EDEMONDO ED ADELASIA O LA TORRE DI GOMBITO
EPISODIO DELLE FAZIONI BERGAMASCHE.
Dimessi gli odii antichi e l’ire acerbe
Segnar con viva religion nel core
La desiata pace del Signore.
I Guelfi. Poema.
Ardito monumento di feroci tempi sorge quasi nel centro dell’alta città di Bergamo, una quadrata elevatissima torre contesta di grossi massi petrosi, che lungi vedesi dal piano giganteggiare sulla linea degli edificii come un ricordo severo, una minaccia di trapassate età fatta solida, inalterabile. Presso la sommità di quella torre s’apre in ciascuno dei quattro lati un pertugio o finestretta oblunga, arcuata, che al guardarla dal basso ha l’apparenza di semplice fenditura. Nell’epoca di cui intendiamo parlare, cioè nell’anno 1306, una ferriata di grosse barre era apposta ad ognuno di que’ fori e ne divideva l’angusto vano in più piccioli spazj.
Sul cadere del giorno 24 d’agosto dell’anno sopra annunziato chi dalle vie vicine avesse mirato attentamente all’alto della torre, avrebbe veduto tra le ferree spranghe della finestretta dal lato occidentale apparire la faccia d’un giovine prigioniero che stava immoto contemplando il tramonto del sole.
Trovavasi infatti colà un misero, ancora nella più fresca età della vita, che dotato di prodigiosa attività e tutto fuoco nell’anima, era condannato a consumarsi in fatale inerzia entro quelle ristrette e tremende pareti, caduto ahi! troppo immaturamente, in potere di un nemico, più fiero e implacabile per essere suo stesso concittadino. Aveva quel prigioniero pallido il viso, nerissimi gli occhi, e cadente lungo le tempia la bruna ed inanellata capellatura; stava allora curvato al sasso, collocate l’uno sull’altro le braccia e il mento appoggiato sul pugno della destra mano, fiso mirando il gradato scemarsi della viva luce del giorno, e il vibrare degli ultimi raggi lungo la fuga di colline, che si stendono a ponente della città sin dove avvalla il Brembo. Vedeva egli i castelli sulle prominenze lontane disegnarsi in nero contro lo splendido occidente, e passare in taluni di essi per opposte aperture una striscia di luce, che raffigurava entro le vetriate un incendio.
Quando tutto quell’ardente chiarore si andò temprando in una tinta argentina, che mano mano moriva nell’azzurro sempre più cupo del cielo, su cui veniva dominando la sera, il prigioniero si rizzò, e più dura, più angosciosa si scrisse ne’ suoi bei lineamenti la pena, alla quale quel luminoso spettacolo aveva recati alcuni momenti di tregua.
Dalle sottoposte chiese sì della città, che dei borghi, cominciò in quel mentre a salire là su il suono de’ tocchi dell’Ave-Maria. Al mesto rimbombo di quel pietoso invito a rivolgersi a Dio, si concentrò lo sconsolato in sè stesso, ed alzò poscia supplicante lo sguardo, lasciando giù cadere le braccia con giunte le mani. Parve pronunciasse una preghiera, ma non ne raccolse giovamento alla quiete dell’animo, poichè d’improvviso fece un moto di sdegno e proruppe in tronche parole di rabbia e minaccia. Acquetatosi di nuovo s’appressò al suo giaciglio, e su vi si abbandonò rimanendovi supino in riposo; ma dopo pochi momenti incominciò ad agitarsi, e crescendo in lui la smania, vi si arrotolò singhiozzando disperatamente. Riavutosi da quell’impeto sfrenato di dolore, si sollevò a sedere, indi inclinossi da un lato, piegò il capo e rimase sorretto sulle braccia che stese a puntellare la persona. Così stette a lungo assorto in tetri pensamenti, senza trarre pressochè il respiro, immobile al paro dell’effigie marmorea del gladiatore moribondo di cui imitava la posa. Elevata alfine la testa osservò che riflettevansi in chiaro sulla volta del suo carcere le quadrate partizioni della finestra aperta dal lato orientale. Comprese che spuntava la luna, si rialzò, e s’affacciò a quel pertugio.
Di retro ai colli che limitano la veduta verso Brescia, veniva alzandosi, e sorgendo s’allargava smisuratamente in sua pienezza l’astro della notte. Allorchè fu tutto sull’alto del prominente colle a cui pareva appoggiarsi col lembo inferiore, si mostrò rosseggiante, e venendo da alcune brune strisce di vaganti nebbie bizzarramente tratteggiato, all’attristata fantasia del prigioniero, il disco lunare, prese aspetto dell’umana faccia d’un beffardo spirito nimico, apparso a far più crude col suo reo influsso le sciagure umane, sembrando a lui che quel fantastico volto, acceso da sinistro fuoco, guardasse a sghembo giù giù per la pianura e si scorciasse in un pingue diabolico riso, come una strana creazione venuta dalla profondità de’ cieli o sorta dall’inferno a spaventare i viventi.
Ma ben presto quando uscita da bassi vapori la luna s’elevò pel firmamento in sua limpida carriera, la doglia nell’anima del misero si mitigò, e s’addolciva l’acerbità de’ suoi mali, come dolce era il chiarore che si diffuse, soavemente investendo le cose e spirando una calma universale.
All’ora stessa e dagli stessi raggi di luna illuminato andava lento e meditabondo, mutando i passi sotto il porticato del convento de’ frati Minori di san Francesco (prossimo all’antica Rocca) uno di que’ Padri, di veneranda presenza, ed il soggetto de’ suoi intensi pensamenti era quello stesso prigioniero della Torre. Di quando in quando accanto alle nicchie delle arche segnate da stemmi gentilizj, e guerreschi, ove dormivano antichi prodi, quel monaco arrestava il piede e sfuggivagli dalle labbra il nome d’Edemondo.
Portava egli a quel giovine affetto più che paterno, poichè era stato quegli che fino dai primi anni dell’infanzia aveva preso con assidui insegnamenti ad informargli lo spirito alla sapienza ed alla virtù. Nato da una di lui sorella, il cui sposo appena celebrate le nozze erasi ravvolto nel turbine delle civili discordie, Edemondo venne abbandonato alle sole cure della madre, la quale riposto ogni amor suo in quell’unico figliuolo, non sapendo di qual maniera meglio sottrarlo agli instanti perigli da cui era minacciata l’intera sua famiglia, affidollo lagrimando al fratello, la cui religiosa condizione lo faceva ire immune dall’odio degli avversi partiti. Ad onta però de’ pacifici sensi che lo zio, cedendo benanco alle calde preghiere della madre, cercava stillare in esso lui, Edemondo, tocco appena l’età che gli fece atto il braccio a trattare il ferro e forte il petto a reggere un corsaletto d’acciajo, infiammato dai continui racconti de’ fatti guerreschi, che incessantemente si succedevano nella sua contrada, anelò prendervi parte, mischiandosi all’altra gioventù bellicosa; onde eluse la vigilanza dello zio, gittossi al partito dei Ghibellini ai quali erasi unito il padre suo, e giurò ai Guelfi sterminio e morte.
Invano tentò il buon Frate richiamarlo alla quiete claustrale ed ai placidi studj; chè quell’anima bollente dal paterno esempio infiammata, non spirava che zuffe e battaglie, onde lo zio confortando il trepidante animo della sorella, altro non poteva che invocare dal cielo al nipote protezione e difesa nei continui cimenti in cui si scagliava.
Era sede de’ Ghibellini la terra di Martinengo, tenevano la città di Bergamo i Guelfi. Molte fierissime zuffe impegnaronsi tra essi, ed una delle più accanite avvenne allo scontrarsi delle schiere avversarie sulle sponde del Serio. — Per quale cagione mai il valente Edemondo, la più vigorosa spada di sua bandiera, si lasciò allora atterrare da un audace nemico, anzi che toglierli com’era in suo potere la vita? — Ciò era un arcano sepolto ne’ più profondi recessi del suo cuore, e che quasi a sè stesso non osava rivelare. Preso prigioniero fu tradotto in Bergamo, e serrato alla sommità di quella Torre, entro la quale già da più mesi languiva.
Nel padre suo non produsse tale evento che un accrescimento di sdegno, e il fermo proposito di trarne clamorosa vendetta. Saputosi dallo zio la fatale novella della cattività di Edemondo, che ne condusse la madre all’orlo del sepolcro, non ignara che dalla prigionia alla morte era di que’ tempi un sol passo, tutto pose il buon Frate in opera per riscattarlo. Ma andate fallite erano le più diligenti cure e le sue vive istanze, poichè l’inflessibile cuore del fiero Guelfo, di cui il giovine stava nelle mani, non udiva intercessione, nè sentiva pietà. Più che in altro trascorso giorno poi trovavasi quella sera l’animo del Frate in ambascia per Edemondo, poichè durante il dì medesimo, in altre torri de’ Guelfi alcuni infelici prigionieri Ghibellini erano stati con tormentosa morte fatti perire, ed aveva potuto non senza raccapriccio penetrare, comperando da uno sgherro il secreto, che orrendi apparati si disponevano pure nel sotterraneo della torre che chiudeva Edemondo. Aggirandosi il Francescano solitario sotto quegli archi dopo avere a lungo meditato, onde rinvenire se stato pur fosse possibile un pronto riparo al crudele minacciato disastro, invocando con calorose preci nuovi lumi dal celeste suo Patrono, parve che una istantanea ispirazione gli irradiasse la mente, poichè dopo essersi arrestato per brevi momenti, affrettò d’un subito i passi, abbandonando gli archi del portico e salì alla cella del padre Stefano da Vimercato, guardiano del convento. Indi a poco discesi insieme i due frati uscirono in quell’ora inconsueta dal chiostro, e calati per un viottolo alla chiesa di sant’Agostino, confabulando a piana voce, si diressero sotto le antiche mura al monastero dei padri Domenicani, che s’elevava di quell’epoca sullo spianato che è davanti la chiesiuola della Madonna presso san Giacomo, luogo nel quale i Veneziani alcuni secoli dopo, atterrato il chiostro, eressero batterie, siccome punto avanzato delle ampie fortificazioni di cui la città intera vollero circondata.
Durante il corso della stessa notte anche là nel castello di Martinengo ove dominavano i Ghibellini, altre vittime di quell’ira faziosa languivano sotto il carco delle più lugubri idee. Nel massiccio e gretto muro che stava di contro alla parte esteriore dell’abside della cappella ed al ricinto che chiudeva il cortile o piazza d’armi di quel castello, s’apriva un verone allora di recente per gran parte murato, sì che non offriva libero ingresso alla luce che presso alla volta ov’erano due archi di sesto acuto divisi da arabeschi traforati. Di tal modo erasi cangiata la sala, a cui rispondeva il verone stesso, in un carcere per racchiudervi un vecchio di cadente età ed una tenera fanciulla, i quali nel momento di cui parliamo trovavansi da poco ivi gementi. Erano i dominatori del castello giunti a tal grado di barbarie da caricare le braccia ed i piedi del misero vecchio di pesanti catene. Giaceva esso in quell’ora della notte steso sul letto, posata su ruvido guanciale la testa sparsa di radi capegli, candidi come la lunga barba che gli scendeva dal mento. A piedi del letto sedeva la giovinetta Adelasia, a cui ogni sospiro dell’avo, precipitato a tanto miseranda condizione, recava al petto una nuova ferita. Contava essa appena i tre lustri, angelici erano i suoi tratti, sebbene affievolita, estenuata, ne avesse il dolore la bella persona. Allentate teneva le treccie e giù in gran parte trascorrenti per le spalle; aveva piegati gli occhi al suolo, e posate in grembo le mani assorta forse in qualche commovente memoria de’ suoi giorni felici. Un raggio di luna penetrando dall’alto del verone veniva intero a cadere su di lei e ne rischiarava colla pallente luce i dolci contorni.
Richiamata a sè stessa dalle vive rimembranze a cui la traevano il cuore e la fantasia, badò con ansia al vecchio e s’accorse che erasi assopito in profondo sonno. Ringraziò tacitamente il cielo di quel benefico ristoro all’infelice, indi si diede a ripensare. Ma fosse il commovimento a cui con maggior efficacia la dispose la fervida preghiera elevata a Dio per riconoscenza, fosse un angoscioso ritorno sovra sè stessa ed il crudele suo stato, fosse una più tenera cagione, abbondanti lagrime le sgorgarono improvvisamente dal ciglio, ed a frenare i propri singulti, che destar potevano il vegliardo dormente, comprimeva le labbra con entrambe le mani che inondavansi del suo pianto.
Ed oh per qual cagione mai ad un tratto si scuote, e porge intenta l’orecchio? — È lo scalpitare di un cavallo accorrente; innalzasi il grido delle scolte — s’appressa il cavallo alle mura — «Chi mai sarà? (ella dice fra sè stessa) Oh! recasse almeno una novella felice!» — Ma il cavallo trascorre, — è trapassato — torna a regnare come prima solenne il silenzio.
Un’ora dopo il prigioniero nella Torre di Bergamo, i cui sonni erano stati brevi ed agitati, essendo sorto, affacciatosi alla ferriata di sua finestra dal lato meridionale, vedeva lungo una delle strade della pianura apparire e nascondersi fra i rami delle piante un non so che di lucente che s’andava appressando alla città; erano i riflessi di una lucida armatura, era un guerriero che veniva precipitando il corso a quella volta.
Spettava a Filippo Colleoni la Torre, ed accanto vi sorgeva il palazzo di quel temuto capo de’ Guelfi.
Fu innanzi l’abitazione di lui, che balzò d’arcioni il sopravvenuto guerriero, a cui da’ vigili custodi vennero prontamente spalancate le porte, e l’inaspettato suo arrivo di tal ora mise in grave agitazione tutti gli abitatori. Egli era desso Ubaldo Vertua l’uno de’ valorosi seguaci della fazione, e stretto al Colleoni dall’amistà più fida. Disse recare importantissimo annunzio, e introdotto in una delle sale superiori del palazzo, si vide ben tosto comparire innanzi sollecito l’amico a cui, benchè quasi gliene mancasse il cuore, narrò l’infaustissimo evento che lo aveva fatto accorrere precipitoso in Bergamo.
All’udire l’inaspettata notizia, i tratti del Colleoni naturalmente severi, si fecero lividi e contraffatti, gli divennero pallide e tremanti le labbra, e gli gocciò gelato sudore dalla fronte. Anche sui bruni lineamenti del Vertua, chiusi nel cerchio di ferro che formava serraglia alla visiera allora elevata sull’elmo, stava scolpita l’espressione d’una amarezza profonda, che annunziava quanto cordoglio a lui pure cagionasse la novella di cui era venuto apportatore. Sedevano que’ due l’uno a fronte all’altro, e li rischiarava il lume d’una lampada posata sovra una tavola ad essi vicina, mancando ancor più di un’ora allo spuntar del giorno.
Era Colleoni rimasto immobile quasi stordito dall’orrendo racconto; teneva le braccia compresse fortemente al seno, e girava di quando in quando gli occhi smarriti che poi volgeva fisi al suolo. Scorgevasi che lo premeva una intensa angoscia, e che i suoi pensieri andavano travolti da un turbine di funeste immagini. Il guerriero rispettava quel silenzio indicatore della violente lotta interna de’ più possenti affetti del cuore, mortalmente vulnerati sin negli intimi loro recessi.
«Mio padre!... mia figlia!... la mia Adelasia!... in loro potere?... (esclamò alfine Colleoni) in potere d’Alberigo? di quell’empio senza religione, senza fede?... È vero anch’io ho nelle mani un Suardi e potrò pagarmi di sangue stilla per stilla, ma intanto oh cielo! che mai sarà di loro in questo momento? Chi sa a quali strazii li sottopongono! Ed io li ho lasciati senza difesa nelle mie case d’Iseo!... Oh me incauto! me infelicissimo!...» — e profferendo quest’ultime parole balzò in piedi urlando e percuotendosi disperatamente la fronte. Ubaldo Vertua levatosi esso pure gli si fece d’appresso e posandogli sulla spalla la mano tuttavia coperta dal guanto di ferro — «Amico (disse con grave accento) non perdiamo in vani lamenti questi istanti preziosi. Fa duopo cercare per quanto ci fia possibile un pronto riparo a tanta sventura. Se opera di spada fosse stata valevole, se fosse bastato l’andar incontro a qualunque periglio, non m’avresti veduto comparirti avanti senza ricondurre nelle tue braccia il padre e la figlia... Filippo tu mi conosci...?
«Oh sì! cento volte esperimentai la tua amistà, il tuo valore. Ubaldo, io t’amo come fratello... che dico?... come figlio...! Ohimè! e non dovevi tu essere veracemente mio figlio? non è per te la mano della mia Adelasia? se non fossero state quest’ultime maledette discordie che ci tolsero di compiere riposatamente i nostri disegni, essa non si direbbe già tua, non sarebbe già entrata nelle tue case?... Salvala per pietà! salvami la figlia, salvami il padre! egli sì vecchio, e venerando, e, oh dio! la sua canizie è forse in quest’istante calpesta, colma d’obbrobrio dal mio nemico!... No, io non potrò espiare giammai una colpa sì atroce; io li ho abbandonati indifesi, io sono la causa del loro supplizio!...
Così parlando Colleoni mostravasi in preda a tutte le smanie della disperazione, se non che il guerriero tenendosegli costantemente d’appresso, con parole temperate alla dolcezza, al conforto, poco a poco lo richiamò in sè medesimo, di modo che, mitigato in lui quel forsennato eccesso fu vinto da una commozione profonda, e s’abbandonò singhiozzando sul petto dell’amico, che lo sostenne e lo strinse affettuosamente al cuore — «No, tu non devi accusar te stesso (disse egli). Qual colpa è mai la tua, se essi furono per sorpresa assaliti in Iseo, e trascinati dal Suardi prigioni a Martinengo? Non li avevi tu tolti da Lovere, stimandoli colà mal sicuri dalle bande di Valcamonica, e non li ponesti in Iseo sotto la custodia di Ferrino, uno de’ più valenti di nostra fazione? Chi potrà accusar te, se Ferrino fu traditore, e compro dall’oro ghibellino, lasciò che Suardi penetrasse nelle tue soglie e s’impossessasse de’ tuoi?...
— Ferrino! l’infamia de’ Guelfi! egli sconterà colla vita il tradimento, od io non sono Filippo Colleoni!» — così egli disse con voce cupa e minacciosa, sollevando la destra come se stringesse un pugnale.
— Ora ti calma. Suardi non avrà osato bagnarsi del sangue di tuo padre e di tua figlia. No, pensando che la mano di Ubaldo Vertua può stringere un ferro, Alberigo non avrà avuto ardimento di giungere a tanto eccesso. Su dunque troviam modo di togliergli di mano la preda.
— Ma come mai riuscirvi? Troppo forte e ben munito è il Castello di Martinengo e tu sai che le sue mura furono per noi sin ora inespugnabili. Ed, ohimè! se pure ci recassimo ad assalirlo mi parrebbe che ogni nostro colpo di balestra venisse ricambiato con un colpo di pugnale nel loro cuore.
— Ma e non dicesti tu ch’hai prigioniero un Suardi?» — chiese Ubaldo con accenti precipitosi come se gli fosse di subito balenato alla mente un felice pensiero.
— Sì!.., sì... un Suardi... Edemondo suo figlio... suo figlio stesso!» — esclamò Colleoni con gioja feroce.
— I tuoi sono salvi (gridò Ubaldo abbracciandolo) Mi recherò io medesimo messaggiero, onde proporre ad Alberigo lo scambio. Potrebbe egli esitare ad accettarlo se tu v’acconsenti?
— Suo figlio e dieci prigionieri ghibellini a sua scelta» — profferì con trasporto Colleoni. Ma quasi nell’istante medesimo concentrandosi in un’amara riflessione, soggiunse dolente. — Ma come mai? andresti tu stesso a parlamento colà? tu, dentro il suo Castello a darti in suo potere? Non sai dunque quanta sia la perfidia di quell’anima iniqua e che nessun sacramento gli torrebbe di levarti la libertà o la vita? No, amico, io non posso concederlo, un altro...
— Mai — pronunciò interrompendolo con forza Ubaldo — Voglio andarvi io stesso. Alberigo fu un giorno mio compagno in guerra. Noi pugnammo l’uno a fianco dell’altro per la libertà della nostra terra, quando la patria non aveva che una bandiera, or benchè mi sia nimico, sacra è per sempre la fratellanza dell’armi, ed ei non può offendermi che in campo aperto o chiuso con armi leali senza malie o tradimenti, ed io starò sicuro al suo cospetto e in mezzo a’ suoi come tra le pareti del mio proprio castello».
Colleoni nulla seppe rispondere a sì generose parole. Gli si gettò di nuovo singhiozzando al seno, e reiterando gli amplessi, mischiava l’espressione della sua riconoscenza alli scongiuri più caldi di salvargli il padre e la figlia, secondo che lo ispirava o la speranza o il terrore intorno alla riuscita della proposta dell’intrepido amico.
Il dì seguente sul volgere del tramonto l’ardimentoso e magnanimo Ubaldo s’appressava al Castello di Martinengo. Tinte dagli ultimi raggi del sole rosseggiavano al suo sguardo le alte bastite e le merlate torri su cui vedevansi lucicare le lance degli uomini d’armi passeggianti in vedetta. L’imponente aspetto del forte castello del suo nimico non fece che il guerriero rimanesse un istante in dubitanza del progredire, ch’egli anzi avviò diritto il destriero alla volta dell’entrata, e s’avanzò tra il vallo che ne formava gli approcci, pervenendo ad una torre, la quale sorgeva al di qua dell’ampio fossato che circuiva il castello e ne chiudeva il varco. La porta di quella torre andava chiusa da ferrata imposta, ed a lato di essa vedevasi un’angusta porticella non meno saldamente serrata, al di sopra della quale nel ruvido ed erto muro s’apriva uno spiraglio, che non sapevasi se meglio dire una fenestretta od una feritoja.
Appena Ubaldo ebbe arrestato davanti a quella porta il palafreno, che udì la sentinella dall’alto richiederlo chi fosse e che volesse. Egli rispose nomandosi, e disse se venire per faccenda d’alto momento e voler essere guidato innanzi ad Alberigo Suardi. Si ritrasse il soldato dal pertugio, e tostamente s’udì un interno chiedere e rispondere di persone diverse. Tacquero alquanto quelle voci, indi s’intesero elevarsi di nuovo; poscia vi tenne dietro un cigolìo d’argani, e si vide la imposta della maggior porta, ch’era una saracinesca a cataratta sollevarsi dal suolo grado grado e penetrare nella volta, alzandosi tanto da ammettere dentro il Cavaliero, dietro cui tornò immantinenti a piombar giù con formidabile scroscio, racchiudendo come prima pesantemente la porta. Ubaldo trovossi dentro un atrio tenebroso, serrato fra la saracinesca ed una porta opposta chiusa a battenti.
Nell’oscurità quasi compiuta in cui stava ravvolto, poichè colà non penetrava che lievissimo barlume dall’alto, ad Ubaldo parve vedere uomini armati aggruppati a lui d’intorno, silenti come ombre minacciose, di cui distingueva gli sguardi fisi immobilmente su di lui. Ogni cuore meno ardito e fermo del suo sarebbe stato colto da un fremito involontario di terrore, trovandosi in quelle tenebre entro angusto spazio, ricinto da un’arcana congrega di feroci avversarii; ma a quell’anima era ignoto che fosse timore, ed essa vi stava salda e imperturbata, piena di valentía e di quella fede cavalleresca che era la seconda religione de’ tempi. Vennero spalancati i battenti della porta a lui dinanzi ed ei mirossi di fronte al di là del fossato le erette mura del Castello di cui aveva in prospetto l’entrata, alla quale formava imposta il ponte levatoio che stava rialzato. Però quasi nello stesso istante si smossero dalle loro alte nicchie le travi, e sospeso alle catene mirò calare lentamente il ponte; che venne a posarsi sul margine del petrone che formava sporto alla soglia dell’atrio della torre, offerendo così agevole il passaggio alla fortezza. Mosse tosto Ubaldo il destriero, sotto le cui zampe ferrate rimbombò eccheggiando quel ponte, il quale, tocco ch’egli ebbe il limitare interno del Castello, venne di nuovo rapidamente tratto in alto, e fu al tempo stesso racchiusa coi battenti la porta della torre.
Il troppo fidente e generoso Ubaldo fu atteso vanamente in Bergamo quella notte e tutta la domane da Filippo Colleoni consumato dall’ardore d’una sfrenata impazienza. Al nuovo sorgere del dì non vedendolo comparire, nè dai messi che avevagli spedito incontro, udendone annunziare l’arrivo, volgendo mille orrendi dubbii nel pensiero, Colleoni risolse partire egli stesso alla volta di Martinengo. A tal arrischiata impresa però si opposero vivamente i suoi fidi, uno de’ quali, il più esperto, offrì di recarsi da un segreto partigiano della fazione guelfa, il quale, ignoto ai ghibellini, teneva dimora poco lungi dalla terra istessa di Martinengo. Colleoni gli impose di adoperarsi a tutt’uomo nel raccogliere quante notizie mai venissero possibili, onde scoprire ciò che fosse avvenuto di Ubaldo, e quale potesse essere stata la sorte de’ prigionieri. Partì con estrema sollecitudine e segretezza l’esploratore alla volta di Martinengo, ed al suo ritorno riferì ch’era corsa voce infatti che un guerriero guelfo fosse entrato nel castello de’ ghibellini, ma non essere stato più veduto ad uscire di là, e mirarsi una bandiera nera sventolare inalberata alla sommità della torre più alta.
Chi potrà mai descrivere il colpo recato da tale annunzio nell’anima di Colleoni? Ei cadde tramortito in braccio a’ suoi servi, la cui desolazione giunse al colmo, poichè prolungandosi in esso lui oltre misura quella crisi funesta, stettero in forse gli si fosse spenta la vita. Dopo alcun tempo però esso rinvenne, e rimasto alquanto come trasognato, alla fin fine si scosse, e le prime parole che gli uscirono dal labbro, furono per chiedere la chiave della Torre ove stava rinchiuso Edemondo. Quando gli fu recata, esso d’un cenno congedò tutti i suoi famigliari; fra i quali non vi fu alcuno che, conoscendone l’indole estrema, osasse insistere per rimanergli d’appresso.
Era sorta intanto la notte. Sepolta nel silenzio e nel terrore stava quella casa ove ognuno andava compreso dallo spavento d’un’alta sciagura, fatta più tremenda dal dubbio del fatale arcano che l’avvolgeva, di cui chi avrebbe avuto mai ardimento di squarciare il velo?
Solo nelle appartate stanze erasi ritirato Colleoni, e l’ore notturne ben lungi dal versare in quell’anima lacerata alcuna stilla di pace o di quiete, ne inasprivano a mille doppii la piaga. Coperto da un pallore di morte, irti i capegli, ora camminava esagitato, ora arrestavasi e l’occhio gli diveniva vitreo, immoto, quasi d’uomo che sogna. Trascorse alcun tempo fra queste ansie crudeli, indi parve dar luogo in lui la smania disperata, sì che si assise meditabondo, e stette coll’anima affisa in un pensiero. Ma d’uno slancio sorse esterrefatto ed indi a poco in tuono cupo mormorò fremendo: «Sì! sangue per sangue». Guardò d’intorno a sè, diè mano ad un pugnale che intromise nella cintura, e tolta la lampada s’avviò a passi affrettati per un androne interno che metteva capo all’uscio della torre, lo schiuse ed entratovi montò le scale. Mano mano però che vi saliva il mutare de’ suoi passi allentavasi, quasi andasse scemando a gradi la spiata furiosa che lo trasportava, di modo che pervenuto alla sommità della torre, presso la stanza del prigioniero, trattenne il piede, come se una forza interna gli vietasse di procedere più oltre. Benchè tostamente la sua esitanza fosse vinta, egli ischiuse lentamente l’imposta, vi penetrò avanzandosi a passi misurati, e s’arrestò presso il letto, ove mirò, non senza meraviglia, che Edemondo giaceva immerso in profondo sonno.
Forse l’anima dell’infelice vagava fra dilette immagini, inconscia, ahi troppo misera! dell’orrendo fato che le soprastava! Colleoni facendosi della destra scudo agli occhi contro la luce della lampada che sorreggeva, ne diresse il chiarore sul dormente, che stette a lungo con cupo sguardo contemplando. Il giovine posava supino, tutto nudo il costato, la sinistra mano ripiegata sotto la testa, steso il destro braccio lungo il corpo. Il lume della lampada riflesso sì da vicino sulle carni del di lui petto, mentre segnava colle ombre i più lievi risentimenti della muscolatura, facevane spiccare il colorito, che dilicato e vivo manifestava il rigoglioso refluire di una vita fiorente. Leggerissimo era il suo respiro e il seno v’acconsentiva alzandosi ed abbassandosi con movimento pressochè impercettibile. Colleoni teneva fisi, biechi ed ardenti gli occhi sul giovine sepolto in sì confidente riposo, e la sua mente ondeggiava divisa fra contrarii pensieri. Già due volte la di lui mano era corsa all’impugnatura dell’arma, e due volte pentita erasene ritratta; alla terza come se fossero apparsi ad attizzarlo i lacerati cadaveri del padre e della figlia, brillò sguainato il pugnale e ne scese rapida la punta al petto di Edemondo — Ohimè!... per un filo appena l’estremità del ferro non ne isfiorava il candore, quando udendo sorgere improvviso un rumore dal basso, Colleoni trattenne il colpo che già inesorabilmente cadeva. Era un battere replicato alla porta, un domandare instantemente che s’aprisse. A Colleoni entrò rapida in cuore una vaga speranza per cui cedendo alla subita brama di sapere chi fosse, ripose il pugnale, ed Edemondo destandosi dal suo profondo sonno, rimase colpito da meraviglia e spavento nell’accorgersi che spariva dal suo carcere un lume, e nell’udire un sonante precipitar di passi giù per le scale della torre, della quale sentì racchiudere con violenza l’uscio di sotto.
Un monaco veniva frattanto introdotto dai servi alla presenza di Colleoni.
— Giungo da Martinengo e... — (disse mal traendo il respiro quel vecchio frate, il cui pallore e lo scomposto aspetto annunziavano il sostenuto affannoso affrettamento).
— Mio padre... mio padre... mia figlia...? (l’interruppe con feroce grido Colleoni).
— Mio nipote... Edemondo...? (chiese il monaco con voce non meno alterata).
— Edemondo vive (rispose Colleoni cercando colla mano alla cintura il pugnale), sì vive... ma i miei...
— I tuoi... vivono parimenti e se...
— Ed Ubaldo, il mio Ubaldo?
— Egli pure è salvo, e sta in tuo potere il farli liberi tutti ed abbracciarli tra poco in questo stesso palazzo. —
Come sul mare livido per tempesta, brilla dalle nubi squarciate un raggio di sole foriero del serenarsi del cielo e della calma, così queste brevi parole del monaco bastarono ad irradiare l’anima del Colleoni e fugarne la nera disperazione che vi regnava.
— Vive mio padre? mia figlia, il mio Ubaldo vivono? ed io li vedrò qui tra poco? Ma ascolto io il vero? Non m’ingannate voi? — e nell’eccesso del contento Colleoni stringevasi convulso al cuore la destra del Francescano, il quale accertandolo della verità de’ suoi detti, si fece a narrargli come egli stesso col padre Stefano da Vimercate e con due frati Domenicani, si fosse recato a Martinengo, e là congregati i principali della ghibellina fazione, capo de’ quali era Alberigo Suardi, perorassero in faccia a loro caldamente in pro della pace e dalla riconciliazione delle avverse parti, il cui osteggiare tornava sì fatale a loro stessi, ed alla prosperità della patria comune. Ma sulle prime le loro parole non partorirono effetto, poichè essendovi fra gli adunati Ferrino da Iseo, uomo di scaltri pensieri e sottile favellatore, costui vantandosi d’avere abbandonato la parte guelfa siccome composta di gente scellerata e servile, opponevasi a tutta possa a che si venisse mai a patti con essa. Egli vinse allora il partito, benchè i monaci con santa arditezza imprecassero sul suo capo la punizione del cielo per l’opera iniqua con cui riusciva a tenere aperta la cruenta piaga ch’essi forzavansi rimarginare. S’aggiunse inoltre che essendosi nel dì successivo al castello de’ ghibellini presentato il guelfo guerriero Ubaldo Vertua con pacifica missione, benchè vi fosse stato accolto amichevolmente prevalse di nuovo il perfido parere di Ferrino che non s’ascoltasse il Vertua, anzi venisse posto come nimico in catene, lo che, sebbene ripugnasse altamente al Suardi, venne per la volontà dei più fatto eseguire. Ma volle Iddio con terribile esempio manifestare quanto detestasse sì inaudita infamia e slealtà; poichè il mattino seguente fu trovato Ferrino steso sul suo letto tutto livido e nero, e già fatto cadavere. Sì tremendo caso mise in cuor di ciascuno un salutare terrore, per cui raccolti di nuovo in adunanza i ghibellini convennero in ciò che i monaci interpellati i guelfi concordemente stabilissero i patti per ricomporre ogni discordia fra le due parti, e per il ritorno di essi ghibellini in Bergamo.
L’ansia crudelissima patita per la temuta morte de’ suoi più cari, era stata di fiero insegnamento a Filippo Colleoni sugli amari frutti delle nimicizie cittadine, quindi prontamente l’animo suo piegossi ai sensi di pace che Iddio voleva. Venuto il chiaro giorno, Colleoni adunò i capi della parte guelfa e fece loro accogliere la proposta riconciliazione. Coll’opera dello zio d’Edemondo e degli altri monaci proseguirono le trattative e fu stabilito il giorno che i ghibellini avrebbero fatto il loro ingresso nella città e sarebbe così cessata per sempre quell’ira faziosa che aveva costato tante lagrime e tanto sangue.
Nello stesso palazzo, nella stessa sala ove aveva udita la crudele novella di loro cattività, Filippo Colleoni, circondato da’ suoi, vide alfine entrare il proprio padre, la figlia Adelasia, il generoso Vertua, e venire con essi Alberigo Suardi e molti di coloro che aveva sempre considerati quali suoi più implacabili nimici. I monaci stavano quivi e gli uni e gli altri per sì fausta risoluzione con ogni più sacra e lieta parola laudavano. Non giova descrivere con quale trasporto di gioja Colleoni si slanciò innanzi al genitore, alla figlia, l’uno e l’altra stringendosi reiteratamente al cuore, nel tempo stesso che Edemondo abbracciava il padre suo, il fiero Suardi, il quale intendeva in quell’istante la prima volta esservi ben altri diletti che que’ sanguinosi dell’armi.
Commossi entrambi i due guerrieri sì lungamente avversi, si guardarono miti, e avvicinatisi alfine strinsero con tenerezza uno presso all’altro quei petti, in cui tanto e sì insaziabile sdegno era bollito.
Vertua pose il colmo alla sua magnanimità rinunziando alla mano d’Adelasia, che volle fosse data al giovine Edemondo come arra di pace; unendo di un tal nodo il sangue de’ due più potenti capi avversarii. E non era questo il loro secreto voto, la loro più diletta speranza? Essi avevano vissuto vicino, ed eransi secretamente amati, quando ignare dell’ire future le due famiglie non si odiavano ancora. Perchè il valente Edemondo aveva sulle sponde del Serio risparmiata la vita a Colleoni perigliando la sua? Egli non aveva veduto nel nemico che il padre d’Adelasia, e quella vita divenne sacra per lui!
La insperata pace e il ritorno de’ ghibellini furono causa in Bergamo di giubilo universale. In memoria poi di sì lieto evento fu decretato (narra uno storico) che ogni anno nel giorno solenne della Natività convenissero i cittadini co’ loro parrochi a visitare la chiesa di Santo Stefano, e dopo che questa venne atterrata, si ordinò che tal visita si facesse alla chiesa di Santa Maria Maggiore, come sino all’anno 1630 si costumò.
FINE.