SCENA V.

LIMOFORO, GIACOCO, GIACOMINO, PEDANTE.

LIMOFORO. Giacoco, presentiamo vostro figlio dinanzi a voi, acciò voi ne siate giudice d'aver a punirlo o liberarlo.

GIACOCO. Io no saccio la cosa commo è iuta: sciarvogliatemi lo gliuómmero dallo capo, ca po ve responderaggio.

LIMOFORO. Vostro figlio a tempo che studiò a Salerno, s'innamorò di mia figlia stimata allora figlia d'un maestro di scuola; e sapendo ch'oggi veniva in Napoli per passare in Roma e che doveva alloggiare al Cerriglio, trasformò la vostra casa in taverna con l'aiuto d'un suo servitore chiamato Cappio, …

GIACOCO. Chisto è lo cunto dell'uorco!

LIMOFORO. … dove fe' alloggiar mia figlia. Voi poi tornando da Posilipo, bisognò che la taverna mutasse faccia; e venendo il maestro poi per alloggiar con la figlia, lo scacciar da casa con occasione; e restò mia figlia sola e sola con vostro figlio: ben sapete che il diavolo mai dorme. Io sapendo questo fui al Regente della Vicaria; ebbi ordine si cercasse la casa vostra e si pigliasse prigioniero vostro figlio, se ne facesse atto publico, né si procedesse alla consueta e solita giustizia. Ecco, lo poniamo a voi, prigione; sappiamo quanto siate uomo da bene: giudicatelo voi, ché ne restaremo tutti contenti della vostra sentenza.

GIACOCO. Patrone mio, Bossignoria co ssa cera d'emperatore m'ave affattorato, e me potite commannare a bacchetta. Considerate ca no aggio autro figlio che chisso, ca è stato lo cacanidolo di tutti li figli mei.

LIMOFORO. Né io ho altra figlia che costei.

GIACOCO. Iacoviello mio, cheste negregate cose ca me fai ntennere, me spertosano lo core. Ih, sse belle cose! Io pensava ca tu studiassi a Ribando; mò abbesogna che studia a Paolo che te castre, a far le biscazze. Che se ne puozza scendere commo a fiore de cocozza!

GIACOMINO. Padre, ho errato, lo conosco; ma se miraste la bellezza, l'onestá e i nobili costumi d'Altilia, ivi vedreste la colpa e la discolpa dell'error mio; e in questa elezione son stato piú fortunato che saggio.

GIACOCO. Poiché le cose passate non ponno tornare dereto, abbesogna remediare lo meglio che se pote. Io lo remetto a Bossignoria; e la supplico ca, se isso ha mancato de descrizzione, Bossignoria, faccia mescoliata mia!, non mancate de compassione.

LIMOFORO. Io non son per mancargli di compassione se non mi si mancherá di dovere da vostra parte: ben sapete le sodisfazioni che si cercano in simili offese.

GIACOCO. Bella faccia mia, te puoi nformare in chesta cittate ca dintro lo parentato mio no nc'è quarche chiavettiere o sosomellaro; se no te sdigni d'apparentare co mico, io te lo do pe schiavuottolo ncatenato. Iacoviello, figlio mio, io voglio ca te nzuri a gusto toio, pur che essa sia femmena onorata e te dia buona dote.

GIACOMINO. Padre, troppo sarebbe cara l'onestá, se l'onestá di tutte le donne fossero come l'onestá d'Altilia mia.

GIACOCO. Parlammo mò della dote, che è la ionta dello ruotolo; ché l'oro nnaura e noropella tutti li defietti delle mogliere, che se fosse brutta, desonorata, sopervia e fastidiosa, l'oro la fa parer bella e complitissima.

LIMOFORO. Io li darò dote quanto saprá dimandarmi, che non ho altra figlia.

GIACOMINO. Ed io troppo torto farrei all'infinito tesoro delle sue qualitá, se cercasse altra dote che la sua persona: poco o nulla è la mia qualitá al suo gran merito.

GIACOCO. Ti dico che ne zeppolie ssa bona dote, che è autro che bellezzetudine.

GIACOMINO. Padre, per questa disubedienza che ho fatto in aver preso moglie senza vostra ubedienza, l'emendarò con una continua osservanza di servitú e di amore fin alla morte; e il medesimo a mio suocero: ma tanto piú grande quanto meno conosco di meritarla.

GIACOCO. Iacoviello mio, co ssa mostra d'affezione e con cheste parole nzuccarate, m'hai addociuta la collera che m'avea nzorfato lo core. Io te fo erede di tutta la mia robba che val piú di quarantamila ducati.

LIMOFORO. Veramente in questo amore s'è portato troppo da leggiero.

GIACOCO. No se rascione chiú delle cose passate; perché ognuno vuole scusare le sue rascioni e accrescer quelle del compagno, e cosí l'ingiurie si vengono a rinfrescare: da mone nnante non se ne parle chiú.

GIACOMINO. Padre, m'avete a fare un'altra grazia, di perdonare a Cappio, perché io l'ho sforzato a fare quanto s'è fatto. E se Pseudonimo falsificò la sua persona, tutto fu per mia cagione. Né si può dire inganno, anzi tutto è stato fatto per forza d'amore: onde poi è riuscito in cosí buon successo che Limoforo abbi ricuperata la sua figlia, Antifilo non abbi preso per moglie la sorella, il maestro libero di non aver a dotar e maritar la figlia, anzi ricevuto il compenso delle sue fatiche, e io arricchito di cosí gran tesoro.

GIACOCO. Si perdoni a tutti, che nquesta commune allegrezza non resti
alcun discontiento; se bene è stato no piezzo de catapiezzo d'aseno.
Pedante. «Mihi gaudeo, tibi gratulor»—disse Cicerone,—o mi
Iacobule, del mirifico amore portato alla mia sobole.

GIACOCO. Figlio, chiama la mogliera toia, ca poi che avimmo stancate l'orecchie in ausoliare le virtute soie, si rallegrino gli uocchi di vederela.

SCENA VI.

GIACOCO, GIACOMINO, ALTILIA, PEDANTE, LIMOFORO, ANTIFILO.

GIACOCO. O che bello piezzo de femmena, o che uocchi cennarielli, o che faccia vasarella, o che bocca cianciosella, o che labri mozzicarielli, o commo è iocarella e broccolosa! Iacoviello mio, la state chesta te fará frisco commo na rosa e d'invierno t'a tiene pe na coperta. E perché non la basi? non bidi ca chella bocca dice: basame, basame?

GIACOMINO. Padre, la bacio mille volte per ora con la bocca del core.

GIACOCO. Iacoviello mio, appiendi na cepolla squillitica alla fenestra soia e pastenace la valleriana, che no ce pozzano le ianare per la nvidia. E tu, Aurelia mia, ama Iacoviello mio, ca la bellezza toia l'ha tanto spertosato lo core che ne sta tutto scarfato e spronamentato.

ALTILIA. Egli non è mal cambiato di amore; ché non tanto egli m'amò con buona intenzione, com'io l'ho amato con buona volontá.

GIACOMINO. O vita mia, se morisse ora, morrei contentissimo per morire in tanta gioia, accioché il mondo con le sue aversitá non ci meschiasse poi il suo amaro, come suol far spesso nelle cose d'amore.

ALTILIA. Ed io vorrei morir mai per godermi di sí compita felicitá.

GIACOCO. Orsú, pozza essere alla bon'ora.

GIACOMINO. O giorno felicissimo e chiaro, che sei nato da cosí oscura e infelicissima notte!

ANTIFILO. O sorella, quanto devi ringraziare il Cielo che mi fosti cosí disamorevole e ingiuriosa con tanti improperi; ché se benigna mi fosti stata, avendoti poi riconosciuta per sorella, mi saresti stata amara e acerbissima: e chi può opporsi a' gran secreti del Cielo? Onde le speranze dell'amor mio fin qui nodrite nel core, or che sorella mi sei, mi sono in tutto e per tutto spente e sparse via.

ALTILIA. Fratello carissimo, or si spenga l'amor della carne e da oggi innanzi divenghi amor di sangue.

PEDANTE. Antiphile mi, tarde venisti.

LIMOFORO. Figlia, sei stata tanti anni senza padre; or in un punto n'hai acquistati tre: l'un vero che son io, l'altro falso che s'era fatto me, e il maestro che t'ave allevata come padre.

ALTILIA. Poiché io non posso esser figlia se non d'un padre, amerò voi con quel vero amore che dee amare un'amorevole e obedientissima figlia; il maestro che m'allevò con tanta caritá e affetto paterno, l'amerò con un perpetuo obligo di servitude; il finto padre, come istrumento della mia felicitá, l'amerò con amor verissimo e non finto.

LIMOFORO. Maestro mio, per riservirvi in parte l'obligo grande che vi tengo di avermi allevata la mia figlia con tanto dispendio e amore, restarete in casa mia, voi e la balia: ove sarete padroni come son io, e sarete serviti e amati con quell'amore ch'avete amata e servita la figlia mia, mentre che viverete; né vi sia bisogno piú di gir a Roma, che giá sète in etá di riposarvi e no straziarvi per viaggio e nelle letture, e vi servirá mia figlia come v'ha sempre servito.

PEDANTE. Maximas vobis ago gratias.

GIACOCO. Iacoviello mio, veo ca d'allegrezza no capi dintro la pelle, e stai cannapierto a mirare sta faccia strellecata e lenta e penta de mogliereta, e te par mill'anni di parpezzare no poco e darli quattro vasi a pizzichini e farle quattro bruoccole. Trasitenne e mprenamella sta notte a no bello nennillo.

GIACOMINO. Poiché le ricchezze che non si spendono nei bisogni, sono miserie e povertadi, però vorrei invitar tutti questi questa sera a casa nostra.

GIACOCO. Perdòname se te spezzo parola a bocca, ca non ce voglio spendere manco na spagliocca: chisse ne reppoleiano na mangiata e nui restammo affritti e negrecati.

GIACOMINO. Mi tengo a grande incontro non invitarli.

GIACOCO. E nui facciamole na bona nzalata, no pignatto de foglie torzute, no sanguinaccio e na meuza zoffritta.

PEDANTE. Or che siamo tutti alacri e ridibondi, chiaminsi i musici, e con sibili tonanti e con belle circumvoluzioni di choree s'onori questa copula matrimoniale.

GIACOMINO. Sí bene, chiamiamo suoni per i balli.

GIACOCO. Basta no vottafuoco, na cètola, no calascione e no zucozuco.

GIACOMINO. Ci rimediarò ben io.

GIACOCO. Auscutatori miei, perché site perzune da bene e me date onore per le vertude vostre, veo ca ve ascevolite de famme. Per darve sfazzione, se volite venire a ciancoliare co nui cosí auto auto, a primo vi cacciarimmo innanzi dui uocchi de tunno, poi vi cacciarimmo lo fecato, le stentine e lo core de puorco, e ve arrostarimmo dintro no furno na bella porcella, e vi friarrimo dintro na tiella na bona frittata, e vi bollerimmo dintro no pignatto na foglia maritata, e ve menozzarimmo tutta la carne co la mostarda, e allo dereto ve annegarimmo dintro votte de vino; tal che ve ne iarriti alle case vostre tutti senza uocchie, fecati, stentine e pormoni, arrostiti tutti e bolliti, menuzzati e annegati.

PEDANTE. Spectatores, valete et plaudite.