SCENA III.
PANDOLFO, CRICCA, GUGLIELMO.
PANDOLFO. Io non so perché tanto gridi, o Cricca.
CRICCA. Non vedete il vostro vignarolo trasformato in Guglielmo, e tanto trasformato in Guglielmo che il vero resta vinto dal falso, perché il falso è piú vero del vero?
PANDOLFO. (O stupenda maraviglia! ed è possibile che l'astrologia possa tanto? Veggio il simulacro e l'imagine di Guglielmo cosí naturale che, se fosse fatto a stampa o dentro le forme, non potrebbe essere piú simile. Proprio fatto a stampa, ché un scudo non è cosí simile ad altro scudo come è costui a Guglielmo).
GUGLIELMO. O mio carissimo Pandolfo, cosí amato e desiderato di vedere!
PANDOLFO. (Non mi dispiace il principio. Mira con che bel garbo ragiona il furfante! oh come ha del naturale, come pompeggia in quelle vesti: cosa da spanto!). Caro Guglielmo, come sète salvato da naufragio?
GUGLIELMO. Sappiate che per andare in Barberia imbarcaimi su una nave ragusea. Il padrone che la noleggiava era uomo di suo capo; e quantunque fusse avisato da tutti li marinari non partisse in tal tempo che minacciava tempesta, pur volse partirsi con la tempesta. La nave diede su le sirti; e il padrone fu il primo in morire e in pagare la pena della sua temeritá e ardimento….
PANDOLFO. (Che bella istoria s'ha inventata! con che bella maniera il racconta il manigoldo!).
GUGLIELMO. … Vennero i corsari e ne fer prigionieri; scampai e mi presero un'altra volta; mi riscattai, sono arrivato a casa a salvamento.
CRICCA. Andaste in Barberia per rader quel tuo debitore, e il mare t'ebbe a rader la vita e tutte le tue robbe.
GUGLIELMO. Andai in Barbaria per riscuotere i miei crediti.
CRICCA. Andaste in Barberia per radere e fosti raso. (Lasciamo le baie, dimandiamoli delli argenti e de' paramenti).
PANDOLFO. Ben, vignarolo mio, dove sono li argenti e i paramenti che l'astrologo t'ha consegnato?
GUGLIELMO. Non so che vi dite.
PANDOLFO. Scherzi o dici da senno?
GUGLIELMO. Dal miglior che abbi. È tempo questo di scherzi?
PANDOLFO. Or questo è un altro conto. Dimmi, dove è l'argento?
GUGLIELMO. A me ne dimandate?
PANDOLFO. A chi vuoi che ne dimandi?
GUGLIELMO. Che argento dite voi?
PANDOLFO. Che ti ha consegnato l'astrologo dopo che fosti trasformato.
GUGLIELMO. Che astrologo, che trasformazione?
PANDOLFO. Or questo è un altro diavolo, duomila scudi d'argento: sarebbe cosa da farmi arrabbiare!
CRICCA. Ah, ah, ah! mirate che ride! vuol scherzare con voi il traditore.
PANDOLFO. Canchero! questi sono mali scherzi. E par che sia piú tosto pallido divenuto.
CRICCA. Pensa il ladro che se or è trasformato in Guglielmo, che mai piú abbi a divenire vignarolo e farci star in forsi dell'argento ancora.
PANDOLFO. Non ha tanta malizia, è un bestiale.
CRICCA. Ed i bestiali sogliono essere maliziosi; ma sarei piú bestiale di lui se mi lasciassi burlare da un par suo. Dimmi, non sei tu il vignarolo?
GUGLIELMO. Dico che sono Guglielmo non il vignarolo.
PANDOLFO. Anzi tu sei l'uno e l'altro, il vignarolo e Guglielmo, cioè il vignarolo mascherato in Guglielmo.
GUGLIELMO. Io non son altro che Guglielmo, e non è or carnevale che vada in maschera. Non ho altra maschera di quella che mi fece la natura.
CRICCA. Non posso credere che la soverchia bestialitá basti a far un uomo savio.
PANDOLFO. Torniamo all'argento: che mi rispondi?
GUGLIELMO. Io non so che rispondervi, perché non so nulla di quello che dite.
PANDOLFO. Io non vo' piú moglie. Torniamo all'astrologo, ché ti ritorni in quel di prima e restituiscami l'argento.
CRICCA. (Fermatevi, padrone: s'apre la porta della casa di Guglielmo e ne vien fuori Armellina la serva. Lasciamolo entrare in casa e veggiamo che effetto fará; perché non può egli scapparne dalle mani, e quel che volete far ora lo potrete far sempre che volete. Partiamoci da lui, ché non diamo sospetto dell'inganno).
PANDOLFO. (Vo' attenermi al tuo consiglio).
CRICCA. Vignarolo, giá s'apre la porta della casa di Guglielmo. Non vedi la tua innamorata Armellina e la sua figlia? orsú, entra in casa.
GUGLIELMO. Sian benedetti i cieli che mi vi tolsero dinanzi, ché mi avevano stracco con non so che vignarolo o che argento!