SCENA IV.

GERASTO. SANTINA, NEPITA.

GERASTO. Misero e infelice Gerasto, che meglio ti fossi posto ad arare che ad amare, che misera fortuna è questa che hai tu oggi incontrata?

NEPITA. (Dice che s'allegra della buona fortuna che ave incontrata oggi).

GERASTO. Veramente tutte le sciagure corrono dietro la vecchiezza, come le mosche a' cani magri. Ed il mio dispetto è l'allegrezza e la festa che ne fará mia moglie del fatto mio.

NEPITA. (Dice che è in festa e allegrezza a dispetto di sua moglie).

GERASTO. Non tanta furia, ascoltate bene!

SANTINA. Non posso piú tenermi! Ahi, vecchio rimbambito brutto, disgraziato fantasma, non so chi mi tiene che non ti cavi gli occhi dalla testa con queste dita, e con i denti non ti tronchi il naso dalla faccia!

NEPITA. (E tu savia, che mutasti opinione a non strappargli i fatti suoi!).

GERASTO. (Or questa sì, che è magior disgrazia della prima! Dovunque mi volgo, mi trovo aviluppato in nuovi guai).

SANTINA. Che dici adesso, bel fanciullino, innamorato galante, valente gallo che vuoi calcar due galline, e hai un piede nella fossa e un altro nel cataletto, vecchio col capo tutto bianco?

GERASTO. O capo rosso o verde che sia, moglie, ti prego che m'ascolti, e vedrai che non t'ho offeso come stimi.

SANTINA. Tu, vecchio fradicio….

GERASTO. So che vuoi dire: traditore, infame, manigoldo, e pur ancora. Hai ragione! Ascolta, che d'oggi innanzi cessaranno le discordie fra noi mentre vivremo. Ascolta, moglie mia cara….

SANTINA. Che mia? or son tua moglie cara; poco innanzi era strega, macra, puzzolente: tu non arai a far piú meco.

GERASTO. Io non dico questo, che tu abbi a distorti dal tuo proponimento; ma ascolta, e poi inteso il tutto, fammi castrare, ch'io starò piú paziente d'un agnello; e se non basti tu sola, chiama i parenti, gli amici, i vicini e Nepita ancora, ch'io perdono a tutti.

NEPITA. Padrona, di grazia, ascoltate, ché certo sará altro di quel che pensate.

SANTINA. Ragiona presto, finiamola: ti vo' dar questa sodisfazione prima che facci la festa di fatti tuoi.

GERASTO. Sappi per certo, moglie mia cara, ch'io son stato innamorato di Fioretta, e per dirtelo chiaro, arei pagato la robba, i figli e la vita, per godermi una volta lei,…

SANTINA. Lo so meglio di te, non bisognaria che lo dicessi a me.

GERASTO…. e v'ho fatto mille tradimenti per averle le mani adosso….

SANTINA. Ma poco ti ha valuto.

GERASTO…. Oggi vedendo l'occasione che la casa andava sozzopra, la feci prender da certi amici e la feci condurre in questa camera terrena oscura, e io mi serrai con lei. Ella stava dubbiosa e timida, come la volessi uccidere; e io con le piú dolci parole che sapeva, dicea:—Dolce Fioretta mia, cara mia moglieretta, core, vita, occhi!…

SANTINA. Mira il furfante con quanto sapor lo dice!

GERASTO…. L'abbraccio e mi sento pungere il mustaccio, come fusse uomo. Alfin le stava inginocchiato denanzi; ella tira a sé i piedi e mi da una coppia di calci sul petto e mi fa cascar supino in terra, che mancò poco non mi scavezzassi il collo….

SANTINA. Sia maladetto quel «poco»!

GERASTO…. Pur facendo animo a me stesso, innamorato e pesto, come meglio posso, dicendo che calci di stallone non fanno male a giumenta, con maggior rabbia e ardore torno alla battaglia….

SANTINA. Mira come me lo dice onestamente! Taci, taci, vecchiaccio senza vergogna! parti cosa onorevole ragionar di queste sporchezze?

GERASTO…. Ascolta, di grazia….

SANTINA. Non vo' ascoltare, so che vuoi dire.

GERASTO…. Anzi men sai che voglio dire, né imaginartelo puoi giamai….

SANTINA. Forse il giardinetto cominciava a spuntar fuori l'erbe piccine?

GERASTO…. Che erbe piccine? anzi, mi diè tra mano…, mi vergogno dirtelo.

SANTINA. Ti dovevi vergognar di farlo.

GERASTO…. Dico ch'era piú maschio ch'io, tanto maschio che n'aresti fatto tre maschi.

NEPITA. Se fussi gravida, mi sgravidarei: l'ha narrato con tanto sapore che m'ha fatto venir la saliva in bocca.

SANTINA. Oimè, che dici?

GERASTO. Quanto ascolti.

NEPITA. Alfin, tu serai stata la ruffiana a tua figlia, che la tenevi in gelosia sempre serrata con lei.

SANTINA. Ahi, che mirandola oggi in fronte gli leggeva il commesso peccato! Ma chi avesse potuto pensar questo? Infelice me, disgraziata me!

GERASTO. Taci e fa' rumor manco che puoi, acciò le corne che avemo nascoste in seno, non ce le ponghiamo in fronte, e altri imparino a nostre spese. Egli m'ha detto che è gentiluomo genovese di Fregosi, e si contenta star prigione finché si pigli informazione di lui; e se è vero, se gli dii per moglie, perché ella, non men che lui, lo desidera ardentemente.

NEPITA. Credetelo, che è cosí; perché dicea mia madre che queste radici han gran virtú di farsi amar dalle donne.

GERASTO. Taci, vattene a casa. Io l'ho serrato qui dentro; or andrò a certi gentiluomini genovesi miei amici e mi informerò di lui con molta destrezza.