SCENA IV.
LIMOFORO, LARDONE, PEDANTE, ANTIFILO.
LIMOFORO. Dimmi, Lardone, minutamente e veramente il fatto come è andato, ch'esser non può che tu non abbi tenuto le mani in questa pasta.
ANTIFILO. Comincia a narrar il fatto per lo filo.
LARDONE. Se mi perdonate un fallo che ho commesso in questo fatto, strassinato dalla gola, vi spianarò il tutto in due parole.
LIMOFORO. Se dici il vero, ti sará perdonato.
LARDONE. E che sicurtá me ne date?
ANTIFILO. Io sarò il tuo mallevadore.
PEDANTE. Ed io il tuo fideiussore.
LARDONE. Se bene il gastigo che merito saria molto, pur perché non è altro che una burla, merito piú liberamente il perdono. Giacomino, mentre studiò leggi in Salerno, amò saldamente e onestissimamente Altilia sua figliuola, desiderandola piú tosto per sua sposa che per amore; e volendo andare il mio padrone in Roma, quando passava per Napoli, mi commandò che io n'andassi al Cerriglio per preparargli l'alloggiamento; e per mia mala sorte venendo qui, m'incontrai con Cappio. …
LIMOFORO. Chi è questo Cappio?
LARDONE. Il servo di Giacomino, l'inventore e l'essecutore di tutte le forfanterie, un che fa veder la luna nel pozzo; e gli fu posto nome Cappio dalla cuna, che durerá finché finirá con un cappio su la forca. … Tanto fe' che mi persuase che conducessi Altilia in casa sua; che essendo gito il padre a Posilipo, arebbe trasformata la sua casa in taberna. …
PEDANTE. O mirabile excogitatum, o inventum diabolicum: una bestia venir in una stalla di Napoli per accoppiarsi con un'altra bestia!
LARDONE. … Venne Altilia in Napoli; la condussi in casa di Giacomino col suo padre, invece del Cerriglio. …
PEDANTE. Ed io inscio et errabundo venni in questa taberna; e fummo ricevuti con sedulo servizio e uberrimo apparato.
LARDONE. … Poi con iscusa di portar le restanti robbe, tornammo a dietro e lasciammo Altilia e la balia nella taberna. Venne allor il padre da Posilipo: fu necessario che sparisse la taberna; e tornando io e il maestro, ché non si scoprisse l'astuzia, fummo discacciati dalla casa. …
PEDANTE. Per cosí nefando flagizio meritaresti che fussi legato in un asino al roverscio, con le braccia recinte al tergo, disnude, e poi da uno inflammabondo e irabondo carnefice instantemente con un flagello acuto fussi gastigato e con belluina rabie cruentato, adeo ut, usque donec, finché querulo, miserabili eiulatu, efflassi la tua nefanda animula. Ma che prima fusse disradicata la tua insaziabil mandibula infin dalle fauci, che mai potessi abligurire. Ma vegnamo al quatenus.
LARDONE. … Questo è quel peccato del quale v'ho chiesto da prima il perdono e che la gola mi aveva condotto a fare. La qual, ora, è tanto vacua quanto mi pensava che or di soverchio mi doveva esser piena.
LIMOFORO. Or, perché hai detto il vero, ti si perdoni.
PEDANTE. Restò dunque Altilia e la balia, la notte, in poter di
Giacomino?
LARDONE. Come v'ho detto.
PEDANTE. Saran giá venuti all'illecebre amorose, agli amplessi cupidinei e a' bagi desiderati! Come farem dunque per riconoscerla?
LIMOFORO. Poiché non potiamo entrare nell'altrui case senza licenza del Regente, andiamo, informiamolo del fatto, ché ne doni licenza d'entrare in casa sua e porgli le mani adosso.
LARDONE. Andiamo a dormire.
PEDANTE. Abbiam piú voglia d'uccidere che di dormire.
LARDONE. Giá s'è dato fuoco alla mina; poco stará a scoppiare e far andar per l'aria l'inganno di Giacomino, se Cappio non rimediará con alcun'altra contramina.