SCENA IV.

Marino e DETTI.

MARINO

(che ha udite le ultime parole) No, no, signorina. Per tutto questo soltanto... potrebbe anche... non capir niente!

SOFIA

Marino? Addio, signor Marino! Si ferma?

MARINO

(stringendole la mano) Se ho la speranza di rivederla, certo.

SOFIA

Torno subito. (via).

MARINO

(la segue collo sguardo, poi sospira: rivolgendosi a Francesco) Lei pensa e lavora per la felicità universale!... Se io avessi una figliuola come quella lì, non lavorerei che per darle una dote... e non penserei che a trovarle un galantuomo per marito. — Non ho altro lavoro: ho bisogno di guadagnar qui la mia giornata: quattro lire soltanto. (dopo un momento mettendosi il cappello) Scusi: ho freddo.

FRANCESCO

In tipografia vi daranno da lavorare.

MARINO

Nossignore. Anche qui c'è il suo bel giorno dello Statuto: oggi si fa festa per lei, il che, a sentire lo Scalfi, il proto, e Rissone, l'amministratore, dovrebbe significare digiuno per me.

FRANCESCO

Prendete da copiare. (prepara la prima parte del Patto Nazionale).

MARINO

(prende il tavolino, o scrivania, che sta appoggiato alla parete e lo porta un po' innanzi: avvicina una seggiola al tavolino, mette sul tavolino il proprio cappello, poi va da Francesco a prendere il manoscritto).

FRANCESCO

Intanto questo: poi tornate (sempre scrivendo c. s.)

MARINO

(prende il manoscritto, e tornando al suo tavolino legge a mezza voce l'intestazione, quasi cantarellando) «Federazione delle Associazioni Operaie: Patto Nazionale».

FRANCESCO

Meditate bene quello scritto. Anche voi dovreste diventare dei nostri.

MARINO

Io?... dei vostri?... No. Siete tutti fratelli, ed io mi vanto di essere figlio unico! (copiando un primo brano c. s.) «La grande famiglia di chi lavora e spera non conosce confini nè di regioni nè di paesi: (si mette il cappello). Mi copro, se permette.

FRANCESCO

(che è intento a scrivere e non gli aveva badato) No! No! qui, aspetto gente, andate a casa vostra, mi porterete il lavoro fra un'ora o due...

MARINO

Le dirò, casa mia l'ho soltanto qualche volta, la sera, quando non mi è riuscito di nascondermi in un caffè. — Preferisco dormir male e mangiar bene: la gola è un vecchio peccato che mi è tanto più caro, perchè è il solo che mi sia rimasto fedele, (copiando) «Nel nostro paese stesso è d'uopo ch'essa si fonda, si conosca, cooperi agli intenti comuni.» (forte) Se verrà gente, me ne andrò.

FRANCESCO

(osservandolo) Eppure... avete talento... avete studiato... Perchè non cercate di fare qualche cosa di meglio del correttore di bozze, o del copista?

MARINO

Non ho nessuno e non me ne importa niente di nessuno. Forse... faccio un'eccezione per voi. Ma non vantatevene: ho detto forse!

FRANCESCO

Se non v'importa di nessuno, per voi stesso dovreste cercare di stare meglio.

MARINO

Il meglio è nemico del bene: io, così, sto benissimo. (a Francesco che lo osserva, alzandosi) Sicuro: quattro lire, col mio appetito buono e delicato mi bastano in punto e non avanzo un soldo, e così non dovendone, e non avanzandone, vivo tranquillo senza il tormento dei debiti e senza le angosce dei crediti. Questo è il mio studio. In quanto al mio talento... in quanto al mio talento lo adopero per godere, per gustare quello degli altri che sono stati prodighi del loro. — E scelgo i genî che sono morti, per essere sicuro di non sbagliarmi.

FRANCESCO

(lo guarda sempre c. s.: gli fa cenno di no, colla mano).

MARINO

Non mi credete? — Invece del copista, del correttore, che cosa dovrei fare? — Dovrei fare dell'arte, della letteratura, nella snervante irrequietezza dello spirito nostro, vagheggiante ideali che ancora ci sfuggono, fantasmi, perpetuamente inafferrabili? (con un'alzata di spalle) No! E poi, io sono orgoglioso, superbo. Io fo l'amanuense per vivere: non sarò mai un piccolo industriante di arte o di letteratura che si affanna raccattando dei ferravecchi per sbarcare il lunario! (irritandosi di più perchè Francesco continua a fissarlo e a negare) E nemmeno voglio fare il mestiere... della politica, perchè... perchè sono indipendente: il solo padrone di me stesso. Sissignore!... — Voi siete democratico, socialista? — io sono aristocratico. — Voi amate la piazza?... — Io la detesto. — Voi ci tenete alla popolarità? — io me ne infischio, e non farò mai le capriole dinanzi ad una folla di despoti cretini, che non mi vale nè per l'ingegno, nè per il carattere e nemmeno, il novantanove per cento, per l'onestà! (avanzandosi) Sissignore. Lo dico a voi; questo è per voi. Per voi che mi osservate e mi scrutate per strapparmi un segreto sotto i miei panni laceri e sudici.

FRANCESCO

No. Io, soltanto, mi domando il perchè di questa vostra amarezza, di questo odio che avete nell'anima; e non certo per farvi del male.

MARINO

So, so. Anzi; voi vorreste che io venissi qui a fare la parte del riabilitato, la dimostrazione pratica delle vostre teorie: — «l'ambiente fa l'uomo, e occorrendo lo rimette a nuovo.» (Francesco gli stende la mano: pausa: Marino non la stringe) — Dite la verità: credete che io mi nasconda perchè abbia rubato, ammazzato? Fors'anche dubitereste che io fossi una spia, se non aveste veduto, realmente, che quando non lavoro non si mangia?... (si guardano fissi) Sono io che stendo a voi la mano. (eseguisce) E senza nessun interesse. Voi vorreste indagare nella mia anima e scoprire il perchè del mio odio?... Io no. Io non cercherò mai nel vostro passato, la ragione vera, prima, il perchè... del vostro amor del prossimo.

FRANCESCO

Nel mio passato, non trovereste altro che un gran dolore, e le ingiustizie sofferte. (Francesco e Marino si stringono ancora la mano dopo essersi ancora fissati a lungo: Francesco si siede, e si rimette a scrivere).

MARINO

(torna al suo posto) Se mai, un giorno, le potrà giovare... le racconterò... le dirò... Adesso no: sarebbe inutile. Il ricordare, per me, non è un divertimento, e forse, neanche per lei. (si siede, legge, copiando c. s.) «L'umanità non deve dare spettacolo di una eterna battaglia, nella quale il debole è schiacciato, ma deve ispirarsi al concetto dell'armonia, della solidarietà fra tutti gli esseri.»