SCENA V.
PANURGO servo, ESSANDRO.
PANURGO. Veggio Essandro di mala voglia. Padron caro, che cosa avete?
ESSANDRO. Oimè, son morto!
PANURGO. Cattivo principio! cada questo augurio sovra chi ci vuol male.
ESSANDRO. È pur caduto sovra di me, ché non è sí misero stato col quale non cambiassi il mio.
PANURGO. Sète forse stato discoverto per maschio?
ESSANDRO. Peggio.
PANURGO. Il vecchio vi ha cacciato di casa?
ESSANDRO. Peggio.
PANURGO. Che cosa vi può accader peggio di questa? Avete confidato in me maggiori secreti, potrete confidar ancor questo.
ESSANDRO. Ho adesso quell'istesso animo, che ho avuto per lo passato, di fidarmi nella tua fede; né mi parrebbe aver compita felicitá, se non ne facesse a te parte.
PANURGO. Dite, ché forse ci troveremo rimedio.
ESSANDRO. Gerasto…
PANURGO. Che cosa Gerasto?
ESSANDRO…. ha pur…
PANURGO. Che cosa ave?
ESSANDRO…. dato…
PANURGO. Bastonate a voi, forse?
ESSANDRO. Volesselo Iddio!
PANURGO. Che dunque ha dato?
ESSANDRO…. marito a Cleria mia. Ecco venuto quel giorno che ho temuto e portato tre anni attraversato nel core! ecco la separazione e il fine di nostri amori! Cesseranno i ragionamenti, i baci e la dolcissima conversazione!
PANURGO. Non piangete.
ESSANDRO. La fiamma è cosí ardente nel petto che, se non avessi queste lacrime, abbruggiarebbe il cervello. Ma perché non debbo io piangere? che consolazione arò piú in questa vita? deh, perché non la lascio? perché non m'uccido per disperato?
PANURGO. Padrone, ricordatevi che la disperazione è ruina delle speranze; e il ricorrere che si fa piú tosto alle lacrime che a' rimedi, è di persona vile e che non vuole che i desidèri si conduchino a fine. Fa' vela quanto tu vuoi, ché con vento di sospiri mai si condusse nave in porto. Bisogna audacia contro la fortuna. Un buono animo ne' mali è un mezzo male. Non vi perdete d'animo!
ESSANDRO. L'animo non è possibile che piú lo perda.
PANURGO. Perché?
ESSANDRO. Perché è giá perso.
PANURGO. Richiamatelo a voi.
ESSANDRO. È gito in essiglio, va vagando troppo lontano.
PANURGO. Ed è possibile che siate cosí povero di partiti che non sappiate trovar rimedio al vostro male?
ESSANDRO. Se non ho l'animo meco, come posso trovarlo?
PANURGO. Orsú, lasciate che ritiri me stesso un poco in consiglio secreto; suoni il tamburro e chiami sotto l'insegna le trappole, gl'inganni, le finzioni, le furfantarie; facci la rassegna e metta l'essercito in rassetto, accioché diamo l'assalto a questo vecchio e lo poniamo in tanti travagli che a suo dispetto lo facciamo cadere.
ESSANDRO. So che, disponendoti d'aiutarmi, posso promettermi dal tuo ingegno quanto desidero.
PANURGO. Pensi che sieno finite le stampe di quei Davi e Sosi e di quei Pseudoli delle antiche comedie? Or stammi di buona voglia.
ESSANDRO. Andiamo a casa tua, che vo' vestirmi da maschio, ché oggi la vo' finir con Cleria: tentar prima l'animo suo e palesarle il tutto, poi seguane quel che si voglia.
PANURGO. Andiamo, per la strada voi mi narrerete il successo, e pigliaremo qualche partito a disturbar questo matrimonio.