LA FANTASIMA.

—Σίβυλλά τι θέλεις;.

—Ἀποθανεἲν θέλω.

Fermò il destrier nel selvaggio paese:

vuoto e tenebre e in alto unica e smorta

una stella a brillar.

Ei, ritto in sella, i sogni interminati

della Illusion vide cader nel nulla,

e non un eco dei suoi inni ispirati

intorno a sè, non risa di fanciulla.

Sbuffò il polledro e tintinnò l'arnese

e il suono vagolò come parola

via per il gran silenzio.

Egli l'augusta fronte alzò a pregare:

«O pia Donna, che siedi in tanta gloria

«come nell'atto di comunicare,

«la tua patera arcana, in cui trabocca

«dolce il vin come i baci,

«scendi ed appresta alla mia arsa bocca:

«il tuo sacro liquor è la Vittoria.

«Vedi? Fuman per te di sull'altare

«l'incensi e vigilan sempre le faci.»

Sbuffò il polledro ancor, nè pel deserto

voce umana a conforto. Or mai vaneggia

Speranza alli Ideali.

Si spense in ciel la stella: il Cavaliere

calò la buffa e disse: «E sia: avanti!

«Addio, gioie d'amor, addio, piacere

«feroce delle lotte e risuonanti

«scudi ed ardite imprese in sul cimiere.»

Il cavallo nitrì, volse la testa

come per dimandare ed il Barone:

«Che temi? Alla mia festa

«che mi sacrò dal nascere la Sorte,

«alla Consolazione

«vado, alla Morte!»


A
MIA MADRE.