I GUELFI DELL’IMAGNA O IL CASTELLO DI CLANEZZO
RACCONTO STORICO.
Chi è quel vecchio che di sangue rossa
La persona, ver me gli sguardi ha intenti?
Non ti par che movendo ei di lontano
Con la fronte m’accenni e con la mano?
Io?... seguirti?... ma dove?... e tu chi sei?
Mi conosci tu forse?... Ah! no t’arresta:
Deh! per pietà non mi strappar da lei!
I Lombardi alla Prima Crociata.
CANTO XV.
Era il tempo in cui ferveva in Italia la maledetta peste dei due partiti, generata dai contrasti tra Roma e il germanico impero; ed ogni città, ogni terra, anzi dir si potrebbe ogni casale, ogni famiglia, andavano divisi in sostenitori dell’una o dell’altra delle avverse fazioni e vivevano quindi tra essi non come parenti o fratelli, ma quali accaniti nemici.
Fra l’ultime ad essere attossicate da sì funesto contagio, fu Bergamo, in cui il rompersi de’ cittadini in parte ghibellina e guelfa e lo armato contendere fra loro per simile deploranda cagione, non ebbe cominciamento che nell’anno 1296, mentre altrove avevano già da lunga mano quei due nomi fatto insanguinare la terra italiana.
Ben tosto però arse ivi pure potentissimo l’incendio, e si stese dalla città al territorio; onde il piano e le valli che Bergamo signoreggia, presentarono rapidamente un solo feroce quadro di civili dissidii. Dopo infiniti parziali azzuffamenti che gli animi già crudi inasprirono, vennero alfine le due fazioni ad assalto entro le mura stesse di Bergamo. Soccombettero nel conflitto i Ghibellini: per la qual cosa, abbandonate le loro case, ire dovettero in esiglio. Si rivolsero essi allora al Magno Matteo Visconte, ch’era in Milano il capo del loro stesso partito, e acciecati dal desìo di vendetta offrirono con mal consiglio di dargli in mano la città, quando volesse di sue milizie ausiliarli. Accolse tale proposta l’astuto Visconte; mandò suoi uomini d’armi, affortificati dai quali i Ghibellini bergamaschi, rientrati nella città, sconfissero i seguaci della fazione contraria, li spogliarono de’ loro averi rilegandoli ai confini. I vincitori chiesero un governante a Matteo, che s’affrettò ad avviare a Bergamo Ottorino Mandello qual proprio rappresentante, per comandarvi in suo nome. Però quel trionfo della parte ghibellina fu di breve durata, poichè indi a pochi mesi i Guelfi ritornati in forze riconquistarono la città, e ne scacciarono furiosamente i Ghibellini e il Mandello, e ogni loro seguace, e per vari anni vi si mantennero dominatori.
Se non che molti tra i Guelfi stessi, mutata col tempo opinione, si diedero al partito contrario; ond’è che i Ghibellini, ripreso vigore, rialzarono la testa, e nell’anno 1301 chiamarono di nuovo Matteo al dominio di Bergamo. Quel Signore si mosse incontanente da Milano, cavalcando di compagnia col proprio figlio Galeazzo e seguito da numerosa schiera di venturieri e di militi milanesi, venne ad unirsi coi Ghibellini in terra bergamasca. I Guelfi ch’erano dentro la città, vedendo affievolite le loro file da numerose diserzioni, messi in ispavento dalle armi straniere, che sopraggiungevano collegate a loro danno, sgombrarono Bergamo per la seconda volta, ed ivi entrò il Visconte colla fazione ghibellina e vi fu proclamato capitano generale. S’impossessarono i Guelfi della Terra di Romano, e ampliandone il castello, vi si stanziarono.
In quella età succedevansi rapidissimi i sconvolgimenti, poichè la forza sociale non stretta a centro comune, ma fra mille capi quasi equabilmente divisa, faceva troppo arduo lo stabile signoreggiare d’un solo in regolato ordinamento, e poneva la fortuna dei più in balìa de’ capricci, degli interessi, degli errori di una moltitudine rozza e subitanea nel suo parteggiare. Così avvenne che la potenza di Matteo andò di subito ecclissata, onde il partito ghibellino spoglio del saldo appoggio del signore di Milano, dovette co’ Guelfi venire a componimento, e lasciare che questi pure rientrassero nella città di Bergamo, ove alcun tempo, cioè pel corso di due anni, rimasero le contrarie fazioni vicine e tranquille. Rinati poscia i dissidii, com’era agevole a supporsi, la parte guelfa di nuovo prevalse e i Ghibellini cacciati in bando si raccolsero a Martinengo e di là uscivano di continuo a battagliare co’ Guelfi, recando ogni guasto alle loro ville ed ai loro tenimenti.
Questo fatale avvicendare di vittorie e di sconfitte si prolungava da quasi un secolo intero. Le stragi, le paci, gli assassinamenti, gli accordi furono innumerevoli. Quella primitiva fazione, come in altre parti d’Italia, assunse anche ne’ paesi bergamaschi nuovi nomi e nuove divisioni. Colà si chiamarono Intrinsici i Guelfi, Estrinsici i Ghibellini. Per le borgate e le terre sino alle estremità de’ monti, una famiglia, un’insegna davano nome a novelli partiti, ed era per tutto un indomabile delirio d’odiarsi e distruggersi.
Però tra le valli bergamasche quelle in cui più fervido e operoso si mantenne l’astio di parti furono la Val di Imagna e l’antica Valle Brembilla, ora entrambe sì queto asilo di placidi mandriani e d’agricoltori.
S’apre la Valle d’Imagna a ponente di Bergamo poco al di là del Brembo, e prende nome dal torrente che calando dai monti, da cui è conterminata la valle a settentrione, la vien rigando presso che per tutta la sua lunghezza, e va a metter capo nel Brembo. Ristretta è la Val d’Imagna: ovunque severa, e in molte parti, ma più verso il fondo, di tetro e selvaggio aspetto, poichè le fanno parete montagne alte, ripide, boscose; la chiudono aspri monti dentati, di nudo macigno, la cui catena chiamasi la Serrata, che la dividono dalla più nordica Val Taleggio.
La Brembilla non era propriamente una sola valle; ma negli antichi tempi davasi tal nome a tutto quel gruppo di monti cogli avvallamenti in essi racchiusi, che hanno principio nel punto ove l’Imagna scende nel Brembo, e per lo spazio di dieci miglia all’incirca, correndo all’insù, dividono la Val d’Imagna dalla Valle Brembana. Il territorio tutto e i villaggi di que’ monti, sia sul versante che accenna al Brembo, sia sul pendio opposto che cala all’Imagna, s’ebbero complessivamente la denominazione di Brembilla.
Vantava la Val d’Imagna le sue terre di Stroza, Capizzone, Mazzoleni, Locatello dagli sparsi casali, Sant’Omobono dall’acque salubri, le due Rota, l’altissimo Fuipiano ed altre non poche. Vantava la Brembilla il suo Ubiallo, Bondello, Axolo, Biello, Mortesina e il prospettico Clanezzo. Quest’ultimo aveva un castello, che quasi chiave del paese, sorgeva al cominciamento di esso sul colle, a’ piè del quale vengono a mischiarsi le acque del Brembo e dell’Imagna; e teneva soggetto il ponte, che arcuato fra due dossi petrosi sul fragoroso torrente, offriva l’unica via che agevole fosse a percorrersi volendo penetrare in quella contrada.
La Brembilla poi iva orgogliosa eziandio d’una rocca, che sorgeva sull’una delle sue più alte cime, il monte Ubione, a cui dalla falda ov’è Clanezzo per arrampicati sentieri in non poco d’ora si sale. Quel forte arnese, ivi eretto nel decimo secolo da Attone Leuco conte d’Almenno, mostravasi turrito e cinto da merlate mura. Isolato e minaccioso quale appariva su quel culmine a cavaliero delle due Valli Brembana ed Imagna, quasi segnacolo della superiorità su di esse di que’ della Brembilla, veniva considerato dagli afflitti abitatori delle soggette vallate, che lo contemplavano da lungi, come un nido inviolabile d’umani avvoltoi, da cui venivano rapaci piombando inaspettati, ed a cui riparavano colla preda. Imperciocchè gli uomini della Brembilla soverchiavano in forze i loro vicini, e con depredazioni continue li danneggiavano. Erano essi vigorosi, armigeri, arditissimi, ed avevano valorosi capi nelle famiglie potenti che dimoravano nella valle.
Tra le distinte famiglie della Brembilla precipua poi era quella de’ Dalmasani, signori di Clanezzo, nel cui castello abitavano e d’onde uscivano capitanando loro genti nelle zuffe che co’ propinqui valligiani perpetuamente s’ingaggiavano, ed in ispecial modo con quelli dell’Imagna. Poichè tra la Brembilla e l’Imagna, due montuose rivali, manteneva acceso più fiero e inestinguibile il fuoco dell’ira, la scintilla degli avversi partiti, essendo la prima di ghibellina, l’altra di guelfa fazione.
E poco dopo la metà del secolo decimoquarto il più potente avversario che s’avessero i Guelfi dell’Imagna, egli era appunto il sire di Clanezzo Enguerrando Dalmasano, ghibellino ardentissimo. Ottenuta ch’ebbe l’alta Rocca di Monte Ubione dalla gente Carminata (abitatori di Casa Eminente altro castello nella Brembilla), il rapace Enguerrando disegnava nella valle, che misurava dello sguardo, i luoghi a cui portare assalto, e scendeva quindi ruinoso con sue masnade, come irreparabile torrente, recando incendio e ruina or in questa, ora in quella terra nemica; e solo nella gioja di depredare i Guelfi e sconfiggerli quell’anima feroce diguazzava. Andavano sconfortati al tutto gli abitanti dell’Imagna poichè non avevano valida difesa ad opporre alla prepotente possa del loro odiato vicino, e i soli nomi di Dalmasano, di Clanezzo, d’Ubione, portavano in tutta la valle la desolazione e lo spavento.
Già da alcuni anni duravano sì disastrose vicende, allorchè fece inaspettato ritorno nella terra nativa l’uno de’ più potenti valligiani dell’Imagna, Pinamonte da Capizzone, ch’era da più lustri stato assente.
Nell’ardore d’una bellicosa giovinezza Pinamonte erasi abbandonato a tutta la foga di sfrenate passioni, cui tennero dietro sì tremende sventure, che l’infelice attrito dalle angoscie e dai rimorsi abbandonò il patrio suolo, e andò cercando piuttosto la morte che la gloria combattendo in lontane contrade. Ma essendo uscito illeso dai più gravi perigli, dimise l’usbergo e la spada e fattosi palmiero, pellegrinò a Roma ed a Gerusalemme. Reduce da quella sacra terra aveva fermo di racchiudersi pel rimanente de’ suoi giorni in cella monacale, ore sperava dalla preghiera e dalla solitudine, raccoglier pace agli affanni non ancora attutati nel cuore.
Poco lunge dal limitare di sua paterna valle, sorgeva a Pontida quel chiostro, che la fama della lega lombarda, ch’ivi fu stretta, manda tuttavia celebrato in Italia, sebbene or vuoto e nudo apra i suoi vasti recessi al sole ed al vento che aleggia la valle. Di quella età esso n’andava altamente venerato per la santità de’ suoi Cenobiti, e vi traevano signori e penitenti a visitarlo sino dai più remoti abituri de’ monti.
Ivi Pinamonte cercò ed ottenne agevolmente ricetto, chè i monaci s’avevano a grado d’accogliere fra loro chi pel lignaggio e per gli ampi possedimenti poteva far più valido il loro predominio sugli abitatori delle prossime valli. Mentre trascorrevano i giorni di prova, pe’ quali il guerriero doveva farsi degno di proferire a piè degli altari il voto solenne, che per sempre lo togliesse alle cure profane, giunse replicatamente al suo orecchio la tristissima storia de’ patimenti de’ suoi congiunti dell’Imagna, che dall’incessante assalire d’Enguerrando, il vecchio sire di Clanezzo, venivano oppressi.
Pinamonte, stirpe di Guelfi e caldissimo seguace egli stesso di quella fazione, poichè teneva sacrosanta la causa della Chiesa nel seno della quale aveva cercato rifugio, sentì bollirsi un fiero sdegno nell’anima alle novelle di tante onte recate a’ suoi dall’avverso ghibellino; e tutto divampando d’armigero fuoco, cesse, troppo novello monaco, alle inveterate inclinazioni di battagliero; sicchè non potè reprimere la smania di trovarsi fra’ suoi monti per affrontarsi co’ rivali della Brembilla e, sternati i Dalmasani, vendicare col ferro le offese da’ suoi lungamente inghiottite.
Patto aperto ai monaci tal disegno con sì decise parole, che la forza del suo volere invariabilmente annunziavano, non trovò tra que’ padri chi tentasse dissuaderlo dal guerresco proposito, che anzi ad una voce lo animarono, affinchè, dimessa la tonica, avesse a riprendere la spada, per recarsi a domare l’orgoglio degli iniqui ghibellini. E ciò fecero, poichè lo reputavano efficace ausilio sul campo alla guelfa fazione che dai monaci di Pontida veniva in secreto bensì, ma operosamente favoreggiata. In que’ giorni stessi nel chiostro, sotto il velo del più profondo mistero, tenevasi mano cogli emissarii del Pontefice, ad ordire in tutti i monti dell’alta Lombardia una vasta congiura, per riunire i Guelfi, e moverli a sollevarsi ad un tratto nell’opportuno momento, affine di trionfare una volta per sempre del partito ghibellino, scacciando le forze di Bernabò Visconti, divenuto signore di Milano, il quale, siccome tutti gli altri di suo casato, offriva il principale appoggio che s’avessero nell’alta Italia i Ghibellini, la cui maggior potenza derivava specialmente dal tenersi congiunti sotto lo stendardo della vipera viscontea.
La cospirazione guelfa veniva però preparata nelle tenebre più fitte, sì che allora non ne erano ancora fatti partecipi che alcuni tra i precipui capi guelfi di Bergamo e delle valli Seriana e Camonica, stretti al silenzio dai più solenni e tremendi giuramenti; nè i monaci stimarono di render conscio del secreto Pinamonte prima d’averne tenuto consiglio col Legato.
Ciò nondimeno quel dì che rivestita la sua pesante armatura, ricinta la fida spada, il guerriero dell’Imagna abbandonando i Cenobiti varcava sul cadere della notte la soglia del monastero, l’Abate che lo accomiatò benedicendolo gli disse: — Andate, o valoroso figlio, la forza di Dio sia con voi. Non passerà lungo tempo, lo speriamo, che vi potremo annunziare una buona novella, voi fateci promessa che ad ogni nostra chiamata ritornerete fedelmente in queste mura per prestarvi ad operare come lo destinerà chi ode la voce di quegli ch’è più illuminato di noi. —
Pinamonte piegò un ginocchio a terra e portandosi alle labbra la mano dell’Abate che lo aveva benedetto, giurò ch’esso sarebbe sempre stato umile servo della Chiesa, e la avrebbe con tutta fedeltà obbedita sin che gli rimanesse nelle vene una goccia di sangue. Salì poscia in arcione, e si pose per la via della sua valle, di cui gli era noto ogni riposto sentiero.
Lasciati dietro a sè gli ultimi casolari d’Almenno, di cui vedeva luccicare i rusticani fuochi, entrò nell’ombre più dense delle gole de’ suoi monti.
Procedeva per la tacita notte, e quando nell’universale silenzio udì distinto il lontano mormorare delle acque della sottoposta Imagna, un mesto lampo di gioja sorse nel cuore del guerriero. Oh! quanta angoscia, quanti cupi pensieri, quanta storia di disperati affetti e di pietà profonda eransi svolti in quell’anima ardente dall’ultimo dì che aveva mirate le acque spumeggianti del suo torrente scorrere nel fondo verdeggiante della valle, e udito quel loro stesso fragore! La valle era placida, l’ombre solenni, soave il mormorío delle acque come ne’ giorni della sua infanzia; ma quanto esso stesso era cangiato! I suoi rosei colori, la sua balda leggiadria, tutto era scomparso come le dilettose immagini di quell’età fortunata. Pinamonte aveva varcato l’ottavo lustro; tetro e imponente n’era divenuto l’aspetto, arso il viso dal sole, corrugata la fronte, fosco e severissimo lo sguardo.
Progrediva il guerriero assorto nelle memorie dei dì che più non erano e giunse ove il sentiero dalla folta macchia che copriva quella falda, usciva all’aperto; ivi alzati gli occhi, mirò sull’alto della montagna a destra, due punti rosseggianti, due fuochi che come due occhi infernali, giù guardavano nella valle, ed erano lumi nella torre della rocca d’Enguerrando che nera giganteggiava sull’Ubione.
Un fremito di rabbia assalì Pinamonte a quella vista e si fece più intenso in lui il pensiero della vendetta, sì che assopì tutti gli altri sentimenti che gli commovevano il cuore, e ratto spronando alla volta di Capizzone, si trovò ben presto vicino alle domestiche pareti.
Quanta letizia la sua venuta recasse alle sventurate sue genti, mal si saprebbe narrarlo. Egli però impose si tenesse celata la sua presenza nella valle onde non pervenisse all’orecchio di que’ della Brembilla. Per fidati messi fe’ quindi avvertiti i più prodi valligiani, e raccoltili intorno a sè secretamente avvisarono ai modi di combattere uniti e con efficacia i nemici, e statuirono i segni e l’appostamento, attendendo l’istante propizio in cui i Ghibellini fossero discesi nella loro valle, essendo vano presumere d’assalirli nella rocca d’Ubione o ne’ castelli della Brembilla, ove si tenevano troppo vantaggiosamente difesi.
Ne andò guari che a far paga l’aspettativa de’ Guelfi il vecchio Enguerrando, come un lione, che sempre avido di prede mal giace inoperoso nel covo, meditò di condurre sue genti sino al boschereccio Mazzoleni, terra interna della valle Imagna, ch’era andata sino a quel giorno immune da scorrerie. Vegliavano attente le scolte di Pinamonte sì che mai da Clanezzo o dal forte d’Ubione, durante il giorno, o nelle ore notturne, drappello alcuno moveva il passo, senza ch’egli ne avesse prontamente novella.
Venuta la sera del giorno cinque d’aprile, (volgeva allora l’anno 1372) fu recato l’avviso che molti armati da varie parti della Brembilla, avevano salito l’Ubione, ed erano stati accolti nella rocca. Previde Pinamonte qualche ostile disegno del Dalmasano, e quindi mandò pronti avvertimenti onde i suoi fossero parati all’evento.
Un’ora innanzi la mezzanotte, ecco splendere un fuoco sulle vette di Valnera: tosto gli risponde al di là della valle un altro fuoco sulle rupi di Bedulíta, e un terzo ne appare ben presto tra i macigni della Corna Bucca. Tutta l’Imagna ha conosciuti i segnali.
I Ghibellini della Brembilla, usciti dalla rocca scendono intanto guidati da Enguerrando che troppo uso a vincere e fugare i sin allora timidi Guelfi non pone mente a que’ che reputa semplici fuochi pastorali. Entrano così i Brembillesi nella valle Imagna; giungono al torrente, lo varcano; le sponde ne sono sguernite d’ogni difensore; quindi procedono confidenti e sicuri.
Intanto i montanari dell’Imagna, prese le armi, abbandonano le case, e rinfrancano le pavide madri e le spose ripetendo ad esse il nome di Pinamonte, ed accertandole che ritorneranno vittoriosi e vendicati. Per diversi sentieri, rapidi e guardinghi nell’oscurità convengono da ogni banda al luogo prefisso, ch’è là dove il loro fiume rompe fragoroso tra gli eretti scogli di Ceppino. Quivi li attende Pinamonte, che una bruna armatura tutto rinserra nelle sue scaglie di ferro. Seppe egli ben tosto dai sopravvegnenti che la masnada ghibellina teneva la volta a Mazzoleni, e deliberò d’assalirli al loro retrocedere.
Lasciò buona mano de’ suoi alla custodia di quel passo difficile, per troncare ai nemici la ritirata se diretti si fossero al ponte di Ceppino; ed esso, elettasi una schiera de’ più forti e risoluti, si recò oltre il torrente ad appostarsi in un luogo pel quale, non prendendo la via del ponte, dovevano i Brembillesi necessariamente passare per riguadagnare la loro rocca.
È tal luogo una landa deserta sparsa di radi ma enormi massi che il lavoro dell’acque e del vento ha resi vuoti e spugnosi imprimendovi bizzarre forme. Quivi occultati ed intenti al venire del nemico trovò l’aurora i guerrieri di Pinamonte. Appena alla prima incerta luce pallidissima dell’alba i culmini delle opposte montagne si disegnavano più distinte sull’azzurro del cielo già biancheggiante, e là giù nel piano i drappelli degli armati mal si discernevano ancora dai petroni ferrigni a cui stavano aggruppati intorno, che la masnada d’Enguerrando ritornava trionfante d’avere incendiato Mazzoleni, affrettando il cammino per giungere ne’ suoi asili anzi che fosse interamente spiegato il giorno. Al crescente rischiarare del dì, mentre pervenivano al fondo della valle più vivi riflessi di luce, i montanari dal luogo ove stavano in agguato videro con fiera gioja i loro avversarj varcare a guado il torrente, laddove allargasi in ampio letto, e prendere cammino alla loro volta. Indi a pochi istanti i dossi che fiancheggiano quella landa echeggiarono all’improvviso grido di Imagna! Imagna! e i Ghibellini si videro ricinti da numerosi armati in atto d’assalirli.
— O Dalmasano, io sono Pinamonte (gridò il condottiero de’ Guelfi), ed oggi devi qui pagare il fio delle tante tue scelleratezze. —
Enguerrando non si sgominò, benchè in quel momento desiderasse d’aversi appresso il prode Bertramo, il valoroso suo figlio, che pugnava allora alle sponde del Tanaro. La zuffa incominciò sull’istante, e il primo raggio del sole nascente che penetrò in quella valle, illuminò l’una delle più fiere mischie che siano registrate negli annali delle civili discordie. Ben presto tutto l’irto piano apparve ricoperto di sangue, di morienti e di estinti; il ferreo braccio di Pinamonte operò prodigi di valore. Invano i combattenti della Brembilla, all’eccitatrice e ancor sonora voce del loro antico signore vendevano a caro prezzo la propria vita: essi cadevano l’uno sull’altro orribilmente mutilati da innumerevoli colpi. Il lungo astio represso pareva duplicare la vigoria ne’ montanari dell’Imagna: essi consumarono la strage de’ loro nemici. A gran fatica pochi fra i più arditi e fidi vassalli d’Enguerrando, esponendo i loro petti gli fecero scudo intorno, e strascinarono il vegliardo nei dolorosi passi della fuga, sì che giunse ad avere scampo su per la montagna, e pervenne a racchiudersi nella fatale sua rocca.
Mai sì compiuta vittoria aveva coronati gli sforzi d’alcuno de’ due partiti: quindi la clamorosa disfatta del temuto Dalmasano, e il nome di Pinamonte da Capizzone, riempirono le valli circonvicine e recarono letizia inesprimibile a quelli della stessa fazione, sdegno e sconforto nella fazione contraria.
A Pinamonte mandarono nell’Imagna gratulandosi tutti i capi guelfi della terra bergamasca, e dal chiostro di Pontida gli venne un foglio da nome venerabile segnato, che le maggiori grazie della Chiesa gl’impartiva. Nè al prode guerriero riuscì poi di minore diletto l’invito che gli fu recato dal castello d’Endenna di prender parte ad una nuova impresa.
Sorgeva forte e ben munita nella valle Brembana il castello d’Endenna, ed erane signore il cavaliero Merino l’Olmo, il quale era stato nelle antecedenti vicende eletto supremo duce di parte guelfa. Avendo egli però conosciuto che vanamente si contrastava co’ Ghibellini sinchè tenevano congiunte le loro armi con quelle del Visconte, erasi condotto a vivere solitario nel proprio castello, spiando l’occasione di uscire a campo in loro danno, quando ne fosse venuto favorevole l’istante. Di que’ giorni che il grosso delle forze di Bernabò trovavasi impegnato contro Amadeo conte di Savoja, ei meditava di cogliere il momento per recarsi al conquisto del castello di san Lorenzo in valle Seriana, d’onde i Ghibellini che vi si tenevano forti sturbavano i Guelfi della valle, e tagliavano sovente le loro comunicazioni colla Valle Camonica, ove quel partito contava numerosissimi fautori. Nel frattempo giungeva all’orecchio del cavaliero d’Endenna il trionfo di Pinamonte; per la qual cosa tosto bramò che questo valoroso guelfo seco lui si congiungesse, e si spiegassero unite contro i Ghibellini le loro baveríe, che così chiamavansi i pennoni o stendardi de’ partigiani.
Il guerriero di Capizzone, non temendo che Enguerrando, di cui aveva fiaccato così terribilmente l’orgoglio, osasse uscire da Clanezzo o dalla rocca di Ubione per molestare la sua valle, raccolta buona schiera de’ suoi, abbandonò l’Imagna e recossi ad Endenna. Ivi Merino e gli altri capi guelfi onoratamente l’accolsero e festeggiarono. Trascorsi poi brevi giorni, ordinate le loro genti partirono unitamente dalla Brembana, e presa la via per le montagne, calarono in valle di Serio al castello di san Lorenzo, che tosto cinsero di forte assedio.
A Bergamo recò grande scompiglio ne’ Ghibellini l’inaspettato annunzio d’una tale guerresca provocazione, poichè mal sapevano comprendere come il sire d’Endenna e Pinamonte dell’Imagna cogli altri Guelfi osassero tentare una sì aperta ed ardua impresa, quale si era l’espugnazione di quel castello, mentre potevano venire agevolmente assaliti alle spalle dalla fazione cittadina.
A provvedere quindi alla bisogna i Ghibellini s’adunarono e statuirono che in ajuto de’ loro seguaci, accorresse la Cà Suardi, ch’era nella città la più potente di quel partito. Onofrio e Baldino Suardi raccolsero quindi i loro uomini, ed assoldate alcune bande d’Ungari che stanziavano disperse nel paese, s’affrettarono a portar l’armi contro i tracotanti Guelfi montanari, che addoppiavano gli sforzi per mandare rovescie le ghibelline bastite.
Il quindici maggio (quaranta giorni appena dopo la carnificina di valle Imagna) fu il dì in cui la valle Seriana, vide sventolarsi incontro le nemiche bandiere. Tolti gli Ungari che ingrossavano le file condotte dai Suardi, tutti quegli armati che si trovavano a fronte erano d’un medesimo suolo, parlavano un linguaggio, un dialetto stesso, e molti ve ne avevano nelle linee opposte congiunti dai sacri vincoli del sangue, poichè la sorella dell’uno era dell’altro o la sposa, o la cognata o la madre. Ma nulla valeva il potere di sì santi legami a petto di quella fera cecità dei partiti, che tramutava i fratelli in nemici, e le terre italiane in tanti campi di guerra.
Preso ch’ebbero terreno le schiere suardesche, i Guelfi diedero il segno del combattimento, e tosto andarono loro incontro con impeto estremo. Abbenchè i due Suardi fossero valenti battaglieri, e le loro genti senza viltà combattessero, non poterono però tener fronte al sire d’Endenna, ed al pro’ Pinamonte, veri mastri di guerra; ond’è che dopo poche ore di pugna n’andarono rotti in fuga, lasciando seminato la valle di cadaveri e di feriti.
Questo secondo e più importante trionfo de’ Guelfi delle montagne, recò in Bergamo alla parte ghibellina somma costernazione, sì che spedirono prontamente loro messi alla corte di Milano, che a quel signore arrecassero l’infausta novella. Bernabò Visconti ne rimase altamente corrucciato; e sebbene delle politiche cose non fosse troppo accorto e profondo conoscitore, pure gli fu agevole comprendere che se i Guelfi fossero divenuti dominatori nel bergamasco, avrebbero fatto potente sostegno alle pretese del Pontefice, e prossimi come erano alla signoria di Milano (poichè da’ suoi verroni del castello di Trezzo tutto gli si schierava allo sguardo il loro paese) gli sarebbero riusciti troppo pericolosi avversarii.
Per ciò commise al capitano Giovanni d’Iseo la condotta d’una grossa schiera d’uomini d’armi milanesi, ordinando si recasse immediatamente a liberare i Ghibellini della Seriana, a cui i Guelfi vincitori stavano per dare nel castello di san Lorenzo l’ultima stretta.
Mentre veniva a gran furia quel forte soccorso di militi del Visconte, giunse più affrettatamente al campo de’ Guelfi un messo dal chiostro di Pontida, e chiamati a consiglio Pinamonte, Merino e gli altri capi, fece sì che lasciassero l’impresa e si ritraessero, senza sostenere un nuovo combattimento. Le masnade montanare infatti abbandonato l’assedio si sciolsero e ritornarono alle loro valli senza attendere i milanesi.
Bernabò, aizzato dai Ghibellini, non rimase pago al disperdersi spontaneo de’ Guelfi e per punire l’audacia del signore d’Endenna, e rintuzzare l’orgoglio di que’ dell’Imagna spedì nuove genti d’armi sotto la guida di Zenone da Groppello. Questi s’inoltrò in Valle Brembana e giunse ad Endenna, accingendosi a conquistare e distruggere il castello di Merino l’Olmo, il cavaliero guelfo sì funesto sempre all’avversa fazione. Il braccio di Pinamonte non venne meno all’amico in tanto periglio. Scelto un drappello de’ più fidi tra’ suoi, mosse dall’Imagna, e per lunga via ne’ monti penetrò nel castello di Merino, e ne protrassero uniti la difesa. Ma ogni dì s’andavano aumentando le forze del nemico, poichè giungevano all’assedio tutti i Ghibellini della Valle, nè vi mancò venendo da Clanezzo co’ suoi Brembillesi, l’indomabile vecchio sire Enguerrando. Ai ripetuti assalti le mura del castello d’Endenna dovettero cedere alfine, e diroccando lasciarono penetrare i Ghibellini vincitori. Merino e Pinamonte coi più prodi rimasti superstiti dopo l’ultima disperata pugna, s’aprirono la strada col ferro tra le file nemiche. Guadagnarono le rupi di Sedrina, e col favore della notte si condussero sino a Biello, da dove superata la giogaja d’Arnosto calarono nella valle Imagna, ed ivi Pinamonte offrì sicuro asilo nelle proprie case al Cavaliero, la cui intrepidezza non erasi per tanta calamità fatta minore.
Distrutto il castello d’Endenna, il capitano milanese, affine d’imporre un freno ai moti dei ribelli dell’Imagna, nella cui vallata non ebbe però l’ardimento d’inoltrarsi, lasciò forte presidio nei castello di Clanezzo, perchè colle genti di Dalmasano opponesse ai Guelfi insuperabile resistenza.
Per tali favorevoli eventi i Ghibellini di Bergamo, protetti sì vigorosamente dal signore di Milano, stimarono conculcato senza riparo il contrario partito. Ma egli era in quel momento appunto che riusciva a maturanza la guelfa cospirazione da lunga mano condotta, e di cui era centro il chiostro di Pontida.
In quell’aula medesima del monastero in cui ducent’anni addietro i rappresentanti di tante città d’Italia, obbliati gli odii e le gare municipali, alla solenne voce di papa Alessandro III, si erano stretti ad un patto contro il comune nemico, per cui resi nella concordia e nell’unione invincibili, videro a Legnano le terga del superbo Federigo, in quelle stesse pareti trenta capi guelfi erano celatamente convenuti dalle valli e dal piano bergamasco chiamati essi pure dalla volontà d’un Pontefice. Ma questo però non s’aveva altro scopo nell’adunarli che di distruggere l’indipendente potenza d’una famiglia lombarda, quella dei Visconti, la quale signoreggiando Milano ed estendendo il proprio dominio, faceva ire immune dall’influenza della corte cardinalizia un vasto tratto di terra italiana. Tale essere doveva alla fin fine il risultamento di quella guelfa congiura, dal Legato pontificio coll’opera de’ monaci sì pazientemente intessuta. Però a que’ prodi e fieri uomini che vi prendevano parte il vero fine non ne era palese. Essi v’erano condotti, perchè obbedivano all’astio del partito ed a private brame di vendetta; e purchè i Ghibellini ed il Visconte rimanessero sconfitti, non avevano pensiero poi di qual giogo corressero il rischio d’aggravare sè stessi e la patria. D’altronde racchiusi come stavano ne’ loro solitarii castelli, non potevano raffigurarsi greve il peso d’una signoria lontana da loro, mentre la prepotenza d’un forte ed avverso vicino, li obbligava vegliare incessantemente a difesa delle proprietà e della vita.
Tra i capi guelfi che l’adunarono a Pontita, sebbene vi si contassero un Guglielmo Colleone, un Lantelmo Rivola, un Simon de’ Broli, pure per valentía, intrepidezza e scienza d’armi primeggiava Pinamonte, ivi dall’Imagna trasferitosi coll’ospite suo, il fido sire d’Endenna. Ad essi due fu dal congresso affidata la difesa delle Valli occidentali di Bergamo, dal Brembo all’Adda; di questo fiume poi dovevano far libero il passaggio alle schiere del conte di Savoja, il quale le conduceva a congiungersi coll’armata del Legato pontificio che s’avanzava per la terra bresciana, e così sarebbero piombate unite sovra il Visconte.
Scioltasi l’adunanza, ebbero subito luogo tra i Guelfi i prefissi movimenti[21]. Il conte Amadío di Savoja entrato nel milanese aveva portato il suo campo a Vimercate. Ricevuto avviso, ei s’avanzò sino a Brivio. Calati intanto i Guelfi dalle montagne condotti da Pinamonte e da Merino, respinti o trucidati i presidii ghibellini di Villadadda, di Calolzio e delle altre terre della riviera, gli fecero sicura la sponda sinistra del fiume, sì che gettato un ponte varcò in terra bergamasca, d’onde vettovagliato abbondantemente, progredì alla volta della bresciana. Forti drappelli di Guelfi delle vallate orientali l’avevano di già preceduto e s’erano mischiati all’armata del Legato, che s’avanzava numerosa e potente.
Bernabò vide non senza grave turbamento la fiera tempesta che s’andava addensando contro il suo dominio e nella quale era ben da prevedersi sarebbe stata avvolta tutta la sua famiglia, se mai riuscisse meno poderosa. Per apporvi riparo, nell’atto che adunava tutte le sue soldatesche, mandò al fratello Galeazzo signore in Pavia, instando perchè gli avviasse armati onde fosse più valida la difesa contro le guelfe minacce. E indi a poco infatti, condottiere di molte genti a pro dello zio, comparve alla corte di Bernabò in Milano il giovine conte di Virtù, Giovan Galeazzo. Il severo ma semplice Bernabò, accoglieva benignamente e albergava presso di sè il nipote che gli fu genero, mal atto a leggere in quello sguardo composto, in quella fronte pensosa il futuro usurpatore della signoría che gli veniva a proteggere, quegli che doveva col peso d’una corona ducale tentare di comprimere il rimorso d’avergli propinato il veleno.
Al nipote Giovan Galeazzo diè compagno Bernabò in quella spedizione il proprio figlio naturale Ambrogio, giovine di duro animo, e d’indole avventata e bellicosa. Impose a questi specialmente l’incarico di domare i Guelfi ch’erano in Bergamo, e di distruggere tutti quelli che avevano a scorribanda occupato il paese tra l’Adda e il Brembo, traendo clamorosa vendetta de’ congiurati monaci di Pontida.
Le forze del signore di Milano capitanate dai due cugini, e insiememente dall’esperto guerriero, il marchese Francesco II d’Este, entrarono da Cassano su quel di Bergamo. Ambrogio cavalcò dritto alla città con trecento lancie; mentre Giovan Galeazzo ed il marchese, col grosso dell’armata ed i Ghibellini raunaticci, continuarono la via contro le forze pontificie che si appressavano da Brescia.
Non è nostra mente di narrare l’incontro che tra i due eserciti avvenne a Montechiaro. Basti il sapere che le squadre di Bernabò toccarono una terribile sconfitta, che il marchese d’Este rimase prigioniero del Legato pontificio e il giovine conte di Virtù, dopo avere pugnato da prode, perduti nella battaglia l’elmo e la spada, dovette trovare salvezza nella fuga, e recò allo zio, nel castello di Milano, la dolorosa novella.
Mentre ciò accadeva, Ambrogio entrato in Bergamo aveva fatti prendere a tradimento alcuni de’ principali Guelfi ivi rimasti, e loro aveva data la morte. Mosse quindi co’ suoi armati alla volta del Brembo, lo valicò e incenerì Gonfaleggio; indi assalì Caprino mettendone a ruina gli abitati. Si volse in seguito furioso a Pontida per distruggerne il chiostro.
Le bande montanare, condotte da Pinamonte e dal sire d’Endenna, eransi sulle prime ritirate nelle valli, rifiutandosi, atterrite, a stare a fronte a que’ possenti guerrieri ch’erano mandati contro di esse. Ma alla novella degli orribili guasti recati dal Visconte, e dell’imminente periglio delle sacre mura del monastero, rampognati con aspre parole dall’impavido guerriero dell’Imagna, brandirono di nuovo le armi e giù venendo a precipizio, giunsero addosso alla soldatesca dell’immite Ambrogio, pel cui comando già andava in fiamme una parte del convento. Si pugnò con un ardore senza pari: molte aste e spade si spuntarono e ne andarono in pezzi sulle salde armature di Pinamonte e del sire d’Endenna; ma essi non cessero mai, e ad esempio di quegl’instancabili combattenti, le scuri e le mazze de’ montanari operando robustamente, giunsero al fine a rompere gli ordini de’ militi nemici, e gli serrarono dappresso uccidendo in accannita mischia uomini e cavalli. Mentre Ambrogio, resistendo tuttavia, faceva impeto disperato con un drappello di seguaci, assalito da vicino egli stesso, n’andò al suolo trafitto da mille punte. Ad altro allora non pensarono i suoi che a raccoglierne la salma e a ritirarsi; nè ebbero schermo dall’inseguire de’ vincenti che ritraendosi di là dal Brembo, d’onde recato a Bergamo l’estinto figlio di Bernabò, s’ebbe dai Ghibellini che dominavano la città, onorevole e lagrimata sepoltura.
Era così venuto pe’ Guelfi il giusto momento di scuotere interamente il giogo de’ loro oppressori. Celebrarono in Pontida la novella vittoria, ed ivi Pinamonte giurò che in quelle vallate esser più non vi doveva segno di dominio de’ Visconti o de’ Ghibellini, e che s’aveva ad ogni costo a togliere loro di mano i luoghi forti che occupavano. Propose per prima impresa l’assalto del castello di Clanezzo, ove Enguerrando Dalmasano teneva uniti a’ suoi uomini della Brembilla i guerrieri milanesi lasciati colà da Zenone di Groppello ed il cui figlio Bertramo aveva sempre battagliato contro il loro partito, ed armeggiava tuttavia sotto lo stendardo della vipera.
Tutti i convenuti applaudirono alla proposta dell’indomito guerriero di Capizzone, il quale ricondotte quindi nell’Imagna le bande de’ suoi valligiani e fatto forte da masnade della Brembana chiamate dal suo fedele cavaliero d’Endenna si preparò all’assalto dell’abborrito Clanezzo.
Sorgeva la notte e neri ammassi di nubi posavano immoti sulle dirupate cime de’ monti che chiudono quella valle. Quando tutto fu tenebre si videro silenziosi varcare l’Imagna drappelli e drappelli d’armati guelfi, che un fiero desiderio di sangue e vendetta conduceva giojosi a perigliare per le silvestri rupi dell’Ubione. Essi salirono la montagna, indi la costeggiarono, e riuscirono in Clanezzo d’intorno al castello di Dalmasano. Splendettero allora le fiaccole e si diè mano da tutti a martellare colle pesanti travi la ferrata saracinesca. Alle grida d’allarme delle scolte, al rintronare di que’ colpi, gli abitanti del castello fecero indarno dalle feritoje e dalle merlate mura piovere sugli assalitori in mille guise la morte. Ogni ostacolo fu superato; scassinata e spezzata n’andò la porta, e l’onda degli invasori traboccò nel castello. Per gli atrii, per le scale, lungo i porticati era un combattere furioso, e cresceva spavento in quel tumulto feroce lo scoppiare rimbombante della procella, scatenatasi d’improvviso dalle balze montane, la quale faceva tremare dalle fondamenta il forte edifizio, quasi natura sdegnata volesse manifestare il suo corruccio a que’ spietati deliranti a sterminarsi.
Pinamonte e il sire d’Endenna incalzando vigorosamente gli smarriti difensori del castello, pervennero pei primi nella sala d’armi, ove si scontrarono nel vecchio Enguerrando. Egli, vestita la corazza e impugnata la spada, veniva trattenuto a sommo stento da Costanza sua nuora, la giovinetta sposa dell’assente Bertramo, dalle donne di lei e dai servi, deliberato d’uscire ad affrontarsi cogli assalitori.
Allo scorgere i due suoi odiati nemici comparirgli a fronte, Enguerrando non ebbe più freno, e si avanzò contro Pinamonte scagliandogli le più fiere imprecazioni. Costanza balzò frammezzo ad essi, e nell’atto che al suocero faceva scudo di sua persona, scongiurava co’ singhiozzi, giungendo le mani, il guerriero guelfo di risparmiare la vita al canuto avversario. Ma Pinamonte ardente di vendetta, impaziente di tale contrasto, afferrò col sinistro braccio, in cui portava lo scudo, la desolata Costanza, e trascinandola di fianco, si tolse così dinanzi ogni ostacolo, onde i ferri di que’ due possenti capi degli avversi partiti cupidi di trucidarsi, si scontrarono e si ripercossero furiosamente. Non durò a lungo però la lotta; poichè scambiati alcuni colpi, ribattuta la spada d’Enguerrando gli vibrò Pinamonte dritta la punta della sua nel petto. Un lampo folgoreggiando dalle gotiche imposte spalancate dal vento, rischiarava di sua luce tremenda l’orribile spettacolo. Costanza diè un grido; e svincolatasi dal braccio del guerriero, s’abbandonò sul vecchio ch’era caduto rovescio immerso nel proprio sangue.
Il fragore del tuono, il muggire della bufera che incalzava violentissima, coprivano gli ululati che i servi e le donne mandavano disperatamente al mirare il loro antico signore steso trafitto al suolo esalare gli ultimi respiri. Pinamonte recato il fatal colpo, rimase immobile, quasi inoridito egli stesso alla vista dell’atroce morte di quel vegliardo. Ma il cavaliero lo richiamò, lo scosse; onde entrambi, radunati ad alte grida i loro seguaci, abbandonarono quel castello che avevano riempito di desolazione e di stragi.
Quanto era avvenuto a Clanezzo si rinnovò in altri luoghi delle vallate e del piano, ove tenevansi presidii ghibellini, e sempre nelle più perigliose imprese i Guelfi dell’Imagna riuscivano invincibili; onde quella fazione tenevasi sicura che la ghibellina sarebbe stata annichilata o perpetuamente sottomessa.
Non fu però tale il volere dei destini. Era statuito che avesse la stirpe viscontea a grandeggiare in Lombardia: essa doveva spogliare le città di loro municipali franchigie, essa ridurle suddite in un ducato, quasi per renderle al tutto imbelli, affinchè dopo un secolo e mezzo sbandassero, facile preda, ad inghiottirsi negli incommensurabili possedimenti del Quinto Carlo, l’austro-ispano dominatore.
Nè il Legato pontificio, nè i Guelfi seppero approfittare delle riportate vittorie. Bernabò, a non lasciare inulta la morte del figlio e la sconfitta del nipote, adunò tutte le soldatesche della signoria; ed esso stesso guidandole cavalcò da Trezzo, varcando in bergamasca dal doppio ponte sull’Adda, e mandò in ruina tutti i possedimenti de’ Guelfi, incendiando case, tagliando alberi e viti. S’accostò alla valle Imagna; e venuto in Almenno, ivi pure non perdonò nè agli abitati, nè agli abitatori: non penetrò nella valle, poichè giurò che prima voleva adeguare al suolo le mura del riottoso chiostro di Pontida, e averne la vita de’ monaci ribelli. Tutti i capi guelfi alla terribile minaccia che si propagò del Visconte contro il famoso monastero, accorsero alla difesa di esso, pronti a sagrificarvi la vita. Pinamonte e il sire d’Endenna calarono frettolosi a quella volta colle masnade montanare. Ma Bernabò, avanzandosi da Almenno, mosse alla loro volta, e scontratisi presso Palazzago, nacque un terribile combattimento. Questa fiata però i montanari e tutte le bande guelfe n’andarono vinte e sbaragliate. V’aveva una lancia tra quelle de’ cavalieri del Visconte, che sì furiosamente s’adoperava contro gli uomini dell’Imagna, che ben vedevasi esserne guidati i colpi da un desiderio più ardente, che il fervor bellicoso. Era quella di Bertramo Dalmasano, il figlio dell’estinto Enguerrando, sire di Clanezzo.
I capi guelfi con Pinamonte e il cavaliere d’Endenna in numero d’oltre settanta, dopo la loro disfatta di Palazzago si gettarono nel monastero di Pontida, e si prepararono a disperata difesa. Bernabò, circondato strettamente il chiostro, fece trasportare le macchine belliche per atterrarne le mura. Vedendosi ridotti a inevitabile estremità i monaci persuasero i combattenti ad arrendersi. Venutisi a parlamento, Bernabò promise salva ad essi la vita; ma colla perfidia di que’ barbari tempi, quando le porte ne furono disserrate, e le sue soldatesche penetratevi ebbero nelle mani i cenobiti ed i guerrieri difensori, il Visconte fece i monaci crudelmente trucidare. De’ capi guelfi poi molti perirono nei tormenti; ad alcuni pochi più doviziosi accordò riscattarsi con ingenti somme; altri diè prigionieri in mano ai Ghibellini, loro spietati nemici, onde ne disponessero a piacimento. Il monastero venne poscia abbandonato alla soldatesca che ne consumò il saccheggio, ed indi fu dato in preda alle fiamme[22].
Solo andarono immuni dal sacrilego depredare e dall’incendio, i corpi di sant’Alberto e dei beati Tito ed Enrico i quali stavano in quel chiostro deposti, ed in grande venerazione tenuti. Venne il vescovo di Bergamo Lanfranco a raccogliere quelle sacre ossa dalle mani dei militi, e colle confraternite a lungo seguito di chierici e regolari ne eseguì in solenne modo il trasporto alla città, ove furono racchiusi in un’ara di santa Maria maggiore. Per tre giorni il popolo accorse nella chiesa ad onorare quegli umani avanzi tramutati dalle loro pristine sedi, e poteva innanzi ad essi meditare quanto erano terribili i frutti dell’odio e della vendetta nelle cittadine fazioni.
Il cavaliero Merino l’Olmo, il valoroso e fido sire d’Endenna, aveva lasciata, combattendo entro il chiostro, la vita. Più sventurato Pinamonte da Capizzone, l’eroe dell’Imagna, carico di catene varcò le soglie del castello di Clanezzo ivi trascinato prigioniero dal nuovo sire Bertramo Dalmasano, che lo volle avere da Bernabò in potere e che aveva a vendicare in lui il versato sangue paterno.
Di questi nostri dì chi s’avvia per la comoda ed ampia strada aperta all’interno della Valle Brembana, ove le salubri acque di san Pellegrino, chiamano ne’ giorni estivi numerose cittadinesche brigate, vede poco dentro dall’ingresso della valle sulla destra del fiume un poggio, che alberi pittorescamente aggruppati, che fiori, che viottoli, che elegante belvedere, mostrano foggiato ad amenissimo giardino. Biancheggia un’ampia casa al di là del giardino, e a piè di esso v’ha l’arco d’un antico ponte sotto cui passa un torrente che versa le sue acque nel Brembo. Quel torrente è l’Imagna, quella casa il castello di Clanezzo; e il poggio, sì vago di presente e gradito soggiorno, iva tutto coperto d’opere fortalizie. Sorge ora un grazioso caffehaus nel giardino là dove eravi il gheffo per le scolte, e il luogo serba tuttavia il nome di sentinella. Ivi chi lo eresse, gentile amatore della natura e della storia, vi depose verrettoni, pugnali e picche, e chiovi a larghe capocchie, ch’egli stesso raccolse tra le ruine dell’antica rocca d’Ubione, di cui sull’alta vetta del monte tutta scoprì le fondamenta, e pose una iscrizione ad indicarlo ai visitatori.
Nel luogo stesso a riscontro di quella ove è detto dell’armi rinvenute sepolte ne’ ruderi della sfasciata rocca, quest’altra iscrizione si legge che noi riportiamo affinchè serva a compimento del nostro racconto[23].
«Era a mezzo il suo corso la notte del 20 marzo del 1393. Le acque de’ fiumi ripetevano nel loro seno l’argenteo disco della luna, che brillava in un purissimo azzurro. Da questa torricciuola la scolta vegliava alla sicurezza del Castello. Improvvisamente dall’opposta sommità del ponte si mostra agli occhi della sentinella un forte drappello di valligiani d’Imagna. La campana d’allarme tosto ha rimbombato fra le rupi della valle, ed il suo squillo funesto e prolungato ha risvegliato gli abitanti del villaggio. Bertramo Dalmasano, signore di Clanezzo, accorso alla testa de’ suoi armigeri, opponeva vigorosa resistenza al nemico, che già atterrava i ferrei cancelli del ponte; ma colpito l’animoso ghibellino da un dardo avvelenato, periva vittima del disperato suo coraggio. Il prigioniero, che gemeva sepolto nel carcere solitario del castello, a tale novella preso da feroce gioja, scuoteva le sue catene; sul suo pallido e corrugato volto succedeva al pianto il truce sorriso della vendetta, e dolce gli scendeva al cuore la speranza di rivedere ancora la luce del giorno, ed i patrj lari».
FINE.