SCENA VII.
NARTICOFORO maestro di scola, GRANCHIO.
NARTICOFORO. Equidem, sive ego quidem—parenthesis,—Carcine, Carcine, vereor, io dubito che tu sii allucinato, perché con tanti reiterati verbilòqui dici ch'eravamo giunti.
GRANCHIO. Anzi io in replicargli che non poteva essere, si fecero beffe di me che come granchio avea caminato a traverso.
NARTICOFORO. Dic mihi vel responde mihi: non m'hai tu invento nel luogo, illic—status in loco ubi me dereliquisti,—e con i coturni ancora?
GRANCHIO. Sí bene.
NARTICOFORO. Igitur, ergo, dunque come era io in casa sua? alle premesse séguita giusta conclusione.
GRANCHIO. Non so altro che dirvi.
NARTICOFORO. Tu intanto sei optumo in quanto non bevi; perché non tu assorbi il vino, ma il vino assorbe te, et ob id non sei tu, ma il vino che parla.
GRANCHIO. Certo che bevendo non mi bevo i comandamenti del padrone, né voi per farmi avanzar tempo mi faceste bere una voltarella, come è mio costume, prima che mi parta dall'osteria; e io poco me ne curai, pensandomi che questo medico ne avesse ricevuto con un banchetto da imperadore.
NARTICOFORO. Io suspico certo che tu sarai entrato dentro qualche diversorio e ti arai ingurgitato qualche anfora, medimno o congio di liquor di Bacco; e cosí semisepolto nel sonno, ti sará apparso questo strano fantasma d'essere stato in casa di Gerasto, e in estasi gli facesti l'ambasciata e ancor nel somno parli meco. Onde, per saper il vero di questo fatto, bisogna che aspetti o che ti svegli dal sonno o che tu digerisca il vino e che i vapori non ascendano al cerebro.
GRANCHIO. Ed io vi dico che vigilando fui in casa di Gerasto e vigilando feci la vostra ambasciata, e, vigilantemente e stando in cervello, mi dissero che eravate giunto e me ne féro tornare a dietro.
NARTICOFORO. Alter de duobus: aut tu vigilanter sei stolto aut tu dormiendo imbriaco. Però decet, oportet, bisogna che con una buona ferola ti ecciti dal sonno, ché questa è la pozione e l'antifarmaco degli ubbriachi.
GRANCHIO. Dico il vero.
NARTICOFORO. Servorum est falsitates et mendacia dicere. Tanto può esser vero questo quanto tangere caelum digito!
GRANCHIO. Giamai dissi veritá magior di questa.
NARTICOFORO. Proh Iuppiter, che tu mi fai excandescere di rabbia! Mira se sei un búbalo: non ci hai trovati nel luogo dove ci lasciasti? come possiamo esser giunti prima di voi stessi? Furcifer, furcifer, ti prendi piacere di ludificarmi.
GRANCHIO. Non potrebbe essere che questa Napoli non fusse quella che cerchiamo noi? quante Napoli son nel mondo? o forse in questa Napoli fussero piú Gerasti, e abitasse in qualche altra casa e io l'avessi preso in iscambio? Ma io dubito che voi per qualche altra via piú breve di quella che ho fatto io, siate stati in casa di Gerasto, e abbiate mangiato e bevuto bene, e siate tornato prima di me; e or mi diate la baia che mi muoio di fame.
NARTICOFORO. Eamus, ch'io vo' concomitarti insino al luogo; né bisogna escusarti poi:—Ita mihi videre videbatur, mi parea un altro Gerasto, e mi parea che dicesse cosí, mi pensava cosí.—Turpe est dicere: «Non putaram», perché una buona ferola fará le mie vendette. Io ti farò baiular su gli omeri da uno arcipotente bastazo, e da duo pueruli ti farò tener le gambe, ché non possi recalcitare in praeceptorem—con «ae» diftongo,—e io con un corio bubále ti fustigherò ben le natiche.
GRANCHIO. Andiamo; e se non troverete quanto vi ho detto, vo' che mi strappate la lingua dalle radici e il naso ancora; ma se trovarete quanto vi ho detto che sia vero?
NARTICOFORO. Amboduo la penitenza, perché vapulando e verberando ne straccheremo.
GRANCHIO. Che colpa ci ho a questo, io?
NARTICOFORO. Non dico te, ma quello uomo nefario che sará stato áuso usurparsi il nome onorato di un tanto maestro, e luerá la pena della usurpata giurisdizione.
GRANCHIO. Ed io se trovo qualche altro Granchio che dichi che sia me, farò le mie vendette, e massime se si arà mangiato la parte mia. Ma ecco questa è la casa.
NARTICOFORO. Tocca l'ostio.
GRANCHIO. L'ho toccato.
NARTICOFORO. Quando il furore m'ave invaso la mente e sono divenuto furibondo, non scherzare. Battila, ti dico.
GRANCHIO. Che colpa ci ha la porta? avete la còlera contro coloro e la volete sfogare sovra la porta?
NARTICOFORO. Se mi muovi la stizza, sarai lo primo a pentirti di questi futili vanilòqui.
GRANCHIO. O che avessi un che la mi tenesse su le spalle, ché gli vorrei dar un cavallo.
NARTICOFORO. Taci, che s'apre da se stessa.
GRANCHIO. Oh, come ha fatto bene a sé in non farsi battere e a me questa fatica di batterla, ché giá m'aveva sputato su le mani e stretto il pugno per gastigarla; e ne vien fuori una fantesca.
NARTICOFORO. Ipsa est ipse ego, ipse tu ipsa illa.