SCENA IV.
PEDANTE, ALTILIA, LIMA, LARDONE, CAPPIO.
PEDANTE. Deo gratias. Giá siamo pervenuti all'antica Palepoli e moderna Napoli, uberrimo seminario degli oci e delle delizie. Salve o terque quaterque bella Napoli!
ALTILIA. Oh che gentil Napoli! veramente piú bella e piú magnifica assai di quel che il mondo ne ragiona. Questo è il perpetuo nido di gentilezza, la reggia d'Amore che ha lasciato il suo Cipro per abitare in Napoli; questo è il palaggio delle grazie, riposo de' miei pensieri, ricetto delle mie speranze. Oh, come par che qui il sol piú chiaro risplenda che altrove! oh, quanto goderebbe il cor mio se non avesse a partirmi di qui mai!
LARDONE. Oh come biancheggia il grasso in quei quarti di vitella! oh come gialleggiano quelle groppe de capponi, e come corporeggia quel rosso su le liste del bianco in quei presciutti, come carboneggia quel nero fra quelle reti di fegatelli, come pavoneggiano quelle provature fra quei riccami di salsiccioni!
PEDANTE. Oh tu come asineggi e bufaleggi fra queste tue ingordigie!
LARDONE. O fegadelli, trofei della mia fame! o salami, spoglie de' miei trionfi! o ricotte, o provature, gloria delle mie vittorie! o porchetta, come ti darei la man dritta passeggiando meco!
PEDANTE. Oste, oh con quanta venerazione venemo a te lietabondi e gratulabondi!
LARDONE. Domine magister, e io affamabondo e bibebondo!
CAPPIO. Ben venute le Vostre Signorie! par di vere ca mi voler far scazzar: ponere le cappelle en teste. Ma mi nit intender quel «famabonde» e «bibebonde».
LARDONE. Dico che vengo per disfamare l'affamata affamatagine del famoso mio affamamento.
PEDANTE. Oste, nomina desinentia in «bondo» significant at tum come «moribondo» e «gemebondo», cioè, idest cum maxima voluntate moriendi et gemendi.
LARDONE. Quanto dice in gramuffa, tutto viene dalla saviaggine e dalla sua litteratumma.
PEDANTE. È questo il xenodochio del Cerriglio?
LARDONE. Domine ita, non videbis quantum fegadellos, pullos, picciones e salsicciones?
PEDANTE. Lardone, andiamo per i supellettili.
LARDONE. Domine nonne; bisogna prima assaggiare i vini, apparecchiarsi da cena, e poi tornare a dietro per le robbe.
CAPPIO. Lassa faghe a mi: provi cheste pottagie falsamico, scippacapelli e moscatelli.
PEDANTE. Refiuto questi nomi infandi e nefandi di «scippacapelli» e «falsamico».
CAPPIO. Patrone, cheste… cheste «falseamiche» star tanto dolce che, quando se beve, ti pensare che ire in curpe; no, va alle gambe a fare sgambette e cadere in terre. «Scippacapelli» stare tant gagliarde, ire al capo, e pare che scippe i capelli.
PEDANTE. Dictum hoc per antonomasiam.
LARDONE. Detto per cornamusa.
PEDANTE. Lardone, tu sei cervello ottuso, apri il bugio dell'orecchie.
«Antonomasia» è nome greco: «antos» vuol dir «contra»; «onoma
onomatos» vuoi dire il «nome»: quasi, idest «contra nomen».
«Scippacapelli», dolce che va fin a' capelli.
CAPPIO. Mi non intender, signor d'ottobre.
LARDONE. E tu intendi a me, che son signor novembre. Fa' che assaggi tutti i vini e prima il scippacapelli.
CAPPIO. Eccolo, che star mirando.
LARDONE. Miro questo mirabil vino come schizza, brilla e saltella da se stesso; mostra la schiuma, poi la risolve in perle grandi, poi in piú picciole e le picciole in nulla. O che bevanda celeste piú che nettare e pania che inveschia!
PEDANTE. Accelera il bere.
LARDONE. Non son questi vini da bersi subito, ma prima farci un pochetto l'amore; poi accostarselo alla bocca pian piano con una maestá grande, poi con una regal riverenza sporger le labra fuori e gire ad incontrarlo, torne un saggio e darlo alle prime labra; poi un altro che ne bagni la lingua e il palato, poi spargerlo per tutta la bocca, e succhiarlo a poco a poco e non traboccarlo giú nel ventre come fusse una medicina; e bevuto che n'arai un bicchiero, sta contemplando la battaglia che fan le membra, che tutte vogliono esser le prime a gustarlo: il cuor, primo, ne cava la quinta essenza, il polmone tutto se ci tuffa dentro, le budelle se ne riempiono e la milza all'ultimo se ne succhia la parte sua. All'ultimo ti fa' una succhiata de mostacci ammolliti nel detto liquore, perché ti servirá per una seconda bevuta, per un sciacquadente.
PEDANTE. Presto, che stai addormentato sul bicchiero.
LARDONE. Metti pian piano il vino, di grazia, per vita tua, ché vorrei piú tosto sparger tutto il mio sangue che n'andasse una goccia per terra. Questo è vino d'una orecchia.
PEDANTE. I vini dunque sono auriculati?
LARDONE. «Vin d'una orecchia» è quello che è eccellente, che quando l'hai bevuto, va in testa e inchini la testa sopra alla spalla; ma quando si scuote la testa dall'una parte all'altra, è segno che non val nulla. Oste, poni dell'altro vino.
PEDANTE. Che rumore è questo che fai con la gola, glo glo, quando ingiotti?
LARDONE. Lo fo accioché il vino cali a poco a poco; e quel «glo glo» son le trombette, i pifari e i tromboni con i quali io l'onoro. Questo come si chiama?
CAPPIO. Malvasia.
PEDANTE. Lascia questo, ché il nome t'addita che è malvaggio.
LARDONE. Anzi il contrario; ché «malvasia» non dice che sia malvaggio, ma dice: «mal, va' via», perché egli ti pone la sanitá nel corpo. E questo?
CAPPIO. Lacrima.
PEDANTE. Cattivo augurio: annunzia lacrime e pianto.
LARDONE. Dicesi «lacrima», ché per la sua gagliardía ti fa venir le lacrime agli occhi.
PEDANTE. Lardone, vorrei che tu libassi i vini e non ne ingurgitassi nella voragine del tuo ventre le cotile, le exabasi, gli acetabuli, i gutturni, i cantari, l'anfore, le paropsidi e i ceramini intieri intieri: hai bevuto per sei tedeschi.
LARDONE. Lasciamo «quae pars est» e nomi da scongiurar gli spiriti.
PEDANTE. Tutti son nomi significativi ch'esprimono le forme di quei vasi. Oste, hai tu del cecubo, dell'amineo e de' «spumantia vina Falerni»?
CAPPIO. Non intendere vostre linguagie.
PEDANTE. N'hai del cecubo di Pozzuolo, dell'amineo di Vesuvio e del razente de' monti Falerni?
CAPPIO. Aspette ne poche a io, che te porte le falanghine de Pezzulle, greco vesuviano e del trebiano.
PEDANTE. Nomina desinentia in «ano» maximam dulcedinem significant et mihi summopere placent. Andiamo per i supellettili.
LARDONE. Come posso partirmi, se queste porchette infilzate mi tengono incatenato, né posso distaccar la vista da questi salami, pollami? lasciatemi far un altro poco l'amore.
PEDANTE. Dii talem avèrtite pestem, o sarcofago, o lupus luporum, o asine asinorum!
LARDONE. Io asino e tu un bue, siamo bene accoppiati!
PEDANTE. Tabernarie, io non cerco lauti obsòni né tanti pulpamenti, ché non ho quadranti da spendere. Una cena frugale.
CAPPIO. Tas teich Gotz: te venghe le cancarelle, volere essere fregate!
LARDONE. Oste, al tornar mi farai trovar apparecchiato un piatto di ravioli e di maccheroni strangolatori, tanto l'uno. Per Altilia uno di questi salsicciotti, che non è avvezza a mangiarne ancora. Tu, Lima, attáccati a questi salsiccioni, che so che ti piacciono.
LIMA. M'appigliarò al tuo consiglio.
CAPPIO. Tutte cheste cose trovare apparecchiate.
LARDONE. Ma sopratutto il presto sia in capo della lista, che importa piú di tutto; ché non è peggio aver fame e stare aspettando a tavola. Se ci farai una minestra di trippa grassa, mettici della menta e zaffarano; che se per disgrazia non fosse ben netta e sentisse della madre, se è verde, abbiamo iscusa che sia la menta, se gialla, il zaffarano.
CAPPIO. Tornare presto a cca.
LARDONE. Quelle groppe pelate e grasse di quei capponi mi farebbon volare, non che trottare, e m'han posto in tanto appetito che sarei per mangiarmele crude.
PEDANTE. Andiamo, che fai?
LARDONE. Oste, riempi il ventre di questa porchetta di ficedole, tordi e altri uccelletti che, aprendo il ventre, si cavino ad uno ad uno, come uscivano i greci dal ventre del cavallo di Troia; fa' che si cuoca col suo succo e con quella sua crostina tenerella. Ahi, che non vorrei mai perderla di vista!
PEDANTE. Galante innamorato! altri amoreggia con le donne, egli con li animali morti. Teutonice, potremo lassar qui le donne sole?
CAPPIO. In cheste nostre ostelerie alloggiano vecchie fámine e con merdate.
LARDONE. Ti sia dato al mustaccio.
PEDANTE. Requiescite e date pausa alla lassitudine; fate che si prestoli la cena, ché da un pauculo di tempo tornaremo.
LARDONE. Avertite, non mangiate senza noi.