XI.

Matteo Cantasirena aspettava il ritorno di Nora, seduto nel seggiolone del suo studio. In quel momento non fantasticava progetti, non ruminava articoli: l'occhio fisso, l'orecchio attentissimo, aspettava ansioso di udire i passettini rapidi, risonanti sulla scala. Ma d'un tratto, si accorse dallo sbattere degli usci, dal gridare, che Nora era già tornata a casa, senza che l'avesse sentita venire.

—Nora! Eleonora!—e si precipitò nella camera della ragazza.—E così?… Dunque?…

—Adesso…. un momento!…—Chinata sulla catinella, Nora si lavava diguazzando, spandendo l'acqua tutt'intorno. Si lavava la faccia, le mani…. Forse i baci, le lacrime del Casalbara?

—Ah!… Che delizia!—e respirava forte, ridendo di piacere, mentre si asciugava il collo e il viso morbido e fresco.

—Dunque?… E così?—ripetè Matteo. E diventava sempre più ansioso.

Nora, mentre infilava il corsè, guardò lo zio con un'occhiata espressiva, accennando di sì. Poi si voltò verso lo specchio per ravviarsi i capelli.

Matteo, rassicurato, riprese colla calma l'aria sua dignitosa. Guardò nel corridoio se Evelina stesse a spiare, chiuse l'uscio, si sdraiò nella poltrona più comoda, e colla mano indicò a Nora di sedersi sopra un'altra piccola poltroncina accanto alla finestra.

—Sentiamo.

Nora gli disse in due parole della domanda formale di matrimonio e come lei avesse finito per accettare.

—Ci sono per altro, due condizioni.

—Quali?

—Fin dopo il matrimonio, che si farà a Casalbara, il segreto dev'essere assoluto, generale.

—Poi?

—Poi, quasi tutto l'anno rinchiusa a Casalbara, e i tre mesi d'inverno passarli a Bergamo!

—In quanto al segreto,—ripigliò Cantasirena, dopo qualche istante di meditazione,—noi potremo anche, mettiamo, non parlarne. Ma gli altri? I giornali? Si tratta del più fausto avvenimento domestico di due famiglie insigni nel patriottismo italiano! Io stesso, come potrei tacere, per esempio, col ministro dell'interno, col presidente della Camera…. e con Ernesto Rossi che ti ha tenuta a cresima? In quanto poi al vivere a Casalbara e a Bergamo, ciò dipenderà…. da te!

Che cosa aveva Nora? A che pensava? Certo, non a quanto lo zio Matteo le andava dicendo. Seduta presso la finestra, si sventolava adagio adagio. Le gambe incrociate, strette nel vestito, diritte, distese, certe volte avevano tremiti: le punte dei piedini si movevano irrequiete. A che pensava?… Guardava, fissava l'ultima striscia luminosa del cielo, che appariva appena sulle case alte…. A che pensava? Era assorta, intenta, era diventata pallida: pallida e triste. Erano i nervi, eccitati dalle commozioni di quei giorni? Era la stanchezza, la fatica fisica, morale che aveva dovuto sostenere e che si faceva sentire allora, in quel primo momento di riposo? Oppure, adesso che era tutto finito, che aveva raggiunta la sua mira, che il sogno si era avverato, adesso che l'ambizione era soddisfatta, sentiva forse, per la prima volta, che non era soddisfatto il suo cuore? Era il rimpianto occulto, profondo, per la grande rinunzia dell'amore?… Era il rimorso?…

Matteo continuava ad osservarla.

—Sei un po' nervosa?… Sei nervosa; si capisce. Mah!… Sono i momenti più solenni della vita.

Si alzò e la baciò sui capelli.

—Figliuola mia; bisogna battere il ferro finch'è caldo! Domani andremo insieme a casa del tuo Giovanni, a fargli una bella improvvisata. Voglio essere il primo a dimenticare…. Giovedì poi, lo inviteremo a pranzo. E che pranzettino! Colla mia brava Gioconda faremo miracoli! Intanto, subito, gli potresti scrivere due righe, per avvertirlo che io già so tutto e che vi ho perdonato. Giovanni è un gentiluomo, e manterrà la sua parola. Ma è amico del Kloss, e noi dobbiamo diffidare del Kloss!… Oh! quei boemi! Nemici sempre dell'Italia.

La ragazza continuava a tacere e a guardar per aria: ma batteva i piedini e si sventolava più forte. Soltanto quando lo zio Matteo si avviò per andare a chiamare la "cara Evelina" e la "brava Gioconda" per metterle a parte di quella gran notizia, Nora si alzò e gli andò incontro, fermandolo sull'uscio, fissandolo.

—E Pietro Laner?

Cantasirena divenne rosso dalla collera.

—Non parliamo di quell'ingrato! Non avvelenare la mia prima ora di felicità!

E siccome Nora non si mostrava scossa da quel furore, corse di là a prendere una lettera.

—Leggi!…

Quella lettera non era scritta dal Laner, ma dal suo avvocato. Era l'intimazione per il pagamento delle ventimila lire ed il resto, entro otto giorni.

—Ben venga la guerra!—gridava Matteo Cantasirena.—Non ho mai indietreggiato di fronte al nemico. Faremo causa!

—No, il signor Laner deve essere pagato.

Lo zio Matteo si lasciò cadere sulla poltrona gemendo.

—Come si fa? Milano è diventato irriconoscibile! Tutti spiantati, diffidenti!

—Parlerò io.

—Col Laner?

—No, con…. quell'altro.

—Con Giovanni?

—Sì. Gli confesserò io stessa questo debito e dovrà pagarlo!—esclamò Nora collo sprezzo sdegnoso, astioso di tutte le donne, nobili e plebee, per il danaro di colui che le compera, sia marito, sia amante.

—Per amor di Dio! Non seccare Giovanni con queste miserie! Tutto a suo tempo! E poi, ricordati: tu non gli devi mai parlare del Laner; mai! L'amore dei vecchi, cioè…. dei mariti, è sospettosissimo, gelosissimo!

—Tanto più se è geloso. Pagherà tanto più in fretta, trattandosi appunto del signor Laner.

—Ma la mia, e anche la tua dignità?…

—Ha dato le ventimila lire per il giornale quando…. quando c'erano in casa…. altri progetti.

Matteo Cantasirena guardò Nora maravigliato:

—Brava!… Bravissima. E poi è la verità! E ricordati: non si può inventar niente che sia più vero della verità! Il Casalbara dovrà apprezzare moltissimo questo tuo sentimento di delicatezza. Benissimo!… Ma non è una confidenza che tu possa fare al tuo Giovanni nè oggi, nè domani…. Bisogna ottenere da quel…. Laner la dilazione di un mese. Fra un mesetto, anche il mio amico Fara-Bon, anche La Navigazione Cisalpina, avranno fatto, mercè questo nostro matrimonio, un passo gigantesco!… Allora anche per le ventimila lire, ci penso io!… Stasera parlerò col Prefetto. È indecoroso, che ancora non si sia pensato a un ricordo marmoreo per il Paleocapa milanese!

Ma a questo punto, s'interruppe, battendosi la fronte:

—Ecco un'idea!… Il duca Giovanni di Casalbara, senatore del Regno, firmerà per il primo…. E a Pietro Laner, ci penso io!… Abbaia…. ma non morde. Se potessi averlo sottomano….

Cantasirena tornò a rannuvolarsi; tornò meditabondo: raccomandò a Eleonora di scrivere subito "al suo Giovanni" e passò nello studio lentamente, a capo chino, strascicando, al solito, i cordoni della vestaglia.

Era un affar serio col Laner! Quel trentino era diventato un tirolese senza creanza!…

E pensava come pigliarlo.—Scrivergli?… Che cosa?… Dove?…

Ma era una buona giornata, ed ebbe un nuovo lampo di genio:—Evelina!

E corse sull'uscio a chiamarla.

—In quali rapporti sei con Pietro Laner?

Evelina fissò lo zio attentamente.

—Non so…. Come prima.

—Non ti ha più scritto? Non ha più cercato di vederti?

—No.

—Bell'asino!—Ma subito Cantasirena tornò a calmarsi, e prese la mano di Evelina, stringendola con effusione.—Tu devi aiutarmi; devi farmi trovare col Laner! Gli scrivi di venire. Gli devi parlare, per cosa che ti preme, anzi che gli deve premere assai. Venga alle dieci: fino a mezzogiorno sei sola.

Evelina continuava a fissare lo zio Matteo attentamente, ma non arrivava a capir bene.

Quell'altro sorrideva, ma non voleva spiegarsi di più, e cambiò discorso.

—Saprai che il Casalbara si è deciso. Mi ha scritto, domandando la mano di Eleonora, e giovedì l'avremo qui a pranzo.

—Il Casalbara? la sposa davvero?… È sicuro?…—ed Evelina si rizzò più gobba, fissò lo zio Matteo cogli occhi più loschi, mentre una vampa rossiccia, biliosa, le accendeva la faccia gialla.

La ragazza era invidiosa; bisognava calmarla.

—Povera Nora!…—sospirò lo zio Matteo.—La sposa…. ma…. a qual prezzo!… Un marito vecchio, gelosissimo. Io poi, non mi stupirei, se Nora, adesso che l'ha spuntata col Casalbara, cominciasse a sentire un po' di bruciore per l'irredento menestrello.

—Capacissima!—ed Evelina diventò ancora più rossa.

Cantasirena notò il livore, l'invidia e una punta ancora più feroce di gelosia.

—Bisognerebbe sapere,—soggiunse poi,—dove quel Laner è andato a ficcarsi.

—È correttore di bozze alla Gazzetta Lombarda.

—Come lo hai saputo?

—Da Taddeo. Quando lo hai mandato a cercare ai Giardini, coi cinquanta franchi, Taddeo lo ha trovato in uno stato da far compassione: non lo ha voluto lasciare; aveva paura a lasciarlo solo! Più tardi hanno incontrato Paolo Jona; allora il signor Laner è rimasto con lui e Taddeo è tornato a casa.

Al nome di Paolo Jona, il direttore della Durlindana, giornale umoristico illustrato, la faccia di Matteo Cantasirena si oscurò. Era l'unico giornale che gli incutesse un serio timore fra quanti lo attaccavano sempre, a sangue.

A Giulio Cesare faceva paura la gente cupa, taciturna: a Matteo Cantasirena faceva paura la gente che sapeva ridere. Alla polemica, all'attacco violento di un giornale serio, rispondeva, o se ne infischiava: la caricatura, a volte profondamente atroce, che faceva rider tutti per una settimana, gli rompeva le scatole.

—Paolo Jona,—borbottò.—Buffoni del giornalismo!… È stato Paolo
Jona a farlo entrare alla Gazzetta Lombarda?

—Sì; ma soltanto tre giorni fa.

—E questo come lo hai saputo?

—Da Taddeo.

—Ma con quel Taddeum non fai altro che parlare di Pietro Laner?

Da gialla, da rossa, Evelina diventò verde per la rabbia, e non disse più una parola. Dopo un momento, stirò lo scialletto sulla spalla gobba, e uscì tranquillamente, come un'ombra, colla testina storta e gli occhi più loschi.

Matteo Cantasirena passeggiava in su e in giù sbuffando, borbottando contro la Durlindana, contro quello "sparafucile delle plebi" di Paolo Jona….

Ma però—pensava—anche Paolo Jona dovrà andar adagio…. col duca
Giovanni di Casalbara: coi morti non si scherza.

Coi morti; perchè il Casalbara era un vivo che rappresentava un morto glorioso; era il tabernacolo delle sante memorie…. E il Casalbara sposava Eleonora!

Era vero? Il Casalbara diventava suo nipote! Che nipote? Diventava suo figlio!… Era vero; proprio vero!

Era stato tutto così improvviso, così strano, così incredibile! Cominciava soltanto allora a capire, a persuadersi, a sentire tutta la gioia di quella gran fortuna. Si fregava le mani, rideva.

Che angelo, quella sua Eleonora cara!

Non più nemici! Non più inquietudini, e la "Cisalpina" a gonfie vele, col nome del Casalbara sui grandi manifesti! Quel casato glorioso avrebbe sollevato l'entusiasmo…. e le azioni! Non era vero che la nota del patriottismo fosse spenta! L'Italia non era mai stata ingrata co' suoi martiri, co' suoi fattori…. Era la gran madre comune, era la patria!

E Matteo Cantasirena s'inteneriva, mormorando:

—Oh la patria! La patria! Una gran bella cosa la patria!…

Ma un nuovo pensiero lo turbò:

—Basta che il Kloss,—sempre l'Austria!—non ci si metta di mezzo!
Guai perder tempo!

Corse fuori, raccomandò a Nora, traverso all'uscio, perchè si era chiusa in camera, di scrivere subito a Giovanni, e si precipitò in cucina, abbracciando commosso la Gioconda, con effusione paterna, mentre Numa, ancora spaurito per le burrasche di que' giorni, scappava ad appiattarsi nella buca nera sotto i fornelli.

—Anche tu, finalmente, la mia brava Gioconda, avrai il giusto premio del tuo disinteresse!—E dopo averle data quella gran notizia del matrimonio di Nora, cominciò subito a concertare il pranzettino pel giovedì.—Un pranzettino…. proprio coi fiocchi! Un poema! Un vero poema…. paradisiaco!—e gli occhi del direttore s'incontravano in quelli della cuoca, e sfavillavano insieme per la lussuria della gola.

Poi uscì di casa: andò a passeggiare per Milano. Voleva far vedere a quei pezzenti della Costituzionale, che lui era sempre vivo! Vivo più che mai!… Era gongolante, raggiante…. Avrebbe fondato subito un altro giornale "Il Fara-Bon!"

E i tirolesi?… Ma che! Lo zio, più che lo zio, il suocero, più che il suocero, il padre del duca di Casalbara, non aveva paura dei tirolesi! Quando ne incontrava qualcuno, era lui il primo a fermarsi sorridente.—Carissimo!—e profondeva le strette di mano.

L'altro, sebbene titubante, stava per battere la solita solfa, ma
Cantasirena gli chiudeva la bocca.

—Non amareggiate il mio primo istante di benessere, di felicità!…—E, raccomandando il segreto, perchè prima, per un doveroso riguardo, la gran notizia doveva essere partecipata a Roma, annunziava il matrimonio della sua cara Eleonora.

—A Milano, siete il solo a saperlo. Ma è giusto che io faccia un'eccezione per voi! Matteo Cantasirena non è un ingrato!

E ricevute le congratulazioni, e ricambiati i complimenti, egli indugiava ancora, stava lì fermo, su due piedi, lisciandosi il bel barbone striato d'argento, pompeggiandosi, continuando a parlare, a parlare, a descrivere, socchiudendo gli occhi, maestoso, le ricchezze, gli splendori della villa, ma che villa!… della reggia di Casalbara; e a raccontare, a ricordare sospirando, soffiando, la ferocia della repressione austriaca, e gli orrori di Josephstadt.

Anche quei tirolesi, in fondo, erano buonissima gente. La Gioconda li calunniava!… Oh, assai migliori degli uomini del suo partito!…

Con la notizia ufficiale del matrimonio di Nora, tornò dal Brunetti a farsi dare dell'altro denaro, e riuscì a cavare un'ultima goccia di sangue al suo ex amministratore, il povero Bizzarelli. Poi, tornando a passeggiare, entrò dal Ferrario a ordinare dei fiori per la sua Eleonora; dal Testa a comandare una sporta di roba e di bottiglie. Si sentiva appetito, ma era ancora troppo presto. Prese un brum, andò a fare un girettino sui bastioni, ma in carrozza cambiò idea, e invece che a casa, andò a pranzare al Cova passando prima dalla pasticceria, dove in un orecchio, annunziò la fausta novella anche alla signorina Annetta, che stava al banco.

Più tardi, pausando, attraversò la Galleria per andare al Manzoni.

Voleva vedere il prefetto: Fabio Cunctator!

Bisognava muoversi per le elezioni del novembre! Le istruzioni del
Governo erano manifeste. Combattere a tutta oltranza nel collegio di
Primarole il Bonforti, nel collegio di Castellanzo il Ghirlanda!

—Questo prefetto…. un'incapacità assoluta! Crede che l'"abilità" consista nel non far niente. È un funzionario gretto, un burocratico senza slancio!

Quando Matteo entrò al Manzoni, il dirigente che lo vide passare, voleva scansarlo; ma l'altro gli corse dietro. Si conoscevano da tanti anni: in varie occasioni si era prestato cortesemente. Matteo Cantasirena dimenticava qualche volta i nemici: gli amici mai. Sua figlia era sposa.

—Ma…. silenzio con tutti. Mi date la vostra parola d'onore? Sposa il duca di Casalbara.

E cercava nelle tasche la lettera della domanda ufficiale….

Il prefetto lo accolse freddamente, con un cenno del capo, senza dargli la mano, che teneva fra i bottoni del soprabito, e continuò a star attento al dramma: si rappresentava il Nerone.

Cantasirena si avanzò in punta di piedi, per non disturbarlo…. gli si sedette accanto…. Il prefetto rimase impassibile. Solo dopo qualche tempo, coll'accento marcato, meridionale, osservò che la ragazza che faceva da Egloge era abbastanza bravina.

Cantasirena guardò anche lui col cannocchiale.

—Sì, bravina,—rispose,—specialmente le gambe.

L'altro non sorrise; continuò a stare attento.

Recitavano male.

—Ah, povero Nerone!—esclamò di nuovo Cantasirena;—assassinato dai comici dopo esserlo stato dai pretoriani!… I pretoriani, sempre infidi, allora come adesso!

Questa volta anche il prefetto sorrise e assentì col capo.

—Senza contare che adesso abbiamo i pretoriani…. rompiscatole, come quel Bonforti! Quel Ghirlanda!

—Sicuramente!—e il prefetto sospirò.

Sospirò anche Matteo Cantasirena con tutto il fiato del suo pancione. Poi si alzò, restò ritto in mezzo al palco, guardando il teatro, guardando la scena, e finito l'atto sedette egli pure al parapetto.

—Non c'è che un mezzo,—disse poi sommessamente, e avvicinando il bel faccione tentatore, mentre il prefetto rimaneva rigido al suo posto—non c'è che un mezzo per vincere a Primarole e a Castellanzo.

—Per me…. io me ne lavo le mani; e l'ho scritto anche a Roma. Dov'è impossibile vincere, la lotta è inutile e pericolosa. Primarole e Castellanzo sono due rocche inespugnabili.

—Inespugnabili col fuoco…. Ma coll'acqua?—E Matteo sorrise, socchiuse gli occhi, tornò a sorridere. Era un sorriso di adulazione, di protezione, di finezza, d'ironia….

L'altro, che non capiva, stava sempre sulle sue, e sempre più in sospetto.

D'un tratto, Matteo si alzò, tornò a sedersi accanto al prefetto, nell'ombra, e gli disse cambiando tono, risolutamente:

—Commendatore: verrò a trovarla domani: dobbiamo discorrere a lungo. Si tratta di un progetto colossale, che indipendentemente dalle elezioni, da ogni idea politica, può essere di una straordinaria importanza per l'avvenire economico del paese. Noi non abbiamo bisogno del Governo. L'idea è grandiosa: pareva un'utopia al Paleocapa, e il Fara-Bon ha saputo renderla attuabile. Il Comitato è pressochè costituito. Metteremo alla testa il duca di Casalbara.

—Benissimo!—esclamò il prefetto, con un'affermazione che pareva anche un saluto, per quel nome,—Casalbara.

Matteo soffiò più forte, e ripetè con maggiore solennità:

—Noi non vogliamo niente dal Governo; il solo appoggio morale; e in ricambio—questo lo prometto io, Matteo Cantasirena, privatamente—il Bonforti e il Ghirlanda saranno battuti. Il sottosuolo politico-elettorale di que' due collegi rimarrà sconvolto dai nuovi interessi e dai nuovi interessati alla Navigazione Cisalpina.

Il prefetto era tornato rigido, serio, impassibile.

—Il duca di Casalbara è con noi; e la villa di Casalbara è vicina a
Primarole, vicina a Castellanzo.

—Ma come potete assicurare che…. il Casalbara sia con voi?

—Sposa la mia figliuola, Eleonora!—esclamò Matteo Cantasirena, sorridendo, senza dare nessuna importanza a quella notizia.—Non volevo parteciparle questo matrimonio perchè ancora vogliamo tenerlo segreto; ma, sono sicuro, mi userà la cortesia di non parlarne!…

…. Quando Matteo Cantasirena fu per andarsene, il prefetto lo accompagnò fin sull'uscio del palchetto:

—Dunque, domani, vi aspetto alla prefettura, dopo le due?

—Farò di tutto per non mancare. Al caso, manderò un bigliettino;—e Matteo soggiunse, sorridendo maliziosamente:—Vado a portare i vostri saluti a Egloge!

Poi se ne andò, dondolando, sul palcoscenico per vedere Egloge da vicino.

La notizia della risurrezione di Matteo Cantasirena, del matrimonio, si era sparsa per tutto il teatro. Nerone gli corse incontro, con Egloge, circondato dai romani.

—Sono cinque sere che recito al Manzoni e lei ancora non si è lasciato vedere! Non è il modo di trattare cogli amici. No!… Mi lasci parlare perchè io—basta…. io…. sarò un cane….—e Nerone rideva lui per il primo della enormità che diceva—ma qui, qui—e si batteva sul cuore—ce n'è! ce n'è!—E mi deve fare un favore grande: mi deve sentire in questa scenettina che faccio adesso con Atte….

—Se proprio…. è per farvi piacere….

Matteo Cantasirena sbadigliò. Si avviò lentamente, più faticosamente lungo il corridoio; entrò in un palchetto che l'amministratore stesso della compagnia era corso innanzi a fargli aprire. Si ammirò nello specchio; si fece portare un cannocchiale, cercò, guardò Egloge fra le quinte…. si sdraiò al parapetto, sorrise a Nerone che appena entrato in iscena lo aveva cercato coll'occhio…. poi chinò sul petto il grosso testone e, taffete, si addormentò.