SCENA VII.
EUGENIO, CRICCA, ARTEMISIA.
EUGENIO. Cricca, raccommandami ad Artemisia mia.
CRICCA. Raccommandatevegli voi stesso. Non vi sète accorto che mentre avete ragionato col fratello, che v'ha vagheggiato dalla fenestra?
EUGENIO. Veggio scoprire il mio sole: e come il sole sorgendo la mattina, vien il mondo a rischiararsi e farsi bello, che era dinanzi tenebroso e pien di orrore; cosí apparendo voi, mio chiarissimo sole, le tenebre e amaritudini del mio cuore tutte si fanno illustri, e mi riempie il cuore di dolcezza.
ARTEMISIA. Siate il ben trovato, spirito dell'anima mia!
EUGENIO. Siate la benvenuta, dolcissimo sostegno della mia vita! Mi par che siate di mala voglia.
ARTEMISIA. E disperata ancora, poiché in tanto tempo non veggo favilla alcuna di luce con cui avvivi la speranza dell'esser vostra.
EUGENIO. Signora, il disperarsi è un tradire se stesso; però non piangete se mi amate, ché con le vostre lacrime consumate la vita mia, le quali, se non le rasciugate tosto, mi faran tosto venir meno.
ARTEMISIA. Deh! lasciatemi piangere e morir ancora, perché non è persona tanto disperata che non abbia qualche speranza di sperare, eccetto io che non ho che sperare se non nella morte come solo rimedio de' miei mali.
EUGENIO. Ah, signora, avendovi conosciuta sempre d'alto cuore, di gran fortezza e di eccelsa mente, come vi lasciate cosí vincere dal dolore?
ARTEMISIA. Anzi, se mi amate, dovete piangere meco, ché quando duo amanti piangono le communi disaventure è uno sfogamento delle lor passioni.
EUGENIO. Ma perché tanto affliggervi?
ARTEMISIA. Primieramente temo che non m'amate.
EUGENIO. Ahi, fiera stella, e come può cadere in voi cosí brutto pensiero se sapete certo che vi amo da dovero e il nostro amore è reciproco? E se potessi aprire il petto vedereste un tempio nel cui altare arde sempre il mio cuore in sacrificio dinanzi l'idolo della vostra bellezza, la qual è tale che fa stupire non solo il mondo ma l'istessa natura che vi ha creato, ornata poi di tanti mezi d'onori e di costumi, li quali gareggiano con la bellezza e giá si hanno acquistato li titoli di magnificenza. I vostri meriti sono tali che meritarebbono altro uomo che non sono io; ma perché conosco solo i vostri meriti, per il grande amore che li porto, mi par che possa meritarli.
ARTEMISIA. Se cosí è, perché scorgo in voi tanta tepidezza in sollecitar le mie nozze? Voi sète d'accordo con Lelio mio fratello. Non vedete che l'indugio vi potrebbe apportar qualche disturbo?
EUGENIO. Non considerate, signora, che ho un padre concorrente nell'amor mio? e se ben mi veggio in tante difficoltá e rispetti di mio padre, pur Amor non permette che cangi voglia. Il padre cerca privarmi di quello che mi si deve per amore; io ne prego e riprego vostro fratello, e dubito per la troppa importunitá di esserli molesto: avemo sofferto tanto, soffriamo un altro poco. Non è cosa da valoroso voler la corona e il trionfo prima che abbia combattuto: soffriamo, ché Amor ci coronerá del nostro soffrire.
ARTEMISIA. Mio padre non vuol darmivi per sposa se egli non conseguisce da voi Sulpizia: vuol comprar l'amor di vostra sorella col mio riscatto e vuole che io sia il prezzo de' suoi desidèri. Vuol servirsi di me per medicina del suo male, di me che sono inferma e ho bisogno di medicina per me stessa nella mia infermitá; ed io, misera! non so far altro che amaramente piangere, sospirare e consumarmi.
EUGENIO. Datevi pace, ché forse Amore vi consolará.
ARTEMISIA. Quel «forse» è una magra speranza. Di piú par che d'ora in ora mi veggia comparir Guglielmo mio padre, che non sia morto e che voglia ch'io mi sposi con Pandolfo: e questa notte me l'ho insognato tornar sano e salvo dal naufragio, di che ne ho preso tanto spavento che non sará bene di me per un anno. Però vi prego che vi affrettiate e mi cacciate di tanta angoscia.
EUGENIO. Non bisogna, signora, aver téma de' sogni, che nascono in noi da quelli effetti che sommamente temiamo e desideriamo. Se i sogni riuscissero, io sarei felice: quante volte mi son sognato con voi e non mi è riuscito? Piú tosto vorrei che riuscissero i miei che i vostri sogni.
ARTEMISIA. Padron caro, dubito che non sopravenga mio padre. Dio sa con che cuor vi lascio! Vi bacio le mani; e perché io non posso baciarvi le mani, vi cerco un favore.
EUGENIO. Eccomi prontissimo a servirvi.
ARTEMISIA. Che mi doniate i vostri guanti; ché baciando quelli mi parrá di baciare le vostre mani, e vestendone le mie mani parrammi che tenga strette le vostre mani.
EUGENIO. Eccoli; e date a me i vostri in ricompensa, acciò io senta quella medesima dolcezza de' vostri, che voi dite sentir de' miei.
ARTEMISIA. Eccoli: e piaccia a' cieli che come abbiamo scambiati i guanti, cosí abbiamo scambiati i cuori, che come il mio è fatto suo, cosí il suo sia fatto mio.
CRICCA. Finiamola, signor Eugenio, andiamo via.
EUGENIO. Ahi, che dura dipartita!