UN EPISODIO DELL’ASSEDIO DEL BARBAROSSA
SECONDO DELINEAMENTO A PANORAMA.
Victa Victrix.
Due frati dell’ordine degli Umiliati, mentre ritornavano al loro convento sull’ora dell’imbrunire nel giorno 24 d’agosto dell’anno 1158, giunti alla piazzuola di san Matteo alla Bacchetta vennero scontrati da un uomo d’armi, che frettoloso correva alla loro volta. Era costui tutto coperto di ferro, alto, complesso, rubesto all’aspetto, e chiamavasi Masigotto della Cantarana. Arrestatosi ad essi di contro il milite con voce affrettata:
— Ben trovati, padri santi, disse loro, io me ne andava appunto in traccia di alcuno di voi.
— D’alcuno di noi?... e che bramate, valoroso fratello? — rispose sorpreso all’inchiesta uno di que’ monaci.
— Siamo trecento di porta Nuova uniti alla Brera del Guercio nel camerone dell’armeria, e vogliamo uscire questa notte per far prova se quei del Barbarossa han duro il sonno.
— Ed in che modo possiamo noi prestarvi in tale impresa l’opera nostra?
— Voi dovete venire a benedirci ed assolverci dai nostri peccati, poichè non potendoci trascinare dietro il carroccio, se alcuno di noi rimanesse di là del fossato, possa almeno rendere l’anima da buon cristiano. Venite adunque affinchè stia colle nostre armi anco l’ajuto del cielo. —
Aderirono ben tosto volonterosi i due frati all’invito, e seguirono il soldato.
Milano, la più forte, la più prepotente città d’Italia di quel secolo, vedevasi circondata da folte schiere nimiche che la stringevano, la serravano irremissibilmente, come un cerchio di bragie ricinge senza scampo uno scorpione che colla coda percosse la gente. Tanta furia ostile era guidata intorno a Milano dall’imperatore Federigo I; ed a’ suoi agguerriti battaglioni, a que’ de’ regoli germanici suoi vassalli, s’erano spontaneamente congiunti drappelli di combattenti di tutte le circonvicine città, alle quali Milano era stata per lungo tempo gravemente molesta. Unitamente ai Sassoni, ai Bavari, agli Svevi, concorrevano quei di Como, di Lodi, di Cremona, di Pavia e d’altre assai lontane terre, a formare più massiccia, più insolubile la catena che accerchiava la nostra città, a cui agognavano dare l’ultima stretta per vendicarsi delle tante patite ingiurie.
Gli edificii sacri, le ville, i casolari che stavano fuori e in prossimità delle mura, erano stati cangiati in campali dimore pei capi dell’esercito assediante. Sul più distinto fra essi vedevasi innalzato lo stendardo imperiale, ed ivi aveva presa stanza lo stesso Federigo; altrove era la bandiera del re di Boemia; più lungi quella dell’arcivescovo di Colonia. Qua sorgeva l’insegna del palatino del Reno, là quella del duca di Svevia, e lontano l’Austriaca, la Bavara, la Vestfalica. Dall’uno all’altro degli isolati e distinti edificj occupati dai condottieri dell’esercito, stendevansi a compire il grande giro le file delle tende de’ soldati, avanti a cui erano ove steccati, ove macchine militari, torri di legno con catapulte, mangani, petriere, baliste. Dietro quella prima linea così ordinata allargavasi irregolare l’accampamento per i pingui terreni suburbani, allora devastati all’intutto, poichè li calcavano quindici mila cavalli d’Alemagna, alcune migliaja d’Italiani e immenso numero di fanti.
Le mura che stavano a fronte a quell’oste minacciosa e ne difendevano la città, erano in parte ancora quelle erette da Massimiano Erculeo otto secoli addietro, ristaurate dalle ruine cagionatevi dei Goti condotti da Uraja[15], ed in parte quelle ricostruite ed ampliate da Ansperto che fu arcivescovo, e dir si potrebbe signore della nostra città[16]. Quelle mura erano merlate; vedevansi traforate da feritoje a diverse altezze, e s’avevano al piede larga fossa e profonda. Sorgevano alte torri ove s’aprivano le porte, e queste stavano chiuse in faccia ai nemico, servendo come imposte a serrarle gli stessi ponti levatoj contesti da travi ferrate rialzati colle pesanti catene.
Ardimentosi e forti i Milanesi, usi a provocare e cimentarsi di continuo nelle zuffe coi vicini, non eransi punto inviliti d’animo, o posti in ispavento per quella imponente congerie d’armati dal teutonico imperatore raccolta e condotta ai loro danni. Ben lungi dal sentirne tema molti de’ più baldi, insofferenti dello stare chiusi e inoperosi, anelavano d’uscire a misurarsi coi nemici, a far prova con essi di formidabili colpi, sdegnati in particolar modo che Lodigiani, Comaschi, Pavesi, Bergamaschi e que’ delle altre città, tante fiate vinte e sottomesse, ardissero ora presentarsi sotto le loro mura, perchè s’avevano appoggio nel numeroso esercito straniero. Frequenti sortite facevano quindi i Milanesi, mostrando agli assedianti con qual fatta d’uomini avessero a contendere.
Di quei tempi tutti i cittadini in Milano erano combattenti. Venivano divisi per parrocchia, e quelli spettanti a ciascuna parrocchia formavano una legione che avevasi il proprio capo. Le parrocchie poi o legioni che appartenevano ad una delle parti o sezioni della città, che prendeva nome dalla porta a cui corrispondeva, costituivano un corpo distinto, che s’aveva una speciale bandiera; e tal corpo appellavasi col nome della porta stessa. Tutta la milizia poi aveva un capitano generale, a cui erasi ben lungi dal prestare allora quella cieca obbedienza che vediamo osservarsi di presente sia negli ordini della milizia urbana, sia nella soldatesca propriamente detta. Il capitano generale de’ Milanesi era in que’ giorni il conte Guido Biandrate novarese.
V’aveva fra le bandiere, ossia tra i corpi delle diverse porte, una rivalità, una gara di valore nel resistere al comune nemico. La porta Romana sosteneva la difesa dell’arco romano, già da noi menzionato, il quale rimaneva fuori della città, e quantunque danneggiato dal tempo e dai Goti, serviva come un forte, una rocca, una specie insomma d’opera avanzata a difesa della città, destino comune nei bassi tempi ai monumenti elevati dai conquistatori del mondo a solo scopo di grandezza e magnificenza. Ad onta del carico di sostenersi in sì perigliosa posizione, que’ di porta Romana erano usciti, ed ai Lodigiani che stavano loro di fronte avevano dato un duro ricordo delle passate sconfitte; e sarebbe stato assai più terribile se accorso con numerose lancie il re di Boemia, non fossero stati costretti gli assalitori a rientrare precipitosamente, perdendo non pochi dei loro. Uscita era la Vercellina respingendo il duca d’Austria, uscita contro gli Svevi ed i Pavesi la Ticinese, uscita la Tosa. Era giunto il momento che uscire doveva la porta Nuova.
Eccettuati gli uomini d’armi che rimanere dovevano costantemente alla guardia delle mura nel tratto affidato ad essi, tutti gli altri di quella porta in numero di trecento, eransi adunati nel camerone dell’armerìa presso la Brera[17], poichè era da quella Pusterla, ossia porta minore della città, che per riuscire più inaspettati ai nemici volevano uscire.
Preceduti dal milite avviato a loro, i due frati Umiliati entrarono in quella vasta sala, o piuttosto ampio androne le cui pareti erano interamente rivestite di appese armature. Vi ardevano rozze lampade pendenti dalla vôlta al lume delle quali que’ robusti nostri antenati vestivano gambieri, schinieri, panciere, corazze, bracciali, manopole di ferro, e si coprivano il capo con celatoni, cervelliere, cuffie ferrate, morioni grevi non meno di mortaj di bronzo; attaccavansi ai fianchi spade smisurate, e impugnavano mazze di ferro, ascie pesantissime, da mandarne spezzata d’un colpo un’incudine. Era là dentro rumore pari a quello di un’officina di ferramenta, poichè quando venivano a contatto que’ guerrieri, cangiatisi in altrettante statue di ferro, mandavano cupo suono metallico. Delle faccie di essi non eravene una sola che non annunziasse intrepidezza, ardire, gagliardía estrema: erano sguardi truci, tinte brune, lineamenti non usi mai a spianarsi per futili gioje. Etruschi, Galli, Romani, Goti, Longobardi si erano fusi in una sola razza, omai indistinguibile; non erano più che Milanesi, ma temprati nell’aspetto e nei modi all’indole incolta di quel secolo di ferro. Il loro linguaggio era di già dialetto milanese, come lo provano i nomi delle persone e delle cose in uso a quel tempo, ma certo non s’aveva quello schiacciato, quel prolungamento, quell’eco nelle vocali che ebbe nei secoli susseguenti, onde acquistando un non so che di troppo molle e lento, fu difetto che dalla pronunzia passò erroneamente ad essere applicato al carattere personale degli abitanti, per cui a torto dalle altre popolazioni d’Italia vennero talvolta qualificati d’inetti e di infingardi. A’ giorni nostri tal nota sfavorevole al dialetto va sensibilmente scemando; poichè rendesi sempre più spedito il comune favellare, e odesi trascinare assai di meno che per l’addietro non si facesse le vocali che formano desinenza alle parole; sulle labbra poi alle persone delle classi più civili moltissimi vocaboli vanno conformandosi meglio alla giusta dizione italiana.
Giunti i due Monaci in quell’adunanza di armati, appena furono scorte le loro bianche tuniche, tutti si composero in silenzio. Si fece tosto avanti il capo della bandiera, ch’era un compagnone il più ardente e istizzito che mai vi fosse, nemico dei consoli della città, nemico acerrimo del Biandrate, nemico insomma di tutti quelli che comandavano più di lui. Arrogante, avvelenato contro ciascuno, Caccatossico[18] accoglieva con sogghigno sardonico il racconto delle imprese altrui, e teneva per fermo che coloro che assediavano Milano non sarebbero andati sossopra che quando avesse egli fatta una sortita colla sua bandiera. Era costui grandissimo della persona, ossuto e magro con occhi irosi, stralunati; ma, per verità, di braccio così poderoso, che narravasi di lui che, in un conflitto a Vaprio, essendoglisi spezzata la spada e avendone lungi gettata l’impugnatura, diede colla sola destra coperta del guanto un sì fiero manrovescio all’uno degli avversarii che gli fracassò la testa e la visiera. Postosi innanzi ai Frati:
— Alla barba del traditore Novarese[19], sclamò rabbioso Caccatossico, la vogliamo vedere finita. Questa notte faremo tritume di quella ciurmaglia che sta fuori a dar guasto ai nostri broli ed alle nostre ortaglie. Menarono tanto rumore e fecero festa a san Giovanni in Conca que’ di porta Romana, perchè condussero dentro prigionieri Giovan Giudeo e il Peterzio di Lodi. Que’ due mascalzoni me li sarei portati da me legati alla cintola. Faremo noi quel che va fatto, e domani se ne sapranno le novelle; in seguito poi chi avrà da pagarle le pagherà. Allorchè vi son io la vittoria non diserta mai la nostra bandiera. Viva porta Nuova! —
E ognuno ad alta voce gridò: — Viva!
— Viva sant’Ambrogio! viva Milano!
— Viva! Viva! Viva! —
Tutti poscia i guerrieri s’inginocchiarono, e l’uno de’ frati con essi; l’altro monaco, alzata con una mano la croce che portava appesa alla cintura, recitò una preghiera invocando su di essi l’ajuto divino in quella notturna spedizione che ritenevasi sacra, poichè esponevano la vita per la salvezza della patria, quindi li andò benedicendo, assolvendoli siccome fossero giunti all’ora estrema.
Allorquando poi furono di là partiti i due frati, venne inviato uno degli uomini d’arme a vedetta sull’alto della torre della Pusterla onde spiare nel campo nemico.
Il cielo era affatto oscuro, ma nell’accampamento dell’esercito assediante splendevano innumerevoli fuochi. Da tutte le aperture delle tende scorgevansi entro di esse, collocati in varie guise intorno ai focolari ardenti, gruppi di soldati che stavano o pascendosi o riscaldandosi. Passavano ad ogni tratto innanzi ad esse i drappelli delle scolte, e cavalieri che apparivano d’improvviso illuminati con tutto il destriero, e sparivano tosto nell’oscurità. Perveniva da quel campo un rumor vario, un continuato bisbiglio, tra cui s’alzava di tempo in tempo qualche voce, qualche grido più distinto che subito moriva in quel mormorío incessante, come il frastuono d’un lontano torrente. Ricinto da tutta quella vita serale d’un esercito infinito stava Milano colle sue mura e le sue torri, nereggiante e muto come il simulacro d’un vasto funebre monumento.
Mano mano però andavano facendosi più radi i fuochi, s’affievoliva il mormorío, e quando fu prossima l’ora che segna la metà della notte, ogni lume era scomparso, spento ogni fuoco, e regnava nel campo un silenzio alto, profondo, universale.
Scese allora l’esploratore dall’alto a dare avviso a’ suoi essere opportuno il momento per la sortita. Caccatossico ordinò la schiera e tutti s’avviarono nell’oscurità tacitamente alla Pusterla Brera, il cui ponte levatojo venne calato senza alcuno strepito.
Di contro alla linea di porta Nuova teneva il campo il conte Ecberto di Butene, il quale capitanava una banda di cavalieri di ventura, che, seguendo spontanei le bandiere di Federigo, erano venuti all’assedio. I Milanesi varcato il ponte, procedettero in serrata ordinanza verso le tende nemiche. A causa delle tenebre che fitte regnavano, si erano già accostati d’assai alla sentinella, prima che questa s’avvedesse di loro. Incerto ancora il soldato se le pedate che udiva fossero de’ suoi, ebbe appena proferita la chiamata per ricevere la parola d’ordine, che un colpo di mazza l’aveva steso tramortito al suolo. Tolto così quell’inciampo, si sbandarono prontamente gli usciti, e superato lo steccato, precipitarono verso le tende. Alcune di queste furono fatte d’improvviso crollare, in altre penetrarono i nostri uccidendo chi vi si trovava.
In poco d’ora però il rimbombo de’ colpi, le grida degli assaliti, avevano destato l’allarme, e i circonvicini balzati dai giacigli, accorrevano frettolosi a quel luogo chi colle spade impugnate, chi colle fiaccole accese. Per le nuove genti che continuamente sopraggiungevano, andavansi quindi moltiplicando i lumi e i combattenti. Al rosso chiarore di tante fumide faci balenavano i ferri con sanguigni riflessi, mentre fierissima e micidiale si stringeva la mischia. Pugnavano i Milanesi come leoni affamati. Ogni loro colpo era il tocco del fulmine. Colti all’impensata, mal coperti dalle armature, gli imperiali non valevano a sostenere la furia dei nostri, e ne andavano a fascio l’uno sovra l’altro. Caccatossico ingiuriando a grida sgangherate i nemici, avanzava menando con poderoso slancio a due mani da dritta e da sinistra il suo lungo spadone, spazzando ad ogni colpo il luogo.
Respinti da tanta tempesta dovettero alla fin fine gli assaliti volgere le spalle, e si diedero alla fuga per l’accampamento. Mentre il maggior numero de’ Milanesi li andava inseguendo, altri scorgendo quivi presso riparati sotto appositi assiti un branco di cento cavalli de’ guerrieri di Ecberto, che tenevano tuttavia sul dorso gli arcioni, posero sovr’essi le mani e tagliate le corde, li spinsero verso la città, ove tosto que’ bardati destrieri furono fatti penetrare. Coloro che li cacciavano innanzi però ebbero tempo appena di far pervenire fra le mura la preda, che rivoltisi per raggiungere di nuovo i commilitoni, li videro che non solo avevano cessato dall’incalzare i nemici, ma venivano retrocedendo innanzi a loro continuando pur sempre a pugnare.
Essendosi propagata colla velocità del lampo la nuova dell’uscita degli assediati, varii de’ capi dell’esercito imperiale avevano avuto il tempo di ordinare le schiere, le quali sopravvenivano sempre più fitte e numerose. Il conte Ecberto salito prontamente un corsiero, e seguito da alcuno de’ suoi più valorosi cavalieri, veniva a galoppo incalzando colla lancia gli assalitori. Il fiero Caccatossico urtato da lui, si volse d’un tratto e con un gran fendente alla cervice del cavallo glielo mandò rovescio; mentre l’animale cadeva replicò poi con una vigoría ed una prestezza indicibile il colpo sulla testa allo stesso Conte, che lasciò cadere di mano la ronca, e fu veduto ripiegarsi sovra sè stesso, colando il sangue a rivi dai fori della sua visiera. Caccatossico lo afferrò tosto pel mezzo del corpo, fuor levandolo di sella, ed esclamando che voleva portarselo in Milano ed inchiodarlo come un gufo alla sua casa, onde tutti l’avessero a vedere e sapessero quelli di porta Romana che il suo era uno de’ buoni, e non un Lodigian di stoppa; aggiungendo ogni altra contumelia che l’odio municipale faceva più consueta a quella lingua di fuoco. Ma in tale istante tutti i seguaci d’Ecberto gli furono sopra, e tratte le spade lo tempestarono con estrema vigoría. Impedito dai cavalli che lo assiepavano, Caccatossico faceva ogni suo meglio per riparare i colpi, ma ne veniva martellato in sì fatta guisa, che alfine rimase fessa in più parti la sua grossa celata. Allorquando scortolo in tale perigliosa posizione, volgendo faccia, irruppero i suoi contro i cavalieri nemici, l’intrepido capitano della bandiera di porta Nuova aveva già avute forate le tempia ed era caduto sul corpo d’Ecberto che non aveva mai abbandonato.
Al nuovo impeto gli imperiali cessero il suolo e i Milanesi sollevati da terra i due estinti guerrieri, via li tolsero, e vennero a gran passi verso la città, dalle cui mura, i nemici che volevano ostinarsi a inseguirli, furono trattenuti lontani con una pioggia di saette, di sassi, di verrettoni. Rientrata al fine l’uscita schiera dalla Pusterla, venne subito rialzato il ponte levatojo, e ribadita la ferrata imposta.
Quando i primi fuochi dell’aurora colorirono la sommità delle torri di Milano, già gran parte della città era conscia del fatto; mano mano poi che la luce del giorno si faceva più viva, per tutte le contrade spandevasi il popolo chiedendo ed ascoltando con gioja ed avidità i casi di quella gloriosa sortita, acclamando la bandiera di porta Nuova, e deplorando la perdita del valente che avevala guidata. Allorchè fu alto il sole, in tutte le chiese, ne’ conventi e monasteri, furono fatte pubbliche preci, e poscia i guerrieri di porta Nuova n’andarono processionalmente per la città, conducendo i cavalli predati, e portando sopra un’alta bara il corpo del loro condottiero, innanzi a cui veniva recata infissa in una lancia la compiuta armatura del conte Ecberto. A tal vista l’ardire e la speranza de’ cittadini s’accrebbero a dismisura, raffermi nella persuasione che mai l’esercito alemanno avrebbe trionfato di loro.
Pure non scorsero quindici giorni e Milano erasi arresa, giurando fedeltà al germanico imperatore; della qual cosa non è agevole stabilire le cagioni. Certo è però che a loro mal costo vollero poi i Milanesi ribellarsi, perchè Federigo sentenziatili contumaci, venne alla metà dell’anno 1161 ad assediarli di nuovo, e dopo sette mesi di difesa li costrinse un’altra volta ad arrendersi, sebbene piuttosto a causa della fame che per la forza dell’armi. Ricevuto in Lodi l’atto di loro sommissione la più intera ed umiliante, il Barbarossa qui si recò[20] ordinando che tutti gli abitanti uscissero dalla città e venisse Milano atterrata, distrutta. E ciò fu fatto. Ma nel chiostro di Pontida si componeva la famosa lega che doveva vendicare un sì memorabile affronto.
I Milanesi trionfarono, e la loro città sorse dalle proprie rovine potente ancora e vigorosissima. L’abbellirono indi i Visconti con stupendi edificii; l’adornarono gli Sforza; la sua area s’aggrandì, si duplicò durante la signoria della Spagna; la prima dominazione austriaca dalla ruggine dei secoli la ripuliva, indi l’imperante francese vi disegnava opere grandiose. Ora fatta capitale del bel regno Lombardo, come per incanto fiorisce e s’adorna. Si compiono e si erigono templi, archi, monumenti; sorgono palazzi, gallerie; ogni dì diroccano e spariscono vecchie deformi muraglie, e nuove case si presentano di vago e ornato aspetto, che l’occhio ricreato ammira. Le vie, le piazze, prima contorte e anguste, si fanno ampie e diritte, e ogni oggetto v’abbonda a conforto o sollazzo della vita abbisognevole.
FINE.