SCENA I.
CAPPIO, GIACOMINO, ALTILIA, LIMA.
CAPPIO. Giá è ogni cosa in ordine: potrete seder quando vi piace.
GIACOMINO. Paggio, dá l'acqua alle mani; oh come sei melenzo! dalli la tovaglia per asciugarle.
CAPPIO. Sedetivi, di grazia.
ALTILIA. Non tante cerimonie.
GIACOMINO. Non son cerimonie ma nostro debito.
ALTILIA. Siedi ancor tu, Lima; e chi ci ha invidia de' nostri contenti, non sia mai invidiato da altri. Ma se verrá mio padre, che scusa trovaremo che non l'abbiamo aspettato?
CAPPIO. Cosí non ci mancassero denari alle borse, come non ci mancano mai scuse. Diremo ch'eravate stanche, sí che venevate meno senza fare un poco di collazionetta.
GIACOMINO. Cappio, accendi quella profumiera, ché spiri odore.
ALTILIA. Io non voglio altro odore che quello che spira dai vostri onorati costumi e gentilissime maniere.
GIACOMINO. Mangiate di questa vivanda, se vi piace.
ALTILIA. A me sol piace quello ch'a voi piace. Ma voi perché non mangiate, anima mia?
GIACOMINO. Io fo un dolcissimo banchetto agli occhi miei e godo di quei cibi ch'ho desiato sí longo tempo; di quei cibi che non producono terra, acqua, aere e cielo. Veggo che la rosa tanto è bella quanto assomiglia alle vostre gote, e i gigli s'insuperbiscono della loro candidezza, perché pompeggiano nelle vostre carni; i giacinti tanto son riguardevoli quanto rappresentano la sembianza degli occhi vostri, e le perle delle marine conche tanto han di preggio quanto rassembrano i vostri denti; l'odori de' gelsomini tanto son grati quanto rassomigliano al vostro fiato. O occhi sereni, ove il cielo fa deposito delle sue stelle e dove conserva i suoi splendori!
ALTILIA. L'amor vi benda gli occhi e vi fa parer il falso per il vero.
GIACOMINO. O care mammelle, o acerbetti pomi, e quando mai negli orti esperidi si produssero pomi cosí leggiadri, custoditi con tanto rigore dal vigilante dragone? Io moro considerando quella valletta fra quei due pomi, oggetto di tutti i miei pensieri, nido dell'anima mia; or che saran l'altre cose che non si vedono?
ALTILIA. Mangiate; non sète ancor sazio di mirarmi?
GIACOMINO. Ancor non ho cominciato, perché non so da dove incominciare a rimirarvi. Perché se miro il terso avorio della fronte, gli occhi mi rapiscono a riguardargli; se mi fermo negli occhi, mi sento invitar dalle gote a contemplarle; e appena mi drizzo a mirar quelle, la bocca mi strascina a contemplar i rubini de' suoi labri; e se rimiro il collo, ecco mi tirano le mammelle: talché confuso e stupefatto non so da dove cominciare. E come potria esser questo, se voi non foste stata fatta dalla natura con tutto il suo studio d'impoverir tutte le donne per arricchirne voi sola, e per contemplar le sue gran meraviglie e quanto ella sa fare? Onde non potrete esser tanto mirata che non siate tanto piú degna d'esser mirata e admirata. E se non posso lodar quanto devo, supplisca l'affezione.
CAPPIO. Paggio, che fai che non porgi da bere?
ALTILIA. Bevete, cor mio.
GIACOMINO. Io non beverò mai, se voi non bevete prima e lasciate ch'io suchi quelle reliquie che son rimaste in quella parte del bicchiero ove han toccato le labra vostre, acciò con quelle io possa rinfrescar l'arsura dell'anima mia.
ALTILIA. Però, anima mia, ho pregato voi prima che beveste, per aver io quel contento e provar io quella dolcezza che voi da me desideravate.
GIACOMINO. Poiché il mio core è un eco del vostro core e l'un pensiero eco dell'altro, paggio, porta un bicchier grande, empilo tutto, acciò l'un goda della bevanda dell'altro. Deh, bevete per aggradirmi.
ALTILIA. Non solo bever, ma vorrei darvi maggior contento di questo.
CAPPIO. Con tantillo de cosa gli darete maggior contento.