SCENA II.
CRICCA, GUGLIELMO.
CRICCA. (O Dio, che cosa veggio? or non è questo il vignarolo transformato in Guglielmo, la cui figura cosí perfettamente rappresenta il figurato che non saprei discernere s'egli fosse il vignarolo o il vignarolo lui?).
GUGLIELMO. (Veggio uno che si maraviglia del mio ritorno: forsi che, stimandomi morto, si maraviglia che cosí insperatamente gli comparisca dinanzi).
CRICCA. (Oh mirabil possanza delle stelle, oh mirabil arte di astrologia, or chi di questo non s'ingannasse? Guardatevi, mariti che avete le donne belle, ché i loro innamorati sotto la vostra forma si godono di loro; guardatevi, ricchi, perché possedete tanto oro, argento, gioie e danari in casa, ché i ladri trasformandosi nella vostra effigie vi aprono le casse e vi togliono i danari: or sí che ogni uno può venire al sicuro ladro di quello che vuole).
GUGLIELMO. (Mi ricordo averlo visto e ragionato con lui piú volte; ma non posso ricordarmi chi sia).
CRICCA. (Vorrei burlarlo un poco; ma mi par Guglielmo tanto naturale che non ardisco).
GUGLIELMO. (Giá mi sovien chi sia). O Cricca, che tu sia il ben trovato! Come sta Pandolfo mio amico?
CRICCA. Mi rallegro dell'accrescimento del vostro stato: che di padron che vi sia Pandolfo, or vi sia divenuto amico.
GUGLIELMO. Che dice il mio caro Cricca?
CRICCA. Che siate il bentornato da lontano paese, ché giá sommerso nel mare vi avevano pianto per morto!
GUGLIELMO. Posso dir che sia renato: fu tanto periglioso il mio naufragio!
CRICCA. (Ah, ah, mira il goffo con quanta grazia e prosopopeia ragiona: or che potrebbe piú dire o far l'istesso Guglielmo?). Oh che il cancaro ti mangi!
GUGLIELMO. Or questo è un cattivo modo di procedere: tieni le mani a te e parla con piú riverenza: con chi pensi trattare?
CRICCA. (Mira questo furfante, che in corpo, in anima si pensa essere transformato in Guglielmo! fa sí come io non fossi consapevole dell'inganno).
GUGLIELMO. (Io non posso imaginarmi come un servo ribaldo, come costui, abbia preso tanta baldanza meco: come ride il furfante!).
CRICCA. (Mira come stringe le labra per non ridere il furfante, e per il riso gli lampeggiano gli occhi!). Ah, ah, ah!
GUGLIELMO. Vorrei saper di che ridi; se non, ne farò risentimento col tuo padrone.
CRICCA. Rido che tanto bene sei trasformato in altra forma.
GUGLIELMO. Che? questa è cosa degna di gran meraviglia, se i pericoli della morte tanto vicina, l'affezion della servitú che ho sofferta tra' mori e i disagi del viaggio avrebbono trasformato altra persona della mia, che sono un povero vecchio e son piú tosto degno di pietá che di riso?
CRICCA. (Mira che il vignarolo ha lasciato la bestialitá della villa e divenuto savio di cittá!). Or va' a casa di Guglielmo a far l'effetto che devi, ché ti fa certo che sarai ricevuto per l'istesso Guglielmo.
GUGLIELMO. E se nella mia casa non sarò ricevuto per l'istesso
Guglielmo, dove spero esser piú ricevuto?
CRICCA. (Ed è possibile che questa bestia non si avvegga che ancor è quel vignarolo che era prima? come sta saldo, con che riputazione sta il mariuolo!).
GUGLIELMO. (Io non so dove nasca questo suo riso e questo scherno di me. Fa come se non m'avesse mai conosciuto per quel che sono e quel che fui).
CRICCA. Mi par che tu non lo vuoi intendere: tu sei il vignarolo, ed io lo so meglio che tu stesso non lo sai.
GUGLIELMO. Io non so quello che ti dica del vignarolo.
CRICCA. Non sei tu dunque il vignarolo?
GUGLIELMO. Non sono né ci fui mai.
CRICCA. Questo nieghi?
GUGLIELMO. Lo niego, perché è il falso.
CRICCA. E pur lo nieghi?
GUGLIELMO. E pur lo niego e straniego.
CRICCA. Non sei il vignarolo, col nome del diavolo?
GUGLIELMO. Son Guglielmo, col nome di cento diavoli!
CRICCA. Vo' chiamar il padrone, ché venga ancor egli a ridere un poco meco e maravigliarsi.