VI.

Le Risorse Italiche annunciando la visita di S. E. il Ministro dei Lavori Pubblici a Primarole e a Castellanzo avevano proclamato ai quattro venti che sarebbe stata la "festa del lavoro e della concordia".

Invece pochissima concordia e molto malumore.

Erano arrivati a Primarole collo stesso treno di S. E. anche i due deputati del luogo, l'onorevole Bonforti e l'onorevole Ghirlanda, e ciò aveva suscitato le ire dei moderati e dei clericali della Cisalpina: non tanto per il fatto in sè stesso, quanto per il contegno "servile" tenuto verso i due "onorevoli del radicalume", dai maggiorenti del Consiglio e dallo stesso ministro!

Il Tolomei soltanto gongolava e si capisce. Il fatto, in certo qual modo, confondeva le tinte politiche della Cisalpina, veniva quasi a confermare che egli non aveva commessa una diserzione, un affare, e lo riabilitava agli occhi loschi della democrazia!… Ma quella banderuola del Fontanella?… Quel portentoso Dulcamara del Cantasirena? Quel Prefetto, e quell'Eccellenza "alla carlona" sempre a braccetto all'uno o all'altro dei due onorevoli della Montagna, sempre con loro al ricevimento alla stazione, al "vermut d'onore" offerto dal sindaco, all'inaugurazione del "Falanstero Eleonora?"

E quel beì del conte Bobboli che per non farsi vedere, per non mettersi in mostra neppure questa volta, era scappato a Parigi…. a farsi rifare il parrucchino?…

E Taddeo?… Borbottavano persino contro il povero Taddeo nominato a Primarole "sorvegliante generale", perchè durante la visita ai lavori della "diga massima" aveva sempre seguito il Bonforti e il Ghirlanda portando loro il soprabito, saltellando sul suo troncone, come una gazzera!

Ma il povero Taddeo non aveva l'animo servile; aveva l'animo modesto.

Egli aveva ottenuto quel posto fisso e sicuro di due lire al giorno col lume e l'alloggio, aveva raggiunto il suo sogno di vivere in campagna, in mezzo alla brava gente, alla buona gente, e credeva di dovere quella sua fortuna insperata e immeritata a tutti quanti, perchè tutti quanti gli volevano bene, e a tutti quanti egli voleva dimostrare a furia di attenzioni e di premure, la propria contentezza e la propria gratitudine.

Pio Calca, sempre rosso scarlatto, era più stizzoso di tutti, anche per le ansie della futura elezione. Diventò poi furibondo quando udì il Ministro, dall'alto del primo "ponte di raccordo" encomiare il Ghirlanda e il Bonforti e additarli agli operai, ai braccianti, come "i loro strenui difensori, i loro veri e legittimi rappresentanti!"

—Quel "geometra" diventa matto!

E durante tutta la visita, su e giù lungo i canali, continuava a sfogarsi coi giovani collaboratori delle Risorse Italiche, vestiti di tutto punto coll'eleganza e l'etichetta prescritta da quella giornata di sport politico e industriale; e quando il gruppo dei cappelli a cilindro, il Ministro, il Prefetto, il Sindaco, il Fontanella, Matteo Cantasirena, il Brunetti, si soffermò dinanzi al Municipio, anche Pio Calca fece un alt col suo drappello, sempre però tenendosi in disparte, a dignitosa e significativa distanza. Passava dall'ira al disprezzo e con quel suo riso stridulo e stonato che pareva un singulto, faceva dello spirito alle spalle di "Sua Eccellenza il geometra" anche col marchese Duranti che lo ascoltava muto, ripulendosi la lente col fazzoletto candido di batista, dimenando la testa grave, pensierosa, dal gran ciuffo grigio, con un lieve e continuo dondolìo nel quale era congiunto al profondo disgusto per i tempi nuovi, un tic nervoso, sintomo foriero della paralisi.

Ma la vittima prediletta del giovane aspirante alla deputazione, quello con cui egli si sfogava di più e più a lungo e più forte, era monsignor Meneguzzi, il "reverendo delle contesse".

Monsignor Meneguzzi era un bel prete, pulito e roseo come una sposa, elegante, vestito mezzo di seta, col grosso cordone d'oro da cappellano della Croce Rossa, attorno al nicchio rotondo. Il Monsignore prendeva sul serio le minacce di Pio Calca, ne rimaneva impressionato, spaventato, e l'altro, contento dell'effetto, sgranava il bianco delle pupille, diventava un ossesso.

—Questo è il gran giorno!… Duo schiaffi e li metto a posto!… Due schiaffi e li metto a posto! Mi lasci andare!…—e pestava i piedi.

Il prete per frenarlo gli tirava il vestito:

—Bravo! Bravo! Da bravo!… E la mamma? E la mamma, poveretta?…
Giudizio per la mamma!…

—Quattro schiaffi e li metto a posto!… Prima di sera!

—Da bravo! Da bravo! Giudizio per la mamma! Farai a tempo debito le tue giuste rimostranze. Ne parleremo al Casalbara, alla signora duchessa, sempre così piena di buon senso e di criterio.

Al nome della duchessa, Pio Calca si placava, e prendendo Monsignore a braccetto gli faceva le sue confidenze.

—Ecco…. trattandosi della duchessa Eleonora—e lo cantava anche lui il bel nome, in voce di falsetto—rinuncerei volentieri…. anche alla Camera.

Allora il Monsignore si spaventava per un altro verso:

—Vergogna! Vergogna!… La moglie altrui!… Se lo sapesse la mamma!… E se lo sapesse il duca!…—e si affrettava a cambiar discorso.—Le tue giuste rimostranze…. le faremo al duca Giovanni! È il Presidente!… Ha una grande autorità nel Consiglio! È un grand'uomo!

Certo se ci fosse stato il Casalbara, avrebbe saputo evitare, col suo tatto da gran signore, molte cagioni di malcontento. Ma il duca, per riguardo alla sua salute—deperiva di giorno in giorno—invece di affaticarsi troppo, recandosi a Primarole, aspettava il Ministro a Casalbara, dove vi sarebbe stato il grande banchetto in onore di Sua Eccellenza e della Cisalpina.

Il duca aveva preso sul serio il suo posto di rappresentanza, di comparsa. Poco interessandosi, pochissimo comprendendo degli affari complicati e imbrogliati della Cisalpina, non mancava mai a una seduta, sonnecchiando intorpidito, mentre gli altri discutevano o gridavano; non mancava mai ad una visita ufficiale, ad un ricevimento, ad una inaugurazione.—Era stato costretto ad accettarne la presidenza; l'aveva accettata. Ad essa era unito un forte onorario: e un sentimento di onestà, di dovere, di fierezza gli imponeva di "guadagnarsi il suo pane".

…. Di guadagnarsi il suo pane—facendo da richiamo, da zimbello per acchiappare i merli!… Facendo scrivere quel suo nome illustre, glorioso, intemerato, quale "etichetta" sulle azioni della Cisalpina!… Facendo il pagliaccio!… Facendo il buffone!

Il cuore del povero vecchio era gonfio di amarezza: i suoi stessi pregiudizi di casta, di sangue, di orgoglio, rendevano più viva, più acuta la ferita.

Che tramonto, che rovina per la sua casa, per il suo nome! Che offesa alla memoria pura e sacra del fratello! Eppure…. eppure anche il martirio, la lunga prigionia del fratello Eriprando lo aiutavano…. a guadagnarsi il suo pane!

Ed era stata sua moglie a costringerlo…. ed era stato per Eleonora che aveva accettato!

Sua moglie!… lo sentiva, finiva per ucciderlo a poco a poco, rendendolo prima imbecille. Sua moglie!… Così giovane, così fiorente, così forte!… Gli dava brividi di terrore.—Sprofondato nella sua poltrona, certe volte, la fissava torvo, la guatava cogli occhi pieni di rancori e di astio, eppure…. eppure non poteva vivere senza di lei, e dopo i dispetti, le collere, le rivolte, aveva sommissioni vergognose, e supplicava, implorava la sua "stella" piangendo come un fanciullo!…

Era la duchessa, ormai, la padrona: essa sola si occupava degli affari, si occupava della casa, e indirettamente, secondo le istruzioni dello zio Matteo, si occupava anche della Cisalpina.

La prodiga spensieratezza, l'indolenza, la sua stessa debolezza, inspiravano al Casalbara un sentimento di dignità e di nobiltà malintesa, gli facevano commettere quest'ultima follia.

Sdegnoso, puntiglioso, ostinato nel "guadagnare il suo pane" lo era altrettanto nel non voler toccare, nè vedere i denari "dello stipendio". Li doveva riscuotere sua moglie…. come sua moglie soltanto doveva ricevere il ragionier Vigliani e il signor Galli. E sdegnoso, puntiglioso, ostinato, così facendo credeva anche di vendicarsi!

La sua villa, la villa dei Casalbara, era simile alla maggior parte delle antiche ville un po' monotone di Lombardia. Sul dinanzi il terrazzo al quale si accedeva da un'ampia gradinata; tutto intorno un giardino dalle piccole aiuole fiorite, a disegni rari e simmetrici; poi un lungo viale di ippocastani, e, infine, attorno al torso mutilato di un Ercole gigantesco; una selvetta umida, cupa, triste, di mortella e di piante parassite.

Il duca aspettava sul terrazzo l'arrivo di Sua Eccellenza.

Era una giornata calda di settembre, e il sole dardeggiava; pure il duca tremava, curvo sotto l'ombrellino. Indossava un largo paltò chiaro, pesante, e aveva un grosso garofano all'occhiello.

Nora gli era dinanzi sulla gradinata, per scorgere di lontano l'arrivo delle carrozze: sul terrazzo, più indietro del duca, più indietro dei domestici che avevano portato un gran vassoio di granite e di acque in ghiaccio, accanto alla porta, c'erano Evelina e Pietro Laner: Evelina infagottata in un magnifico abito della duchessa; Pietro Laner sempre più magro, a testa bassa, intimidito anche delle livree dei servitori.

—Son qui! Arrivano adesso!—gridò Nora giuliva, scorgendo fra il polverio della strada tre landò scoperti, che si avvicinavano al trotto. Essa godeva febbrilmente di quelle feste che finivano sempre in un suo nuovo trionfo.

Il duca scese, e quando le passò dinanzi, rabbioso e astioso vedendola così allegra e così bella, bisbigliò il solito ritornello:

—Andiamo a guadagnare il nostro pane con Sua Eccellenza!

Nora diventò rossa. I servitori potevano aver inteso, ed anche Evelina e quel prete antipatico di Pietro Laner! Rimase un po' sconcertata, confusa, ma poi il suo ardire, il buon umore di quel giorno, ebbero il sopravvento, e volle prendersi a sua volta la rivincita: sapeva quanto suo marito tenesse alle forme, all'etichetta, ai ricevimenti ufficiali, e lei di colpo, appena cominciate le presentazioni, corse giù dalla gradinata, corse incontro al Ministro, che aveva già conosciuto a Milano, e ridendo se lo portò via, dicendogli che doveva essere stanco di ricevimenti, di discorsi, di presentazioni…. Se lo portò via, sotto braccio, avvolgendolo col suo profumo, abbagliandolo co' suoi capelli biondi, incantandolo col suo sorriso.

—Brava! Bravissima!…—le diceva il ministro.

Ma Nora non dimenticò, non volle dimenticare di essere la presidentessa:

—Dunque…. Eccellenza?… Il Bonforti e il Ghirlanda sono presi finalmente…. nell'orbita ministeriale?…

—Cioè, seguono la corrente…. delle acque della Cisalpina.

Intervenne gonfio Cantasirena, socchiudendo gli occhi:

—Alla Camera il Bonforti e il Ghirlanda sono ormai fra gli inamovibili: combatterli è inutile; ciò che è inutile è pericoloso. Conquistarli—e soffiò—that is the question!

Nora, facendosi seguire dal Ministro, piantò lo zio Matteo e continuò a passeggiare nel giardino.

Cantasirena raggiunse lentamente il suo caro Giovanni, che stava complimentando il Prefetto, il Sindaco di Primarole, i due segretari particolari di Sua Eccellenza, e monsignor Meneguzzi e Pio Calca e il marchese Duranti e il Fontanella.

Gli altri invitati dovevano arrivare più tardi col tram.

Matteo Cantasirena, a studiarlo bene, non pareva troppo soddisfatto e sicuro di sè. Le sue dita avevano un tremito nervoso mentre si lisciava la barba, mentre ne arricciolava la punta.

Tirato a parte il duca gli domandò piano:

—Il Kloss non è venuto?

—Pare di no.

—Non ha mandato il Galli? Non ha incaricato nessuno di rappresentarlo al banchetto?

—Bisogna domandarlo a mia moglie—rispose acre il Casalbara, e gli voltò le spalle, mettendosi a discorrere col marchese Duranti.

Matteo, istintivamente, guardò subito verso la sua cara figliuola: in mezzo al giardino, sotto il sole, la figura bianca, bionda, elegantissima, vaporosa, spiccava sfolgorando al fianco della piccola Eccellenza, tozza e volgare nell'abito nero.

…. Non era il momento di domandarle del Kloss!…

—Maledetto boemo!—borbottò fra sè il direttore. Poi, vedendosi vicino monsignor Meneguzzi e Pio Calca, si ricordò che bisognava placare il loro risentimento, e i loro timori; se li prese tutti e due sotto il braccio e cominciò a ridere per l'arrivo del Bonforti e del Ghirlanda a Primarole.

Intanto la duchessa aveva colto due magnifiche viole del pensiero e le infilava colla prestezza graziosa delle manine pallide e ingemmate, all'occhiello di Sua Eccellenza.

—Oh, signora duchessa! Amabilissima!…

Il ministro, dopo tanti discorsi, tanta politica, tanto parlare e tanto caldo, respirava a larghi polmoni quell'aria libera…. e la bellezza, la fragrante giovinezza di Nora.

Sorridendo essa infilò di nuovo la manina sotto il braccio del Ministro, per riaccompagnarlo verso la sua piccola corte: tutti, vedendo avvicinarsi Sua Eccellenza e la duchessa Eleonora, si disposero in fila per riceverli.

—Oh! che peccato!—sospirò il ministro.

Nora sorrise, fissandolo cogli occhi rilucenti:

—Torni presto a Casalbara,… ma non il ministro…. lei.

La povera Eccellenza, che in vita sua aveva molto lavorato e pochissimo avvicinato le belle signore, capì…. non capì.—Che cosa doveva capire?—Era appena un complimento? Era più di un complimento?… Il forte parlamentare perdette la prontezza della parola.

—Amabilissima e…. Amabilissima!… Ma intanto…. perchè non vien lei…. a Roma?…

Raggiunto il duca di Casalbara, il ministro, sempre dando il braccio alla duchessa Eleonora, e colla sua piccola corte raggruppata intorno, cominciò a lodare la prospettiva, il giardino, la bella vista, la splendida giornata.

Poi, sempre colla duchessa, sempre parlando, ridendo piano colla duchessa, mentre il seguito gli faceva coda, ammirando il barocco della facciata, salì lentamente per visitare la villa. Sul terrazzo si fermò, prese una granita, e intanto la duchessa gli presentò Evelina. Non disse "la signora Laner"; disse soltanto coll'effusione un po' teatrale dello zio Matteo "la mia buona, la mia cara Evelina!"

Pietro non lo presentò; anzi, quando tutti insieme se ne andarono dal terrazzo, Nora gli passò dinanzi senza nemmeno guardarlo, più alta, più diritta, più superba.

Essa guidò gli ospiti, obbedendo a un cenno fattole dallo zio Matteo, in una sala terrena, dove c'era un magnifico ritratto di Eriprando di Casalbara, grande al naturale.

Tutta la comitiva, ristorata dai rinfreschi, parlava, rideva, discorreva animatamente, ma quando si fermò, facendo circolo dinanzi al ritratto, il silenzio divenne generale, profondo, il raccoglimento religioso.

—È un dono del Gran re!—tuonò la voce di Matteo Cantasirena, e ricordò, commosso, alcuni episodi del martire illustre…. "magnanimo".

Evelina era rimasta fuori, sul terrazzo, vicino ai dolci e alle granite.

Il Dizionario dei patriotti viventi aveva sospeso le pubblicazioni: il conte Bobboli beì—patriotta dell'espansione coloniale—era stato l'ultimo dell'ultima puntata dell'ultima appendice. Dopo quel gran da fare, quel gran lavorare affrettato, angosciato nelle strette durissime del bisogno, Evelina riposava, si godeva la campagna, si godeva lo belle giornate, si godeva il far niente; sopratutto il far niente.

Passava i giorni coi giorni, sdraiata sul terrazzo, sonnecchiando in mezzo alla quiete del gran sole. Dopo il frastuono assordante di Milano, dopo il via vai, il vociar confuso della folla, essa gustava l'armonia vaga, recondita di quella pace, di quella solitudine, di quel silenzio. Sorrideva al saltellar dei passeri sulla ghiaia del giardino…. fissava intenta il volo di due farfallette bianche, perdentesi nell'aria nitida, contro il cielo azzurro.

La signora Laner pareva quasi una vecchia, nel magnifico abito regalatole da Nora, e che essa si era aggiustato e adattato da sè.

Il suo viso era più giallognolo, più patito, quantunque non fosse mai stata ammalata. Anche la gravidanza che avea deciso il Laner e affrettate le nozze, era stata…. un falso allarme. Dopo successo il matrimonio, i sintomi non si erano più ripetuti. Evelina stessa dovette confessare al dottor Foresti che si era "forse" sbagliata. Sembrava più brutta e più gobba, perchè adesso non voleva più darsi la pena, l'incomodo, di tenersi su, di comparire; ormai era maritata, era "a posto".—A che scopo buttar via denari e seccarsi e stancarsi?

Era così piacevole e dolce il non far niente, più niente!… Alzarsi tardi, passare le lunghe ore del giorno, le ore calde, sognando, dormicchiando…. e sorbire granite e rosicchiare confetti.

Ne prese un altro, un fondant, e lo succiò lentamente, poi si tirò vicino il piccolo vassoio di cristallo e scelse le pasticche di menta peperita, i cioccolatini alla vaniglia, e se li chiuse nella borsetta che portava sempre appesa al braccio.

Quella borsetta era un po' sdruscita…. e la signora Laner, guardandola, sospirava e pensava a quella di Nora, colla cerniera e la catenella d'oro.

Sul terrazzo venne a sedersi anche Pietro Laner: era stralunato.

Evelina lo guardò, continuando a scegliere i gianduiotti nella carta d'argento, le grosse mandorle colorate e gli domandò:

—Dove sono gli altri?

—Nella sala del biliardo. Lei….—Pietro Laner sdegnava di dare a
Nora il titolo di duchessa e arrossiva di chiamarla come una
volta—lei gioca al biliardo con Sua Eccellenza e con monsignor
Meneguzzi.

Il Laner soffriva: Evelina se ne accorse, ma non se ne accorò. Si sdraiò più comoda e facendo l'altalena colla poltrona a dondolo, socchiuse le palpebre, fissando una striscia di sole, animata, avvivata da una miriade di moscerini.

—Non prendi una granita?… Sono di fragola, eccellenti.

—No.

Evelina tornò a guardare il marito.

Quell'altra, te ne ha fatto delle sue?

Pietro non rispose, ma si fece più cupo.

—Sai che non ti può vedere!… Perchè le vai sempre fra i piedi?

—Domani torno a Milano—borbottò il Laner.—Son venuto soltanto per la visita del Ministro, non per…. gli altri. Domani ritorno a Milano.

—Non c'è bisogno di scappare e non c'è bisogno di correrle dietro.

Evelina disse tutto ciò pacatamente, continuando a dondolare, spingendosi piano colla punta dei piedi; disse tutto ciò pacatamente, senz'ira, senza dolore.

La signora Laner non era gelosa. Essa non aveva mai avuto troppe pretensioni: non aveva aspirato ai grandi diritti dell'amore. Adesso non pensava più che a viver tranquilla, a viver bene, e a premunirsi per l'avvenire.

Non c'erano che le ventimila lire…. e le zie di Crodarossa.

Sopra lo zio Matteo svanivano le speranze. Prodigo con tutti gli altri, era taccagno con Evelina, perchè istigato contro di lei dalla Gioconda: era taccagno col Laner, perchè quel trentino gli era antipatico, perchè aveva ancora il rodimento delle famose ventimila lire, le sue ventimila lire…. cioè quelle del Casalbara.

Evelina, fatti i suoi calcoli, e non volendo intaccare il capitaletto, aveva risolto, fra sè e sè, di ritirarsi a Crodarossa, e intanto, per rendere la cosa più facile aveva già scritto alle zie, senza dir nulla nemmeno a Pietro, domandando…. "se li volevano a Crodarossa per un mesetto."

"Pietro sta poco bene: ha bisogno di respirare un po' d'aria buona, un po' d'aria nativa. Lo ha consigliato il nostro dottore, il dottor Foresti. Anch'io mi sento debolina e un po' malandata…. Oh, ma per me…. non avrei mai, mai, avuto l'animo bastante d'incomodare le mie zie, di essere di peso alle mie care zie!"

Figurarsi le due vecchierelle!… Che "rebalton" e che "rivoluzion!" E figurarsi il "muso tremendo" di don Giuseppe!…

Ma questa volta la zia Angelica e la zia Rosina non si lasciarono imporre.

La sposa di Pierino, la "nuova padrona" che già era stata la loro angoscia, il loro tormento, quando era appena un'apprensione pel tempo avvenire, quando non era altro che un fantasma lontano, adesso, viva e non più sogno, ma realtà, adesso era un angelo, una "vera perfezion" era amata anch'essa come Pierino, cara come Pierino.

Le due vecchiette vivevano, palpitavano soltanto per l'arrivo degli sposi!… Non pensavano più che agli sposi, non pensavano più nemmeno all'economia!… Minacciavano una carneficina nel pollaio, una "strage" di mele cotogne e in quanto a don Giuseppe…. Don Giuseppe, in questa circostanza si era messo dalla parte del torto proprio da bon.

Se trata del nostro sangue….

Se trata delle nostre viscere….

E la signora Angelica e la signora Rosa finivano in coro, alzando le braccia al cielo:—Jesus Maria!

Piantarono don Giuseppe, piantarono la Canonica, solo affaccendate, infervorate nel preparare l'alloggio.

—Dove li metteremo?

—In camera nostra, certo….

—Certissimo!

La xè la più bela….

La xè la più grande….

E contente, beate, senza un sospiro, avrebbero abbandonato anche quella cameretta: la cameretta fida e cara, il nido…. proprio il loro nido, colle finestre sull'orto e colla vista del "Gigantesso".

Tutto, tutto doveva essere di Pierino, era di Pierino, era della sposa di Pierino, in quell'improvviso tumulto, in quella festa inaspettata e grande del loro cuore!

Invece Evelina, poco prima dell'epoca fissata, cambiò di parere e scrisse un'altra lettera a Crodarossa.

"Per il molto lavoro sopraggiunto al mio Pietro, il quale del resto trova un gran giovamento dalla sua cura idropatica, dovremo rimandare ad altra epoca il sogno…. il bel sogno di Crodarossa."

"È un destino così!… Non posso esser felice, pienamente felice, mai, mai!"

Evelina aveva il suo tornaconto per restare a Milano.

Nora, dopo fatta la pace collo zio Matteo, aveva voluto rivederla, aveva voluto far la pace anche con Evelina, ed Evelina era corsa subito "dalla duchessa"…. e subito si era fermata "dalla duchessa" anche a pranzo.

E da quel primo giorno in poi, Nora si era presa di un grande attaccamento per la signora Laner: dalla mattina, quando Nora era ancora a letto, poi quando si vestiva, poi a colazione, a pranzo, fino alla sera in teatro, la voleva sempre con sè.

Evelina sottomessa, remissiva, zelante, sempre ai piedi "della duchessa", sempre in ammirazione "della duchessa." Nora, invece, secondo l'umore: o erano carezze o erano strapazzate, ma colle carezze e colle strapazzate, fioccavano regali, sempre regali.

E la signora Laner, giudiziosamente, pure vagheggiando per l'avvenire la sua prima idea di andare a stabilirsi a Crodarossa, intanto, per il momento, si riempiva gli armadi, i cassettoni di roba…. e aveva licenziata la serva e chiusa la cucina.

Sempre fuori, sempre colla duchessa, che cosa doveva farne?…

Pietro, mangiava un boccone al giornale o in una qualche bettolaccia scovata da Mariano Perego. Sua moglie lo vedeva raramente anche prima di legarsi con Nora: adesso quasi mai.

Nora…. non lo poteva soffrire.