Capitolo II. LA CONTESSA MATILDE. — AMPLIAZIONI DEL CONTADO. — PRIME ZUFFE CITTADINE. — LEGA TRA LE CITTÀ DI TOSCANA. [AN. 1050-1215.]
Le guerre che arsero tra ’l Sacerdozio e l’Impero travagliarono con danno minore la Toscana di quello facessero intorno ad essa nelle più vicine provincie d’Italia. Firenze, che molto era dopo l’anno mille cresciuta di popolo e ricca di traffici e poco tinta di sangue germanico, aderiva sin d’allora alla parte della Chiesa. Quindi troviamo questa città prescelta sovente a dimora di quei Pontefici che nella contesa di già cominciata furono sovente esclusi da Roma. Così avvenne che Vittore II morisse in Firenze l’anno 1057, dopo avervi due anni prima tenuto un Concilio; e vi morivano pure Stefano IX, l’anno 1058, e tre anni dopo Niccolò II, se non ci inganna l’affermazione di alcuni scrittori.[6] Venuta dipoi questa città in retaggio con tutta Toscana alla contessa Matilde, e tosto accesa la grande guerra, stette Firenze volonterosamente per Gregorio VII. Laonde bene le avvenne l’anno 1081 d’essersi novellamente ricinta di mura: il primo cerchio comprendeva quell’angusto spazio che è tra ’l Duomo e l’Arno e tra le vie che ora conducono al ponte di Santa Trinita e a quello di Rubaconte, fin dove però non aggiugneva interamente; nè vi era per allora che il solo Ponte Vecchio, ed oltre al fiume non abitava che povera gente. I borghi già empivano il secondo cerchio quando l’imperatore Arrigo IV, nell’andare contro Roma attendatosi fuori della città presso Cafaggio dove ora è la chiesa dei Servi,[7] diede alla terra molte battaglie; ma dopo esservi stato più tempo e adoperatosi invano, «perchè la città era forte e bene murata e i cittadini bene in concordia,» e (aggiugnamo noi) per la potenza delle armi della contessa Matilde, se ne levò a modo di sconfitta[8] Durava la guerra molti anni poi, ma la Toscana poco n’era scossa, vivendosi sotto all’impero di una donna che i suoi Stati reggeva con mano sicura; e dominatrice potentissima di quelle regioni per cui si stendono gli appennini, faceva in questi impedimento alle armi tedesche.
Risedeva ella ordinariamente in Lucca, sebbene tenesse corte alcune volte anche in Firenze. Questa città dicono gli antichi scrittori avere negli ultimi anni di Matilde cominciato a muover guerre contro ai vicini signori. Infino dal 1107 avrebbe il Comune pubblicamente ordinato di allargare il contado di fuori ed accrescersi la signoria.[9] Vero è che in quell’anno furono ad abbattere il castello di Monte Orlandi di qua da Signa, che si teneva da un ramo dei possenti conti Cadolingi di Fucecchio: poi subito, al dire di quelli autori, essendosi i Pratesi «ribellati» ai Fiorentini, questi andativi «per Comune» gli avrebbono vinti e disfatto il castello di Prato; dov’erano discesi uomini che prima in sul Monte erano fedeli dei conti Guidi, ma per danari si ricomperarono. Distrussero l’anno 1113 un altro vicino castello dei Cadolingi, del quale scrivono che «facea guerra alla città cui lo avea ribellato il Vicario dell’Imperatore» che stava co’ suoi Tedeschi in San Miniato: fu egli quivi ucciso, e il castello preso e disfatto. Ma noi teniamo in questi racconti essere alquanto di boria cittadinesca. Viveva Matilde, della quale noi sappiamo ch’ella era di persona a quell’assedio di Prato l’anno 1107;[10] nè la guerra dei Vicari imperiali e dei Conti che aderivano ai Tedeschi, appelleremmo ribellione contro al popolo di Firenze, nè i Fiorentini possiamo credere la combattessero come stato libero, nè che avessero decretata insino d’allora la distruzione dei castelli. Bene erano le armi di questo popolo già valenti, e Matilde le adoprava contro a’ suoi nemici, ella che in Toscana molto promuoveva le libertà comunali: potrebbe in quell’anno 1107 avere essa ampliato il contado di Firenze ed alla città commesso le prime battaglie, che pure l’istoria dovea registrare.
Ma non crediamo noi che debba essa tener conto di un certo trattato pel quale nell’anno 1102 i Consoli di quella città si sarebbero fatti promettere dagli abitatori del castello di Pogna in Val d’Elsa di far guerra e pace a volontà loro, e non ingerirsi nelle cose di Semifonte; essi all’incontro promettendo di aiutare e difendere i Pognesi, e fare loro amministrare giustizia in Firenze dal Console, eccetto che contro all’Imperatore o suoi Nunzi. Noi queste cose non possiamo credere, perchè messe fuori bene cinquecento anni dopo,[11] nulla rinvenendosi che accenni a questo negli scrittori più antichi; perchè i Fiorentini il loro Stato non allargarono se non più tardi; perchè nel castello di Pogna troviamo che pochi anni dopo avessero giurisdizione certi nobili di contado, dai quali poi venne ai conti Alberti di Mangona; perchè la contessa Matilde e prima e dopo del 1102 teneva placiti in Firenze, il che non ammette in questo Comune tanto esercizio di sovranità; perchè del castello di Pogna non è parola negli scrittori fiorentini prima del 1184, nè le guerre contro a Semifonte cominciarono se non verisimilmente anche più tardi.[12] Queste cose ora messe in chiaro quanto a noi sembra, veniamo ai fatti che abbiamo certi.
La grande Contessa moriva nel 1115 ed il nome di lei rimase caro in Firenze, tanto che molte donne anche di artigiani per quattro secoli si chiamavano Contessa o Tessa. Due anni dopo troviamo un fatto che non possiamo tenere tutto per favola, benchè abbellito dalle fantasie degli scrittori e colorato delle passioni di quei tempi in cui fu narrato. Lo riferiamo con le parole stesse del Villani; perchè il linguaggio è storia pur esso, e a noi giova mantenerlo ogni volta che ne venga illustrazione ai concetti ed al racconto più evidenza. «Negli anni di Cristo 1117 i Pisani fecero una grande armata di galee e di navi e andarono sopra l’isola di Maiolica che la teneano i Saracini. E come fu partita la detta armata di Pisa, i Lucchesi per comune vennero a oste sopra Pisa per prendere la terra. I Pisani, avendo la novella, presero per consiglio di mandare loro ambasciadori a’ Fiorentini, dei quali erano in quei tempi molto amici, e pregarongli piacesse loro venire a guardia della città. I Fiorentini accettarono di servirgli; per la qual cosa il Comune di Firenze vi mandò gente d’arme assai a cavallo e a piede, e posersi ad oste di fuori dalla città; e per onestà delle loro donne non vollero entrare in Pisa, e mandarono bando che nullo non entrasse nella città sotto pena della persona. Uno v’entrò, sì fu condannato a impiccare. E’ Pisani vecchi ch’erano rimasti in Pisa, pregando i Fiorentini che per loro amore gli dovessero perdonare, questi non vollero consentire; ma i Pisani contradissero, e pregarono che almeno in su il loro terreno nol facessero morire: onde segretamente i Fiorentini dell’oste feciono a nome del Comune di Firenze comprare un campo di terra da un villano, e in su quello rizzarono le forche e feciono la giustizia. E tornata l’oste de’ Pisani dal conquisto di Maiolica, renderono molte grazie a’ Fiorentini, e domandarono quale segnale del conquisto volessero, o le porte di metallo o due colonne di porfido ch’aveano recate e tratte di Maiolica; i Fiorentini chiesero le colonne, e’ Pisani le mandarono in Firenze coperte di scarlatto. E per alcuno si disse che, innanzi che le mandassero, per invidia le feciono affuocare; e le dette colonne sono quelle che sono diritte dinanzi a San Giovanni. Per questo allora si disse, che i Fiorentini erano ciechi.[13]» Così di mezzo alla carità stessa noi vediamo spuntare quegli odi che doveano ardere tra le due città.
La rôcca di Fiesole, che era tenuta da certi gentili uomini o cattani della città stessa, cadea per assedio l’anno 1125 in mano dei Fiorentini. E questi nel 1135 abbatterono il castello di Montebuoni, che dava nome alla famiglia dei Buondelmonti; i quali, per essere il luogo assai forte e che la strada vi correva a piedi, toglieano pedaggio, con molto incomodo della vicina città di Firenze. I Buondelmonti furono costretti farsi cittadini; ed è il primo esempio che noi troviamo d’un fatto comune ai vinti signori: a questi alle volte era imposto rimanervi il tempo prescritto d’uno o due mesi all’anno, o più a lungo, quando la città fosse in guerra. Coteste imprese erano dentro alle dieci miglia, termine assegnato dalla contessa Matilde, o forse anche prima, al contado di Firenze; la quale oltre quello non credo allora che si arrischiasse. Certo è che si trova nel 1134 un Ingelberto fatto marchese di Toscana; il quale cacciato dai conti Guidi, fu tre anni dopo rimesso in istato da un duca Arrigo di Baviera venuto in Italia con Lotario imperatore: il Duca e il Conte riconciliati assediarono Firenze, e presala, vi riposero il Vescovo che n’era stato prima ingiustamente cacciato. Di queste cose gli autori nostri non fanno parola.[14] Era l’anno 1144 marchese di Toscana Ulrico, sotto al quale i Fiorentini congiunti ai Pisani ebbero guerra contro ai Lucchesi ed ai Senesi, crudelmente combattuta, e indi composta dallo stesso Ulrico; il quale, per torne via le cagioni, dava in pegno Poggibonsi al Vescovo e ai Consoli della città di Volterra.[15] Continuava però la guerra dei Fiorentini contro ai conti Guidi, ai quali, tolsero nel 1154 il castello di Monte Croce dietro a Fiesole, da essi tentato con mala prova otto anni prima. Nel 1147 cavalieri fiorentini aveano seguito l’Imperatore Corrado alla Crociata in Terra Santa; uno dei quali fu Cacciaguida bisavo al nostro grande Poeta: questi descriveva i nomi delle famiglie che allora dominavano la città, dove in quelli anni l’autorità imperiale pare essere stata oltre al solito prevalente.
Venuto all’impero Federigo I svevo, da noi chiamato il Barbarossa, investiva del marchesato di Toscana e del ducato di Spoleto e dei castelli e beni spettanti all’eredità di Matilde il duca Guelfo suo zio, discendente dal marito di questa, e congiunto di sangue agli Estensi: a lui prestavano ubbidienza i nuovi vassalli l’anno 1154. Teneva nel 1160 un parlamento in San Genesio, terra che giaceva ai piedi del colle dov’è San Miniato; ivi dando investiture a conti rurali e ordine alle immunità cittadine: donde recatosi in Germania, cedeva il ducato a un figlio del suo nome stesso; il quale, per essere ai popoli troppo benigno, parve a Federigo che egli contrariasse l’autorità dell’Impero. Di già il nome guelfo pigliava la parte che a lui rimase nella storia; e già era un insorgere di molte città di Lombardia; Genova e Lucca e Siena tenevano contro a Pisa le parti imperiali. Questa città molto negli anni precedenti si era mostrata devota ai Pontefici, e noi la vedemmo avere amicizia con Firenze che sempre osteggiava nei signori dei castelli le genti e la dominazione forestiera. Stringevano pertanto i Pisani e i Fiorentini insieme una lega l’anno 1171, per la quale si obbligarono quelli a condurre e ricondurre per mare le robe e mercanzie dei Fiorentini i quali pagassero le stesse gabelle dei Pisani, e ad essi diedero una casa o fondaco in Pisa a piè del Ponte: era la lega per quarant’anni, e da rinnovarsi ogni dieci anni; ma salva sempre la fedeltà all’Imperatore, il quale però non vollero che gli potesse liberare dai patti allora stretti e giurati.[16] Ma l’anno dipoi, venuto in Pisa Cristiano arcivescovo di Magonza e arcicancelliere dell’Impero, teneva nel borgo di San Genesio grande parlamento contro alle città renitenti; le quali negandosi venire ad accordi, egli in altro parlamento presso Siena, presenti i Signori ed i Valvassori e i Consoli delle città che erano tra Lucca e Roma, metteva i Pisani al bando dell’Impero, privandoli delle regalie loro e della Sardegna: faceva lo stesso contro a’ Fiorentini che aveano tentato cacciare i soldati tedeschi da San Miniato. Si venne agli accordi, e l’Arcivescovo tolse i bandi; ma perchè radunati in San Genesio i Consoli pisani e gli Ambasciatori fiorentini rifiutavano alcuni patti, furono presi e messi in catene.[17] Quindi la guerra si raccendeva tra le città, essendosi l’Arcivescovo partito allora dalla Toscana.
Negli anni che furono tanto famosi per le guerre contro a Federigo Barbarossa e per la Lega lombarda, non troviamo che Firenze molto a quei moti partecipasse: ma con l’invadere i castelli e le terre de’ signori tanto aveva allargato il suo territorio, che già venne a riscontrarsi e ad aver guerra con gli Aretini perch’erano collegati a’ conti Guidi, e co’ Senesi per cagione di alcune castella del Chianti che i due Comuni si disputavano. Allora gli uomini di Poggibonsi, che prima vivevano con altro nome nel piano, si edificarono un castello nell’alto del poggio; e perchè stavano contro a’ Fiorentini, questi rafforzarono a poca distanza la terra di Colle in Val d’Elsa. Per questi fatti però non è da dire che per ancora le città godessero formale diritto al governo di sè stesse; ma con l’esercitare l’indipendenza s’avviavano a possederla. In quel tempo le città di Lombardia col forte resistere acquistavano a sè stesse e alle altre d’Italia i nuovi diritti che bentosto ebbero in Costanza solenne sanzione.
Era l’anno 1177, nel quale in Venezia l’imperatore Federigo rendeva ubbidienza al pontefice Alessandro III, quando Firenze in quel passaggio da servitù a libertà cresciuta di gente varia ed irrequieta, cominciò a fermentare in sè medesima per cittadine discordie. Furono esse suscitate dalla famiglia potentissima degli Uberti, tedesca d’origine come dal nome si scorge, ma che aspirando a padroneggiare la città, gli adulatori dicevano essere della schiatta di Giulio Cesare. Questi «co’ loro seguaci nobili e popolani si diedero a battagliare contro a’ Consoli per la invidia della signoria che non era a loro volere. Fu sì diversa e aspra guerra, che quasi ogni dì, o di due dì l’uno, si combatteano i cittadini insieme in più parti della città da vicinanza a vicinanza, com’erano le parti; e aveano armate le torri, ch’erano in grande numero, alte cento e cento venti braccia. E in quei tempi per la detta guerra assai torri di nuovo vi si murarono, dei danari comuni delle vicinanze, che si chiamavano le torri delle compagnie:» e sopra quelle facevano mangani e manganelle per gittar l’uno all’altro, ed era asserragliata la terra in più parti. Durò questa pestilenza più di due anni, onde molta gente ne morì, e molto pericolo e danno ne seguì alla città: ma tanto venne poi in uso quel guerreggiare tra’ cittadini, che l’uno dì si combattevano, e l’altro mangiavano e bevevano insieme, novellando delle virtudi e prodezze l’uno dell’altro ch’essi facevano a quelle battaglie. Poi, quasi per istraccamento e rincrescimento, restarono dal combattere, e si pacificarono, e rimasero i Consoli in loro signoria. Alla fine pur crearono e partorirono le maledette parti che furono appresso in Firenze.[18]
Così raccontano questi fatti gli antichi cronisti. Ne accusano essi la troppa grassezza e riposo in che era vissuta fino allora la città; ma veramente era il principio di quelle parti che non ancora pigliavano nome di Ghibellina e di Guelfa. Gli Uberti con altre nobili famiglie possenti in contado, e in città discese con la speranza di dominarla, cercavano mantenere con le armi imperiali la grandezza loro, battendo i Consoli nei quali stava la signoria e che seguivano, a quanto sembra, la parte che indi si chiamò guelfa: continuava dentro alla città la guerra che dai castelli si combatteva contro all’insorgere dei Comuni. Avevano questi pigliato in quelli anni forza e ardimento per le vittorie avute nei campi lombardi contro a Federigo, e per l’ampliarsi dei commerci, che in Firenze massimamente dovette essere grandissimo. I Papi, cresciuti allora in potenza, facevano a questa grande fondamento sulla indipendenza delle città, che volea dire del popolo latino ad essi devoto. Non bene era spenta quanto alla Toscana la lunga contesa per le donazioni che Matilde aveva fatte alla Chiesa della eredità sua, ma che non ebbero effetto mai. Nè forse era senza un qualche pensiero di rivendicarle che i Papi scriveano in quegli anni bolle (come si trova) dirette ai popoli di alcune città state del patrimonio di Matilde. Comunque ciò fosse, la pace di Costanza e le franchigie ivi formalmente decretate (anno 1183) e la istituzione dei Potestà, sancirono alle città italiane quasi un’intera indipendenza. Quindi noi troviamo per tutto il secolo XII duchi e marchesi non già propriamente governare la Toscana, ma sibbene in nome degl’Imperatori tenerne l’alto dominio: guidavano le masnade, difendevano le parti dei conti e signori castellani che ubbidivano all’Impero, e da questi riscuotevano le tasse, e raccoglievano le milizie, proventi della sovranità. La quale però venendo a scadere, quei duchi e marchesi non furono altrimenti feudatari che avessero grado e potenza di principi; ma con l’andare del tempo discesero alla qualità di messi o ministri, i quali col titolo di vicari dell’Imperatore, esclusi dalle città, risedettero in San Miniato, luogo alto e munito, cui rimase poi sempre il nome di San Miniato al Tedesco.
Negli anni dopo i Fiorentini a sè obbligarono gli Empolesi, costretti a farsi loro censuarii; ed abbatterono il castello di Pogna e quello di Montegrossoli nel Chianti. Fecero trattati co’ Lucchesi contro a Pistoia nemica d’entrambi, e con gli Alberti conti di Mangona e Vernio; i quali promisero da indi in poi fare pace e guerra a volontà del Comune, offrire una libbra di puro argento e un cero alla chiesa di San Giovanni Battista, e disfare alcune castella in Val d’Elsa e in Val d’Arno a scelta dei Consoli di Firenze. Ma non per anche la signoria libera si potea dire assicurata alla città, ed era un ondeggiare continuo; perchè l’indipendenza dei Comuni, mantenuta solamente dalla debolezza degl’Imperatori, pericolava ogni volta che scendessero di Germania soldatesche a difendere o a rafforzare l’autorità dell’Impero, e più che mai quando essi medesimi si appresentassero nell’Italia. Per tale modo nell’anno 1185, essendo la persona di Federigo venuta in Firenze nell’andare in Puglia, «gli furono attorno i nobili del contado, dei quali avevano i Fiorentini preso per forza ed occupato molte castella e fortezze, contro all’onore dell’Impero.[19]» E Federigo «tolse a Firenze tutto il contado e la signoria di quello sino alle mura, e per le villate facea stare suoi vicari che rendevano ragione e facevano giustizia.[20]» Così fece alle altre città di Toscana, salvo che a Pisa ed a Pistoia, ch’erano state con lui nelle guerre precedenti. Quando si vede nelle istorie e nei documenti cessare i Potestà e sottentrare ad essi i Vicari, si può inferirne con sicurezza che l’indipendenza municipale veniva meno di contro all’autorità imperiale. Dicono poi gli storici che il contado sino alle dieci miglia fosse più anni dopo restituito ad istanza del Papa e in grazia del merito che i Fiorentini s’erano acquistato in Terra Santa: ma noi crediamo che le città, partito appena l’Imperatore, da sè medesime lo recuperassero d’accordo col Papa.
Innanzi però che ciò avvenisse, Arrigo svevo, dal padre associato all’impero nel 1187, teneva in quell’anno corte in Fucecchio. Nella Crociata moriva l’imperatore Federigo Barbarossa (1190), e il di lui figlio Arrigo VI creava duca di Toscana Filippo suo fratello: costui fu l’ultimo dei Duchi o Marchesi in questa provincia. Imperocchè morto l’anno 1197 Arrigo VI in Sicilia, della quale si era fatto signore per maritaggio con la erede dei Re Normanni; Filippo tornava frettolosamente in Allemagna. Ebbe l’Impero due competitori, e si trovò in Italia irreparabilmente affievolito: dal che le città presero sicurezza, e la potenza della Romana Chiesa di molto s’accrebbe. L’anno stesso Celestino III mandava in Toscana suoi legati il cardinal Pandolfo e il cardinal Bernardo; alla presenza dei quali nel mese di novembre 1197 fu in San Genesio conchiusa una compagnia o lega tra le città di Firenze, di Lucca e di Siena ed il Vescovo di Volterra come signore temporale di quella città, e le terre di Prato e di San Miniato, con riserbarvi luogo per Pisa, Pistoia, Poggibonsi, conti Guidi, conti Alberti e altri signori di Toscana. Venne pattuito che in ciascuno degli Stati uniti in lega fosse un capo chiamato Rettore o Capitano, che avesse arbitrio per le cose della lega, ma senza autorità nel governo della città sua; si radunassero questi ogni quattro mesi in una dieta o parlamento a comporre le discordie, e pei negozi che occorressero eleggendo uno di loro che avesse nome di Priore della compagnia. Nessuno dei collegati potesse conoscere alcuno per imperatore, re, principe, duca o marchese, senza speciale ed espresso comandamento della romana Chiesa; la quale dovesse, col richiederne le compagnie, ricevere aiuto per la difensione di sè stessa; come anche per ricuperare i luoghi perduti, eccetto quelli i quali fossero tenuti da alcuno de’ collegati.[21] Nel seguente anno 1198 asceso alla sedia pontificale Innocenzio III, scriveva una lettera al Priore ed ai Rettori della Toscana e del ducato di Spoleto, nella quale dopo avere affermata risolutamente l’autorità dei pontefici sopra quella degl’imperatori non che d’ogni altra potestà civile, dichiara in Italia stare il principato su tutti gli altri paesi cristiani per essere ivi divinamente posta la Sedia apostolica, cui s’appartiene la potestà del sacerdozio insieme e del regno. Promette a quella università di Stati il patrocinio della romana Chiesa, tenendosi certo della ossequiosa devozione che a lei presterebbero in ogni cosa, procurando l’onore di essa e l’avanzamento.[22] Per Innocenzio III la potenza del papato pervenne al suo colmo; e ch’egli intendesse, e che taluno dei successori suoi cercasse comporre in fascio le città italiche, o quelle almeno della Toscana, legate insieme da una supremazia che i papi sovra esse esercitassero, non crediamo noi che sia cosa da porre in dubbio.
I Pisani a quella lega, come già divenuti imperiali, si rifiutarono; ma in essa entrarono l’anno dopo i conti Guidi e i conti Alberti, e poi gli uomini di Certaldo i quali aveano ai Fiorentini giurato fede, dalla quale non potesse nemmeno il Papa fargli prosciolti. Assai più ampia dedizione fecero gli uomini di Figline, che si obbligarono a pagare ventisei danari per focolare; tributo consueto dei vassalli al signore loro; ed oltre ciò, la metà dei pedaggi e dei mercati; a fare guerra e pace ad arbitrio del Comune di Firenze, ed ubbidire a ogni comandamento dei Consoli di questo, eccetto nel caso che a loro fosse comandato di abbattere in tutto o in parte la terra loro, cioè diroccarla cosicchè divenisse terra aperta.[23] Già era nata la lunga e difficil guerra ch’ebbe il Comune contro a Semifonte, forte castello nella Val d’Elsa e ostinatamente difeso dagli abitatori.[24] Cercarono i Fiorentini tôrre a Semifonte l’aiuto del Vescovo di Volterra, e dei conti Alberti, e dei Comuni di Colle e di San Gemignano; e molto e variamente si faticarono, sinchè l’anno 1202 (se pure ciò non fosse più tardi) per tradimento di chi n’avea la guardia entrativi dentro, lo abbatterono con divieto che mai più fosse riedificato. Sull’uscita dello stretto della Golfolina dove comincia la valle inferiore dell’Arno è Capraia, dov’erano conti della famiglia degli Alberti, e che ai Fiorentini pareva essere un pruno negli occhi; ma poichè prenderlo non potevano, gli edificarono all’incontro un altro castello, che a scherno del nome di Capraia appellarono Montelupo. I conti Guidi, che dall’appennino sovrastavano a Pistoia ed a Firenze, avevano spesse brighe e trattati e mutabili nimicizie con l’una o coll’altra di queste città. Male potevano a quel tempo difendere Montemurlo contro ai Pistoiesi, che a petto a quello aveano posto il castello del Montale: ma i Fiorentini prima difesero i conti Guidi, e poi da essi comprarono Montemurlo. Nel Mugello intanto avean disfatto Combiata, dov’erano certi Cattani o Castellani signori del luogo. Più altre fortezze abbatterono all’intorno, e già la potenza del Comune si allargava fino alla valle di Chiana, dove ebbero in accomandigia Montepulciano,[25] e in protezione tenevano gli uomini di Montalcino. Il che fu causa che nei primi anni del nuovo secolo più volte si affrontassero co’ Senesi; i quali vinti in più scontri, prometteano di lasciare liberi quei luoghi che fossero in protezione o in possesso del Comune di Firenze. Le città sorte nel tempo stesso e con istituzioni somiglianti, ma senza comun freno nè vincolo (perchè il principio dell’unità era straniero e nemico), si combattevano tra di loro per ampliarsi ciascuna il contado, ovvero secondo volevano le sètte, che già dividevano le membra lacere dell’Impero.