SCENA III.
CLERIA, ESSANDRO.
CLERIA. Essandro, anima mia, mirate, di grazia, se per gli usci e per le fenestre sia alcuno che curi piú gli altrui che i suoi propri affari.
ESSANDRO. Signora, giá potrete sicuramente comparire, che non appar anima viva.
CLERIA. Dolcissimo Essandro, io non vorrei, per essermi cosí volentieri condotta a ragionar con voi, vi cadesse nell'animo qualche sospetto della mia onestá: ché certo non mi sarei ridotta a questo termine, se non avessi fatto prima deliberazione di esser vostra; e se ben son in potestá di mio padre e a lui tocca disponer di me quel che ne vuole, pur se a me ne resta qualche particella, ve la dono tutta, né vo' viver se non vostra.
ESSANDRO. Né pensiate, signora, ch'io avessi avuto ardir di venir a ragionarle, se non avessi fatto fra me la medema deliberazione. Son troppo incomparabili le vostre bellezze, né il mio cuore sa arder se non per voi, né questi occhi sanno in altro specchiarsi se non in voi, lucidissimo mio sole.
CLERIA. In me non fu bellezza giamai, e se pur ve n'è qualche segno, vien dalla reverberazion della luce che senza pari è in voi. Onde oggi io vi fo dono di me stessa, e se il presente è troppo basso, accompagnato dall'affetto dell'anima mia, merita che sia accettato e gradito da voi.
ESSANDRO. O dolce oggetto degli occhi miei, come io potrò ringraziarvi del ricco presente che voi mi fate? Non è spirito in me che non si sforzi ringraziarvi, né ponno giungere al segno; vorrei che voi poteste ascoltar la lingua dell'anima, ch'ella sola lo può esprimere: onde con quello animo che ho accettato il vostro dono, accettate il mio che vi fo di me stesso.
CLERIA. In man vostra sta il far prova di questo amore, se è tal quale io lo dico.
ESSANDRO. Cuor mio caro, accorgendomi quanto sia la finezza dell'amor suo, e conoscendovi signora di gran cuore, prendo baldanza di chiederle una grazia col piú interno affetto che possa pregar un cuore: che queste parole, che con tanto periglio dell'onor suo si possono ascoltar da vicini, gliele potessi dir in camera sua.
CLERIA. Ah, Essandro, or conosco che siete come gli altri uomini, che vedendo una donna che vi mostri qualche segno d'amorevolezza, subito volete abusar la cortesia col voler giungere a quel termine senza il quale l'amor par che sia nulla; e per sodisfarvi d'un capriccio di niente, volete vituperarla per sempre. Or non è questo piú tosto umore che amore? Pregovi dunque che non mi comandiate ch'io facci cosí gran torto all'onor mio: considerate bene la dimanda che mi fate, e siate giudice di voi stesso. Vostra sorella m'ave assicurato che da voi non mi sará chiesto cosa che ad onestissimo amor non si convenga: mi volete parlare, ecco vi ubidisco; accettate dunque col mio buon volere tutto quello ch'io posso.
ESSANDRO. E vi basta l'animo, signora mia, far cosí grande oltraggio al debito e alla riverenza che vi porto, cadendovi nell'animo ch'io disegnassi farvi cosí gran torto? Può dunque essere che, veggendomi scolpita nella fronte ogni mia voglia, facciate di me cosí iniquo pensiero? Non merita tanta asprezza la mia fede che vi osservo, né l'inestimabil amor che vi porto, amandovi sovra ogni cosa mortale. V'ho chiesto questa grazia sol per iscovrirvi certi secreti de' nostri amori, non con quello animo certo che stimate; e con questo desiderio son venuto a provocar la grandezza del vostro animo a una grazia cosí segnalata. Tranquillate dunque ogni torbido del vostro cuore e scacciate da voi cosí vano sospetto. E se fedel servitú merita qualche guiderdone, fate forza a voi stessa a sodisfarmi; che qui si tratta di far cimento della realtá dell'amor che dite portarmi, e di dar vita ad uno che ha sol cara la vita per spenderla in vostro onore.
CLERIA. Padron mio caro, se son caduta in error di troppa amorevolezza, non vorrei cader in opprobrio di troppo sfacciatezza e disonestá; onde vi prego a non far cosa onde giuntamente abbiamo a pentircene, anzi voi stesso debbiate portarmene odio perpetuo. E se la cosa amata può impetrar alcuna grazia dal suo amante, vi prego che soffriate questo disgusto e compensiatelo per quando saremo nostri, col ricordo di non aver fatto mai cosa che onestissima non fusse stata.
ESSANDRO. Misero me, non ancor conoscete la mia fede a mille segni? Assicuratevi tutta nella mia fede, che la troverete piú fedele dell'istessa fedeltá, e sappiate che dubitar nella fede dimostra infedeltá.
CLERIA. S'io non fusse fidelissima, non vi arrei amato e servito con tanta fede.
ESSANDRO. E se mai fedel amor meritò che gli sia prestato fede, credetemi a questa volta; e se altramente vedrete succedere, vo' che la vendichiate con quanta asprezza e crudeltá meritarebbe cosí iniqua discortesia. Io non ardirò alzarvi gli occhi su il viso, né far altro di quello che da voi, mia regina, mi sará espressamente comandato.
CLERIA. L'amor che vi porto e la gelosia che ho dell'onor mio, stanno al pari ad una bilancia. Dio sa come posso negarlovi.
ESSANDRO. Non mi avete detto poco anzi, signora, che voi me vi donavate e che eravate mia? Dunque, come di cosa mia ne vo' disporre a quel che voglio, né voi potrete negarmi cosa alcuna; e il negarmi questa grazia è il negarmi voi stessa.
CLERIA. Io non niego che non me vi abbi donata e che non sia tutta vostra; ma in quel solo che può apportar biasmo e disonore al nostro commune amore, mi sottraggo dal vostro imperio: e in quello mi prestiate per un poco a me stessa, e poi subito torno ad esser vostra piú che era prima.
ESSANDRO. La donazione fu libera e senza queste eccettuazioni: vi dovevate pensar prima che donarmevi. Or essendo mia, vo' disponere di voi come di cosa propria.
CLERIA. Ma ditemi, signor mio, come io me vi donai tutta, cosí voi intieramente vi donaste a me: or come cosa mia e non vostra, io vi comando che non mi debbiate astringere a questo fallo. E se voi sète gentiluomo e non m'avete detto mentita, mi ubidirete; e se non m'ubidirete, è segno che mi vi sète dato per beffarmi e per mancarmi di parola; e io non vo' per signor della mia vita persona che manchi al debito di gentiluomo.
ESSANDRO. Imaginatevi, anima mia, che siate in un steccato dove si combatte con arme di amore e di cortesia; e se ben la vittoria rimane appo il vinto, pur è gran carico lasciarsi vincere di cortesia. Se questa speranza che ho in voi mi vien fallita, non mi resta altro che morte. Signora, a tanti oblighi aggiungete questo altro. La vostra cortesia vinca il mio merito; gradite la mia dimanda la qual quanto è piú importante, piú mi dimostra il vostro amore e la cortesia. Fioretta mia sorella m'ha riferito che per questo vicolo rare volte vi passa persona, e vi è una porta che vien dritto in camera vostra, e la balia ne tien la chiave: se ciò mi negate, dirò che non da téma di onore, ma vien da desiderio della mia morte.
CLERIA. Io conosco, cuor mio, che non è cosa al mondo, per grande che sia, che voi non la meritiate. Mi sento tanto intenerita da' vostri prieghi che non posso negarvi cosa che vi piaccia. Vo' che le leggi d'amore e di cortesia abbino quella forza che conviene. Disponete dunque di me come cosa veramente vostra; entrate in questo vicolo, ché Nepita v'aprirá la porta.
ESSANDRO. Ecco ch'io non posso non chiamarmi vinto dal nobilissimo animo vostro. Conosco che veramente m'amate.