CAMPO DI BATTAGLIA SUL DUOMO DI MILANO

Furono tapelati come cani.

BURIGOZZO.

Sul Duomo di Milano a guardia del campanile, ch’era una gran torre di legno eretta sulla vasta sommità di quella cattedrale, veniva sempre collocato un grosso drappello di soldati, parte spagnuoli, parte alemanni, e vi aveva per ciò fare la sua buona ragione come vedremo in appresso.

La sera del dì 17 giugno 1526, durando il caldo che nella giornata era stato eccessivo, uno de’ moschettieri spagnuoli della guardia del campanile, prima che scendesse affatto oscura la notte, se ne andò passo passo su per le guide lungo i tetti del tempio, all’angolo che guarda tra mezzodì e levante per quivi sdrajarsi e dormire. Ciò fece primieramente onde meglio godere di una brezza frescolina che quivi spirava più viva che in ogni altro punto, ed in secondo luogo per istarsene lontano quanto fosse possibile dai soldati lanzinecchi, stesi a gruppi qua e là al piede della torre, il cui russare e le esalazioni fetenti, riuscivano insoffribili per sino ad uno spagnuolo.

Era da poche ore trascorsa la mezzanotte, e il buon moschettiere, ancorchè il letto fosse assai duro, dormiva saporitamente, forse sognando di custodire al pascolo i suoi maragalos su qualche verde cima delle Asturie, quando venne a destarlo un bisbiglio di voci, che saliva dal basso. Egli erasi posto all’estremità del piovente ove v’aveva un piccolo piano formato da tavole e difeso verso la caduta da un parapetto di travicelli; si sollevò, allungò il capo per entro la sbarra, e guardò in giù. Parvegli gettar l’occhio in un pozzo, tanto era nero il vacuo che si sprofondava tra il Duomo, l’Arcivescovato e il Palazzo ducale; da quell’oscuro fondo sorgevano voci che annunziavano varie persone unite e parlanti tra esse con foga e concitazione. Ad un tratto vide lume di fiaccole portate da due uomini che venivano correndo dalla contrada delle Ore, seguiti da altri, che avevano nelle mani arnesi luccicanti, i quali al moschettiere parve fossero armi da punta. Si arrestarono questi un momento a scambiare alcune domande con quelli che erano fermi da prima, indi tutti insieme si diressero a passi veloci verso la piazza ora detta della Fontana, di là alla casa del Capitano di Giustizia, dietro la quale scomparvero, sebbene per alcun tempo la traccia del riflesso rossastro delle fiaccole indicasse per quali strade tenessero cammino.

— Che vorrà dir questo?.. Qui sta sicuramente per iscoppiar fuori qualche maledetto diavolo (esclamò il moschettiere ritraendo la testa dalla sbarra e rizzandosi in piedi). Che questi ghibellini scomunicati di milanesi stiano preparandone un’altra contro di noi? Oh per la Madonna del Pilar la sarebbe dolorosa! corriamo ad avvertirne il capitano! —

Alzato che si fu guardò verso l’orizzonte diritto innanzi a se, e vide sorgere nel cielo in fondo un lieve bianchiccio, un primo indizio d’aurora; si mosse tosto, e ricalcando le guide venne nel camerone d’armi praticato nel campanile a raccontare al suo capitano, comandante del posto, quanto gli era occorso vedere.

È d’uopo qui dire due parole sulla stranissima condizione politica in cui si trovava ridotta di que’ giorni Milano. Per istrappare questo bel ducato dalle unghie de’ francesi, i quali mettendo in campo una serie di pretensioni che chiamavano diritti ereditarj, erano venuti bravamente ad occuparlo, il duca Francesco II Sforza legittimo signore, non essendo stato in grado di opporre resistenza valevole, invocò l’appoggio dell’imperatore di Germania Carlo V, il quale, come ognuno sa, era eziandio re di Spagna. Questo monarca vantando alto dominio sulle nostre terre, vi mandò bande teutoniche e spagnuole quante bastavano per dare lo sfratto alla gallica gente. Infatti l’anno antecedente quello sventato di re Francesco I erasi lasciato prendere sotto Pavia, e buon per lui, che gli bastò un motto cavalleresco per ripararne l’onta in faccia alla nazione.

Dopo la presa del loro re i francesi se ne erano iti, ma gli imperiali ancorchè non vi fosse più bisogno di loro si mostravano poco disposti a sbarazzare il loco. Questa lunga fermata nello stato suo di tanta gente forastiera che bisognava mantenere e pagare, al Duca Francesco Sforza, è cosa naturale, non aggradiva di troppo; onde sarà o non sarà, fatto è che venne detto aver egli congiurato contro la potenza dell’Imperatore e fu gridato fellone, e posto al bando. Anton de Leyva che qui comandava per Carlo V tentò quindi tosto di impossessarsi di lui; ma il Duca si chiuse a tempo nel castello, che era eziandio suo palazzo, e vi si andava difendendo a tutto potere.

Intanto ciascuno può immaginarsi come camminassero le faccende nel ducato, e specialmente in questa città. Un governo come Dio voleva, poichè il sovrano del paese era assediato in casa; soldati per tutto, e quali ospiti si fossero nelle famiglie massimamente ove vi erano donne giovani e fanciulle è agevole figurarselo. Di quando in quando botte, scaramucce, ammazzamenti, perchè il castello era fuora, come allora dicevasi, cioè i ducali facevano delle sortite contro gli assedianti. Il popolo milanese sopportò per alcun tempo con pazienza questo stato di cose, ma poi le angherie, le estorsioni, le prepotenze moltiplicandosi all’infinito ed essendovi anche chi soffiava di soppiatto nel fuoco, diè fuori ad un tratto facendosi sentire, come si fa sentire il popolo, cioè insorgendo ed accoppando quanti lanzinecchi e spagnuoli gli vennero fra mano. Durò la sommossa due giorni, e l’acquetarono alcuni de’ più ragguardevoli personaggi, che si interposero ottenendo che le truppe imperiali non pretendessero più contribuzioni di sorta dagli abitanti, e s’acquartierassero fuori della città, conservando solo il diritto di mettere guardie all’interno ne’ luoghi che stimassero più opportuni per la comune sicurezza. Ed uno di questi luoghi era appunto il campanile del Duomo, poichè oltre offrire comodità per l’altezza di vigilare il castello e tutta la città, comunicando col mezzo di segnali gli avvisi al campo stanziato esternamente alle mura, mettendo colà una guardia si veniva ad impedire che i malintenzionati potessero avere accesso alle campane, e le suonassero a stormo per muovere la plebe. Siccome quel tremendo baruffo popolare avvenuto nel mese di aprile dello stesso anno, da noi sul principio rammentato aveva fatto una brutta paura alla soldatesca, che vi lasciò del pelo assai, così questa viveva non scevra di tema, che un dì, o l’altro s’avesse a rinnovellare. Fra i soldati, sicuramente i peggio situati nel caso di movimento sedizioso, quelli erano che stavano di guardia al campanile del Duomo, non già che temessero che si potesse aver ardire d’andare ad assalirli là su, ma perchè quivi non v’avevano mezzi di ritirata se non colle ali, e potevano rimanere privi di tutte le provvigioni da bocca se i nemici li stringevano anche con una bloccatura.

Il capitano di guardia sul Duomo, che era napoletano, bravaccio e gridatore quanti altri mai di suo paese, all’udire il rapporto del moschettiere si rizzò sul suo giaciglio, arruffò i mustacchi e cominciò col mandar fuori un — Eh! — così strillante e lungo che ne oscillarono per più minuti le campane, che gli pendevano al di sopra della testa, indi vomitò bestemmie e minacce contro i milanesi da farne un dizionario. Nè s’aveva poi torto, giacchè nell’ultima sommossa volendola fare da gradasso contro il popolo tumultuante, colto alla porta del Broletto da una mano di quei facchini delle granaglie, gli tastarono coi randelli le costole e buon per lui che le teneva coperte da un eccellente giaco di maglia; però ne serbava memoria poichè le sue ossa avevano acquistate tali proprietà igrometriche da avvertirlo di ogni mutamento di tempo.

Appena la gran massa del Duomo cominciò a biancheggiare alla prima luce del giorno sopra il rimanente della città, il capitano rivestite le armi chiamò tutti i soldati intorno a sè, e fatto un breve cenno dell’imminente pericolo, ordinò loro di caricare gli archibugi. Nè andò guari che i concepiti sospetti s’appalesarono veri. Una vedetta mandata a spiare sull’alto della torre comunicò che vedevasi in varie delle lontane contrade della città popolo ad accorrere e masse di gente che s’univano e si scioglievano. S’udirono indi a poco alcuni colpi di fuoco ma lontani e dispersi. Sembrava eziandio che il tumulto si andasse avvicinando alla piazza del Duomo; i soldati allora e il capitano stesso non seppero resistere alla brama di accertarsi coi propri occhi dello stato delle cose. Abbandonato quindi il campanile ne andarono su per le guide dei tetti a tutti i punti opposti della sommità della cattedrale a guardare in giù che mai avvenisse.

Scorse però più di un’ora senza che gli indizj della popolare sollevazione aumentassero; anzi ai soldati che di là su stavano spiando erasi quasi acquetata in cuore la paura, vedendo come di consueto aprirsi tutte le botteghe sulla piazza e nelle prossime vie coll’usata affluenza di persone. Ben è vero che attentamente osservando, rilevare si doveva esservi nella città qualche cosa di straordinario, perchè il movimento nei passeggieri si manifestava assai maggiore del solito, e s’abboccavano e si fermavano in crocchii numerosi. Il rumore si fa a poco a poco più intenso; si odono grida da varie parti, circola rapidamente una novella, e ad un tratto tutta la folla si getta verso il fondo della piazza, stipandosi ad osservare dalla parte della contrada dei Mercanti d’Oro: e poi indietro quella gran massa di curiosi a tutte gambe, e si vede sbucare sulla piazza una grossa brigata di popolani fornita d’ogni sorta d’armi, ed a capo di essa un uomo di forme erculee, vestito d’una semplice casacca il quale teneva brandita nella destra una spranga di ferro. Era Bartolozzone con que’ di porta Ticinese. In Pescheria Vecchia apparve una frotta non meno numerosa, ed erano que’ di porta Nuova guidati da Macassora. Contemporaneamente e dai Rastrelli e dai Cappellari e da san Raffaello e da santa Radegonda s’avanzarono molti altri drappelli. I più si condussero alla volta del Palazzo ducale, la cui guardia militare ritiratasi al di dentro sbarrò la porta, e dalle feritoje che v’erano praticate ai fianchi, facendo fuoco continuo, cercava tenere lontani gli assalitori di cui non pochi vedevansi cadere a terra.

Bartolozzone e Macassora entrarono co’ loro seguaci nel Duomo. Lo strepito che quella turba vi faceva per entro era infernale. Il capitano napoletano credette gli crollasse la volta del tempio sotto i piedi, e non si saprebbe dire se lo scompiglio, il chiasso, o qualche altra causa poco eroica gli facessero perdere la testa in quel momento. In luogo di far chiudere lo sbocco delle scale che mettono dall’interno della chiesa alla parte superiore o collocarvi buon numero di soldati per difenderne l’accesso, lo che per l’angustia del sito stato sarebbe felicissimo, egli lasciò sforniti di difesa que’ luoghi. Mise tutti i lanzinecchi armati di spade e d’alabarde avanti la torre del campanile, in cui si chiuse coi moschettieri spagnuoli, da due dei quali, che mandò sulla cima, faceva ripetere incessantemente i segnali per chiedere soccorso all’esercito ch’era fuori delle mura della città. Ma quello per suo maggiore sbalordimento non sembrava pure accorgersi del tremendo pericolo in cui si ritrovava. Eccoli finalmente i ribelli anche sul Duomo; uno, due, dieci si slanciano su delle scale e si spargono pei tetti, indi riunitisi alla voce dei loro capi, vanno a circondare il campanile. Il fiero Bartolozzone s’apprestava a venire tosto alle mani, ma da Macassora d’animo più mite, fu fatto sospendere l’assalto, poichè a risparmio di sangue offrire voleva capitolazione. Si fece egli innanzi alla fila gridando ai soldati d’arrendersi, e il capitano messo fuori il capo da un pertugio del campanile non gli rispose che con parole ingiuriose e braverie. Ad onta di ciò Macassora, che ben conosceva la disperata posizione di costoro, insisteva onde deponessero le armi, ma una palla di moschetto scagliata dalla torre in tal punto gli troncò la voce e la vita. Quel colpo colmando di sdegno gli assalitori fu segno di generale combattimento. I lanzinecchi si difesero valorosamente, ma dopo aver perduti molti dei loro andarono scompigliati. Resistevano al di dentro del campanile i moschettieri spagnuoli scaricando incessantemente gli archibugi, e gran danno recavano ai combattenti. Questi stavano quasi per rinunciare all’ardua impresa di penetrare colà, quando loro venne in capo di dar fuoco alla torre, e tutto l’occorrente apprestato, fecero alzare le fiamme. Al divampare di queste i moschettieri si diedero vinti, ma non v’era più scampo.

— Vittoria! Vittoria! evviva Milano! Alziamo la bandiera, facciamo vedere ai nostri che siamo i vincitori — esclamò Bartolozzone.

— Sì, si alzi la bandiera, la nostra bandiera della croce rossa — gridarono tutti ad una voce.

Nessuno però aveva pensato a portare là su nè stendardo, nè gonfalone, onde vi fu un momento d’imbarazzo, che durò poco; poichè in una moltitudine trionfante v’è sempre qualche ingegno che ha in pronto lo spediente per ogni caso possibile. Si vide ad una delle finestre, che dalla cupola giù guardano nella chiesa, un’ampia tenda bianca; si corse a strapparla, e pigliata da quattro dei combattenti ai quattro angoli opposti, veniva tenuta ben tesa. Il figlio dell’ucciso Macassora si levò allora di dosso la camicia e raggruppatala, servendosene a modo di spugna, la inzuppò in un guazzo formato dal sangue che era colato dalle ferite di varj soldati che giacevano uccisi quivi presso; poscia ogni volta secondo il bisogno ribagnandola nel sangue segnò sulla tela due grandi righe rosse a forma di due giganteschi semicerchii, che si tagliavano nel mezzo, rappresentando così la croce convessa che è lo stemma municipale milanese. Levato quindi uno de’ più lunghi e grossi pali delle travature del tetto, con funicelle e stroppie vi attaccarono per un lato quella tenda.

Bartolozzone intanto co’ suoi di porta Ticinese inseguiva da vicino l’ultimo rimasuglio de’ lanzinecchi, i quali cercavano salvare la vita ora col combattere, or col balzare fuggendo di tetto in tetto. Ma incalzati e spinti da ogni parte verso l’estremità che termina alla facciata, quando furono colà, ad onta che opponessero la più disperata resistenza, vennero superati, e mano mano che cadevano disarmati o feriti, venivano presi e scagliati inesorabilmente dall’alto; e scendeva chi a piombo, chi capovolto, chi roteando a sfracellarsi, orrenda vista! con rumoroso tonfo sul suolo.

Tutte le finestre e i balconi delle case che circondavano la piazza, tutte le aperture delle trabacche di legno, che ne ingombravano l’area erano piene zeppe di gente di ogni età e condizione, i cui volti sorgevano l’uno sopra l’altro guardando ammirati, attoniti, istupiditi quello spettacolo strano e spaventoso, e in quella immensa moltitudine di astanti regnava il più profondo silenzio. Solo sopra l’altana (baltresca) di una casa che era in fondo alla piazza di prospetto alla facciata del Duomo, stava seduto un cristianone panciuto, nudo le braccia, nudo il lardoso petto, mezzo sbracato, e mal coperta da un piccolo berretto rosso la calva zucca, il quale facendo dalle risa balzare la trippa e le ganasce, battendosi le cosce esclamava: — Ohi! Ohi! correte, correte! che bel vedere! che gran caso! bruciano la Spagna, e i lanzinecchi fioccano dal Duomo. —

La torre intanto consumata in gran parte alla base dalle fiamme diè uno squasso, si spaccò e cadde ruinando. Rimase però eretto ancora uno de’ suoi squarciati fianchi a cui stavano uniti vari pezzi di scala. Macassora seguìto da due de’ più intrepidi vi si arrampicò, trascinandovi sopra la tenda e conficcandone il palo come un’antenna sul punto più elevato; appena eretta in tal modo, al vivo soffio dell’aria, la tela si aprì sventolando, e mostrò, sanguinoso stendardo, l’ampia croce.

A quella vista alzossi da tutta la sottoposta piazza un’esclamazione di meraviglia e d’applauso così unanime, sonante, prolungata, che fu udita e si propagò sino nelle più remote contrade.

Ma la gioja del trionfo ebbe breve durata e pienamente rimasero delusi, coloro che, segreti partigiani del duca Francesco Sforza, assediato, come dicemmo, dagli imperiali nel castello, avevano sperato che il popolo vincitore, sarebbesi tosto rivolto a sussidiarlo per rimettere a lui libera e potente la signoria della città nelle mani. Erra chi fida ne’ moti popolari effrenatamente spinti alla strage; se valgono a far sazie le cupide vendette, non giovano mai a creare vigor di ragione o santità di diritto.

Al Duca ridotto allo stremo per mancamento di vittuaglie, fu forza l’arrendersi un mese dopo quel combattimento (24 luglio 1526). Pattuì salva la libertà sua e de’ suoi, ed esso uscitone, venne il castello occupato da Anton De Leyva, coi soldati di Carlo V, a cui rimase così interamente soggetta, ancor più doma e sottomessa Milano.

Indarno poi l’esercito de’ collegati contro quel monarca fece ogni prova per toglierli la preda.

Scese il Lanoy colle lance, e i fanti francesi; vi si adoperarono colli svizzeri ed i papali il duca d’Urbino, il marchese di Saluzzo, e quel Giovanni Medici, chiamato dalle Bande nere, l’uno dei più intrepidi condottieri italiani, che colto da un colpo di falconetto alla giornata di Borgoforte, morì in Mantova, pieno più che d’anni di gloria. Tutto fu vano contro gli imperiali sempre agevolmente reintegrati, essendo Lamagna inesauribile sorgente d’uomini, pei quali è premio non fatica il combattere nelle italiane contrade. Perciò lungi dal cedere essi spazzaronsi innanzi i nimici, e fatti sicuri inoltrarono a Roma e la presero, guidati dal duca di Borbone che traditore al re francese erasi dato al tedesco, e il quale lasciò la vita innanzi le mura della sacra città.

Sorse il giorno però ch’anco l’ire e le guerre ebbero fine. I due potenti avversari Carlo V e Francesco I segnarono pace (in Cambrai 5 agosto 1529). Il monarca francese cesse per sempre ogni pretensione di sua corona sulle terre milanesi, e Carlo colmò la speme di questi abitatori, restituendo il ducato a Francesco II Sforza, nel dicembre dell’anno stesso. Sgombrò così una volta l’Anton De Leyva dalla nostra città, in cui ritornò, desiderato, amatissimo, il Duca suo natural signore, che faceva certi gli animi dover con libero dominio restaurare la patria de’ lunghi mali causati dalle protratte concussioni straniere. Crebbe oltre ogni misura il contento e la fiducia del popolo, quando si seppero statuite le nozze del Duca con Cristina figlia del re di Danimarca e di Elisabetta sorella di Carlo. Quelle nozze celebrate in Milano il 3 maggio 1534 con pompa ed esultanza indescrivibile, continuando la successione ducale, erano pegno della stabilità del potere e quindi della affrancazione di queste contrade da ogni estera dominazione avvenire. Ma ohimè! fu troppo passaggiera la gioja e la lusinga fallace! Il giorno 19 novembre 1535 vestiva a bruno Milano, e dal castello al Duomo stendevasi funeral processione; erano le esequie del duca Francesco II Sforza, ultimo legittimo di sua stirpe, ultimo dei signori di Milano. Il ducato divenne una impercettibile porzione de’ dominii di Carlo, sui quali dicevasi mai non iscomparire il sole.

Le infermità che avevano risparmiato Anton De Leyva gli concessero di rientrare trionfante in Milano, ove sedette governator generale dello Stato, pel suo Imperatore.

Calò in quell’anno 1527 anche Odetto di Foix, signore di Lautrec, capitanando nuova e poderosa armata di Francia. Esperto, fiero, rapido qual fulmine prese Alessandria, Novara, Pavia, Piacenza, e passò oltre ardente di cogliere più famose palme nel regno di Napoli, ove trovò morte non guerresca. La somma delle cose per gli avversarii di Carlo V venuta nelle mani del conte di Saint-Paul, egli pure volse tutta l’opera sua alla grand’impresa di snidar da Milano l’Anton De Leyva cogli imperiali. Le sorti furono decise alla battaglia di Landriano (21 giugno 1529), ove si scontrarono le avverse schiere. Il De Leyva, benchè afflitto da podagra, volle dirigere di persona la pugna, e si fece portar pel campo in una sedia a bracciuoli recata a spalle. Foss’egli più maestro o più venturato, il conte di Saint Paul ebbe la peggio, e la rotta gli toccò sì grave che non solo rimase ferito e prigioniero egli stesso coi due valorosi italiani, Claudio Rangone e Gerolamo da Castiglione, ma le sue genti, perdute armi e salmerie, n’andarono al tutto scompigliate e disperse. Il suolo lombardo tanto tenacemente contrastato beveva a fiotti sangue non suo[27].

FINE.

AVVENTURE IN UN VIAGGIO
PER
LA VALDOPPIA
(dal vero)

Mi torna il giovine

Tempo nel cor.

Fausto.

Nel liceo convitto, in cui era stato posto fanciullo, il primo libro d’amena lettura ch’avessi nelle mani, furono le novelle del Boccaccio, edizione compiuta statami donata da un mio parente ora defunto, il quale era uomo di buona pasta, poichè ne’ giorni festivi veniva immancabilmente a levarmi dal liceo per farmi pranzare in sua casa, ordinando sempre si cucinasse qualche manicaretto di particolare mio gusto, e dopo il pranzo mi lasciava poi correre e saltellare in piena libertà pel giardino, permettendomi eziandio di montare a bisdosso d’un cavallaccio, docile come un montone, pel quale io partiva sempre dalla mensa colle taschette del giubberello colme di frusti di pane. Del rimanente, quanto giudizio egli s’avesse a dare le novelle del Boccaccio ad un ragazzetto di nove anni, lascio considerare a voi. Eppure lo udiva allora (1812) lodar forte qual uomo spregiudicato, come dicevasi, non essendomi che posteriormente accorto, che appunto gli uomini troppo spregiudicati riescono il più delle volte pregiudizievolissimi. Le trasposizioni al modo latino, i vocaboli vieti e ricercati, fecero però buona difesa al mio piccolo cervello, non lasciandomi comprendere un jota di tutto il libro; se non che mi servii del nome che vi lessi di Buffalmacco, per farne un appellativo derisorio a un convittore grande e grosso e manesco; il qual soprannome avendo preso voga, mi capitarono non poche ceffate e pugni per sua parte, e dei a pane ed acqua per parte del prefetto della camerata.

Eravi nel liceo un inserviente, vecchio ex-militare, che non sapeva parlare che di Laudon e dei Turchi, coi quali aveva scambiato nel loro paese qualche colpo di moschetto; esso co’ giovinetti collegiali era tollerante, compiacentissimo, servizievole, una specie insomma di caporale Trim, che ben conoscerete. Quest’inserviente, che si chiamava Carlo, di cui mi pare ancora vedere la pelle arsiccia del volto, i capelli grigi e corti, e il soprabito turchino speluzzato, possedeva due volumetti, coperti d’un cartoncino azzurrognolo, tanto laceri ed unti, quanto lo dovevano essere, avendo fatta per anni ed anni fida compagnia ad un povero soldato, col quale viaggiarono sino a Temisvar e fecero ritorno in Lombardia, sempre nella bisaccia militare, o mocciglia, non uscendone che di rado per divertirlo nelle ore di ozio dei bivacchi e delle caserme, allorchè ne profumava le pagine dell’incenso della pipa.

Ad onta di tutto il sudiciume, che ingialliva e anneriva que’ due volumi, a me andavano sommamente a genio, e li preferiva infinite volte al mio Boccaccio. Erano i viaggi di Robinson Crosuè. Quand’io guardava rappresentato sul frontispizio quell’uomo col berrettone acuto di pelo di capra, col parasole da una mano e il fucile dall’altra, passeggiare in riva al mare, quando lo vedeva fatto compagno di Venerdì, sorgevano in me non so quali idee di mare, d’avventure, di solitudine, una poesia in embrione che m’ardeva d’una curiosità indescrivibile. Proposi a quell’antico figlio di Marte il cambio del suo Robinsone col mio Boccaccio: tremava non l’accettasse, e quand’egli v’accondiscese, me ne volai co’ miei due tomi nelle mani, che quasi non capiva in me dalla gioja, nè fu più contento Giasone quand’ebbe conquistato il vello d’oro. Ogni momento che poteva rubare alla grammatica del Porretti, ed alla Regia Parnassi, era dedicato al mio carissimo Robinsone il quale gettò nella mia infantile fantasia, già a bell’apposta organizzata ad assorbire ogni sensazione straordinaria e vibrata, gettò, dico, una smania e quasi una monomanìa pel viaggiare.

Allorchè, cresciuto in età, leggendo viaggi e memorie d’ogni maniera, seppi che quel libro aveva prodotto lo stesso effetto in molti altri uomini illustri, mi congratulai meco stesso d’essere stato capace di sentire al pari di loro la forza d’un simigliante eccitamento.

Ma se la lettura di Robinson Crosuè, fatta in età fanciullesca, potè esser cagione che alcuni, divenuti viaggiatori, toccassero i due circoli polari, o andassero a servir di pasto ai selvaggi della Terra, del Fuoco e della Papuasia, quanto a me, mentre fui giovinetto, non potè spingermi che qualche volta pedestremente da Milano sino a Monza, a Desio o a Melegnano, o farmi errare all’avventura per i prati ed i campi seminati di frumento e di grano turco che fiancheggiano il naviglio di Abbiategrasso e della Martesana.

Venne alfine per me quell’età sospirata (e la sospiro ancora) in cui potei, come si suol dire, allargare le ali. Da due anni era studente dell’università. Il titolo di studente dona un non so che di baldo, di fiorito, d’ornato, che accresce la persuasione del valore di sè medesimi, così che, avendo tante volte percorso il lastricato del portico legale, io credetti possedere criterio sufficiente per intraprendere da solo un vero viaggio. Al tempo delle vacanze quando mi trovai padrone di me stesso, tratto da due buoni cavalli sulla strada postale, avviato a Venezia, mi sentii un piccolo Byron, un Giovine Aroldo.

Il mio delirio era il mare. Lo aveva tanto desiderato, che sembrandomi troppo poca cosa la laguna, appena entrato in Venezia mi feci condurre al lido per vedere il mare veramente libero e senza limiti. Ma, ho da dir la verità? al primo guardarlo, causa forse la prevenzione, mi fece pochissimo effetto, e mi parve fosse assai più pittoresco e seducente allo sguardo quando lo vedeva in teatro rappresentato sulle scene di Sanquirico. Oh ignoranza! Però, osservato un giorno, e due, e tre, il mio occhio comprese alfine la vera magnificenza di quella vastità d’acqua sì una e sì varia; e mi sentiva poi orgoglioso, passeggiando all’ombra dell’aguglia del nostro Duomo, d’aver veduto il mare e di essere stato sobbalzato su per le sue onde, e averle valicate a gonfie vele.

La è curiosa! noi milanesi che siamo penisolani, e abbiamo da ponente a una giornata di cammino il mare mediterraneo, da levante a due giornate l’adriatico, e che, mettendoci a sedere in barchetto alla riva di Porta Ticinese, potremmo andare sempre navigando sin oltre ben anco il Monopotapa, siamo uomini sì radicati nella nostra terra ferma, che, avuto riguardo al numero ed alle persone che avrebbero facoltà di farlo, si trovano ben pochi che tra noi abbiano intrapresi de’ viaggi marittimi: onde, se non è in difetto la mia erudizione, toltine quelli d’alcuni missionari, manca per la patria gloria, a compiere la serie de’ nomi famosi, un viaggiatore di gran rinomanza. Quanto sarebbe lusingato il nostro amor proprio, se qualche ardito milanese di vero sangue, avesse piantato e fatto sventolare il biscione sovra una terra ignota d’un altro continente! ma adesso, addio speranze! si sono già cacciati gli altri da per tutto sulla faccia di questo nostro globettino; si ritrovano alberghi e caffè fin là dove nascono le aurore boreali, e vi si potrà andare tutti fra poco in battello a vapore.

Veduta adunque la grand’acqua, volli l’anno successivo contemplare le Alpi e toccarne la sommità, per mirare d’appresso le ghiacciaje, quegli eterni cristalli sì decantati.

Venuto il benedetto settembre, ecco che colla mia valigia sulle spalle, il mio berretto di drappo scozzese, m’avvio al Sempione. Tutto il mondo è stato almeno sin là, ha vedute le gallerie, ha letto l’Ære Italo, fece colezione, pranzo o cena all’albergo del villaggio, servito (allora) da amabili giovanette, e prese poi qualche reficiamento gratuito all’ospizio. Ma pochi saranno stati di sì bizzarro cervello, proseguendo il viaggio, di lasciare al pari di me la nuova strada agevole ed ampia (condotta sul versante opposto del Sempione con dolci e facili svolgimenti giù fino a Briga), per cacciarsi sull’antico e dirupato sentiero, il quale, abbandonato com’è, va a smarrirsi fra antiche e folte selve di larici, molti de’ quali dalla vetustà rovesciati s’accatastano qua e là, e formano barriera quasi insuperabile, incontrandosi per ogni dove salti di torrenti e trabalzi perigliosissimi. E allora appunto non sembravami di essere nelle Alpi, ma mi figurava di trovarmi, che so io, nelle selvaggie foreste del Brasile, essendo impossibile che la mia fantasia voglia rimanersene un istante laddove realmente si trova, e, non badando al rischio che correva ad ogni passo di rompermi l’osso del collo, io mi sentiva rapito dal maraviglioso aspetto di quella solitudine, e faceva in prosa della poesia lamartiniana, da mandare in ruina, pubblicandola, qualsiasi librajo.

Attraversato il Vallese, toccato il lago di Ginevra, volli visitarne la deliziosa riviera, e potete immaginarvi quante sentimentali esclamazioni m’uscirono dal labbro al mirare Vevey, e tutti i luoghi che l’appassionata immaginazione di Rousseau fece scena al suo celebrato romanzo amoroso; e meritarono veramente di trovare un pittore di quella forza e delicatezza squisita di pennello, poichè vanamente si cercherebbe un’altra contrada ove l’amore può trovare negli aspetti di natura sì sublimi corrispondenze con tutte le sue fantastiche fasi, sieno esse di felicità o di disperazione.

Retrocedendo, pensai poscia di rientrare in Italia varcando il gran san Bernardo. Avrete letto in molti giornali la diabolica pittura che fece Alessandro Dumas della salita a quella montagna; è probabile, per poco che siate dilettanti di romanzi, che l’abbiate parimenti letta in Cooper nel suo Carnefice di Berna. Ma l’autore dell’Antony, e il romanziere americano, credetemelo, hanno esagerato la fatica e i perigli di quel viaggio, per produrre un effetto straordinario, così come in certi quadri si rafforzano le tinte, anche contro natura, affinchè facciano più efficace mostra di sè all’esposizione di Brera. Non voglio sostenere che, durante la cattiva stagione, nel valicare quell’alpe non si corra pericolo d’essere sepolti sotto qualche valanga, ma per sei o sette mesi dell’anno vi si arriva alla cima con tutta facilità e agevolezza; e conosco io migliaja di sentieri per le valli a noi contigue, ove l’andata è assai più disastrosa e a rompicollo che sul gran san Bernardo, e pure sono calcate ogni dì da brigatelle di signorine dai piedini dilicati che vi vanno a sollazzo in partite di piacere. Ho veduto colassù, la famosa stanza dei morti, che chiamano carnajo, e non dipenderebbe che dalla mia volontà di farvene una descrizione bellissima d’orrore, e d’innestarvi qualche episodio drammatico, ma v’attendo a un altro varco.

Lasciato l’ospizio, e quegli ottimi Padri, giù corsi a Saint-Remy, e la sera era di già nella città d’Aosta. Alla mattina successiva, desto per tempo, mi recai a visitare la torre del Lebbroso e le stupende antichità romane. Mi parve strano che, per ammirare i resti d’un anfiteatro, fossi costretto d’entrare dalla casa d’un contadino in un rustico cortiletto, ove, mentre immobile contemplando un alto pezzo d’antica muraglia rifabbricava nella mia immaginativa quel circo, commettendone le gradinate al podio ed agli spalti, e su vi vedeva i togati patrizii, le gemmate matrone; il popolo romoreggiante, e mi pareva udire il ragghio de’ lioni e l’urlo delle pantere chiuse nelle carceri, o vedere i gladiatori scannarsi fra i fischi o gli applausi degli umanissimi spettatori, una frotta di polli e di pulcini beccava sulle punte de’ miei stivali de’ granelli di miglio che si erano appiccicati nel transito della villereccia cucina, e mai più s’immaginavano le innocenti bestiuole che dovessero quel piccolo reficiamento ad Ottaviano Augusto, ed al mio maestro di storia.

Mi lasciai alle spalle anche la città d’Aosta; e proseguiva il mio cammino giù per la valle fiancheggiando la Dora. Lungo la strada mi sovvien che entrato in una picciola osteria a prender fiato, in un paesello chiamato, se pur non erro, Chambave, vi bevetti un eccellentissimo vino moscato, il quale si spreme da grappoli che maturano sovra apriche collinette che s’alzano ivi d’appresso; e se vi dico io ch’era prelibatissimo, io che rare volte ho potuto mirare sino al fondo del bicchiere per ritrovarvi la verità, me lo dovete credere. Registrate adunque questa notizia nel vostro Memoranda, poichè potrebbe essere di qualche peso (so quel che dico a certi miei lettori) nel determinarvi un giorno ad intraprendere un viaggio per contemplare i monumenti romani della città di Aosta.

Aveva fatta promessa, anzi partire da Milano, di recarmi al ritorno dalla mia gita sul lago Maggiore; e m’era sì gradita l’aspettativa di villeggiare colà che oramai il viaggio mi tediava, e non desiderava che l’istante di quivi giungere fra una diletta comitiva. Ad accorciare il cammino pensai dunque che la via più breve per me (tralasciando di recarmi sino ad Ivrea, e di là per Biella o per Novara al lago) si era di valicare i monti che dividono la Val d’Aosta dalla Val Sesia, e discendere a Varallo da dove la strada per Romagnano e Borgomanero mette capo ad Arona.

Trapassata quindi la pittoresca terra di Chatillon, lasciai le sponde della Dora, e presi cammino su per la montagna. Fatto buon tratto di via, e giunto a bell’altezza sul dorso del monte, me ne stava assiso sovra un sasso a guardar giù la sottoposta valle, la quale di là si presentava a’ miei occhi pressochè in tutta la sua estensione, e m’immaginava di vedervi sfilare i molti eserciti che in diversi tempi vi transitarono, calando per la stessa via ch’aveva fatta io stesso. Da Annibale, anzi dai Celto Galli in poi, quanti guerrieri o armati di clave, e coperti di pelli, o colla lorica e la lancia, o colla pesante armatura del medio evo, o col fucile e gli spallini, passarono là giù per venire in Italia! e a far che?... a farsi ammazzare la maggior parte senza cavarne mai alcun buon costrutto. Ma io veramente allora non pensava a ciò, altro non mi rappresentava che l’effetto pittoresco delle variate file di quelle soldatesche sparse lungo la valle, coi cavalli, i carri e i loro bellici strumenti. Oh! se avessi avuta l’abilità di quel bravo marchese, che dipinse quest’anno con tanta fantasia la rocca adamantina da cui scende il mago sull’ipogrifo a pugnare con Bradamante, mi pare che avrei fatto un quadro di genere da fare stordire gli amatori. Ma, che volete? io non ho potuto riuscire a far altro mai in pittura, che degli ometti sui libri di scuola.

Mentre era là vidi salire pel sentiero, e venire alla mia volta, due bei contadinelli, l’uno de’ quali s’aveva qualche cosa sulle spalle: conobbi ch’erano pellegrini al pari di me. Allorchè mi furono vicini m’alzai, per proseguire con esso loro la via. Avevano entrambi fisonomia dolce, ma spezialmente l’un d’essi, biondo di capelli e con occhi azzurri, mostrava una tale finezza di lineamenti, che l’avresti detto una fanciulla travestita. Chiesi loro d’onde venissero, e dove si recassero, e mi risposero in francese ch’erano savojardi, ch’erano stati a Torino e si recavano a Gressoney, presso un loro parente. Ciò ch’aveva sulle spalle l’un d’essi era una cassetta sostenuta da una cinghia di pelle, e mi disse che vi stavano rinchiuse due marmottine, che sono le bestiuole che ognun conosce, le quali andavano facendo vedere per le piazze, suonando la ribeca, ch’era lo stromento portato dall’altro, e ciò per buscarsi qualche soldo onde campar la vita. Domandai loro che cosa avessero guadagnato, mi risposero che in un mese ch’erano stati a Torino avevano potuto mettere a parte quindici franchi, coi quali contavano di recarsi nell’inverno in Francia, passando poi nella primavera a Gand nel Belgio, ove era il loro padre col quale esercitavano il mestiere di ramoneur.

Mi sentii toccare il cuore pensando che quel bel fanciulletto dalla pelle sì dilicata, e con quello sguardo tanto dolce, dovesse arrampicarsi su per le gole dei cammini ad imbrattarsi di fuliggine e col pericolo di spezzarsi un braccio od una gamba. Invocai che qualche pietosa padrona di casa, commossa dalla simpatica fisonomia del bello spazzacamino, gli procacciasse modo di guadagnarsi la vita con mezzi meno sucidi e perigliosi. Superata la montagna, discendemmo insieme dal lato opposto a Gressoney, ove separandoci, augurando ad essi ogni fortuna, feci diventar sedici i loro quindici franchi.

Io passai la notte a Gressoney. Oh, se vedeste che singolare paesetto è desso mai! giace in fondo ad una valle che ha la forma d’imbuto, e vi sta queto, isolato da tutto il mondo, presso un torrentello che move il suo mulino, e in cui abbevera le sue mandre. Durante il tempo delle nevi non è possibile nè di andarvi, nè di partirne; onde per alcuni mesi quegli abitanti vi rimangono così separati dal resto dei viventi, come se fossero nella Groenlandia o nella Lapponia. Se vedeste che zoccoli che portano le donne; e che pannilani verdi e rossi dello spessore di tavole di noce, ma hanno certe guancie pienotte e una solidità di contorni che si confanno a meraviglia con que’ vestimenti. La pace del luogo, la prosperità degli abitanti, mi fece spesse volte tornare col pensiero a Gressoney, e avrei voluto in certi bruschi momenti di mia vita esservi nato, e non aver mai superata la cerchia de’ monti che lo racchiudono: non avrei forse potuto sentirvi egualmente le impressioni della natura e dell’amore, fonti inesauribili di felicità nella vita?

Al dì seguente, essendo già alto il sole, abbandonai quel romito villaggio, e ricominciai a salire la montagna opposta a quella dalla quale vi era venuto.

Oltrepassato un altro monte discesi a Saint-Jean, altro paesello più ameno fra quell’Alpi, e di là non mi rimaneva che a superare l’ultima giogaia della Valdoppia per essere in Valsesia.

Non mi sentiva punto stanco, era spinto dalla brama di giungere presto alla mia meta, ove m’attendevano piacevolezze d’ogni genere, quindi rifocillatomi abbondantemente, concessemi un pajo d’ore di riposo, e prese tutte quelle notizie intorno alla via che l’oste a malincuore volle somministrarmi, attribuendo io a sola sua cupidigia il consiglio che ripetevami di fermarmi colà quella notte e non mi porre in via di quell’ora, che era già verso il declinare del giorno, mi strinsi alle spalle le cinghie della valigia, e, impugnato il mio bastone, me ne andai pel mio cammino.

Il sentiero s’arrampicava pel fianco del monte, fra boschi e cespugli: era assai erta, anzi quasi perpendicolare la via: pur salendo con buona lena, in poco d’ora mi trovai molto elevato dal fondo della valle, ove vedeva rosseggiare il paesetto di Saint Jean ad un raggio obbliquo che gl’inviava il sole dalla sommità dell’opposto monte dietro cui stava per celarsi; e vedeva pure luccicare il torrente che serpeggiava per la valle, ed era quell’acqua stessa che romoreggiando balzava giù dal monte sulla costa del quale io m’innalzava.

Mi avevano detto che la salita voleva un’ora circa; ma io non aveva calcolato che le mie gambe non erano quelle d’un montanaro, e che se que’ del paese v’impiegavano un’ora, io non avrei potuto a meno di consumarvi doppio spazio di tempo. E così fu. Il sole, già tutto nascosto dietro gli opposti dossi, mandava appena un ultimo rossore sulle cime più elevate che mi stavano sul capo, ed io m’arrampicava ancora su per l’erta, e sentiva che le gambe scemavano di vigore ad ogni passo, e un’ansa affannosa mi toglieva quasi il respiro. Dopo la salita esser vi doveva uno spianato, inoltrandomi pel quale doveva poi giungere ai casali componenti il paesetto detto La Montà; ivi contava passare la notte, per esser pronto al mattino a discendere pel versante opposto in Valsesia al paese di Riva, da dove avrei potuto ancora arrivare la sera sino a Varallo.

Fatto è ch’io giunsi al margine di quel benedetto spianato, e cessai di salire quand’erasi già quasi fatto interamente oscuro, e sdrajatomi sull’erba, per prender fiato, mi giunse all’orecchio debolissimo il suono de’ tocchi dell’avemmaria del paesetto di Saint-Jean. Provai allora un po’ di pentimento di non aver voluto cedere ai consigli dell’oste, poichè per giungere a La Montà non rimanevami da far meno d’un’altra buon’ora di cammino, e chi sa qual cammino! Feci però cuore a me stesso, anzi gioii meco medesimo, e mi congratulai di trovarmi una volta nella condizione di tanti viaggiatori, le cui avventure aveva lette con sì vivo trasporto di curiosità. Che di meglio infatti per un giovine di venticinque anni, di testa romantica (così si suol dire), che ha costume la sera di passeggiare le strade ben illuminate e lastricate della capitale, vedersi solo fra le tenebre, errante pei boschi alla sommità delle Alpi, colla probabilità di scontrarsi nel genio delle ghiacciaje che sotto forma d’un orso venisse a divorarlo, senz’altra speranza di vendetta che di far urlare quell’animale nelle sue rupi un mese intero, per le punture che gli avrebbe cagionate entro le sue viscere il cervello, intingolo indigeribile formato col deposito d’ogni specie d’idee letterarie, metafisiche, poetiche e legali?

Questo pensiero m’aveva fatto sorridere tra me stesso, avanzandomi per l’incerta traccia del sentiero, quando ad un tratto vedo un chiarore che subito scompare, e appena ebbi campo di rivolgere la testa ch’udii rumoreggiare il tuono. Fermandomi a guardare indietro, scôrsi nubi nerissime che s’erano avanzate alle mie spalle, e che, venendo da verso la valle di Saint-Jean, andavano nascondendo sul mio capo la volta del cielo. Che gusto m’avessi lo lascio immaginare a voi. Io camminava in una pianura, che, per quanto poteva rilevare, era come una vasta prateria, sparsa qua e là d’alberi radi. Tratto tratto però mi sentiva sotto i piedi il nudo macigno. Facendosi sempre più dense le tenebre, io non iscorgeva il sentiero che al bagliore dei lampi che si succedevano quasi incessantemente. Cominciarono i soffj del vento, e il tuono echeggiava arrotolandosi fra quelle teste di montagne. Vi dico da vero che principiai a non aver più nessun piacere di trovarmi in quell’ignota solitudine con un tempo spaventoso di quella fatta. Sperava, ad ogni passo che m’inoltrava, di trovarmi nel desiderato paese di La Montà, o di scorgere almeno qualche lumicino che annunziasse una capanna, fosse stata anche l’abitazione delle streghe, dei briganti, o dei falsi monetarj: ma non vedeva niente, altro che la corona delle rupi che circondavano quel piano, che si mostravano più nere ancora del nerissimo cielo. Un romore, uno scroscio grandissimo accompagnato da un sibilo spaventoso di vento, veniva avanzandosi precipitoso, e vedeva al chiarore dei lampi le chiome degli alberi flettersi ed alzarsi rapidissimamente. Ad un tratto fui inondato dalla pioggia, e, quasi al tempo stesso, ciò che mi diede più paura, fu di sentire che i miei piedi diguazzavano nell’acqua sino alla caviglia, per cui credetti d’essere entrato inavvertentemente in qualche stagno o fondo paludoso. Di sentiero non eravi più insegna. Rimasi un momento immobile, e mi credetti perduto: ma al luccicare della saetta, avendo veduto che il terreno a man manca si rialzava, mossi i passi da quella parte, e infatti in due o tre minuti mi sentii fuori del guado, e compresi che andava ascendendo. — Meno male (dissi fra me), il pericolo d’affogarmi sembra passato. — Ma la pioggia e il vento incalzavano con tal violenza, ch’io dovetti appoggiarmi ad una pianta per sostenermi in piedi. — La scena è più teatrale che in un ballo di Viganò (diceva in me stesso), ma minaccia d’andare troppo in lungo, e se dovessi starmene qui tutta notte sotto questo diluvio coll’aquilone che spira, mi prendo tale un malanno che non rientro mai più in velocifero da porta Tanaglia. —

Mentre io era colà in una posizione così critica, guardando attentamente ad ogni gettata di luce intorno a me, mi venne veduto, non molto all’insù dal posto ove mi trovava, un piccolo edificio coperto di paglia, un tugurio. Mi sentii rinascere, e tosto mi diressi a quella volta. Pervenutovi, m’accorsi ch’era una capannetta deserta, uno di que’ casolari ove alloggiano i pastori quando conducono alle alpi le mandre, e che partendo abbandonano. Alla porta s’ascendeva per alcuni gradini; ne mancava l’imposta e dentro appariva vuoto ed oscuro. Salii tosto quella scomposta scaletta, e giunto al limitare tastando col bastone, e sentendo che il pavimento era più basso, prima di discendervi per entro vi feci rimbombare la mia voce, porgendo l’orecchio, per udire se mai cosa alcuna vi si rimovesse, poichè v’era pericolo vi fosse rifuggita qualche fiera.

Non udendo alito balzai giù dalla porta nell’interno, e m’accorsi con mio sommo contento che v’era sull’impalcato un bel letto di foglie. Staccai dalle spalle la mia valigia, mi tolsi l’abito tutto molle d’addosso, mi soffregai per asciugarmi alla meglio, ringraziai la provvidenza, e me le raccomandai: indi stesi tutta la mia stanchissima persona su quelle foglie, che mi sembrarono uno strato di morbide piume, e provai quel sentimento di felicità, che m’immagino debba sorgere in cuore a chi afferra il lido campando dal naufragio.

Descrivervi quali pensieri mi passassero per la mente sarebbe impossibile cosa: quello ch’è certo si è che m’addormentai pensando a chi pensava a me, e che forse vaneggiava amorosamente alle melodie d’una gaja serenata, senza pur dubitare ove diavolo mai si trovasse il suo Trovatore. E tanto più che l’ultima sera nel darmi l’addio di partenza, conoscendo l’indole mia arrischiata, m’aveva fatta calda preghiera, di non espormi a inutili perigli, e di non mettere a repentaglio una vita troppo cara. — Che belle paroline, eh? — Ma, e chi non le ha udite all’età di venticinque anni? — Pure, onde gustarle completamente, bisogna credersi esseri privilegiati, e tale io mi riputava allora in buona fede: onde ricordava quell’affettuosa espressione coll’accompagnamento d’una voce commossa, d’uno sguardo pieno di soavità e di sentimento, vedeva quelle forme gentili, quella bianca mano che mi salutava ancora dal balcone, e tutto ciò mi mandava un miele per le vene, mi faceva più beato d’un re, benchè perduto là sull’alpi tutto solo, e sdrajato sovra aride foglie in un deserto tugurio; e credo che gli spiriti ilari che si esalavano da me, mi servissero di riparo contro l’influenza funerea che stagnava sotto quella volta.

Non so quanto dormissi, ma mi svegliai che fitta era ancora l’oscurità, però cessati i lampi, i tuoni, il vento e la pioggia. Stirai le membra, e mi sentii assalito da un brivido di freddo; volendo addormentarmi di nuovo, allungai un braccio per internarlo nelle foglie, onde averne calore, e nel così fare urtai in qualche cosa, che toccando sentii essere una valigia. Mi pareva d’aver collocata la mia dall’altra parte, e subito mossi l’altro braccio per accertarmene, e infatti sento che la mia valigia è colà! — «Gran Dio! due valigie! qui v’è alcun altro; dissi tra me, traendo a stento per la sorpresa il respiro. Ma tosto mi animo, e grido: — Ohe! ohe! chi c’è qui. — Nessuna risposta: mi rialzo, porgo attentissimo l’orecchio, non odo fiato, non odo respiro, era un silenzio profondo, non interrotto che dal cader lento delle goccie che stillavano dalla paglia del tetto. Mi metto a frugare a tentoni per le foglie, allungando anche i piedi, e urto con questi in due altri piedi, che sembravano rivestiti di grosse scarpe. Li premo con forza, ma non ne segue alcun effetto. Mi do a cercare colle mani e sento un braccio rivestito di panno — lo scuoto — niente — Che affare è questo? — dissi tra me preso da spavento, e diressi la mano ove doveva essere il volto, e l’abbassai — misericordia! — le mie dita s’inforcano nelle caverne delle ossa nasali d’un teschio umano, che si scompone a pezzetti — misericordia! — chi m’avesse fatto un salasso non ne avrebbe cavata goccia di sangue: rimasi più morto che vivo.

Ebbi appena il vigore di balzar fuori di là lasciando nel casolare, abito, valigia e berretto, e non trassi il respiro che vedendomi all’aria aperta. Sedetti sui scalini della capanna, col capo in mano, lasciando si calmasse la terribile palpitazione di cuore che mi aveva assalito. Alzai poscia gli occhi al cielo: era sereno e stellato: da levante veniva un venticello foriero dell’aurora; il suo fiato per me fu un balsamo, e più di tutto alcune voci che udii, e mi sembravano di persone che fossero sul sentiero da me percorso la sera. Mi posi a gridare chiamando; mi fu risposto; io continuai a gridare e sentii ch’alcuni uomini venivano alla volta. Quando li vidi da vicino, narrai loro la mia trista ventura, ed essi tosto, tratta l’esca, il ferro e la pietra focaja, accesero una piccola lucerna, ch’un d’essi trasse da una bisaccia che recava ad armacollo; e ravvisai in essi tre cacciatori da camosci.

Penetrammo tutti insieme in quella capanna, e si vide, pressochè tutto coperto dalle foglie, un uomo, dirò meglio uno scheletro, rivestito d’abiti militari. Mi dissero che doveva essere qualche sgraziato disertore sorpreso là su da un male violento, il quale trattosi in quella capanna vi morì senza soccorsi: avvenimento accaduto, almeno da due mesi in addietro.

Ritrovata la valigia di lui fu slacciata e vi si rinvennero per entro alcuni pochi oggetti di vestimento, e un portafoglio. Questo pure venne aperto, e vi si vide una carta d’iscrizione militare su cui leggemmo — Gaudenzio D...., d’anni ventinove, nativo di, ecc. — con tutti gli altri consueti connotati personali che lo indicavano per un giovine ch’essere doveva d’assai bello aspetto. Nel portafoglio vi erano pure due lettere, ed una picciola busta di seta verde da cui levammo una cartolina, la quale era circondata per più giri da un sol capello biondo, le cui estremità erano rattenute da un po’ di cera. Una di queste lettere era suggellata e mancava d’indirizzo. L’altra portava nella direzione il nome del soldato colla mansione a Saluzzo; questa, essendo aperta, noi la spiegammo e vedemmo essere del curato del suo paese che gli scriveva in nome di sua madre. Vi si parlava di nozze di persone conoscenti, e della spedizione che veniva fatta a lui d’una picciola somma di danaro: non vi si leggeva altro, nè trovammo cosa alcuna di più, che ci potesse rischiarare intorno a quell’individuo ed al funesto suo destino.

Uno di que’ cacciatori, il più attempato, disse ch’egli era fratello del sindaco di Saint-Jean, e che avrebbe dato avvertimento onde que’ resti umani venissero sepolti, e fosse partecipata notizia del fatto all’autorità superiore.

Io rimasi compreso da tanta pietà per quell’infelice, e al tempo stesso da tale orrore e ribrezzo d’aver avuto un simile compagno di letto, che non aveva quasi più vigore da riprendere i miei arnesi.

Alla fin fine ajutato da que’ cacciatori mi rivestii, e mi rimisi, accompagnato da loro, in viaggio; ma quello scheletro mi opprimeva l’immaginazione, mi disperava. Mano mano però che si spandeva la luce mattinale, si andava scemando anche lo squallore della mia mente, e veniva a poco a poco riconoscendo me stesso. Quando alfine m’affacciai dal vertice del monte all’ampia vallata, e vidi le nebbie candide e natanti volare in fuga innanzi al sole che mi sorgeva luminoso di fronte, ogni mia tristezza si dissipò, ed altro non mi parve quel caso che una romanzesca ventura.

FINE.

[ INDICE]

Milano nell’anno 305 dell’era[pag. 1]
Un Episodio dell’assedio del Barbarossa[18]
I Guelfi dell’Imagna o il Castello di Clanezzo[39]
Edemondo ed Adelasia o la Torre di Gombito[87]
La Biscia Amorosa[121]
Campo di Battaglia sul Duomo di Milano[161]
Avventure in un Viaggio per la Valdoppia[183]

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