SCENA VI.

GERASTO, PANURGO, TOFANO.

GERASTO. Non posso cavarti di bocca una parola vera di questo fatto?

PANURGO. Certo, Gerasto, che voi non pigliate la cosa per il suo verso.

GERASTO. Che vuol dir che non piglio la cosa a verso? Tu non rispondi a proposito.

PANURGO. Che volete che vi risponda se non quello che sempre vi ho detto?

GERASTO. Che m'hai tu detto mai se non certe parole che l'una non attacca con l'altra?

PANURGO. Certo non è la cosa come pensate, vi dico.

GERASTO. O che tu mi fai rodere di rabbia!—La cosa non è come pensate…, non la pigliate a verso!—Io non posso cavar costrutto di quel che dici.

TOFANO. (Se ben miro quell'uomo che parla con quel vecchio, è quello amico a cui Alessio mio padrone manda le vesti).

GERASTO. Che rispondi?

PANURGO. Dico che quando questa mattina….

GERASTO. Non ti domando di questo, io.

TOFANO. Gentiluomo, Alessio mio padrone vi manda le vesti che questa mattina gli chiedeste con tanta istanza;…

PANURGO. (Oh, cancaro! questo è il servo di Alessio che porta le vesti). Sí, sí bene, t'ho inteso: tornale indietro e diteli ch'io lo ringrazio.

TOFANO…. che lo perdoniate se non l'ha potuto mandare piú presto;…

PANURGO. Basta, vatti con Dio.

TOFANO…. che vi volevate vestir da dottore,…

PANURGO. Vattene, che non servono piú.

GERASTO. Lascialo parlare, che te importa?

TOFANO…. che volevate ingannar un certo medico.

PANURGO. (Che ti sia cavata di bocca quella lingua traditora!).

GERASTO. Che medico? che dice di medico?

PANURGO. Non dice nulla.

GERASTO. Parla. Che dicevi di medico?

TOFANO. Dico che….

GERASTO. Che cosa «dico che»?

TOFANO. Voi mi toccate il gomito; che volete da me?

PANURGO. Chi ti tocca, asinaccio?

TOFANO. Adesso mi tocchi il piede. Omai m'avete storpiato.

PANURGO. Non si vuol partir questa bestiaccia!

TOFANO. Dove volete che vada?

PANURGO. Va' in buona ora!

GERASTO. T'ho visto con gli occhi miei che lo tocchi e cenni, e mi hai fatto entrar in maggior suspetto. Vien qui, uomo da bene: chi invia queste vesti?

TOFANO. Io, quando questa mattina…, subito che….

GERASTO. Che quando, che mattina, che subito? Vai pensando qualche trappola!

PANURGO. Io dico…

TOFANO. Lascia dire a me.

GERASTO. Taci tu; di' tu: lo vo' intendere da lui non da te.

PANURGO. Vi dará ad intendere qualche bugia.

GERASTO. Non hai ad impacciartene tu. Parla, giovane.

TOFANO…. che volevan vestire un truffatore per dar ad intendere ad un medico;…

PANURGO. Io ah?

TOFANO. Tu, sí.

PANURGO. Tu devi stare imbriaco, tu sogni: non partirai che non ti rompa la testa, prima. Mira che viso, come sa ben fingere una bugia!

GERASTO. O non posso levarmi costui da torno! Vedo che cominci a tremare. Levati di qua; vien tu qui, segui il tuo ragionamento: la vo' intender da capo.

PANURGO. (O veritá, che quanto piú l'umana forza cerca avilupparti e sommergerti sotto terra, tanto tu piú lucida e piú netta risorgi a suo dispetto! Il fatto è spacciato per me, non ci è piú rimedio).

TOFANO…. perché volevano disturbare certo matrimonio, e tutto ciò per far serviggio ad un giovane, vestito da fantesca, che faceva l'amore con la figlia di quel medico. Onde pregò caldamente il mio padrone, che si è affaticato tutto oggi per trovarle: l'abbiamo servito, e or ce le reco.

PANURGO. M'hai servito da vero e meriti la mancia!

TOFANO. Mi volete dar la mancia che m'avete promesso, se vi avessi…?

PANURGO. Meritaresti un capestro che t'appiccasse, come non ti mancherá!

TOFANO. Vi ringrazio della mancia e della buona volontá.

PANURGO. La volontá è conforme al tuo merito.

TOFANO. Vi lascio.

PANURGO. Vattene col diavolo!