SCENA VIII.

APOLLIONE, GERASTO, NARTICOFORO, PANURGO.

APOLLIONE. (Mi dicono tutti che abita qui d'intorno. Forse costoro me ne sapranno dar novella). Gentiluomini, mi sapreste dar voi nuova di Gerasto di Guardati?

GERASTO. Niuno ve ne può dar piú certa nuova di me, perché io son detto. Ma che volete da me?

APOLLIONE. Saper solo se in casa vostra fusse una fantesca chiamata
Fioretta, che son tre anni che si partí di casa mia.

GERASTO. Chi sète voi che me ne dimandate?

APOLLIONE. Son Apollione de Fregosi suo zio, che vo tre anni disperso per averne novella.

GERASTO. Certo avete una nipote molto onorata e da bene!

APOLLIONE. Tutto è per vostra cortesia, ché, stando in casa onorata come la vostra, stava sicuro che contagione di pessimi costumi non l'arrebbono corrotta.

GERASTO. Ditemi, di grazia, il vero—ché confidando nella bontá, che mi par conoscere nell'aria vostra, voglio crederlo,—di che qualitá è questa vostra nipote?

APOLLIONE. Se ben l'uomo deve sempre dir il vero, mi par pur gran sfacciataggine dir una bugia che potrá esser facilmente scoverta, essendo qui infiniti gentiluomini genovesi che ve ne potranno chiarire. Suo padre e io siamo fratelli, di patria genovesi, della famiglia di Fregosi, che per negozi appertinenti a Stato, quando si fe' l'aggregazion di nobili in Genova, fummo sbanditi. Mio fratello con taglia di tremila ducati se ne fuggí; e son quindici anni che non se ne intese piú novella se sia vivo o morto. Giá sono accommodate le cose della patria molti anni sono; e io cercando di lui, venni con la casa in Roma; e per un mal serviggio promettendo io di battere mia nipote, questa si partí di casa tre anni sono, che non ne ho inteso piú nulla se non pochi mesi sono, che era in Napoli in casa vostra. Onde partitomi di Roma, son qui venuto per saperne novella.

GERASTO. Come è suo nome, e del padre?

APOLLIONE. Suo nome Essandro, suo padre Carisio, io Apollione; e se ben perdemmo in quel conflitto molte robbe, pur non siamo tanto poveri che in casa nostra non sieno trentamila ducati.

PANURGO. O fratello carissimo, Apollione desiato sí lungo tempo di rivedere! benedetti questi legami di carcere e le disgrazie, poiché in esse mi tocca di rivederti!

APOLLIONE. Tu dunque sei Carisio mio fratello? o che dolcezza è questa! sogno io o vaneggio?

GERASTO. Ah, ah, ah!

NARTICOFORO. Ah, ah, ah! certo che sogni e vaneggi.

APOLLIONE. Per che cagione?

GERASTO. Questi che voi non conoscete, si trasforma in qualunque uomo ei vede: per uscir dall'intrigo dove adesso si ritrova, subito s'ha finto tuo fratello.

APOLLIONE. Ogniun crede facilmente quel che desia: il desiderio immenso di trovar mio fratello me lo fe' subito credere.

PANURGO. Deh, Apollione mio caro, non mi raffiguri tu ancora? ha potuto tanto l'assenza ch'abbi posto in oblio la mia conoscenza?

GERASTO. Oh, vedete come piange, vedete che lagrime spesse!

NARTICOFORO. Se fusse donna, non arebbe cosí le lagrime a sua posta.

APOLLIONE. Veramente or ti raffiguro, fratello: perdonami se prima non son venuto a far il debito ufficio ch'io doveva.

GERASTO. Férmati, ché tu proprio desii d'essere ingannato. Questi a me, che son Gerasto, ha dato ad intendere che sia Narticoforo; a costui, che sia me; ad un servo, per tòrli certe vesti, l'ha fatto credere ch'era un dottor di legge; or per iscampar dal periglio dove si trova, dice che è tuo fratello.

PANURGO. Non si chiamò mia moglie Zenobia? né ti raccomandai questo figlio di duo anni, piangendo in braccia, quando partimmi?

APOLLIONE. Questo che dice è vero, e a me par mio fratello.

PANURGO. Non hai tu un segnale nella schena, ché avendoti in braccio, quando era piccino, ti fei cadere e percotere in una pietra aguzza, di che giacesti duo mesi in letto e ancor ne devi aver la cicatrice?

APOLLIONE. Questo è mio fratellissimo. O fratello ricercato e desiderato!

NARTICOFORO. Può esser che tu voglia essere cosí credulo?

APOLLIONE. Chi non è uso a mentire, crede ogniun che dica il vero. Ma io tocco la veritá con le mani.

NARTICOFORO. Io non posso imaginarmi uomo piú perfidioso di te: questi è un «doli fabricator Epeus», è un altro Ulisse che fece il cavallo igneo per prender Troia. Tu ne sei stato admonito prima, che persuade a ciascun che sia lui.

APOLLIONE. Amici, mi ha dati certi segni che non può saperli altri che lui.

GERASTO. Sappiate che tiene le spie per tutte l'osterie, per star informato de' fatti di ciascuno e persuadergli quello che vuole.

PANURGO. Ed è possibile, Apollione mio, fratello, che vogli prestar piú fede a costoro che all'istessa veritade?

APOLLIONE. Amici, la forza del sangue è cosí grande che si fa conoscere da se stessa: io mi sento tutto il sangue commosso.

NARTICOFORO. Ancor potrebbe esser vero quel che dice, e noi non cel crediamo. Questo acquista chi è uso a mentire: che dicendo il vero non gli è creduto. «Qui semel malus, semper praesumitur malus in eodem genere mali».

APOLLIONE. Questi è veramente mio fratello; né fu tanta la pena che ho sentito in questa sua assenza, che non sia maggior la gioia che adesso ho che lo riveggo. Gerasto, padron caro, costui è padre di chi sta in casa vostra.

GERASTO. Talché ugualmente e dal padre e dal figliuolo son stato assassinato?

PANURGO. E può esser che io sia stato ruffiano a mio figlio?

APOLLIONE. Gerasto caro, sappiansi l'ingiurie che stimate aver ricevute da noi, accioché possiamo far le debite sodisfazioni.

PANURGO. L'ingiuria che l'ho fatta, è questa: che per far serviggio a mio figlio, allor mio padrone, prestatomi il nome di Narticoforo romano, che è questo gentiluomo, entrai in casa sua; e poi prestatomi il nome suo, mi feci conoscere a questo per Gerasto e lo scacciai dalla casa che non era mia. Che grande ingiuria è questa, ch'io ne meriti tanto castigo? Si prestano ogni giorno vesti, vasi d'argento ed altre cose che pur si logorano; né per questo se ne ha molto obligo a chi le presta. Per avermi io servito di vostri nomi per due ore, e or ve li restituisco sani e salvi e senza mancamento alcuno, dite che gran premio ne volete, che son per pagarlo. Vi vo' prestare il mio nome di Carisio per un anno, per quattro e dieci, e non ne vo' cosa alcuna né che me ne abbiate pur un minimo obligo.

NARTICOFORO. Certo che sète uomo frugi e di molta comitate: d'oggi innanzi vi vo' per ero e per amico.

APOLLIONE. Vengasi di grazia all'altra ingiuria che avete ricevuta.

GERASTO. L'altra è questa: che vostro nipote, vestito da fantesca, è stato in casa mia; e mia moglie per gelosia di me, pensandosi che fusse femina, l'ha fatta dormir sempre in camera con mia figlia. Oggi è scoverta l'alchimia, l'ho prigione, mi son consigliato con gli amici e parenti se lo debba uccidere o consignarlo in man della giustizia.

APOLLIONE. Sia benedetto Iddio che ci ha fatto giungere a tempo di remediarci! Orsú, Gerasto caro, l'indegno atto e l'offesa che ha usata contro te, n'è stato cagione amore; ché ben sapete che amore e ragione mai potero apparentare insieme, e la legge d'amore è romper tutte le leggi e non servar legge ad alcuno. Poiché amor l'ha ridotto a questo termine, vagliaci il vostro senno e prudenza a rimediarci. Poiché cosí è piaciuto a lui, piace ancora a noi che sia sua moglie; e credo che non abbiate a ritrarvene a dietro, essendo mò noi de Fregosi, casa cosí nobilissima, e tanto piú abbiamo sol questo nipote il qual sará erede di trentamila scudi. Egli è bello tra giovani non men bella che sia vostra figlia; e se egli ne è di foco, ella n'è di fiamma; s'egli arde per lei, ella ne è arsa e incenerita per lui; e s'egli ha dato il core, ella l'anima. Facciasi.

GERASTO. Ed io poiché non posso rimediare al mio onore altrimente, è forza che me ne contenti: io gli perdono né vo' che muoia, non perché egli sia degno di vita—ché dovea farmela chiedere ordinariamente e non con trappole macchiarmi l'onore;—ma lo fo per non dare a te suo padre e a te suo zio cosí acerbo dolore che avereste della sua morte. Orsú, diasi Cleria ad Essandro e Ersilia a Cintio, purché ne sia contento Narticoforo: con questo patto però, che abbi tempo duo giorni ad informarmi di voi; ché se ben all'aspetto conosco che siate di buona qualitá e conosco che sia vero quanto dite, pur per non esser tassato per leggiero da parenti e amici, cerco questo spazio di tempo.

NARTICOFORO. Io mi contento e plus quam contento che sia Ersilia di
Cintio, che quella piú di Cleria io exoptava.

GERASTO. Io ti scioglio, Carisio caro; e ponendoti tu in mio luogo, credo che essendo onorato, come ti stimo, aresti fatto altrotanto a me. Ma chi è quello cosí contrafatto che mi avete condotto in casa?

PANURGO. È un piacevolissimo buffone che altro di danno non ará potuto fare alla casa che di alcuna cosa da mangiare. Eccoci per rimediare al tutto.

GERASTO. Orsú, perché l'inganno avea abbagliato a tutti e ci sono occorsi atti e parole in pregiudicio commune, si perdoni l'un l'altro.

NARTICOFORO. Cosí si facci.

PANURGO. Cosí si facci.

GERASTO. La mia casa sará commune a tutti; se ben non posso onorarvi come si conviene, supplisca dal mio canto l'affezione. Narticoforo, mandáti a chiamar Cintio.

NARTICOFORO. Olá, togli questa crumèna, paga l'oste, che ti dii le valiggie, e mena teco Cintio in questa casa.

PANURGO. Vi chieggio una grazia, Gerasto, che possa baciar mio figlio, gli dia questa allegrezza e non lo facci piú disperare.

GERASTO. Eccovi la chiave; quella è la stanza terrena.

APOLLIONE. Entriamo.