CAPITOLO IV.

Questi in diverse lingue era eloquente,

E sapeva in ciascuna all’improvviso

Compor versi, e cantar sì dolcemente,

Che avrebbe un cor di Faraon conquiso.

Tassoni.

Lo sconosciuto, che aveva guidato Palamede fra le tenebre del bosco ad udire il canto di Ginevra, niun altro si era fuorchè quell’Enzel Petraccio, aríolo, i di cui buoni uffici aveva offerto Gabriella (la moglie del castellano) a Ginevra, nella prima sera che questa si trovava nel castello. Era Enzel venuto da lontani paesi al di là di Lamagna, e capitato in Lombardia al seguito di Ernesto il Bavaro, duca di molti castelli, allorchè questi menò in moglie Lisabetta la Piccinina, una fra le dieci figlie legittime di Bernabò. Enzel si era introdotto fra la schiera dei servi del Duca, e con essi recatosi a Trezzo, rinunziò al vivere errante che per tanti anni avea condotto, e pensò fermar stanza colà, dove, a motivo delle sue arti che sapevano di negromanzia, era richiesto dal volgo, e tenuto in gran pregio. Sapeva però celare con astuzia quegli artificii ai frati ed ai ricchi, per tema di avere a sperimentare il suo magico potere contro le fiamme di accesa catasta, o nella gola arroventata di un forno. Enzel parlava talvolta una lingua stranissima, ed era il solo che servisse d’interprete fra le genti del paese e gli alabardieri alemanni, gli arcieri svizzeri, e i cavalieri francesi e normandi, di cui qualche schiera sempre si trovava a Milano e ne’ dintorni, condotti dai tanti principi che si recavano alla corte di Bernabò, od attraversavano la Lombardia per guerreggiare in Italia. Aveva egli veduto Vienna d’Austria, dopo essere stato a Rodi, a Bisanzio, e persino a Trabisonda. Tratteneva le persone narrando maraviglie di spaventose montagne, di fortune di mare, di singolari costumi di popoli lontani, di guerre, d’assalti, di giostre e duelli di cavalieri; mesceva a’ suoi racconti amori di dame e di regine, storie di maghi, di miracoli e d’effetti d’influssi di pianeti. Astuto indagatore de’ fatti altrui, richiesto di consiglio e d’aiuto nelle traversie, sapea di tutto giovarsi, penetrando ne’ segreti di chicchessia: andava nelle case, nelle taverne, e frequentava le corti dei castelli e de’ conventi: spiava i moti di ognuno, meditava sulle parole che inavvedutamente isfuggivano; e combinando con accortezza tratti che sembravano i più disparati, spesso giungeva alla scoperta di fatti segretissimi: quindi molte fiate sapea prevedere ciò che taluno di celato divisasse intraprendere.

Aveva fatto lega coi tempestarii, ed altri aríoli, i quali dicevasi tener possanza sulle meteore e sugli spiriti che abitavano l’aria: eglino venivano consultati non solo dal volgo, ma anche da’ cavalieri e signori di castelli, e in ispecial modo dalle donne, a cui la molta ignoranza e superstizione dei tempi facea credere infallibili gli oracoli che pronunciavano. Per tal guisa adoperando, Enzel avea cognizione delle insidie e de’ tradimenti che celatamente si preparavano; sapea le corrispondenze più ignote e le violenze praticate fra impenetrabili mura. Amico de’ sgherri e degli assassini, de’ contrabbandieri e de’ gabellieri, egli penetrava sicuro in tutti i boschi, in tutte le trabacche dei soldati; derisore in suo secreto di gran parte de’ pregiudizi che esso co’ suoi racconti tenea vivi negli altri, punto non temea di cacciarsi per luoghi oscuri e disabitati, ne’ sotterranei e nelle caverne, qualunque pur fosse la fama tremenda che s’avessero. Infatti egli aveva scoperto nel castello di Trezzo, entro la torre nera di Barbarossa, l’ingresso ad un sotterraneo a cui niuno ardiva accostarsi, e ne approfittava onde uscire e rientrare a suo senno nel castello: il che non eseguiva che in casi importanti, mal volendo qualche fiata essere scorto da taluno; così, comunque pur fossero guardate le mura e le porte, per esso riuscivano mai sempre libere come aveva a Ginevra narrato Gabriella. Questa singolare persona vestiva calzoni di una foggia particolare, a color nero, e rannodati al confine del piede; talvolta portava un mantello e un cappello a larghe falde, e tal altra un guarnello con cappuccio, da cui le sue guancie sporgenti e gli occhi da gufo ricevevano uno stravagante risalto.

Petraccio era stato introdotto nascostamente da Gabriella nelle camere delle figlie di Bernabò: imperocchè ella amava ad ogni patto che Ginevra abbandonasse quel malinconico e segreto affanno che la opprimeva, od almeno desiderava scoprirne la vera cagione. Quindi avea caldamente raccomandato all’aríolo che tutte ponesse in opera le arti sue a fine di alleviarla, o dir le sapesse qual fosse l’origine del suo secreto dolore: l’aríolo, che sempre compiaceva a Gabriella, siccome quella che usavagli di molte cortesie, assunse con tutta premura tale impegno. Entrato in quelle camere, diè principio al narrare istorie scherzose, che vivamente ricrearono Damigella, la quale pendeva ammaliata dalla voce strana di lui, da’ suoi gesti, dagli sguardi ed atteggiamenti variati del volto, non che dalla verità e vivezza delle sue descrizioni. Col racconto delle sue fiabe guadagnossi pure, a grado a grado, l’attenzione della vecchia Geltrude, e finalmente s’accorse che anche Ginevra porgeva orecchio a’ suoi detti, per cui, mutata insensibilmente maniera di narrativa, parlò d’amori, di sventure, e fece quadri di avvenimenti diversi, sino a che venne ad un racconto che parve destare in Ginevra il più vivo interessamento: arguì tosto che le cose ch’ei diceva fossero le più conformi a’ sentimenti da cui era quella fanciulla travagliata, e perciò su quelle insistendo, iscoprì dagli affetti che si pingevano variamente sul di lei viso, e dalle mozze parole che involontarie ella pronunciava, la qualità delle idee che fitte le stavano nel pensiero.

Allora quando Enzel pose termine a’ suoi racconti, e si partì dalle stanze delle figlie di Bernabò, erasi già seco stesso assicurato che gli affanni di Ginevra procedevano da una segreta fiamma d’amore, e che l’oggetto de’ suoi pensieri si trovava da molto tempo da lei discosto fra le venture dell’armi. Diessi quindi con arte a ricercare fra i vecchi servi di Bernabò, se pur taluno serbasse memoria delle persone che frequentavano la casa di Donnina de’ Porri, e così rintracciare qualche filo a guidarlo alla conoscenza dell’amante di Ginevra; ma le sue ricerche furono vane. I servi erano a que’ tempi sì umilmente suggetti a’ loro padroni, che se questi fossero stati persone principesche, dir si potevano più tosto schiavi che domestici; eseguendo esattamente quanto veniva loro imposto, si tenevano a tale distanza dai loro signori, che ne ignoravano le segrete relazioni, o conoscendole non ardivano palesarle. Enzel uscì dal castello, e meditando la scoperta in cui s’era impegnato, si pose in traccia d’un altro aríolo il quale era stato lungo tempo a Milano, e tutti sapea gli avvenimenti delle persone di corte di Bernabò; nè lo rinvenendo, si diresse ver la casa di Mandellone a cui quasi tutti recavansi o per sollazzo o per passaggio, onde quell’ostiere gli additasse ove potea rintracciarlo.

Attraversata l’Adda sulla zattera, a pena pose piede nell’isola, apparve maravigliato in veggendo fra quelle piante due bellissimi cavalli ir pascolando: si avanzò, e vide alla porta della capanna Mandellone e sua figlia, e dall’un canto starsi un estranio in abito da scudiere. Giuntogli vicino, l’oste il conobbe ben tosto, e facendogli gran festa si volse allo scudiere, che quello si era di Palamede, dicendogli: «Signor scudiere, questi è Enzel Petraccio aríolo, il quale è stato in paesi più in là di tutte le montagne le cento miglia: e’ sa tutto, e va per tutto senza neppure il soccorso dello spirito maligno. Standosi qui, ei sa vedere le cose che avvengono a Milano così chiare siccom’io dalla sponda veggo un temolo nel fiume.» Lo scudiere squadrollo più volte, indi sorrise, facendosi beffe della figura di questo singolare personaggio; e ciò si era perchè non gli garbava l’annunzio della costui onniscienza, poichè temeva non isvelasse le molte menzogne che, per farsi tenere in conto di guerriero valoroso, egli avea narrate all’oste ed alla di lui figlia: quindi si persuase facilmente che quanto di costui gli avea detto Mandellone, proveniva dalla di lui ignoranza, della quale ei stimavasi scevro siccome soldato ed uom di ventura. Chiamò quindi per ischerno ad Enzel se sapea che facesse in quel momento il boia di Milano: e questi, fisandolo con occhi grifagni, rispose all’istante che stava sulla piazza di Santa Tecla frustando uno scudiere poltrone. Diede a tale risposta Mandellone uno scroscio di risa, che intese da qual dente fosse morso lo scudiere; ma questi si irritò fieramente, e volendo ad ogni patto porre a terra la vantata scienza dell’aríolo, e beffarlo alla presenza dell’oste istesso e di Maria, gli fece gran numero di dimande sulla posizione e singularità di moltissimi paesi, certo di coglierlo in fallo, e così schernirnelo acremente.

Ma Enzel rispose a tutto, narrando le più minute particolarità de’ luoghi pe’ quali aveva viaggiato lo stesso scudiero, per cui questi, udendo che l’aríolo tanto sapea, e che d’altronde non lo smentiva, prese gradatamente interesse al parlare di lui, ed andava ripetendo, secondo i nomi delle terre che Enzel rammentava, le guerre e le avventure a cui era stato colà presente; ed aggiungeva molti fatti del valore del cavaliere che egli aveva ovunque seguito, non poco esagerando per vanità la di lui e la propria bravura. Quando Enzel si vide amicato lo scudiere, pel campo che gli porse a darsi vanto presso Mandellone e Maria di uomo famoso nell’armi, imperocchè quegli zotici prestavano piena fede a ciò che lo scudiere diceva a motivo che l’aríolo stesso sembrava e crederlo e confirmarlo, a lui rivolto disse: «Valoroso voi siete, e intrepido è il cavaliero che avete seguito, ed i suoi fatti onorano la nobile sua patria. — Oh al certo (rispose lo scudiere) Palamede de’ Bianchi sta fra i più prodi cavalieri di Milano; alla corte di Bernabò veniva stimato de’ più leggiadri di volto, e valorosi di braccio: egli diè prove stupende colla spada e la lancia ne’ tornei di Verona, ma più che in altri luoghi nel campo de’ Veneziani.» Quando Enzel intese che il signore di quello scudiere era un cavalier di Milano stato alla corte del Visconte, e che tornava da lontane guerre, gli nacque dubbio improvviso, potesse essere quel cavaliere l’amante di Ginevra: per cui si raccolse un instante; indi sorridendo guardò in viso allo scudiere, e gli disse: «Quante dame e ricche figlie di potenti signori avranno desiderato che il valoroso cavaliere vestisse il loro colore, facendolo trionfare nelle giostre e ne’ tornei?»

«Molti sguardi (riprese lo scudiero) e molte soavi parole erano a lui dirette; ma egli è ammaliato da una ciarpa che porta sempre sul petto, e da un nome che proferisce sovente, per cui quanto io mi curava di mostrarmi innamorato di tutte le belle figlie dei guardiani di castelli e delle damigelle che sfuggivano un istante sull’imbrunire agli sguardi delle loro gelose signore, altrettanto il mio cavaliere era riservato nel trattare con queste. Nè nei tanti castelli e palagi ove abbiamo albergato, mai un marito, entrando secretamente nelle sale della sua donna che con Palamede conversasse, colse questi in qualche atto per cui si sguainassero spade o pugnali. Ed io potrei far sacramento, che persino in Venezia stessa, che è la città dell’allegria e degli amori, tutte le lusinghe delle leggiadre e libere patrizie cadevano al nome di Ginevra. — Al nome di Ginevra,» ripetè ad alta voce l’aríolo, la pelle bruna del cui volto, raggrinzandosi, espresse un riso di trionfo; ma poscia accostatosi allo scudiere, e posandogli sulle spalle una mano, gli disse sommesso: «Credevate voi ch’io m’ignorassi che il cavaliere de’ Bianchi ama Ginevra la bella, figlia di Donnina de’ Porri e di Bernabò, e che ne va con pari ardore corrisposto? Conosco la storia degli amori di Palamede, come vedo in cuore alla figlia di Mandellone tutto l’affetto che ella sente pel di lui gentile scudiere.» La lusingata vanità di costui, che non gli lasciò scorgere quanto era facile l’avvedersi dai lunghi sguardi che a lui porgeva, e dall’interessamento con cui tutte Maria ne raccoglieva le parole, ch’ella era di lui innamorata, e l’avere udito l’aríolo nominare i parenti di Ginevra, che egli credeva che a sì rustica persona esser dovesse affatto incognita, produssero in esso lui tale meraviglia, che diessi a credere con tutta certezza ciò che di Enzel gli avea Mandellone narrato. Quindi gli fece grandi interrogazioni, da cui seppe lo scaltro aríolo schermirsi per non iscemare l’opinione che si aveva acquistata, pago in suo cuore d’aver quanto ei cercava rinvenuto.

Non sapea però Enzel rendere a sè stesso ragione della causa per cui lo scudiere si trovasse solo coi cavalli nell’isola di Mandellone; si volse all’oste dopo aver entro sè stesso pensato, e disse: «Chi detto avrebbe, o Mandellone, che l’erba del tuo prato, la quale non è brucata che dalle mule dei mercanti, o dalle rozze del priore di Caravaggio, dovesse essere mangiata da due sì bei destrieri? — E sì, rispose l’oste, che ne hanno già mangiata più d’un fascio, e non so se tutta basterà, perchè il cavaliere si è cacciato con un falso monaco insieme al Tencio e gli amici dentro il bosco: e il motivo di ciò non puoi saperlo che tu, che tutto sai; per me lascio lor fare quanto vogliono, perchè mi hanno tinta la mano col giallo dell’oro. Ma ho sospetto da certe parole che intesi pronunciare da quel frate e dal cavaliere sul castello di Trezzo, che si voglia ricondurre alla selva quel vecchio cignale di Bernabò, che il signor Giovan Galeazzo ha fatto rinchiudere nel castello. — Segreta è la tana del cervo (rispose l’aríolo assumendo un’aria misteriosa); ma le sue corna non giungeranno innosservate presso le porte di cui vegliano a difesa le spade e le alabarde.» E in così dire si accomiatò da Mandellone, che invano gli offerse una buona misura di vino brianzolo, e trasportato da Trado colla zattera, attraversò l’Adda, salì la sponda, penetrò nel bosco della strada di Concesa, e venne sin presso al tempio, che era quella stanza de’ ladri detta la tana del cervo. Colà si ascose fra le piante spiando, e vide in leggiera armatura uscirne dalla porta un giovane di belle forme, che si diede pensoso a passeggiare. Esaminollo attentamente, e vedendogli una ciarpa azzurra ritenne ch’ei fosse, siccom’era di fatto, Palamede; ma senza lasciarsi da lui scorgere, a pena ebbesi fitto in mente la sua imagine, chetamente ritirossi, e lieto di quanto avea scoperto rientrò nel castello.

Ginevra, nella cui anima gli artificiosi racconti di Enzel avevano reso più intenso il fuoco che la consumava, non seppe più a lungo resistere al desiderio di chiedere a costui, ove si trovasse il cavaliero oggetto de’ suoi sospiri, e se a lei sarebbe dato ancora una volta di rivederlo: poichè si era di già persuasa che vero fosse che l’aríolo conoscesse anche le cose che di lontano accadevano, non che i futuri avvenimenti, siccome la avea accertata Gabriella. Attese un istante in cui sola trovossi con questa, e le palesò che ella bramava avere una conferenza coll’aríolo. Nulla potea riuscir più gradito alla moglie del castellano che una tale richiesta, perchè alfine era sicura di penetrare la causa de’ secreti affanni che angosciavano Ginevra. Discese ella, e trovato Enzel che stava meditando una storia la quale contenesse tutto ciò che egli aveva scoperto per narrarla alla figlia di Donnina, ne lo avvertì che seco lei salisse nelle camere di Ginevra.

Era sull’ora del declinare del sole, e dal verone, le cui colorite vetriate stavano aperte, penetrava viva e serena la luce entro una camera ornata nella volta da arabeschi dorati; un ricco drappo cremisino a fiori d’argento ne vestiva le pareti, intorno alla sommità delle quali, in larga zona orlata da gotici fregi, vedevansi rappresentate le nozze di Bernabò con Regina della Scala. Nel mezzo della camera un liuto, che parea coperto da una sottilissima rete di madreperle ed oro, stava appeso con verde nastro ad un leggío di legno prezioso, intagliato elegantemente a fogliami, sul quale era stesa una pergamena coperta di note musicali, e sulla cui sommità posavano libri con ricche coperte ed aurei fermagli.

Sola, mesta, e tutta in un pensiero raccolta, stava colà Ginevra adagiata sovra un sedile, sul cui appoggio, che serbava le forme d’un drago d’oro alato, posava il destro braccio, su quello colla persona languidamente abbandonandosi. Cheto e quasi di soppiatto fu l’aríolo colà da Gabriella condotto, la quale tosto si ritrasse, recandosi a favellar con Geltrude e Damigella onde tenerle occupate. L’aríolo scoprisi il capo, e rivoltosi con modo rispettoso a Ginevra, animando il viso e dando cert’aria solenne di profetica ispirazione alla sua voce, le disse: «Fate cuore, o leggiadra figlia di Donnina, e ridonate il sereno alla vostra candida fronte, perchè io ho consultati i segreti vuoti dell’aria, abitati dagli spiriti invisibili, ho meditato sul soffio de’ venti, ed i segni formidabili delle nubi e dei lampi, e le potenze misteriose si sono accordate nel pronosticare un fortunato passaggio di pianeti sul vostro capo. Dall’oriente si levò un’aura che riposava da molto tempo, per disperdere le nebbie che si addensavano intorno a voi. — Che dici mai? (rispose Ginevra) è egli vero che è surta un’aura d’oriente che mi deve liberare dagli affanni che mi circondano? Oh soffii, soffii con forza quell’aura in questo cuore; la mia felicità da colà solo mi deve ritornare.... o dalla Vergine, che mi accoglierà nel suo grembo, quando avrò espiate le mie colpe. Ma ora mi spiega tu, cui sono palesi i profondi arcani e le cose ignote, che vuol egli significare il sollevarsi di quest’aura orientale? — Quest’aura a me significa (Enzel riprese) che un cavaliero cui cinge il petto una ciarpa azzurra, dopo essersi fatto acclamare fra i più prodi in campo chiuso ed aperto, ritorna valoroso alla nobile donzella, il cui nome fu sempre sulle sue labbra e l’imagine dentro il cuore.» Una gioia vivissima apparve a queste parole nello sguardo e nel viso di Ginevra. «Rieda (ella esclamò) il cavaliere a chi con tanti e lunghi sospiri ne ha incessantemente invocato il ritorno; ma come rivederlo (proseguì ella ricadendo nella usata mestizia) se io son chiusa fra le custodite mura di questo castello, cui nessuno può ardire appressarsi?»

Enzel le si accostò, fisolla in volto; poscia girando lo sguardo per la camera onde assecurarsi che le sue parole non erano da altri intese, le disse sommesso: «Datemi fede di eseguire ciò che vi dirò, ed io vi giuro per le tre punte del fulmine, che fra pochissimo tempo vi mostrerò il cavaliero che amate.» Ineseguibile parve sulle prime così fatta promessa a Ginevra; e sebbene ella ardentemente lo bramasse, e avesse fede eziandio nel potere dell’aríolo, tanti erano gli ostacoli che la sua mente le depinse opporsi a sì fatto disegno, che le sembrò impossibil cosa il mandarlo ad effetto, e temette un istante non volesse l’aríolo prepararle un inganno; ma trasportata dal pensiero della gioia che avrebbe provato se la promessa dell’aríolo si fosse avverata, non volle affatto dubitare di lui, ma pensò previamente assicurarsi di sua scienza con prove maggiori. Chiese quindi all’aríolo il nome del cavaliere e le di lui forme, non che i paesi dove avea guerreggiato; e dimandogli ove ella lo avesse conosciuto, da quanto tempo essi si amavano, e molte altre circostanze della loro affettuosa corrispondenza. Ed Enzel a ciò che avea saputo dallo scudiero satisfece con precisione: a tutte le altre domande rispose involgendo i concetti in oscure parole, e frammezzandoli colla narrativa di quei fatti che sono indivisibili da simigliante passione; per lo che tanto persuase la mente di lei, che le si affidò intieramente, e sicura che l’aríolo avrebbe condotto a lei davanti Palamede, gli promise di far tutto ciò che a quest’uopo fosse per imporle.

La notte istessa di quel giorno in cui l’aríolo ebbe sì fatto colloquio con Ginevra, si recò alla tana del cervo, ove trovando Palamede dormiente sui gradini dell’ara, lo condusse a traverso al bosco sino sotto al verone di Ginevra, e colà lasciandolo, dopo averlo ammonito di ciò che avesse a fare, penetrò pel sotterraneo nel castello, e salì inosservato nelle camere di Ginevra, recando l’involto che racchiudeva la lettera col nastro, che Palamede invano cercò dal Tencio far consegnare all’amante. Quando Ginevra vide Enzel entrare da lei a quell’ora, fra il palpito della speranza e del timor di un inganno, gli chiese se ei veniva ad adempiere la promessa che le aveva giurata. Enzel, senza rispondere alla sua inchiesta, svolse il nastro che rannodava il foglio, e glielo presentò, certo che Ginevra l’avrebbe riconosciuto per un oggetto che apparteneva a Palamede.

Non è esprimibile la maraviglia ed il trasporto con cui quella innamorata mirò, e riconobbe il nastro, che ella avea trapunto e rannodato di propria mano alla guaina della spada del suo cavaliero nel giorno di sua partenza.

Ella guardò fiso l’aríolo, e poco stette nell’entusiasmo della sua gioia, se non era la sua figura troppo stravagante e brutta, ch’ella nol venerasse come un essere potente disceso dal cielo per renderla felice. Applaudivasi l’aríolo in sè stesso di cagionare tanta contentezza ad una fanciulla, il cui grado e la cui beltà la rendevano sovra ogni altra interessante; ma sollecitandolo il tempo e il timore non venisse dalle guardie scoperto Palamede, disse a Ginevra: «Io vi assicurai che vedreste il cavaliero; e voi lo vedrete. Questi oggetti saranno però inutili per accertarvi che quegli che vi si offrirà allo sguardo sia Palamede, perchè l’occhio dell’amore ne scorgerà le sembianze anche al pallido raggio della luna.» Ginevra slanciossi a questi detti avidamente verso le vetriate onde mirare a piè del castello; ma Enzel ne la impedì, dicendole che tutto tornerebbe vano s’ella non eseguiva quanto era per dirle; e le intimò si recasse nella sala del verone, ed accompagnandosi col liuto intuonasse un canto noto al cavaliero: poichè alla sola sua voce questi sarebbesi a lei fatto palese. Ginevra eseguì infatti ciò che l’aríolo le impose, e fu solo quando ebbe dato fine al canto che affacciatasi al verone scorse brillare ai raggi di luna l’armatura di un guerriero, ch’ella immantinente riconobbe essere Palamede. L’aríolo, che in quel mentre erasi posto in agguato, onde gli amanti non fossero sorpresi, udì farsi qualche rumore, benchè lieve, nel cortile del castello; ed era una scolta, che avvedutasi della presenza di un armato sotto le mura, mandò ad avvertirne Iacopo del Verme, il quale, siccome gli s’indicò, veniva per assicurarsene alle stanze di quelle fanciulle: l’aríolo, udendo l’alternare dei passi di taluno che si appressava, ritrasse Ginevra dal verone, spense il lume, e uscito rapido qual lampo rasente il muro di un andito opposto si perdette nelle lontane camere superiori.