SCENA V.

GIACOMINO, PSEUDONIMO.

GIACOMINO. Tu sai, Pseudonimo mio, se mi son sempre affaticato ne' tuoi commandi; né mai ne feci tanti che non mi fosse restato desiderio di farne de maggiori.

PSEUDONIMO. Né io ho cessato di ricevergli, perché ho sempre avuto desiderio de riservirceli: ché colui che rifiuta i servigi mostra che non si diletta di farne ad altri; ed io resto vinto da tante cortesie, e tanto piú mi sono stati cari quanto che gli ho ricevuti senza dimandargli.

GIACOMINO. Ricordatevi ancora.

PSEUDONIMO. Non bisogna rammentarmi i benefici, né tanti prieghi né tante parole, di forza che mi spingano piú degli oblighi che vi debbo.

GIACOMINO. E sempre dove conoscerò servirvi, ancorché v'andasse la vita, non mancarò mai.

PSEUDONIMO. Queste vostre tanto amorevoli offerte le pagherò ben io con piú efficaci operazioni.

GIACOMINO. Ed or avendo bisogno di fidarmi d'un amico per tormi dinanzi l'ostacolo di Antifilo, ho eletto voi fra i piú cari; poiché in voi concorrono tutte quelle parti che sono necessarie in questo effetto: voi forastiero non conosciuto in Napoli, sagace, accorto, ricco di partiti e da sapersi risolvere in ogni occorrenza; talché stimo sicuramente che voi sarete il principio, mezo e fine d'ogni mio contento.

PSEUDONIMO. Voi non potevate trovar uomo che volesse e potesse servirvi meglio di me: ho animo e rissoluzione. Fate che me si mostri quell'uomo, ché mi confido potervi condurre Altilia in casa vostra.

GIACOMINO. Io non vorrei che confidaste tanto in voi stesso, perché sogliono occorrere nel fatto cose che non si pensano mai: bisogna pensar prima a quello che ne potrebbe occorrere.

PSEUDONIMO. Non bisogna trovar il medico prima che venghi la malatia; né io mi curo di pericoli che siano per avvenirmi, purché di me restiate sodisfattissimo.

GIACOMINO. Ricordatevi i nomi delle persone e dell'osteria e de' segni delle persone.

PSEUDONIMO. So ogni cosa tanto bene che lo potrei insegnare a voi, e occorrendo rispondere ad alcuna cosa che io non sappi, non sarò tanto goffo che non sappia risolvermi.

GIACOMINO. Andiamo verso il Cerriglio, ché lo troveremo. Intanto io andrò rammentando l'istoria, i nomi e i segni delle persone.

SCENA VI.

LIMOFORO, CAPITANO, PEDANTE, GIACOCO.

LIMOFORO. Poiché il Regente ci ha favorito nella giustizia e ordinato che si cerchi la casa di Giacoco, e ritrovandovisi Altilia e la balia, si menino a casa nostra, e Giacomino in Vicaria; se avanzarete di diligenza in esseguir questo mandato, noi avanzaremo nel premio di quel che vi si deve.

CAPITANO. Mostratemi la casa e vedrete ch'io vi servirò di buona voglia e di miglior fede. Ma siate sicuro che Giacoco è un grand'omo da bene.

LIMOFORO. Per questa volta la bontá del padre poco valerá alla cattivitá del figlio.

PEDANTE. Me subscribo alla vostra sentenza.

LIMOFORO. Maestro, mostratici la casa.

PEDANTE. Ecco la malefica, prestigiosa, personata e larvata taberna che parvo tempore, instantulo, si metamorfeo in casa d'un viro probo; che se fosse nell'etá degli errabondi circumvaganti cavalieri di Gallia, direi che fosse un de' palaggi incantati di Amadis de Gaula, ove io con ludibriosa ludificazione, merente e lamentabile, ne fui expulso. Tic, toc.

GIACOCO. Che buoe, capitanio, frate mio, che con tanta auterezza e sobervia e con tanti sbirri vieni a scassar le porte della casa mia, manco se fussemo dello Mandracchio o dello Chiatamone?

CAPITANO. Cosí m'è stato ordinato dal Regente della Vicaria.

GIACOCO. Che bolete, in concrusione?

LIMOFORO. La figlia e la balia di costui.

GIACOCO. In casa mia non c'è autro ca na vaiassella, carosa, coccevannella, cacatalluni; e se ci truovi autra perzona, voglio che de zeppa e de pésole me portate presone.

LIMOFORO. Capitano, entrate e fate l'offizio vostro. Non ti bisogna recalcitrare con la giustizia.

GIACOCO. Ommo da bene mio, che hai a fare con la casa mia?

PEDANTE. Io venendo in Napoli per ospitare al Cerriglio, vostro figlio—o maximum scelus!—ha posto una maschera a questa casa e ne fece un xenodochio, dove lasciai la mia sobole con la balia; poi tornando con le reliquie delle robbe, la taberna evanisce e trovai la mia figlia sincopata.

GIACOCO. Che era deventata copeta?

PEDANTE. Sincope de medio tollet quod epentesis auget. Dico «sincopata», ché avendola lasciata nella taberna, non ci trovai la figlia né la balia: audistine?

GIACOCO. Noi poco avemo abbesogno de sse gramuffe. Ma io non t'aggio fatto accompagnare allo Cerriglio che la cercassi?

PEDANTE. Testor tutti i celicoli e i terricoli che non ce la trovai, et testor quel rutilante sidereo lume ch'io ne rimasi absorto e dementato.

CAPITANO. Padron, qui non son donne, altro che una fanciulla.

GIACOCO. Iate into allo Cerriglio; cercate meglio, ca la trovarite.

PEDANTE. Orsú, drizzamo colá il nostro gresso.

LARDONE. Ecco il Cerriglio; io batto. Tic, toc.

SCENA VII.

TEDESCO, PEDANTE, LIMOFORO, ANTIFILO.

TEDESCO. Got morgon.

PEDANTE. Chiama il dio Demogorgone, bono augurio. Bona dies et annus!

TEDESCO. Che volere, care padrune, de cheste ostellerie?

PEDANTE. Duo verbiculi.

TEDESCO. Non avere vermicoli cca.

PEDANTE. Siam qui venuti con passo celere et pernice.

TEDESCO. Non stare cca pernice né fasane; ire a cheste altre ostellerie.

PEDANTE. Voi conoscete me?

TEDESCO. Si certe: voi stare quel Tutto Merde Stronze de patriarche.

PEDANTE. Io mi chiamo Tito Melio Strozzi gimnasiarca. Non venni iersera ad ospitare in questo vostro ospizio?

TEDESCO. Dico ca mie ostellerie non stare ospitale; e veneste con uno imbriago che se bevé tutte le vine de mie ostellerie.

PEDANTE. Aedepol, maxime verum!

TEDESCO. Bevé vine fauzamiche, scippacapil, moscatelle, trebiane e vine falanghine de Pezzulle; e dicere vui che tutti li vini che finivano in «ano», tutti stare vini eccellenti.

PEDANTE. Sí bene.

TEDESCO. Poi dicere ca volive ire a portare li sopraletti.

PEDANTE. Le suppellettili, dissi.

TEDESCO. E intanto apparecchiasse una cena da fregare.

PEDANTE. Dissi:—Una cena frugale.—Non ti ho lasciato qui due donne?

TEDESCO. Sí bene; e avere aspettate vui tutte le notte senza cena e senza dormire.

PEDANTE. Non fui io qui a prestolar questa mia figlia?

TEDESCO. Voi non avete prestato figlie a me, ma sobole e bálice.

PEDANTE. La mia sobole e balia.

TEDESCO. E tornaste a portar mule e giumente.

PEDANTE. Dissi:—Et alia muliebria indumenta.

TEDESCO. Vui parlare con me d'une linguaggie turchesche, biscaino; e me nit intender.

PEDANTE. Mi dicesti che non v'erano donne, e mi serrasti le ianue nel volto.

TEDESCO. E mi stare ancora mezze imbriaghe, facere brindese con mie compánie, e tutta la notte stare a scazzare.

ANTIFILO. Queste son cose da far diventar pazzo altro cervello che non è il mio! Voi parlate con tutti come se parlaste con i vostri scolari: questo è che vi fa cadere in molti errori; che nuovo genere di pazzia è questo?

PEDANTE. Io non vuo' contaminare e imbastardire il mio mero ciceroniano eloquio, con il vostro vernaculo, della piú eccellente frase che si trova e ornato tutto delle figure di Ermogene.

LIMOFORO. Fate venir le donne.

TEDESCO. Le donne mò venire. Bisogna pagar le ostellerie del vine che si ha bevute quell'imbriago e dell'alloggiamento delle donne.

LIMOFORO. Quanto debbiamo per questo?

TEDESCO. Duie ducate per le vine bevute, mez ducate per la stanza delle donne e mez altre per il buon pro vi fazze.

LIMOFORO. Eccoli.

ANTIFILO. Maestro, come dite che vi sieno state trabalzate le donne, se le trovate nel luogo dove le lasciaste?

LIMOFORO. Non ci ha detto Lardone che Giacomino l'avea ricevute in casa sua, mettendo la sua casa in taberna?

PEDANTE. Io resto absorto e trasecolato: cose da insanire! Ma avendo la mia figlia, son compote d'ogni mio desiderio.

ANTIFILO. Certo, che saranno invenzioni di Cappio; ma pur che abbiamo le donne, non si parli piú del passato.

SCENA VIII.

ALTILIA, LIMA, PEDANTE, LIMOFORO, ANTIFILO.

ALTILIA. O caro mio padre, come m'avete abbandonata cosí sola e con tanto mio poco onore? ché, se non avesse avuta la mia balia meco, m'avreste trovata morta di dispiacere.

PEDANTE. Ecco che non m'ave abbandonata l'opifera speme, che giá era per essalar l'anima! Tanto timor m'avea invaso d'averti smarrita che stimava mai piú vederti; or possedo quanto l'animo mio ha concupito.

LIMA. Senza cena e senza sonno non abbiam mai chiuso occhi per timore.

PEDANTE. Limoforo, secondate a favorirmi, ché «melius est non incipere, quam ab incepto turpiter desistere».

LIMOFORO. Voi entrate in casa mia con le donne e riposatevi, mentre noi andremo attorno col capitano a prender Giacomino che, secondo m'ha referito Lardone, egli è stato l'autore dello strattagemma.

ANTIFILO. Ed io restarò in casa a far compagnia alle donne.

LIMOFORO. Tu vieni meco, ché il maestro ará cura di loro: che come aremo Giacomino in Vicaria, cercheremo come passò il fatto e, trovatolo colpevole, cercheremo il modo come le sia restituito l'onor suo.

ANTIFILO. Ma bisogna si facci il tutto con prestezza, ché Cappio con un'altra nuova invenzione non ce la ritoglia dalle mani.

LIMOFORO. Andiamo.

ANTIFILO. Io in tanto aggiaccio e ardo: aggiaccio per la tema e ardo per la speranza.

PEDANTE. Ite bonis avibus. Figlia, entriamo in casa.

SCENA IX.

GIACOMINO, PSEUDONIMO, PEDANTE.

GIACOMINO. Una bugia ben detta è madre dell'inganno…

PSEUDONIMO. … ed è sorella carnale del verisimile.

GIACOMINO. All'amante è lecito usar ogni inganno e astuzia per conseguir la sua amata.

PSEUDONIMO. L'inganno è tanto verisimile che non mi dispero della riuscita.

GIACOMINO. Veramente le donne sono mirabili nelle invenzioni cattive, come nelle buone non vagliono nulla; e meglio quelle che sovvengono all'improvviso che le studiate.

PSEUDONIMO. «D'inganno e di bugie si vive tutto il die, di bugie e d'inganno si vive tutto l'anno».

GIACOMINO. Di grazia, stiate in cervello che non andiamo per ingannar altri e noi restiamo gl'ingannati; ché l'inganno molto mi preme.

PSEUDONIMO. A me non sol preme ma m'opprime.

GIACOMINO. Pseudonimo, vedete quel vecchio vicino alla porta? quello è desso; accostatevi.

PSEUDONIMO. M'accostarò pian piano. Questa è la casa che m'è stata insegnata? Dimanderò costui; forse me ne dará contezza. O padrone!

PEDANTE. Hem, quid est? domine, quid quaeris? perché infixis oculis e con petulante obtúto mi guardate?

PSEUDONIMO. Se mi sapeste dar nuova d'un Tito Melio Strozza gimnasiarca.

PEDANTE. (Costui non potrá esser se non un gran letterato e mio devoto, sapendo il mio prenome, nome, cognome e officio). Quem quaeritis, adsum.

PSEUDONIMO. Voi dunque sète quel ch'io dimando?

PEDANTE. Quellissimo—un superlativo volgarizato.

PSEUDONIMO. O mia ventura che l'abbi trovato al primo.

PEDANTE. Che prestolate da me?

PSEUDONIMO. Cose d'importanza; né posso dirlevi se non ho prima piú certa informazione della sua grandezza e mirabil sua sapienza.

PEDANTE. (Costui è un gran rettorico, perché al principio capta la benevolenza con le lodi). Non vedete la digna imperio facies? la mia maestosa presenza? e che tutti cominus et eminus mi riveriscono?

PSEUDONIMO. O amatissimo e venerabil Tito Melio Strozza gimnasiarca! In quanto obligo mi trovo: mi trovo in un obligo obligatissimo, obligato in modo senza potermene sciorre.

PEDANTE. Dic, quaeso, di che cosa?

PSEUDONIMO. Che senza altra richiesta m'avete raccolta e allevata una mia figliola, e con tanta diligenza e dottrina che non averei potuto allevarla io che le son padre.

PEDANTE. Chi sète voi?

PSEUDONIMO. Per non tenervi a bada, io son Limoforo, padre di Aurelia che voi m'avete nodrita.

PEDANTE. Voi, voi Limoforo?

PSEUDONIMO. Io, io Limoforo al vostro servigio.

PEDANTE. Di che cognome?

PSEUDONIMO. De' Pignattelli.

PEDANTE. Quanto tempo è che la perdeste?

PSEUDONIMO. D'intorno a dicisette anni.

PEDANTE. Di che etá era la figliuola?

PSEUDONIMO. Di tre anni incirca.

PEDANTE. Avea alcun'altra donna al suo famulizio?

PSEUDONIMO. Una sua balia chiamata Lima.

PEDANTE. Voi come la perdeste?

PSEUDONIMO. Nel tempo della peste di Napoli, io appestato con la mia moglie e figli fummo portati al lazaretto a San Gennaro, dove morí mia moglie e il figlio, e restò la casa sola; e la balia, per timore che non sortisse la medesima sciagura, se ne venne a Salerno.

PEDANTE. Come sète stato tanto tempo a non cercarla?

PSEUDONIMO. Come fui guarito, tornai a casa e la trovai tutta svaliggiata. E perché non era ancor la peste estinta, andai a Surrento mia patria, ove son dimorato molti anni; ritornato, feci ogni diligenza per aver novella di lei o della sua balia. Or avutane novella, son stato a Salerno per ritrovarvi; e m'han riferito che eravate in Napoli nell'osteria del Cerriglio, per passare in Roma; e ora ho inteso ch'eravate a questa casa.

PEDANTE. Sapete alcuni stimmati ch'aveva ella nella persona?

PSEUDONIMO. Nella mano sinistra una ferita che le fe' la balia, cadendole dalle braccia; e un nevo rosso nella destra del collo, che fu gola di sua madre d'una cirieggia.

PEDANTE. Rivolgendomi per le cellule della memoria le cose prima recensitemi da Lima, si conformano con tutte queste: estimo absque dubio che costui sia il suo vero padre.

PSEUDONIMO. Se la balia fosse viva, sarei certissimo che mi conoscerebbe e sarebbe buon testimone della mia veritá.

PEDANTE. La balia è viva; e curriculo l'andrò a chiamare.

PSEUDONIMO. Ma ditemi, di grazia, come Aurelia mia venne in poter vostro?

PEDANTE. La balia, fuggendo da Napoli, venne a Salerno ad alloggiar vicino alla mia casa. Io veggendo quella puellula di precellente figura, con una cesarie aurea, con cincinni capreolati e vertigini errabondi, d'una preclara indole che mi presaggiva la nobiltá del suo sangue, mi rapí ad amarla e nodrirla come propria mia figlia.

PSEUDONIMO. Io mi sforzarò pagarvi le spese fatte in quanto posso; ché son certissimo che, per pagarvi l'amor con che l'avete allevata, non sarei bastante pagarlo mai, se non con obligo di avervi a servir mentre son vivo.

PEDANTE. Io non vo' altri riscontri che sia vostra figlia; e ve la ritorno volentieri, per essere io di genio molto alieno dalla natura muliebre; e avendo a conferirmi in Roma, mi sarebbe molto incomodo condurvi donne; né essendo cumulato de' beni della fortuna, come potrei dotarla?

PSEUDONIMO. Io non so se sogno o se son desto, poiché conseguisco cosa, in un punto, che ho desiderato dicisette anni. Di grazia, chiamatela ché la veggia, ché ogni momento mi par mill'anni.

PEDANTE. Lima, Lima, vien qui con Altilia.

SCENA X.

LIMA, ALTILIA, PEDANTE, PSEUDONIMO.

LIMA. Che commandate, padrone?

PEDANTE. Chiama qui fuori Altilia.

ALTILIA. Eccomi, che commandate, padre?

PEDANTE. Lima, conosci quel gentiluomo?

LIMA. Mi par di conoscerlo e di non conoscerlo. Giá mi par di conoscerlo; ma non so dove… .

PSEUDONIMO. Mirami bene.

LIMA. Or lo raffiguro assai meglio. O Cielo, questo è Limoforo mio antico padrone!

PSEUDONIMO. O Lima, ch'io subito in vederti t'ho riconosciuta!

LIMA. O padron caro, lascia che ti baci questi piedi e queste mani.

PSEUDONIMO. Lascia che mi consoli un poco con mia figlia.

PEDANTE. Altilia, riconosci il tuo vero padre?

ALTILIA. Io mai ebbi altro padre che voi.

PEDANTE. Io son stato tuo padre equivoco; questi è tuo padre univoco.

PSEUDONIMO. Figlia, non posso piú tenermi che non ti abbracci. O figlia ritrovata a tempo, quando meno sperava di ritrovarti!

PEDANTE. Figlia, questo è quel tuo vero padre qual io stimava morto di peste.

ALTILIA. Padre, se non son venuta tosto a farvi riverenza, è stato che io ho sempre stimato che costui fosse il mio vero padre.

PSEUDONIMO. Lascia che t'abbracci un'altra volta, o cara figlia.

ALTILIA. E ch'io di nuovo ti baci le mani, o mio carissimo padre.

PEDANTE. O che lacrime stillanti dagli occhi per tenerezza!

PSEUDONIMO. Questo mi par incredibile, e pur è possibile per mia ventura, carissimo Tito Melio. Io non veggio mai l'ora di portarmela a casa e consolarmi pienamente con lei; però datimi licenza, ché fra due ore sarò con voi: ragionaremo del merito, e dell'obligo che vi devo, e degli amorevoli offici prestiti a mia figlia, acciò prima che partiate di qua per Roma, conosciate la mia affezione. Vi prego che mangiamo insieme questa mattina in questa casetta, la qual da oggi innanzi sará piú vostra che mia.

ALTILIA. Padre mio, non mi abbandonate e non mi private di voi cosí presto. Desidero che oggi ci riveggiamo insieme, e rendervi le grazie di tanti favori e grazie che in tanto tempo m'avete fatte in casa vostra.

PEDANTE. Silenzio; faciam. Andate, ch'oggi ci rivederemo; ché vuo' dar conto a questi gentiluomini che m'han tanto favorito, di quanto è successo.

PSEUDONIMO. A rivederci.

PEDANTE. A rivederci.