: pensò invece a quella povera signora, abituata come una regina…., e adesso tanto disgraziata….
E sospirò ancora, anche più tardi ripensando a lei, mentre lavorava solo, alla banca.
Nora, appena uscito il procuratore del Kloss, era corsa nel gabinetto di toelette, al forzierino in cui teneva i suoi gioielli.
—Sì! Sì! Avrebbe venduto qualche bijou! Come mai non ci aveva pensato prima?—E rianimata, contenta della sua nuova idea, prese tutti gli astucci dei gioielli, e li distese aperti, sopra un piccolo tavolinetto. Ma quando li ebbe dinanzi, tornò seria, addolorata. Non le erano mai parsi tanto belli.
Dio! Dio! Che dolore!… Anche i suoi gioielli le erano cari, cari, cari… come la sua casa, come tutto!
Che strazio doversene dividere!
Dio! Dio! Com'era infelice!
Che cosa doveva fare? Che cosa poteva fare?—E pensando, pensando e sospirando alzò il capo, e si vide riflessa nel grande specchio che le stava dinanzi e che teneva tutta una parete, fino a terra.
…. Tanti uomini che commettevano pazzie, che si rovinavano per donnacce…. per femmine fruste da caffè chantant, per certi fondi di quinta!…
Dov'erano questi uomini?
E tornando a fissare i gioielli scintillanti, si sentiva presa da una rabbia cieca, da un gran dolore, da una gran voglia di piangere… e pianse.
Era sfortunata… troppo sfortunata!
Per essa non era diventato matto altro che suo marito, e quando già era rovinato!
Per gli altri era una donna…. indifferente.
Anche Pietro Laner non aveva finito consolandosi… e sposando Evelina?
—E il Kloss?… Non scappava a Carlsbad?!
Era sfortunata!… Era troppo sfortunata! Troppo! Troppo! Proprio troppo!
In quel punto sentì la cameriera che veniva a cercarla. Chiuse gli astucci e li cacciò nel forzierino.
—Riceve, signora duchessa?—le domandò la cameriera.
—Chi c'è?
—Il commendator Cantasirena.
—Lo zio Matteo!
Nora, in quel minuto, dimenticò l'astio, il rancore, la gelosia, dimenticò Evelina, il Laner, non pensò più che alle sue perle, a' suoi brillanti e corse di slancio incontro allo zio Matteo, come alla sua unica speranza, alla sua unica salvezza!
Vi fu un abbraccio, una scena commovente: lo zio Matteo, lui, nel rivederla soltanto, aveva dimenticato tutti i torti, tutta l'ingratitudine della sua figliuola, della sua prediletta figliuola.
E glielo disse appena potè parlare.
—Bisogna perdonarti tutto per la tua bellezza!… Ti sei fatta ancora più bella! Quel nostro Giovanni può vantarsi di essere il più fortunato dei mortali.
Nora sospirò.
—È geloso forse?—domandò Matteo Cantasirena aggrottando le ciglia.
L'altra alzò le spalle.
—E allora, cosa c'è?—Ho saputo soltanto un momento fa, da quella peste di Evelina, che eri tornata; iersera ti ha veduta in carrozza. Ho lasciato che si sfogasse contro di te, e sono corso qui per abbracciarti. Se il nostro Giovanni si comporta male, se sei infelice, se hai bisogno di me, ricordati che il cuore di tuo zio è sempre quello…. di tuo padre! Ma sai che è splendido questo tuo appartamento?—E si guardava attorno ammirando le sale e i mobili.—Splendido! regale!… Se hai dei dispiaceri parla con me.
Nora vergognandosi di dover confessare i dissesti e i debiti, cominciò ad accusare il ragionier Vigliani di aver abusato della fiducia e della spensieratezza di suo marito.
Matteo Cantasirena sentenziò gravemente:
—Tutti così i ragionieri, gli amministratori! L'aritmetica è la scienza degli imbroglioni.—E andò alla finestra ad ammirare anche il giardino:
—Stupendo!
Ma ad un tratto, si oscurò, e mormorò con gran dolore:
—Ah, povero Numa!
Nel giardino aveva visto passare un gatto.
—Il povero Numa, il mio fido e più sincero amico, è morto! Fu trovato morto, misteriosamente, nel sottoscala. Io credo lo abbia avvelenato Evelina coll'arsenico, per far dispetto alla Gioconda. Sai?… Non si parlano più: siamo giunti a questo estremo!
Ma quando Nora gli disse che il ragionier Vigliani voleva quasi imporre di vendere il palazzo di Milano e la villa di Casalbara, Matteo Cantasirena dimenticò il povero Numa e montò su tutte le furie: si era già abituato a quel bel palazzo, a tutto quel lusso della sua figliuola, come se fosse roba sua.
—Niente! Niente! Non venderemo niente!… Il tuo palazzo di Milano?… dove il duca Eriprando cospirava nel 53 con Piolti De Bianchi? cogli Alamanni? La villa dei Casalbara?… Ma sono monumenti…. monumenti nazionali!…
Poi, rivoltosi a Nora le domandò:
—Dov'è questo Giovanni?
—È a letto…. indisposto.
—Indisposto?…—Lo zio Matteo guardò la nipote fissamente.
—S'è infreddato nel viaggio.
—Palpitazioni di cuore?
—Non credo.
—Allora, meno male. Abbiamo bisogno che il nostro Giovanni stia bene. Mettiamo pure che vi restino sole quindicimila lire di rendita, secondo dice quel Vigliani!… Ebbene, Giovanni potrà percepirne altre venticinquemila…. annue…. e in tutto faranno quaranta: indennizzi e rappresentanza per il Presidente del Consiglio d'amministrazione della Cisalpina, e poi in seguito…. il mio è tuo—tutto tuo.—Colla signora Laner, ho fatto punto, e basta! Abborro gli ingrati…. e amo la bella gente!—Matteo Cantasirena sorrise e non accarezzò più il mento alla "superba Eleonora" ma le baciò la mano colla galanteria del gran secolo.
—Sarà una debolezza, ma sono artista anche nel cuore. Dammi un bacio, bella duchessa cara, e se puoi ottenere dal nostro Giovanni che accetti le mie proposte, siamo a cavallo. La Cisalpina avrà il suo degno e legittimo rappresentante.
Nora lo guardava coi grandi occhi azzurri, fissi, indagatori.
Non era un'altra delle grandi idee e delle solite delusioni dello zio
Cantasirena?… Pure, anche il signor Galli aveva parlato della
Cisalpina… dell'influenza, del potere dello zio Matteo anche sul
Kloss.
L'altro lesse negli occhi e nella mente di Nora tutte le esitanze, i dubbi, i timori.
—Eleonora mia: fra noi due, d'accordo, teniamo il mondo nel nostro pugno. Tu imponi a tuo marito di accettare la presidenza della Cisalpina. Alla vicepresidenza avremo l'attuale presidente provvisorio, il marchese Tolomei, o il conte Bobboli…. La compagnia è ottima. Abbiamo con noi il fior fiore di tutte le aristocrazie, del nome, del censo, dell'ingegno…. anche dell'arte. Lo scultore Gesualdo Arcangeli, un talento di prim'ordine. Vedrai il bronzo che mi ha regalato. Il povero Numa! si muove…. miagola!… È un capolavoro! E con noi, nel Consiglio di amministrazione, abbiamo un altro amico di tuo marito: Francesco Kloss.
Nora trasalì: era proprio vero! Allora si confidò collo zio e gli parlò delle cambiali.
Matteo Cantasirena diventò serio, poi sorrise, la consolò. Per la prima scadenza delle quindicimila lire, momentaneamente, avrebbe provveduto lui: per le altre scadenze c'era tempo. Avrebbe pensato col Fontanella a qualche giro, a qualche operazione di mutuo.
—Ma…. oggi stesso…. vorrei portare in Consiglio l'adesione di tuo marito. Sai che finora egli è sempre stato contrario.
—Non importa, adesso accetterà,—rispose Nora risolutamente.
—Sei sicura? Puoi garantire?
—Sì.—L'occhio di Nora si fece torvo: la piccola ruga della fronte era più profonda.
—Sì.
…. Poco dopo, seguita dallo zio Matteo, essa entrava adagio nella camera del Casalbara: la camera era ancora tutta buia, come il giorno innanzi.
Nora si avvicinò, sola, al letto del malato: Matteo Cantasirena si fermò, non visto, vicino all'uscio.
Il Casalbara, lungo disteso nel letto, soffriva assai: aveva sulla fronte una pezzuola diaccia.
Nora si chinò per guardarlo; colla testa bionda sfiorava quasi la faccia del marito.
—Come stai, Nannucci?
L'altro rispose con un tremito, quasi con un sibilo impercettibile: quelle parole buone, affettuose, gli empirono la gola, gli occhi, il cuore di lacrime:
—Bene…. adesso,—bisbigliò.
Dio! Dio!… Erano due giorni che soffriva, solo, abbandonato, in quella camera buia!… Come aveva sentito prepotente, ardente, il bisogno di sua moglie, di sua moglie buona, dolce, amorosa! Il bisogno di vederla, di udire la sua voce, il bisogno di vederla a muoversi, a scherzare, il bisogno di sentirla ridere, parlare. E dopo tanti sgarbi, tanti rimproveri, tanti insulti, come aveva bisogno di una sua parola buona!….
Oh, era disposto ad ogni sommissione, purchè gli perdonasse! Avrebbe accettato qualunque sacrificio!…. Vederla soltanto! Soltanto vederla!
…. Avrebbe sopportato tutto ormai, avrebbe commesso qualunque viltà, purchè non lo lasciasse più solo!
—Ti senti un pochino meglio?
—Meglio…. adesso.—E sporse le labbra implorando: Essa gli sorrise e lo baciò.
—Grazie…. grazie…. sono guarito adesso.
—Resta quieto, tranquillo,—gli disse Nora sempre pianino; poi gli accomodò le coltri attorno al collo, la pezzuola diaccia in mezzo alla fronte.
—Hai bisogno di star quieto, di riposare, di guarire.
—Perdonato? Perdonato?
—Sì: se sarai buono.
—Sono ancora Nannucci?
—Sì: se mi darai retta, sì. C'è stato il signor Galli.
—Fa ciò che vuoi, tutto ciò che vuoi! Ti lascio padrona di tutto. E poi sono malato, soffro….—E si lasciò ricadere nel letto, affranto.
—Il signor Galli mi pare un brav'uomo. Si è messo interamente a nostra disposizione. Oggi anderà dal ragionier Vigliani. Se non ci fossero…. quelle cambiali, tutto si potrebbe accomodare.
—Le cambiali!…—ripetè il malato con un lungo gemito.
In quel punto, il Casalbara vide un'ombra muoversi presso l'uscio, avvicinarsi.
—Chi è?—gridò scattando, spaventato.
—È lo zio. Ha saputo che siamo tornati, e che tu stai poco bene: desiderava salutarti. Vuoi?—E Nora voltandosi, chiamò vicino Matteo colla mano.
Il vecchio si tirò su a sedere sul letto e guardò con diffidenza Cantasirena che si avvicinava in punta di piedi, facendo scricchiolar l'impiantito.
—Grazie!—gli disse appena il Casalbara colla voce secca, stizzosa: e chiuse gli occhi mostrando di soffrire: così l'altro avrebbe capito e se ne sarebbe andato.
—Stai sotto….—e la moglie l'obbligò a riadagiarsi disteso, rimettendogli sulla fronte, dopo di averla immersa di nuovo nell'acqua diacciata, la pezzuola che gli era caduta nell'alzarsi.
—Lo zio è buono, ci vuol bene: farà molto per noi.
Il malato rispose un altro grazie, ma questa volta con un tono umile, di remissione.
—Datevi la mano,—impose la duchessa sorridendo.—Fate la pace.
Il Casalbara tirò fuori faticosamente, di sotto alle coltri, la mano stecchita…
Lo zio Matteo gliela strinse con trasporto; e tornò a commuoversi anche per quest'altra riconciliazione. Poi bisbigliò:
—Il nostro Giovanni pensi soltanto a guarire. Sono disturbi più seccanti che gravi. Vi manderò il mio dottore. È giovane, ma è un valore, universalmente riconosciuto. Il dottor Foresti. Il fratello di sua madre, era segretario di Daniele Manin. Tu non pensare altro che a guarire. Per tutto il resto—aggiunse parlandogli all'orecchio—per gli affari e anche per le cambiali, io, e quest'angelo che ti adora—e indicò la nipote—provvederemo: entreremo in porto vittoriosamente.
—Anche per le cambiali?—balbettò il vecchio, girando l'occhio inquieto, incerto, ora su Nora, ora sul Cantasirena: e il respiro gli diventava più affannoso e le palpitazioni del cuore più frequenti.
Matteo rimase in piedi da una parte del letto: Nora dall'altra, quasi inginocchiata, tutta appoggiata, buttata sulla sponda, e gli bisbigliò, coll'alito caldo:
—Anche tu dovrai essere ragionevole…. buono….
Il Casalbara ebbe un brivido, un fremito in tutto il corpo.
Nell'oscurità si disegnava quasi fantasticamente la figura alta di Matteo Cantasirena; la testa calva e la lunga barba…. lo sparato bianco sotto il soprabito nero: e dall'altro lato la massa bionda odorosa dei cappelli di Nora, si confondeva dove l'ombra era più profonda, si moveva appena, lievemente.
Matteo Cantasirena cominciò a parlare: anche parlando sommessamente, la voce era morbida, insinuante, penetrante.
—Sua Eccellenza il ministro dei Lavori pubblici, ha promesso di fare in settembre una Visita a Primarole. Io spero che la mia Eleonora e il mio caro Giovanni saranno in quell'epoca a Casalbara per riceverlo.
—No…. no…. lasciatemi in pace,—bisbigliò il malato; ma voltandosi col capo per fuggire da Cantasirena, incontrò lo sguardo tenero, affascinante, il sorriso di Nora, e rimase beato, incantato a guardarla.
L'altro lo confortò: i suoi imbarazzi momentanei erano comuni pur troppo a tutte le più grandi, le più illustri famiglie italiane che non avevano capito e non si erano uniformate allo spirito dei tempi, all'evoluzione moderna. I feudi, le decime, i fidecomissi, tutta roba portata via, scamottata con un pretesto o con un altro. Oramai i grandi nomi dovevano imporsi ai grandi affari. Fatta l'Italia bisognava renderla ricca, potente: dopo le sante battaglie della redenzione, della libertà, le lotte, le battaglie non meno gloriose per la prosperità, per la grandezza, per l'indipendenza economica della patria….
Il povero duca scrollava il capo; diceva di no sempre, ostinatamente… ma a mano a mano più debolmente.
—No…. No…. No…. voglio vivere in pace…. voglio vivere in pace…. no…. no….—Poi la sua voce si spense…. non disse più nulla: lasciò che Matteo Cantasirena parlasse, continuasse a parlare…. non lo vedeva…. non lo sentiva….
Vedeva soltanto Nora così giovane, così bionda che gli sorrideva, vicino vicino, colla bocca umida e rossa, cogli occhi maliziosetti e tentatori…. Sentiva soltanto la mano di Nora, quella mano piccola e calda, penetrata furtivamente sotto le coltri…. la sentiva avvicinarsi, cercare la sua.