SCENA IV.

CAPITANO, GIACOMINO, PEDANTE, LIMOFORO, PSEUDONIMO.

CAPITANO. Limoforo, eccovi Giacomino che, senza ch'io lo meni prigione, egli da se stesso viene ad imprigionarsi.

GIACOMINO. Io non vengo qui a scusarmi, ma vengo a ricever castigo della mia colpa, se lo merito; se non, perdono e cortesia.

CAPITANO. Limoforo, se non volete aver pietá di lui, abbiatela di suo padre: usateli qualche cortesia.

LIMOFORO. Ma che cortesia potrá sperar da me, s'egli m'ha offeso nell'onore, ché so che questa notte non avrá dormito? Mi dispiace nell'alma d'usargli discortesia. Ma ditemi, che ho da fare?

GIACOMINO. Eccomi a pagar quell'offesa con quel pagamento con che soglionsi pagare simili offese.

LIMOFORO. Ditemi questi pagamenti.

GIACOMINO. Io dal primo giorno ch'io vidi la bellezza, l'onestá, i costumi e un tesoro di tanti meriti e di tutte le grandezze della natura in vostra figlia, feci un fermo proposito, averla per moglie; né mai mi cadde pensiero contaminar la candidezza della sua onestá d'una minima macchia; e or disprezzo e aborrisco la vita avendo a viver senza lei, e son tutto disposto e confirmato in questo pensiero, che o mi la concediate per isposa o che m'ammazziate qui or ora. Eccomi qui genocchione, eccovi il petto e la gola: prendete quella vendetta che vi piace. E se forse vi par che per nobiltá o ricchezza non ne sia degno, ne sono almen degno per il grande amor che le porto.

LIMOFORO. Giacomino, converrebbe che voi perdeste la vita in pago di tanto ardimento; ma questo libero procedere con me fa che con voi ancor liberamente proceda: come avete voi del grande in cosí grande eccesso, cosí voglio io ancora aver del grande in perdonarvi; e come uomo che stimate l'onor mio, cosí voglio ancor io stimar la vostra vita.

GIACOMINO. Ed ancora io voglio aver del grande: di cotanto perdono restarvene in tutta la vita obbligatissimo.

LIMOFORO. E vo' che ancora voi abbiate del grande in perdonare a me, che abbi commandato a prendervi prigione; ché, or sapendo le rare qualitá che in voi sono, come gentiluomo di onor che sète, considerate che in cosa dove vi sia l'onore, non si porta rispetto a persona alcuna.

GIACOMINO. Ma che non fa amore? rompe le leggi, supera ogni difficoltá e fa che non si miri a nulla.

LIMOFORO. Capitano, lascia costui e lega quest'altro che, avendo usurpata la mia persona, per cotal mentita merita un degnissimo castigo.

GIACOMINO. Carissimo Limoforo, poiché avete perdonato la mia offesa, convien anco perdonar l'offesa di colui che v'ha offeso per mia cagione. Questo mio caro amico ha posto la vita e l'onor suo in periglio per aiutar me; il quale, per posseder per moglie la vostra amatissima figlia, m'ha servito per istrumento quando io avea posto in disperazione la terra per non perderla.

LIMOFORO. Poiché l'ingiuria che m'ha fatta è riuscita in mio grandissimo onore, e ho conosciuta la mia carissima figlia, come cagione della mia felicitá vo' che se gli perdoni. Capitano, liberate quest'altro che vo' che non solo sia libero ma che ancor mi sia carissimo amico, perché non è piccola cosa aver un tal per amico né aver un tal per inimico.

PSEUDONIMO. Io non so se tanto debbo vergognarmi delle cose passate quanto rallegrarmi delle cose presenti. Ma come potrò mai sciorme di tanto obligo dove oggi m'avete posto? Io me ne vo con un monte d'obligo sopra le spalle, pregandovi mi porga occasione di tormelo da dosso; mi parto.

PEDANTE. La dolcedine delle recensite parole di tutti m'hanno invaso di tanta tenerezza che giá succresce il foco che m'avevano acceso negli inflammabondi precordi.

GIACOMINO. Ma in tanti oblighi ch'io v'ho non isdegnate che vi s'accresca quest'altro, di venir a mio padre per impetrar da lui grazia ch'abbi passati e rotti i confini dell'obedienza, e dargli questa ultima sodisfazione di aver tolto moglie senza sua licenza.

LIMOFORO. Faccisi quanto s'estende il mio potere in servirvi. Andiamo a vostro padre.

GIACOMINO. Eccolo che vien fuori.