SCENA V.
GIACOMINO, ALTILIA, LIMA, CAPPIO.
ALTILIA. Il Ciel vi dia ogni contento, anima mia.
GIACOMINO. E che maggior contento potria darmi la sorte che darmi voi?
ALTILIA. E vi sia sempre lieta e propizia ogni stella.
GIACOMINO. E qual piú gioconda e graziosa stella poteva oggi appresentarsi agli occhi miei? il cui splendor ne' suoi begli occhi con benignissimi aspetti influiscono nell'anima mia tante felici e sovraumane dolcezze e preziose rugiade di gioie, che vagheggiandole non posso conoscere qual sia maggiore, o lo splendor de' suoi raggi o quel ferventissimo fuoco che apporta seco; o qual sia piú la gioia di mirargli o l'ardor che ne succede, che non so come l'angustia del mio petto lo possa capire e ne possa godere insieme tante felicitadi.
ALTILIA. E qual piú chiara luce poteva oggi rappresentarsi all'anima mia, nel cui lampeggio arde la piú chiara sfera del cielo? O vita dell'anima mia, o vita dell'anima mia!
CAPPIO. State in cervello, padrone, che le sue parole son pregne di sostanza: è figlia di mastro ed è una dottoressa che l'impatta a Platone—ed ha le veste e tele.
GIACOMINO. Ma che posso rispondere, s'alla tua presenza me si liga la lingua, stupefanno i sensi e in me stesso muoio? Le mie parole sono semplici, come m'escono dal cuore, solo avvivate dal desiderio del mio cuore. Bisognaria che avessi la sua dolcissima lingua in bocca per poterle ben rispondere.
ALTILIA. A tanto amore non so come rispondere; non posso altro, in ricompensa, che donar me stessa a voi: e voi amando me, non amate me, ma una cosa vostra; né io son piú padrona di me stessa, ma sono una guardiana delle cose vostre.
GIACOMINO. Ed io abbissato nel centro del mio niente, come posso pagar cosí gran dono? perché se possedessi la monarchia del mondo, non tanto potria donarvi che non restasse piú di quel che dato avessi. Troppo è grande la vostra bellezza, troppi sono i meriti dell'onore, della saviezza e di tante altre sue leggiadrissime parti, che partite in molte donne, molte se ne arricchirebbono: basta dir solo che in voi sieno tutte le grazie, costumi e bellezze che si trovano sparte in tutte l'altre, e che in voi sola la natura ha voluto mostrare l'eccellenza del suo valore.
ALTILIA. Vorrei che poteste ascoltar quello che nel silenzio della lingua desidera palesargli il core: che se vi è pur alcuna cosa di buono, tutto vien da' raggi del tuo sole che m'indorano tutta; da quello viene ogni mio bene. Ma ditemi, cor mio, come avete sopportata l'assenza di tanti mesi che non m'avete veduta?
GIACOMINO. In questa assenza ho provato di quelle crudeli e acerbe passioni che sanno far provare i vostri meriti. Ma pur in cosí infinito dolore m'ho meritato e guadagnato il premio della costanza e del valor della mia fede. Ho arso e bruciato bensí, ma in quelli miei incendi ho trovato quello alleggiamento che m'ave apportato la speranza di aver presto a rivederla, sperando che quegli occhi che mi avevano aperto il fianco, quelli poi avessero a risanar le mie piaghe. E voi, cor mio, come l'avete passata?
ALTILIA. Io rapita nel pensiero delle vostre qualitá rare e inimitabili, ho pasciuto l'intelletto di certo inusitato diletto che solo m'ha sostenuto in vita, e fra cosí dolci inganni ingannando me stessa, ho passata la vita mia; né so che altro rispondervi che tutte le parole che devrebbono uscir dalla mia bocca, tutte escono dalla vostra.
GIACOMINO. Che dici, o fidelissima ministra de' nostri secreti amori?
LIMA. Che il Cielo stringa e conservi stretto cosí bel nodo d'amore, che non sia per sciorsi giamai.
GIACOMINO. Non si sciorrá ben certo, ché non è il maggior ligame nell'amore che la somiglianza de costumi; onde il nodo è cosí strettamente ordito per le mani d'Amore che non bastará sciorsi dalla morte.
LIMA. Ma poiché sète patti e contenti, ricevete l'un dall'altro il premio di tanto amore.
GIACOMINO. Ma perché trattengo me stesso, dove la voglia mi sferza e mi sospinge?
CAPPIO. A me par sciocchezza perdere il tempo in belle parole, che si potrebbe spendere in uso piú desiato e gradito: avete poco di tempo, e quel poco che avete ve lo torrá il ritorno del mastro or ora.
LIMA. Giacomino, ve la do in podestá: vi prego a serbar con lei quel decoro che si conviene alla qualitá vostra e al suo onore.
GIACOMINO. Anima mia, dal tempo che v'ho amata, v'ho amata sempre da sposa, ché tal mi pareva che meritassero le vostre parti; io per sposa v'accetto se ne son degno.
LIMA. Or andate a riposarvi, o bella coppia d'amanti e sposi.
CAPPIO. Anzi a faticar piú che mai.
SCENA VI.
LIMA, CAPPIO.
CAPPIO. Lima, quei si vanno a godere, e noi vogliamo qui far la saliva in bocca?
LIMA. Il tuo amore è come quello degli asini, che non dura se non la primavera; ma dimmi, che hai apparecchiato per darmi?
CAPPIO. Il fuso per la tua conocchia e il pistello per il tuo mortaio; ché se non hai il pistello, come vorresti far la salsa, e se ti mancasse il fuso, come vorresti filare? E tu che m'hai apparecchiato?
LIMA. La berretta per il tuo capo e la lanterna per la tua candela; ché non aresti con che coprirti il capo quando piove, e non avendo lanterna, il vento ti smorzarebbe la tua candela.
CAPPIO. Orsú, entriamo ad accenderla; va' prima e ponti in ordine.
LIMA. Noi stiamo sempre in ordine; ponti a ordine, e per non farmi aspettare, entra innanzi tu o vienmi dietro.
CAPPIO. Entriamo, ché innanzi o dietro, poco m'importa.