XIII.

Quando Francesco Kloss, entrò alla sua Banca, tornò a rifare tutti i calcoli attentamente, diligentemente. Centocinquemila lire erano bene spese, al patto di afere in te le man la liquitazione della Cisalpina.

Un affar d'oro!

Tuttavia, gli affari davano al Kloss le ansie, le inquietudini dell'artista che cerca la perfezione nell'opera propria.

Centocinquemila lire erano bene spese!… Ma poterle risparmiare sarebbe stato mei anca mò!

E pensava…. pensava…. arricciandosi i baffi, sogghignando.

Obbligare Matteo Cantasirena a riconoscere questo suo debito…. per tutti i casi?… Obbligarlo ad una restituzione, anche rateale, in un tempo indeterminato?

Chissà!… Ma poi gli balenò un'altra buona idea, un'idea migliore.

—Sicuro: questo…. è più che giusto.

E scrisse egli stesso alla vedova del signor Galli, perchè venisse subito alla Banca.

Fece dei conti rapidamente, sopra un fogliettino di carta volante: fra stipendio e partecipazione agli utili, il signor Galli avrebbe avuto un credito di cinque o seimila lire. Più, alla Banca era depositata una polizza di assicurazione fatta dal Galli, intestata alla moglie per ventimila lire. Venticinquemila lire dunque il Kloss le poteva risparmiare.

Quando entrò la signora Galli, egli non si alzò, non la salutò, non la guardò nemmeno. In poche parole le disse di che si trattava. Suo marito si era suicidato dopo aver truffata la banca di centocinquemila lire. Per salvare il buon nome del signor Galli egli era disposto a dichiarare che aveva trovato tutto in perfetta regola, e anche a spiegare e a giustificare il suicidio nel modo il più attendibile: ma ben inteso, la signora Galli doveva concorrere…. a riparare al danno…. rinunciando a qualunque credito del marito "per stipendi, eccettera" e anche all'assicurazione.

La povera donna era entrata nel gabinetto del Kloss senza poter parlare, colle lacrime che le gocciolavano dagli occhi; accennò di sì, lentamente, e se ne andò, sempre piangendo, sempre senza poter proferire una parola.

Il Kloss, mentre essa usciva, alzò il capo e le tenne dietro collo sguardo.

Quel vecc era molto tenero coi pei tonnett! Anche cuella lì, era riuscita a farsi sposar cont un fioeu d'un alter!…

Dopo pranzo, subito, Francesco Kloss tornò dalla duchessa, per avere la risposta, e ritirare l'obbligazione in piena regola di Matteo Cantasirena.

Fece molto tardi dalla duchessa, e giunse tardissimo al Cova, a prendere il caffè e latte, nel solito crocchio d'amici: tutta gente dell'alta finanza, ricchi industriali, deputati. E portò in quel crocchio due notizie: la notizia della liquidazione della Cisalpina, e quella del povero Casalbara sempre più aggravato.

I tispiasè della Cisalpina, le esagerazioni, le calunnie avevano peggiorato precipitosamente il suo mal di cuore. E parlò della duchessa, della assistenza che prestava al marito, dello sue cure, con un entusiasmo, un calore affatto insolito.

È una tonna marafigliosa!… marafigliosa de coragg!

Poi annunciò che il giorno dopo avrebbe pubblicata una dichiarazione nell'Italia, una dichiarazione esplicita, che avrebbe tagliate le gambe ad una infinità di dicerie.

—Anche i tisortini di Primarol? Tutte mene dei socialista! È ormai tempo di finirla coi ciacer!

Gli altri del crocchio, gli amici, lo guardavano stupiti.

—Come?… se aveva sempre gridato contro quella carnovalata?

Il Kloss cominciava a contradirsi.

—L'attuazion era sbagliata; ma l'idea fondamentale del Fara-pon era eccellente. Perchè tante spese, perchè ricorrere alla navigazion… quando si può servirsi benissimo dell'elettricità?… La Cisalpina aveva fatto i robb tropp all'incrande: i suoi amministratori mi li contannassi per spensieratezza, per inesperienza, ma per latreria questo poi no! Erano tutte esagerazioni, calunnie, le quali non facevano altro che scuotere la fiducia nei nostri affari…. nel nostro credito. Quel Matteo Cantasirena è un mecalomane, questo si può dirlo impunemente. L'è el padre eterno di badalucch! Cuel Fontanella, l'è un progressista poeta…. che fa ai pugn cont l'aritmetica: ma gli architetti, i ingegnee sono tutti eguali! Una disgrazia…. a chi la capita! Un Cuarantott! Ma nel comitato c'era di fior de personn. Cuel Brunetti, il Vergani, il Bizzarelli?… Cuel tetescon del Duranti?… E del presidente, del Casalbara?… Parlemen no!… Il povero vecchio ci lascia la pelle!… Un uomo straortinari!… Un patriotta dei più penemeriti!

Gli altri s'interessavano: il Casalbara era sempre stato un gentiluomo perfetto, una bravissima persona: certo anche in quella guerra contro la Cisalpina c'erano state grandi esagerazioni.

—Rivalità d'interessi! Però un uomo che può vantare il passato del duca di Casalbara, deve imporre un certo rispetto, una certa discrezione nei giudizi.

Il giorno dopo comparve nell'Italia la lettera del Kloss, colla quale "per debito di coscienza e di lealtà" egli dichiarava esplicitamente e formalmente che tutte le dicerie messe in giro circa il suicidio del suo egregio e compianto procuratore signor Ambrogio Galli erano affatto destituite di qualsiasi fondamento. La probità dell'estinto era superiore ad ogni sospetto. Il suicidio si doveva attribuire ad una malattia di fegato che già affliggeva il signor Galli da molti anni, con forti assalti di nevrosi ipocondriaca, malattia che il signor Galli, pur troppo, aveva saputo essere ormai incurabile".

E in un'altra parte del giornale, v'era poi la notizia dello stato gravissimo del duca Giovanni di Casalbara, senatore del regno, col seguente commento: "I gravi fatti di Primarole e di Castellanzo hanno certo influito sulla salute, già da tempo assai cagionevole, dell'illustre patriotta. Rimane però la speranza, che l'assistenza esemplare, le cure affettuose, assidue della duchessa di Casalbara, ammirabile di coraggio, di devozione, di abnegazione, abbiano a conservare un'esistenza tanto cara e preziosa alla patria."

La sera stessa, le Risorse Italiche riportarono la dichiarazione del
Kloss.

E in prima pagina avevano due colonne coi particolari della malattia del senatore Giovanni di Casalbara, "unito al nostro direttore da affetti e da legami più che filiali". E già si ricordava la sua vita, cominciando dall'arresto del fratello Eriprando, poi le sofferenze, il martirio, l'esilio, i grandi sacrifici, poi l'operosità pel bene del paese, poi come egli pure fosse stato con altri attratto dalla sublime utopia del Fara-Bon, e come la sconfitta e gli attacchi avessero colpito il suo cuore generoso, magnanimo. "Angelo caro e salutare del conforto, veglia al letto dell'illustre infermo la giovane sposa, fra le gentildonne italiane, esempio purissimo di amore, di virtù, di sacrificio."

Tutti gli altri giornali, i giornali amici del Bonforti, i giornali amici del Ghirlanda, i giornali ispirati dal Governo e i giornali ispirati da Pio Calca e da monsignor Meneguzzi, tutti quanti, si affrettarono a pubblicare la dichiarazione dell'onorevole commendator Francesco Kloss, relativa all'avvenuto suicidio del suo procuratore, l'integerrimo signor Galli, affetto da incurabile malattia di fegato, e tutti pubblicarono pure, ogni giorno, il bollettino firmato dal dottor Foresti, sulla malattia dell'illustre patriotta, Giovanni di Casalbara, senatore del regno.

Le notizie del duca si facevano a mano a mano più gravi, e a mano mano veniva maggiormente ammirata la nobilissima signora duchessa, instancabile nelle cure, nell'affetto, nella devozione.

L'è una tonna motèl!—esclamava il Kloss ogni giorno più incantato ed entusiasmato.

Sebbene i brogli e i pasticci della Cisalpina fossero imputabili soltanto a Matteo Cantasirena e al Fontanella e questi due soltanto ne avrebbero dovuto rispondere, non erano però essi soli i più atterriti dall'idea di uno scandalo, di un processo. Dal più al meno lo temevano tutti, anche le vittime; i danneggiati, gli sfruttati, come gli sfruttatori.

Aveva ragione Francesco Kloss:

—Era ormai tempo di finirla colle chiacchiere, colle esagerazioni!

I due deputati di estrema sinistra che avevano fornicato col segretario generale della Cisalpina per assicurarsi il collegio, la triade del Bizzarelli, del Vergani, del Brunetti sbrogliatasi di sotterfugio per passare agli ordini e alle imprese del Kloss, quel conte Bobboli-beì sempre in ansie per le sue campagne africane, il Tolomei che in molte distrette di denaro aveva scritto e invocato egli pure, e il Duranti sempre pauroso di veder rievocare insidiosamente la devozione di suo padre, i servigi di suo padre a casa d'Austria…. chi mai avrebbe desiderato che si rimestasse nelle acque limacciose della Navigazione? Nessuno dei consiglieri e nessuno forse degli azionisti, di quelli almeno che avrebbero potuto farsi valere, esigere davvero la luce.

Monsignor Meneguzzi, per esempio, avrebbe dovuto, anche a nome della moralità, a nome del partito cattolico, spiegare la sua energia, la sua influenza. Ma ahimè! Anche il Monsignore delle contesse, aveva avuto il torto di scrivere troppi bigliettini…. alla duchessa della Navigazione! Attaccati, quei radicali sarebbero stati capaci di tutto. Che cosa avrebbe detto l'Arcivescovo se fosse venuta alla luce quella letterina…. in cui il prelato inviava alla bella signora una preziosissima reliquia di santa Isabella, sorella del re di Francia—anche i santi di Monsignor Meneguzzi erano tutti aristocratici—pregandola di accettarla come sua memoria in cambio di quell'anello, che per lui sarebbe stato un gaudio dello spirito il poterle offrire, il poterle lasciare…. infilato nella manina candida e pura come un pensiero di San Luigi, ma che era costretto a domandarle di ritorno per i commenti di Pio Calca, un ragazzaccio pettegolo e sciocco? Che cosa avrebbe detto l'Arcivescovo?

Era meglio invece adoperare anche l'influenza dell'Arcivescovo, perchè quelle chiacchiere, quei pasticci, quegli scandali fossero messi in tacere.

Era ormai tempo di finirla con tante esagerazioni, con tante calunnie!… Ne andava di mezzo il credito del paese, la sincerità, la moralità degli affari. Negli affari non si vive di brutture, di denunce, di diffamazioni! Bisogna lavorare, e, quando si è sbagliato, riparare. Quelli che si accanivano a sparlare della Cisalpina, erano i soliti impotenti, astiosi, che volevano pescare nel torbido. Anche i disordini di Primarole e di Castellanzo erano stati istigati, fomentati…. dai socialisti tedeschi!

E le vittime? Le solite glorificazioni postume dei facinorosi, che suscitano torbidi e rivoluzioni. Quel Francia intanto,—si era saputo poi,—era un anarchico in relazione cogli autori degli ultimi attentati! E quel sorvegliante?… Quello che chiamavano il Teddeum? Una specie di aguzzino, che violentava le donne e bastonava i ragazzi, un lupo…. che le pecore avevano fatto benissimo a sbranare!

La vittima vera, la sola vittima, la vittima grande era il povero duca di Casalbara! E crebbe a dismisura l'interessamento per lui, e attorno all'illustre infermo fu uno scoppio, un clamore, un'esplosione di patriottismo! E come il vero martire, il duca Eriprando era stato dimenticato quando il duca Giovanni cominciava a vivere, così il martire generoso e intemerato veniva dimenticato allora, confuso allora col duca Giovanni, col senatore Giovanni di Casalbara che moriva: la gente non ricordava più bene quale dei due fratelli fosse stato prigione a Josephstadt: ma certo, se c'era stato il duca Eriprando, c'era stato anche il duca Giovanni.

Matteo Cantasirena era un solo gemito: tutto un mugolio di gemiti. Il dolore gli sprofondava gli occhi nel faccione abbattuto: sudava, ansava. Ma poi:—Sursum corda!—esclamava.—In alto il core! E coll'orgoglio di essere uscito incolume (senza un soldo!) dagli affari come dalla politica!—In alto il core!—Il mio concorso al mausoleo di Giovanni di Casalbara, sarà tributo di operosità, di lavoro! Percosso, ma non sfiduciato…. Ricominciamo! Nel lavoro il conforto per la perdita del congiunto, del fratello, del figlio, del compagno di congiura, di carcere, di lotta! Nel lavoro l'oblio delle molteplici ingratitudini!… E poichè Evelina, quella tirolese, è scomparsa nell'ora dei sacrifici, sarà in un cuore…. superstite, che io cercherò la mia ora quotidiana di sosta, di tregua. Buona, squisita Gioconda! Un essere inferiore…. per i pregiudizi sociali; non per me!… E di nuovo, subito, al Dizionario dei patriotti viventi! Una nuova serie…. magnanima…. I patriotti dell'impopolarità…. E di nuovo alla mia grande idea…. una rivoluzione nel giornalismo…. un giornale…. colossale…. Il Giornale club…. ogni abbonato…. azionista, comproprietario…. Grandi sale di ricevimento, di lettura, di giuoco…. di scherma…. prestiti ai soci…. banca di sconto….

Il dottor Foresti, le ciglia aggrottate, la faccia marmorea, immobile, scrollava il capo e sospirava, quando gli domandavano del suo illustre ammalato: ormai non c'era più speranza; l'occhio del duca non era più fisso, sbarrato sulla moglie;… il rantolo solo era più grave, più affannoso. La duchessa Eleonora non lo abbandonava un momento: quando usciva da quella camera buia e afosa, rimaneva lì nella prima stanza o nel salotto vicino.

Era gelosa di tutti gli altri: la giovane sposa innamorata, di Nizza, non si smentiva in quel momento: era attaccata a quelle ultime ore della cara esistenza, con ansia cupida, golosa.

E nella poesia della giovane donna, così innamorata, sempre innamorata del vecchio e grande patriotta, al punto di voler essere la sua sola infermiera, al punto di voler raccogliere lei sola, tutti lei, gli ultimi palpiti di quel gran cuore; veniva affatto dimenticata la signorina Cantasirena, la maestrina di canto e di pianoforte, l'amica della Schönfeld…. venivano dimenticate le avventure campestri di Casalbara.

E anche lei forse, Eleonora, aveva tutto dimenticato: adesso godeva, viveva solo di quel compianto, di quelle lodi, di quell'ammirazione.

Lord e lady Paget erano appunto venuti da Nizza per vederla: da Roma, dal Senato, dalla Camera, dal Quirinale eran giunti telegrammi chiedendo notizie del marito, con auguri e voti e conforti….

Monsignor Meneguzzi aveva indotto donna Alessandrina, l'austera madre di Pio Calca, a farle visita, e dietro a lei tutto lo stuolo delle sue contesse.

Donna Alessandrina, aveva trovato la duchessa Eleonora veramente sublime di virtù e di coraggio, e l'additava come esempio alle gentildonne cristiane: e la duchessa di Casalbara diventava sempre più di moda a Milano per il suo dolore di moglie, come era stata di moda a Nizza per il suo amore di sposa.

Della Cisalpina, nessuno più parlava: non era di "buon gusto", non era patriottico il parlarne.

Francesco Kloss si recava sempre più tardi al Cova, la sera, a bere il suo caffè e latte.—Anche il Kloss faceva un po' di assistenza al Casalbara e un po' di compagnia alla duchessa.

—La fera tonna motèl…. con tutt i perfezion!…

E quando i suoi amici, gente d'affari, gli domandavano conto della liquidazione della Cisalpina, dichiarava che procedeva penissimo.

C'erano delle irregolarità: ma come aveva sempre detto, erano più da attribuirsi a balortaccine che a mala fed. E soggiungeva che se qualche pasticcio c'era, si doveva attribuirlo al segretario particolare del Cantasirena:

Un tristo soccett…. un certo Laner del Tirol, ma lui come i feri pirpanti, prima ancora del temporal, aveva preso il volo…. con fentimila lir!

E mentre parlava del Laner, la rabbia, il veleno, la bile gli schizzavano dagli occhi astiosi, gelosi.