CAPITOLO V.
Quel guerrier, come ardito, invitto e franco,
Si volse indietro, e vide il traditore
Che ferito l’avea nel lato manco,
E gridò forte: O crudel peccatore,
A tradimento mi desti nel fianco.
Pulci. Il Morgante.
Sebbene Palamede fosse rientrato nel bosco prima di essere scorto palesemente dagli uomini d’arme, che facevano la scolta sull’alto della bastita, e l’aríolo fosse scomparso senza essere veduto dal loro capitano, pure non era ancora surto il mattino, che già una voce erasi sparsa fra le genti del castello d’uno straordinario avvenimento, accaduto la notte sotto le mura. E siccome la prigionia di un principe che avea per tant’anni signoreggiato, non che quella dei di lui congiunti, si riguardava come un avvenimento a cui dovevano concorrere cause soprannaturali, dicevasi quindi già averlo preconizzato la comparsa di una cometa a coda sanguinea, e l’essersi, come allora divulgarono gli astrologi, congiunti i pianeti di Giove, Marte e Saturno nella casa dei Gemini; oroscopo che si credeva fatale ai principi, al che s’aggiungeva il pronostico più patente e terribile del replicato scagliarsi dei fulmini sul palazzo di Rodolfo figlio di Bernabò.
Per tal guisa gli animi delle genti erano di leggieri preparati a dar fede a qualunque strana novella venisse narrata. E ciò tanto maggiormente, in quanto che sebbene Bernabò fosse da tutti come crudele e capriccioso tiranno abbominato, pure molti erano stati nella coscienza offesi dal modo con cui suo nipote Giovan Galeazzo lo aveva sorpreso e imprigionato, simulando un divoto pellegrinaggio alla Madonna del Monte presso Varese. La qual cosa a que’ tempi dava agio alle fantasie di mescere a tal fatto l’intervento di demonii, di vendette celesti, di spaventose apparizioni. Gli uomini all’incontro meno servi delle favole grossolane dai più credute, e conoscitori delle variabili ed armigere inclinazioni di che allora iva animata la plebe ed alcuni signori, non furono dal primo istante dell’imprigionamento di Bernabò senza sospetti di una rivolta a suo favore, contra il conte di Virtù. Quindi, secondo il modo che ciascuno dei militi che erano nel castello considerava nel proprio pensiero quel fatto, andava diversamente ripetendo le cose che si raccontavano avvenute la notte sotto le mura, e vi facea varie conghietture.
Nei cortili del castello, nelle ampie e rozze stanze delle torri, e lungo il porticato ove stavano i soldati ripulendo le armature, gli uni andavano dicendo che si erano la notte uditi per l’aria suoni e canti di angeli, e s’era veduta una gran luce a cui stavan per entro molte persone danzanti in candide vesti: ciò che era segno di un felicissimo avvenimento. Altri sostenevano al contrario, che ad un tratto videsi ardere il bosco di Trezzo, e comparire al piè delle mura del castello un gran demonio lucente, che cantò con voce femminina per addormentare le guardie, e così divorarle; e che non vi riuscendo, si era gettato nell’Adda. Ma negli appartamenti superiori, i principali fra i caporali di lancia che si erano raccolti, con Iacopo del Verme, dal capitano Gasparo Visconti, pensarono esser potesse qualche tradimento con cui si avesse tentato sorprendere quel forte onde liberare i prigionieri, e determinarono doversi addoppiare la vigilanza, e spedire a Milano ad avvertirne Giovan Galeazzo.
La novella pervenne ben tosto anche all’orecchio di Bernabò e suoi figli, non che di Donnina e di frate Leonardo. Accesi tutti dal desiderio e dalla speranza della loro liberazione, credettero esser potesse alcuno de’ loro amici e fautori di Milano, o di altra città soggetta al dominio di Bernabò, che radunata gran mano d’uomini, venisse a trarnelo da quel luogo di prigionia. Il vecchio principe per le lunghe esortazioni del frate eremita, con cui l’andava dissuadendo della vanità delle terrene grandezze, e gli infondeva in cuore, coi consigli della religione, la pazienta nelle traversie, invitandolo a sofferire quel doloroso rovescio di fortuna ad espiazione delle proprie colpe, aveva piegato l’animo a deporre ogni desiderio di grandezza e di signoria; e innanzi all’altare della Vergine avea promesso che nessun altro pensiero sulla terra lo avrebbe padroneggiato fuorchè quello di un amaro pentimento de’ suoi peccati. Appena però gli balenò allo sguardo un lampo di speranza di riprendere il potere de’ suoi vasti dominii, la brama d’impero, di vendetta e di tirannia, che avea messe radici profonde nell’omai decrepito suo cuore, si risvegliò con somma violenza, squarciando quel velo di forzata sommissione penitente a’ decreti della Provvidenza, creata più dalla necessità delle cose, dallo spavento della disgrazia e dei rimorsi, che non da vero sentimento di pietà, troppo straniero all’orgoglioso, fantastico e nella crudeltà corrotto animo di Bernabò. Quando egli ebbe udito che correa voce essere stati veduti nella notte soldati estrani aggirarsi intorno alle mura del castello, e che forte dubbiavasi fossero stati spediti per liberarlo, d’un subito i lineamenti tutti del di lui viso, piegati a mestizia ed abbattimento, furono animati dall’avanzo di quel fuoco guerriero che tanto, durante la sua vita, l’aveva agitato: quindi fieramente alzando il capo con tuono d’impero, mirando in volto a’ suoi due robusti figliuoli, e girando lo sguardo alle armature che stavano appese come trofei intorno alle pareti di quella sala, parve loro accennasse che ad ogni evento ei non sarebbesi con essi rimasto inoperoso.
Rodolfo, inteso il cenno del padre, strinse colla sinistra la mano a Lodovico; e protendendo la nerboruta sua destra, assecurollo silenziosamente ch’egli ne agognava l’istante. Donnina, a cui non facevano illusione que’ vaghi racconti, ma sempre tremava che irritandosi, o insospettendosi Giovan Galeazzo non venisse inasprito il trattamento di Bernabò, e frate Leonardo del pari, a cui solo stava a cuore la di lui eterna salute, gli si fecero incontro per rattemprarne lo spirito esaltato, e Donnina gli disse: «Volesse il Cielo, che ai nostri amici di Milano avesse conceduto San Giorgio la sua lancia e il suo cavallo, che a quest’ora non sarebbevi più dentro le otto porte un solo dei militi del conte di Virtù nè de’ suoi Francesi! E potrebbe anch’essere vero quanto si va dicendo degli armati, che questa notte furono veduti tentare di sorprendere questo castello; io però credo esser questo null’altro che ciance de’ soldati, sparse fors’anco ad arte dai capitani, per tenerli in maggior vigilanza, o per trarre il vostro generoso e ardito cuore a qualche movimento, che riferito a Giovan Galeazzo aumenti verso di voi e di noi tutti l’odio ed i suoi scellerati disegni. Ond’io scongiuro voi ed i vostri valorosi figli per l’istessa vostra salute a nulla operare nè dimostrare che vaglia ad infondere sospetti in chi ci tiene qui rinchiusi, perchè non abbia la loro mano ad aggravarsi sopra di noi: e pregovi attendiate con pazienza la fine di questi mali, che se così piacerà alla Vergine sacrosanta, non saranno, siccom’io spero, di una lunga durata.» Frate Leonardo stava per avvalorare colle sue le parole di Donnina, ma Bernabò vibrò ad ambedue uno sguardo feroce, talquale e’ soleva allorachè minacciava un tremendo gastigo.
«Voi, Marchesa (le disse), dovreste arrossire di consigliare in tal guisa una vile soggezione ad uomini che sino dalla infanzia trattarono le armi, e combatterono tante battaglie. Io non presto fede alcuna a’ rumori che si spandono; penso solo che grandi signori d’Italia e stranieri ebbero le mie figliuole e le loro ricche doti, che molti principi vanno a me legati di sangue, ed in Milano istessa lasciai de’ miei figli, e assai cavalieri che io ho creati nobili e doviziosi. Antonio della Scala, nipote della mia Regina, ed or signore a Verona, odia mortalmente Giovan Galeazzo; i Bresciani sono per me, e il ponte di Cassano non è difeso. Qual meraviglia che mille de’ suoi cavalieri fossero poco lungi da queste mura? Io m’ho perduto i miei castelli, i miei boschi, i miei palazzi: uso a vincere i miei nemici, guidando tanti soldati e prodi guerrieri, venni a tradimento, e da un ipocrita malvagio serrato in questo forte, e forse già pensa chiudermi nelle sue torri di Pavia a far la tormentosa quaresima. Perchè dunque tremerò nel tentar di sottrarmivi? temerò l’esporre questo capo e questo petto, invecchiati sotto il ferro, alle spade de’ militi di Galeazzo? È men dolorosa una lancia nel cuore, che questo maladetto carcere, e questi volti abborriti che comandano a chi non fu mai suggetto che a Dio.»
Placato l’animo con questo sfogo del suo sdegno, si rivolse a frate Leonardo, che lo guardava con occhio pietoso, addolorato che sì profani pensieri fossero rientrati nel cuore di lui, dopo che avea protestato nella chiesa a’ suoi piedi di non nutrire altra speranza che quella del celeste perdono; ed a lui disse: «Molti gravi peccati, o Eremita, stanno sull’anima mia, ed io dovrei benedire la mano che mi percuote; ma pure penso che il Nostro Salvatore avrà misericordia di me: perchè se ho comandato punizioni di tormenti e di morte, fu il più delle volte per vendicare il sangue de’ poveri e deboli suggetti, da prepotenti signori con assassinii versato, e non ho sprezzato la giustizia quando lo spirito maligno non acciecavami la mente con violente passioni. Ho soccorso i carcerati della Mala Stalla, ordinando lor si recasse il pane giornaliero; ho arricchite le chiese ed ordinati molti divini uffizii. Concederà ella dunque la Vergine che io stia nelle mani abbominevoli di chi l’ha codardamente sprezzata?» Troncò il parlare di Bernabò, e in grave agitazione pose tutti gli animi l’annunzio della venuta colà di Gasparo Visconti; il quale, come soleva ogni giorno, recavasi a visitare il prigioniero, ed in modi cortesi, sebbene poco accetti, esibissi a soddisfarlo in qualunque cosa gli piacesse, soggiungendo così avergli imposto Giovan Galeazzo. Dai prigionieri, nè dal Visconti, nulla si accennò intorno alle notizie che si erano sparse; se non che si serbò un contegno grave più dell’usato per la speranza di vendetta nell’animo degli uni, e per sospetto di esterne intelligenze nel cuore dell’altro. Bernabò, invelenita l’anima dalla presenza di quel capitano d’armi, in cui balía si ritrovava, tosto si ritrasse alle proprie stanze, seguito da Donnina e dall’eremita.
In questo frattempo le idee ed i sentimenti che si succedevano nella mente di Ginevra erano affatto opposti a quelli che colà si svolgeano. L’influenza delle avversità, della rozzezza dei tempi che teneva desto il sentimento del maraviglioso e più viva la concentrazione e l’entusiasmo delle passioni, congiunta ad una squisita sensibilità ed una viva tenerezza di affetto, aveano composto l’anima di Ginevra ad un sentimento sublime d’amore, il quale dispiegossi in lei altamente alloraquando conobbe il giovinetto Palamede de’ Bianchi, la cui leggiadria e prodezza lo rendeano stimato fra i più compiti cavalieri che vestissero armatura. Questi due amanti dovevano tosto andar congiunti coi nodi nuziali, siccome avea promesso lo stesso Bernabò allorchè li ebbe fidanzati, attendendo il ritorno di Palamede quando si fosse procacciata fama e scienza nell’armi, esercitandosi fra i guerreggianti a capitanare soldati. Ma avvenuto il disastroso mutamento di fortuna per questo principe, mentre il cavaliere era lontano, Donnina non volle abbandonare la figlia in potere di Giovan Galeazzo, dal quale potea ricevere onte e maltrattamenti: amò meglio, come le venne conceduto, di tenerla presso di sè, conducendola nel castello di Trezzo, ove venne con Bernabò rinchiusa.
Immensa si fu e inesprimibile la desolazione che angosciò il cuore di quella innamorata fanciulla, cui la lontananza del cavaliero, il proprio rinchiudimento in un castello gelosamente difeso da tanti armati, l’odio che ella credette nutrir dovesse il conte di Virtù contro il cavaliero stesso, facevanla disperare non solo di possederlo giammai, ma nè pure di vederlo ancora una sola volta. Quanto straziante era stato quel dolore, altrettanto si fu viva la speranza che le destò l’aríolo, il quale detto le avea di condurle innanzi l’amante, per il che gli si fe’ ardente sopra ogni dire il trasporto di rivederlo. Ed appena ebbe posato su di lui lo sguardo, benchè per un istante, più non tremò per la sua vita, chè fra i combattimenti poteva esserle ad ogni momento rapita: sapea che egli le era vicino, e a questo solo pensiero, come se la luce divenuta più viva e il cielo reso più sereno avessero dissipate spaventose tenebre, tutto si era fatto ridente a lei dintorno.
Ella teneva fra le mani quel nastro e quel foglio scritto col sangue di Palamede, che le aveva recato l’aríolo; ed ora il premea sul cuore, or sulle labbra, e nella piena della sua gioia si prostrava innanzi ad una imagine della Vergine, che stava nella sua camera dipinta, e la ringraziava con un sentimento il più vivo di riconoscenza, da lei ripetendo l’adempimento di quel suo ardentissimo voto. Invocava poi ch’ella le rischiarasse la mente, quando letto lo scritto di Palamede, dopo averne a prima giunta assecondata colla imaginazione la richiesta, nacquele vivo contrasto e tema di darvi esecuzione; poichè, sebbene s’applaudisse dell’amore che per lui sentiva, essendogli stata solennemente fidanzata, nè per la innocenza de’ suoi pensieri, e la riservatezza divota che negli atti e nelle parole avea sempre seco lei usato Palamede, ombra di colpa ravvisasse in un colloquio da sola con lui, pure l’idea di sottrarsi nascostamente a Geltrude, e venir di notte per anditi sconosciuti nella cappella dei morti onde parlargli, le infondeva nell’animo un palpito che aumentava la sua naturale timidità.
Nella tenzone de’ suoi affetti, dopo aver ricorso alla Vergine, ella rivolgeva il pensiero all’aríolo, confidando nella di lui sapienza per avere una retta guida in questa circostanza da lui stesso preparata; quando appunto lo vide entrare cautamente nella propria stanza, ove approfittando della di lei sorpresa, assunto un far grave, e voce repressa e interrotta, le disse che il suo amante sarebbe stato inevitabilmente dalle guardie del castello condotto a mal fine. Atterrita Ginevra gli dimandò in qual modo si fosse scoperta la venuta del cavaliero sotto il di lei verone, e se corresse pericolo che egli venisse sorpreso. «I demonii (riprese l’aríolo) sono entrati in corpo degli uomini d’arme e del loro capitano: questi fan loro immaginare di vedere fuoco, spiriti, nemici intorno alle mura, e pare che l’inferno s’abbia a scatenare per venir costà. Duplicarono le sentinelle sugli spaldi e presso le porte, e dall’alto delle torri, due soldati posti in vedetta debbono render conto per sino delle cornacchie e degli sparvieri che vedranno levarsi a volo da tutti i boschi dintorno. Temono che i Milanesi vengano a prendersi Bernabò. Guai se un guerriero si accostasse un tiro d’arco o di pietra a questi baluardi! avesse egli l’acciaio della armatura incantato con cento spergiuri e segni diabolici, verrebbe d’un subito traforato e schiacciato come debile insetto. — O santa Vergine (esclamò Ginevra cui tutta invase un terrore profondo), chi salverà Palamede? Chi lo terrà lontano da questa castello in cui esso tenterà forse questa stessa notte di penetrare? Deh per pietà, corri, vola, trovalo: fa colle tue arti che egli non s’accosti a queste mura; digli che si allontani rapidamente, che l’ira del conte di Virtù contra di noi si calmerà; digli infine che io invoco con tutto il fervore ogni giorno dal cielo la nostra unione, ed ho ferma speranza che i nostri voti saranno esauditi.»
Stupì grandemente l’aríolo a queste parole: «E come sapete voi (le disse con passione) che Palamede tenterà questa notte di qui penetrare, ed in qual guisa porlo ad effetto? — In qual modo, l’ignoro (soggiunse Ginevra); ma che egli debba trovarsi nella vicina notte in questo castello, lo ha scritto egli stesso in questo foglio, che tu mi hai recato.» Prese tosto l’aríolo quel foglio, e rapidamente leggendolo, non poca si fu la sua maraviglia nel ritrovare ivi descritti esattamente gli anditi e le camere che conducevano dalle stanze di Ginevra alla chiesa e nella cappella dei morti. Non sì tosto ebbe letto quel foglio, che bene scoprì la causa per cui il cavaliero si era ritirato nel bosco coi ladri, e non esitò a credere che uno di costoro gli doveva servire di guida in sì fatta impresa. Ignorando però egli affatto che esistesse un sotterraneo il quale dall’Adda conducesse alla cappella, altri non conoscendone che quello antico per la torre nera di Barbarossa, mal sapeva concepire in qual maniera il cavaliero sarebbe colà pervenuto. Meditando però fra sè, e richiamandosi alcuni racconti per lui intesi di rumori uditisi per quelle parti, non che di gente scomparsa da luoghi ignoti, nacquegli sospetto che ivi pur anco esistesse sotterranea via per la quale di certo avea Palamede divisato di penetrare in castello. Se le voci sparsesi quella mattina e la raddoppiata vigilanza nelle guardie non lo avessero intimorito di qualche danno, egli non avrebbe esitato a secondare questo tentativo premeditato dal cavaliere, che potea ridonar pace a quella fanciulla, per la quale un po’ di vanità e una segreta simpatía che le avea ispirato in veggendola, lo aveano mosso a vivamente interessarsi. Ma riflettendo alla gelosia con cui era il castello difeso, pensò essere più vantaggioso per lui e per quelli amanti il dissuaderli da tale disegno; e quindi rivolto a Ginevra: «Signora (le disse), se le mie arti bastassero ad addormentare tutti questi soldati, o a renderli di sasso per una notte intera, mi adoprerei con tutto l’impegno per farlo, affinchè voi possiate liberamente trattenervi con Palamede; ma ciò è a me impossibile, ed a lui pericoloso, mentre nessun vivente potrebbe approssimarsi impunito a queste mura. Ubbidirò quindi a’ vostri cenni, ed andrò ad avvertirlo, perchè rapidamente si allontani da questi luoghi. — Prendi (rispose Ginevra staccandosi il fermaglio d’oro a forma di croce greca, contornato di perle e gemme, col quale rannodavasi al petto un nastro trapunto d’argento, che servendogli di cintura ricadea colle estremità lungo la veste; e raggruppatosi intorno il nastro, consegnò il fermaglio ad Enzel): Prendi (proseguì) questa croce che mi donò mia zia Matilde, quando io era fanciulletta, nel suo convento di Sant’Agnese, e che sempre ho portata sovra di me perchè possiede una mirabile virtù: consegnala a Palamede, e digli che quando vedrà queste perle annerirsi, ed impallidire i diamanti, s’abbia per certo ch’io mi muoio. Preghi egli allora il Signore onde mi raccolga in pace là dove io lo starò attendendo; ma lo assecura che sin che dureranno candidissime le perle, e lucenti i diamanti, serberassi del pari intatto nel mio animo l’amore ardentissimo che per lui nutro, e la brama irresistibile di esser sua per sempre.»
Tosto che la fanciulla ebbe pronunciate queste parole, ed Enzel, riposto per entro i panni quel prezioso fermaglio, si disponeva a partire, udissi un veloce mutar di pedate di persona che si appressava a quella stanza. Presi ambedue da instantaneo timore, mal sapendo chi si fosse, si racquetarono in veggendo Gabriella, la quale entrando precipitosa colà si volse all’aríolo e: «Presto (tutta ansante gridò) spiega, metti in campo tutte le tue arti, i tuoi poteri; chiama gli spirti, le nubi che ti portino lontano mille miglia, perchè se non voli come un falco, o non ti profondi come una vipera sotto terra, non ti rimangono tre minuti di vita.» Il viso dell’aríolo a queste parole divenne cinericcio pel pallore, ed i suoi occhi, fattisi protuberanti, girarono spaventati intorno, e con voce tremante disse: «Perchè mai una tal cosa? Che è egli avvenuto? — E tu, che tutto sai, lo ignori? (riprese con maraviglia Gabriella). Non sai tu dunque che Tignacca, caporale di lancia, il quale conduceva la scolta alla guardia del ponte, ha detto di averti veduto entrare nella torre nera di Barbarossa, ed uscirne al momento dell’apparizione dei demonii, intorno alle mura, e che dopo attraversato il parco sei entrato nel gran cortile del castello? e non sai che per questo ed altre voci che si sparsero delle tue arti, i soldati credono che tu con sortilegi e magia evocasti in questo luogo gli spiriti infernali per liberare Bernabò; e per tal motivo frugano per tutti i nascondigli del castello onde ritrovarti, ed hanno già preparata un’ampia catasta di vecchie legna nel parco per gettarti ad arrostire, onde vedere tutti i diavoli uscire dalla tua bocca. E buon per te che fosti in queste camere, mentre non vennero qui pel rispetto che fu loro imposto per queste fanciulle; ma da un istante all’altro alcuno de’ più arditi potrebbe salire quassù, perchè ti stanno sulla traccia con tutta la foga. E tu ignoravi questo imminente pericolo? Vola, ti dico, celati rapidamente, chè non hai un momento da perdere.»
Il coraggio, che l’aríolo aveva affatto perduto quando intese che il parco era guardato dai soldati, riuscendogli in tal modo impossibile lo uscire pel sotterraneo della torre, ritornò in lui colla usata freddezza di spirito e ardimento ne’ perigli, quando il suo sguardo cadde sulla lettera di Palamede che stava sopra una tavola innanzi a Ginevra: il suo volto si ricompose, cessò il tremito delle sue membra, si allacciò più strettamente una cintura di pelle intorno alla persona; e mentre fuori si udiva Geltrude in alterco con uomini di voce aspra e minacciosa, ed il gridar con ispavento di Damigella, Enzel promise a Ginevra, la quale era quasi dal terrore tramortita, che si sarebbero riveduti; assicuratosi in fronte il cappello, spalancò le imposte di una finestra che da quella camera mirava in un corridoio, e attaccatosi colla destra alla colonnetta che dividevala in due archi acuti, spiccato un salto, l’attraversò allontanandosi a rapidi e leggieri passi.
Mentre tali cose avvenivano nel castello di Trezzo, nell’asilo de’ ladri dentro al bosco componevasi un nero tradimento, che doveva costar la vita a Palamede. Aldobrado, a cui il mal esito del progetto di penetrar nel castello aveagli tolta ogni speranza di compire uno scellerato disegno contro il cavaliere, che s’avea nutrito sino dal primo istante che a lui suggerì quell’impresa, meditò in suo segreto un altro mezzo onde riuscire egualmente a quello scopo. Abituato ai delitti ed alle uccisioni che commetteva impunemente qual sicario di Bernabò, la rea anima di costui determinavasi ad un assassinio, benchè minimo fosse l’interesse che gliene poteva scaturire. Profugo da Milano, ove avrebbe pagato il fio di tanti misfatti, travisatosi in abito fratesco, egli s’era proposto di vagare in cerca di qualche forte truppa di banditi, per farsi con loro ad assalire e depredare villaggi e baronie. L’oro e gli osceni piaceri ch’egli si gustava anche con mani fumanti di sangue, costituivano i soli diletti di Aldobrado, il quale in pochi anni era stato carnefice, spia di guerra, soldato e cortigiano quando scontrò Palamede nell’isola di Mandellone, e rilevò come questi avesse con sè molti fiorini d’oro, gli vide una ricca armatura, ed intese che ad ogni costo volea favellare alla bella prigioniera del forte di Trezzo, egli pensò tosto alla strada sotterranea che conduceva alla cappella dei morti nella chiesa del castello, e suggerigli i mezzi di penetrarvi, non già per favorire ai desiderii del cavaliere, ma perchè in quella via tenebrosa e segreta, piena di rivolte e di perigli, e nota esattamente a lui solo, poteva agevolmente impossessarsi e dell’amante e dell’oro di Palamede, che con un colpo del proprio stilo trafiggeva, e quivi lasciava celato. A questo fine, trovandosi da solo nella tana del cervo col Brescianino, mentre Palamede passeggiava pel bosco, e il Tencio e il Carbonaio erano usciti, aveva tentato di guadagnarlo a sè, e facilmente ne venne a capo colla promessa di molto oro, e di condurlo seco in lontani paesi. A questi però non isvolse la trama che avea disposto; gli impose soltanto che entrando nel sotterraneo del castello non gli si scostasse giammai dal fianco, e stesse pronto ad eseguire alla cieca e arditamente ciò che gli avrebbe ordinato, badando principalmente che se gli avesse affidato una donna, le impedisse, per qualunque causa si fosse, emissioni di grida, turandole, se occorreva, la bocca co’ proprii lini.
Ito a vuoto un tale disegno per causa che il Tencio non potè far pervenire nel castello il foglio di Palamede, e questi stabilì irremovibilmente di partire da quel bosco al mattino seguente, Aldobrado, cui sempre ardeva il desiderio dell’oro del cavaliero, non depose il pensiero di rapirglielo. Quando sul far della sera Palamede uscì dalla fontana sotto terra, onde passar la notte nel tempio, pensò di lasciarlo addormentare, e silenziosamente sbucare dal sotterraneo, e ovunque si trovasse, assalirlo e spogliarlo. Infatti lasciò si avanzasse la notte, e già stava per eseguire tale progetto, allorchè intese nel tempio un lieve rumore di pedate: stette cheto credendo si fosse Palamede risvegliato; ma all’incontro era Enzel, sconosciuto al cavaliere, il quale colà era venuto per condurlo sotto il verone di Ginevra. Udì quel traditore l’uscir che fece il cavaliere dal tempio, ma pensò fosse causa l’interna agitazione che nol lasciava riposare, e non disperò che sarebbesi racquetato. Infatti dopo molto tempo, non ascoltando più moto alcuno, uscì chetissimamente dalla tana, ma non lo scorgendo nel tempio, venne all’incerto lume di luna nel bosco, e qual fu la sua meraviglia in vederlo avanzarsi fra le piante colla fiaccola nella destra! Palamede appena lo vide, ebbro di gioia pel canto e per la vista dell’amata fanciulla, tutto a lui narrò, dello sconosciuto che lo aveva destato e condotto al castello, e del cantar di Ginevra, e del foglio a lei mandato, e di ciò che lo sconosciuto gli aveva detto, cioè di non partirsi di colà sino a che non lo avesse riveduto. Questo intervento di uno sconosciuto andò per nulla a sangue ad Aldobrado, che temeva potesse attraversare i suoi perfidi disegni. Quindi fingendosi lietissimo di questa avventura, rallegrossene con Palamede; ma in suo cuore pensò di ucciderlo al primo momento che all’uopo gli si presentasse. Intanto i ladri, udendo rumore, osservarono dagli spiatoi; e non vedendo che i loro ospiti, uscirono tosto dalla fontana. Palamede allora disse che avrebbe quel giorno sicuramente dimorato ancora con essi; e per ciò quando spuntò il mattino, il Tencio e il Carbonaio se ne partirono per recarsi ne’ vicini contadi a procurarsi le provvigioni. Aldobrado e Palamede si trattennero lunga pezza ragionando con maraviglia del chi potesse essere quella ignota persona comparsa con tanto mistero in quel luogo, e come mai fosse consapevole de’ di lui amori con Ginevra, e in qual modo tenesse seco lei relazione, serrata siccom’era in un castello sì custodito. Dopo avere a lungo favellato, Aldobrado domandò a Palamede se il corsaletto d’acciaio che vestiva non gli dasse noia pel caldo ardente che il sole già alto spandeva intorno. Il cavaliere rispose che sì; e disse di volersene spogliare, poichè sembravagli inutile tale arnese in sito tanto remoto. Aldobrado, a tale risposta, si offerse tosto a sfibbiargli le piastre delle reni; ma Palamede, che era uso addossarlo e levarlo sempre da sè, non glielo permise; e solo il pregò gli slacciasse dagli spallacci i bracciali: per cui dovendogli Aldobrado rimanere sempre da lato, gli fu impossible eseguire il suo reo disegno; oltre che il cavaliere proseguiva a ragionare cogli occhi ver lui rivolti: il che non sarebbe avvenuto standogli alle reni, dove appena slacciato il corsaletto poteva inosservato, siccom’era suo pensiere, trarre il pugnale e infiggerglielo nella nuca o nella schiena.
Più cupida e più ostinata fece in quel traditore la smania di togliere al cavaliere la vita e la fallita speranza del colpo in quel momento, e il vedere fra i lini sul petto di lui una collana di smeraldi e crisoliti, a cui certamente stava unita qualche santa reliquia, e la cintura di pelle che correvagli intorno a’ fianchi, ch’ei si pensò, come era difatti, carca di molt’oro. Aggravasi quindi a lui dintorno intento, inquieto, spiandone i movimenti come un lupo alla preda; ma siccome Palamede si era ricinta la spada, non si azzardava di scagliarsegli addosso, persuaso che se il colpo mancava, egli era morto. Ma in quel mentre tutto allegrossi lo scellerato avendo udito dal cavaliere ch’egli bramava colà riposare all’ombra di quelle piante, poichè sentivasi assalito da un sonno prepotente; ed infatti ricolto il corsaletto, se lo acconciò per guanciale, e adagiossi. Affinchè nella perfetta solitudine più celeremente e con più agio egli si addormentasse, pensò Aldobrado di ritrarsi, ed attendere col Brescianino, il quale stava entro il sotterraneo disponendo qualche refezione, e di cui avrebbe abbisognato allo svegliarsi del cavaliere.
Disceso nella fontana, si assise sul masso a piè del quale era sepolto Guandaleone; e fissando in volto il Brescianino, che stava arrotando sull’orlo della vasca della fontana il suo stocco, volse nel pensiero il dubbio se avesse o no ad associarlo nel fatto che era per commettere: e si risolvette di farlo, perchè questi poteva accorgersene, mentre egli lo eseguiva, e sturbarnelo; e perchè di tal guisa avrebbe avuto un compagno di cui giovarsi in avvenire, e che era in sua balía il togliersi d’intorno quando il volesse. Appena concepito tale divisamento, si alzò, prese al ladro una mano, e stringendola gli disse: «Brescianino, la tua sorte è fatta: tu puoi essere ricco quanto un castellano, e non temer più nè sgherri nè ruota. E ciò con far null’altro che trapassare con quello stocco la gola ad un uomo che dorme. — E chi sarà costui? (rispose sorpreso da tale proposta il Brescianino) — È quel cavaliere (proseguì Aldobrado) che venne con noi dall’isola di Mandellone; egli è stato questa notte al Castello di Trezzo, ed attende qui alcune persone, sicuramente per tradirci e farci prendere ed appiccare. Egli ha sopra di sè molti danari; ed è il più bel colpo che tu possa fare, e di cui ti avanza tutta la vita onde pentirtene, racquistandoti il cielo. Andiamcene, egli è addormentato sul limitare del bosco fuori di questa tana: non incontreremo alcun pericolo nell’assalirlo.»
Detto questo, Aldobrado colla mano sull’impugnatura dello stilo, il Brescianino brandendo lo stocco, salirono queti queti i gradini della scala del sotterraneo: venuti nel tempio, Aldobrado si affacciò cautamente alla porta, e vide Palamede che giaceva sotto le piante immerso in profondo sonno; lo additò al Brescianino: quindi assicuratosi, porgendo orecchio, che realmente il suo sonno era greve, s’avanzarono verso di lui a passi lenti e dubbiosi, soffermandosi ad ogn’istante: sino a che giuntigli sopra, Aldobrado, tratto il pugnale, glielo appuntò al cuore, e il Brescianino lo stocco alla gola, quando una voce improvvisa e stridente dal bosco gridò: «Svégliati, svégliati, Palamede!»
Indietreggiarono un passo a tal voce improvvisa; e Palamede, sull’istante risvegliato, mirando intorno a sè que’ due colle armi, balzò d’un salto in piedi ponendo mano alla spada. Il Brescianino, che gli era più da presso, e che teneva lo stocco ancora a lui rivolto, pensando, se tardava a fuggire o difendersi, essere perduto, gli si slanciò alla vita, vibrandogli la punta al petto; ma nol colpì che nel braccio sinistro, con cui sosteneva la guaina della spada; colla quale tosto cacciatoglisi contro ne ribattè due colpi, ed al terzo gliela conficcò nel petto trabalzandolo a terra insanguinato. Aldobrado, al rapido rialzarsi di Palamede, si era velocemente ritratto dietro un albero, onde la persona che avea gridato nol sorprendesse; ma non iscorgendo alcuno, e vedendo il Brescianino alle prese col cavaliero, slanciossi egli pure contro di esso per ferirlo da un fianco; e se un momento di più durava la zuffa col ladro, Palamede veniva trafitto; ma invece ei menò tosto un fendente ad Aldobrado, gridandogli: «Vile assassino, pagherai colla vita il tradimento.» Ma Aldobrado si schermì d’un salto; e gettatosi nel bosco, sparve fuggendo a tutto corso.
Palamede non l’inseguì; ma si arrestò trasognato per quell’inatteso avvenimento, e mirava al suo braccio ferito che grondava, e al ladro che boccheggiava spirando steso al suolo, immerso nel proprio sangue. Risuonavagli tuttora all’orecchio quella voce che desto lo aveva, e voce parevagli non ignota; mal però valeva a concepire quale di tutto ciò fosse stata la causa. Ad un tratto, uscendo dal bosco, si appresentò a lui un uomo che tosto dal volto e dai panni riconobbe per quello stesso che gli era apparso nella notte; e si accorse che la voce che avea gridato era appunto quella di costui. Era infatti Enzel l’aríolo, il quale sfuggito dal castello pel sotterraneo della cappella de’ morti alla ricerca dei soldati, si era cacciato nel bosco per venire in traccia di lui, siccome avea promesso a Ginevra; ed era giunto a veduta di Palamede, nel momento che questi stava per cader vittima degli scellerati. Siccome non teneva armi di sorta, osato non aveva di uscire all’aperto per difenderlo, per non essere anch’egli ucciso se il cavaliere succombeva. Palamede, a lui rivolto, disse: «Chiunque tu sii, che certo mi sembri inviato da un mio santo protettore, io a te debbo la vita: dimmi quindi se ho a venerarti come un amico dei celesti, o premiarti con oro, o cosa io debba fare perte; ma spiegami, te ne scongiuro, come tu mai avesti di me conoscenza e di Ginevra, e per qual motivo volevano costui, che ho ucciso, ed Aldobrado togliermi la vita, e in qual modo tu mi hai salvato.»
«Cavaliero (rispose l’aríolo), ora non è tempo da dirvi tutte queste cose; pensate a riparare la ferita del vostro braccio, ed a partire tosto da questi malaugurati luoghi, ricovero di assassini; ritornate all’isola di Mandellone, riprendete il vostro cavallo, ed avviatevi alla volta di Milano, ove io verrò seco voi, e vi narrerò cose che vi riusciranno di sommo aggradimento.» E in così dire, accostatosi a Palamede, gli fasciò il braccio con una benda che tolse d’addosso al Brescianino che era già affatto morto; si armò collo stocco di questo; e addossatosi il corsaletto d’acciaio che Palamede a causa della ferita non potea rivestire, si pose frettolosamente sul sentiero che guidava alla strada di Concesa.