SCENA III.

Francesco solo, poi Sofia che torna vestita, per uscire.

FRANCESCO

(si pone alla scrivania e comincia a scrivere in fretta)

SOFIA

(mentre attraversa la scena, avviandosi verso la comune, Francesco si versa un'altra tazza di caffè colle mani tremanti. Sofia con dolce violenza gli porta via la tazza).

FRANCESCO

(guardandola) Mi fa male?

SOFIA

(prende la macchinetta, la scuote) È quasi vuota! (Gli tocca la fronte, gli stringe insieme tutte e due le mani col fare avvezzo d'un dottore, per sentire se scottano) Ti esalta. Ti eccita, e tu hai bisogno di calma.

FRANCESCO

(corre subito sul balcone, guardando fuori) La signora Santer era sul terrazzo?... Non c'è più?... No! Le dirai di venir qui, subito... ho da parlarle. (tirandosi vicina Sofia, e guardandola) E anche a te... ho da parlare. Tu non hai pregiudizii... Tu sei libera, pura, immune da ogni ipocrisia, da ogni imposizione di scuole, di dogmi. Anche tu, sei una bella, una cara vittoria mia! (accarezzandola, ecc.) la più bella... la più cara!... (ridendo) Ah! Ah! Carboni voleva fare di te una sarta, o una modista: Rissone, una maestra comunale: io no. Io no! ed ho fatto della mia figliuola, uno spirito moderno... ed ho voluto... ho voluto renderti forte contro il male... e forte... forte contro il dolore. — Io ho sofferto, sai? — Ero giovane come te; ho molto sofferto!

SOFIA

(con l'incanto della tenerezza e della grazia infantile) Quando è morta la mamma?

FRANCESCO

(ha un fremito, un lampo negli occhi, si alza e poi) Sì... allora... allora!... (scotendosi di nuovo, esaltandosi) E da allora... pensa... pensa... pensa!... Quanto lavoro!... Quante battaglie!... Quanta strada percorsa! — Io non avevo talento, no; ma avevo cuore. Io non potevo, non sapevo, non volevo scrivere libri: volevo fare, ed ho fatto. Tutto ciò che gli altri avevano soltanto pensato, meditato, predicato, io l'ho messo in pratica: e perciò, ogni mio passo è stato una conquista vera, definitiva. Ed oggi... Ah! Ah! Guarda, guarda da quella finestra: le nostre officine sono vaste, lunghe come contrade. Ora non sono più un illuso, un sognatore, un pazzo. (Le indica il drappo e l'iscrizione) Ah! Ah! Ah! Oggi, dodicimila coscienze sono con me!

SOFIA

Non ti ho mai visto, così. Sei pallido. Hai l'occhio acceso. (Gli passa la mano sulla fronte con sollecitudine materna) Non lavorare più, stamattina! Accompagnami. Vieni con me!

FRANCESCO

Riposare?... È impossibile. Sì; ho la febbre, ma è una febbre che non fa male. È una febbre di gioia, di esaltazione; è una febbre di lavoro, di idee. È la febbre (piano, quasi all'orecchio, con infantile confidenza) del mio trionfo! Va! Va! E poi torna presto. Sono come i bambini, sai, quando sono contento non posso star solo. (si siede, poi chiamandola ancora) Sofia!

SOFIA

(correndo) Babbo... (si ferma, lo guarda, sorride) Non mi dimentico, no!

FRANCESCO

Che cosa?

SOFIA

(con malizia carina) Di dire... alla signora Santer di venir qui!

FRANCESCO

(ridendo) Sentiamo, la tua opinione, la mia piccola e cara arca di scienza, la tua opinione sulla signora Anna.

SOFIA

(c. s.) Come direttrice delle Scuole Operaie?

FRANCESCO

No.

SOFIA

Come presidentessa della Lega Femminile?

FRANCESCO

Rispondimi questo soltanto: Vuoi bene, vuoi proprio bene alla signora Anna?

SOFIA

Moltissimo. — Tu, però, gliene vuoi ancora più di me.

FRANCESCO

Hai capito?...

SOFIA

Ho studiato filosofia, qualche cosa ho pur da capire!