SCENA X.
VIGNAROLO, ARMELLINA.
VIGNAROLO. (Questo maladetto Cricca con le sue ragioni m'avea di sorte frastornato il cervello con dire che era il vignarolo e non Guglielmo, che poco men m'avea persuaso; ma io conosco la sua natura maliziosa e furfanta. Allor sarò chiaro della veritá, se sarò ricevuto in casa di Guglielmo per l'istesso o per il vignarolo). S'apre la porta e ne vien fuori Armellina.
ARMELLINA. O Guglielmo, padron caro, sassata al benvenuto!
VIGNAROLO. O Armellina cara, quanto ho desiderato vederti! prego il ciel che vi possa veder con un occhio, se non ho desiderato vederti! Vorrei che mi vedeste il cuore aperto, ché conoscessi quanto t'amo.
ARMELLINA. Volesse il cielo, massime per mano del boia!
VIGNAROLO. Lascia almen che ti baci in fronte come figlia.
ARMELLINA. Basta la buona volontá; ma io vo' baciarti i piedi.
VIGNAROLO. Oh canchero! che mi hai fatto cadere, m'hai stroppiato!
ARMELLINA. Venite in casa a far collazione, ché sète stracco e ne dovete aver bisogno. (Giá ha ricevuto l'antipasto della collazione).
VIGNAROLO. Sappi, Armellina mia, che d'ogni minima cosa mi doleva, quando mi sommersi, di non aver a vederti mai.
ARMELLINA. Quando, padrone, vi sommergeste in mare, non vedesti alcun pescespada che ti passa da un lato all'altro, e i pescirasoi che ti tagliano la faccia, e le balene che ti inghiottono vivo?
VIGNAROLO. Se avessi incontrato questi, mi avrebbono ferito o morto.
Ma subito che son riposato un poco, vo' maritarti.
ARMELLINA. E chi mi volete dare? qualche bel giovane?
VIGNAROLO. Una persona che muor per te: è della simiglianza vostra, di altezza e di fattezze come io, molto simile a me.
ARMELLINA. Sará dunque vecchio come voi. Dio me ne guardi! non vuo' vecchio; se io mi accaso, lo fa per far figli come le altre.
VIGNAROLO. Non dico che sia vecchio come me, ma della mia statura, e molto simile fuorché nella vecchiezza. Ti fará star sempre in villa; mangiarai polli, piccioni, porchette, ricotte e frutti di ogni sorte.
ARMELLINA. Ditemi, è giovane?
VIGNAROLO. È giovane.
ARMELLINA. Ditemi chi è, presto.
VIGNAROLO. Il vignarolo.
ARMELLINA. Forsi quel vignarolo di Pandolfo? perché l'amo quanto la vita e ne sarei contentissima.
VIGNAROLO. Quello è desso, quello son io.
ARMELLINA. Voi sète quello? se sète Guglielmo, come sète lui?
VIGNAROLO. O bestia!—dimmi. Quello, dico io; ma io son Guglielmo.
ARMELLINA. Io son innamorata di quel vignarolo e mi moro per lui.
VIGNAROLO. Desideri vederlo?
ARMELLINA. Quanto la vita.
VIGNAROLO. Che pagaresti a chi te lo facesse vedere?
ARMELLINA. Me stessa.
VIGNAROLO. Se vuoi tenermi segreto, io te lo farò veder mò.
ARMELLINA. Eccoti la fede.
VIGNAROLO. Io son il vignarolo.
ARMELLINA. Voi volete burlarmi; sète Guglielmo.
VIGNAROLO. Se non sono il vignarolo, mi possino mangiare lupi e sia trovato in mezzo al bosco a suon di mosconi! Ma tu ridi?
ARMELLINA. Rido del desiderio che ho di vederlo.
VIGNAROLO. Ti dico che, vedendo me, tu vedi lui.
ARMELLINA. E pur io vi dico che, veggendo Guglielmo, veggio voi e non il vignarolo.
VIGNAROLO. Oh sia maladetto quando mi trasformai! Io sono Guglielmo di fuori ma di dentro sono il vignarolo, ché un certo astrologo mi ha trasformato.
ARMELLINA. Voi volete far la burla.
VIGNAROLO. Mi è innodata tanto la lingua che non posso parlare. Vorrei disfarmi e non posso, vorrei dar della testa nel muro per tornar quello che era prima. Or sí che questa è una disgrazia mai piú veduta! Ti dico, Armellina mia, che dentro sono il vignarolo.
ARMELLINA. Che bisogna adunque aspettar che Guglielmo partorisca e far il vignarolo, o scorticarvi per cavarvelo fuori?
VIGNAROLO. Dammi campo franco in una camera, ché conoscerai quanto ti dico.
ARMELLINA. Non vo' andare in camera con i padroni; io ci andarei con il vignarolo, sí bene da solo a solo.
VIGNAROLO. O fortuna traditora, o astrologo traditore, o padrone assassino, che mi avete fatto trasformare in un'altra persona; ché ora vorrei esser quel di prima e non ci posso essere! Rifiuti quel che desideri, e non conosci quel che hai: andiamo in camera e ci metteremo soli fino a domani, finché ritorni alla mia figura.
ARMELLINA. Son contenta. Entrate innanzi, signor Guglielmo.
VIGNAROLO. Entro; seguimi, Armellina mia cara.
ARMELLINA. (Non so se Lelio averá accomodato lo scaglione per farlo sdrucciolare per li piedi).
VIGNAROLO. Oimè, mi hai chiusa la porta sul volto, mi hai morto!
ARMELLINA. Perdonami di grazia, ché il vento me l'ha tolta di mano.
VIGNAROLO. Tien la porta aperta mentre saglio, ché le scale sono oscure.
ARMELLINA. Tengo. Eccolo dirupato.
VIGNAROLO. Oimè oimè! son morto!
ARMELLINA. Che avete, padron mio caro?
VIGNAROLO. Mi è venuto meno un scaglione e ho sdrucciolato con tutti i piedi e mi ho infranta una spalla!
ARMELLINA. Entrate, ché vi ungeremo con un poco di grasso di querciuolo.
VIGNAROLO. Oimè! oimè!
ARMELLINA. Giá avete avuta la cena, ora si prepara il retropasto di un cavallo su le spalle di cinquanta bastonate.