Capitolo III. GOVERNO DI FIRENZE. — GUELFI E GHIBELLINI, BUONDELMONTI E UBERTI. — AFFRANCAZIONE DEI CONTADINI. — GUERRE IN TOSCANA. — CACCIATA DEI GUELFI. [AN. 1215-1219.]
Da tempo antico le città italiche generalmente si reggevano per Consoli; il quale nome derivava ed era forse continuato dai magistrati di Roma antica. Già intorno al mille Firenze viveva «sotto la signoria di due Consoli cittadini col consiglio de’ Senatori, ch’erano cento uomini de’ migliori della città, com’era l’usanza data da’ Romani.[26]» Ravvisa ognuno qui i duumviri e il collegio de’ decurioni. So che era boria cittadinesca l’annestarsi a Roma per via di leggenda, ma qui è un fatto; e i Consoli si rinvengono per le città dell’Italia meridionale qua e là senza lunghe intermissioni, dai tempi romani fino al risorgimento dei Comuni. I quali che siano d’istituzione germanica lo creda poi chi ne ha voglia.
In Firenze il numero dei Consoli variava più tardi secondo i tempi, e se ne trovano sino a dodici; ma però sempre delle famiglie nobili, perchè il governo della città rimaneva tuttora in mano degli ottimati: e nobili sempre si mantennero anche dopo il 1200 quando essi, o alcuni almeno di loro, si veggono pigliar nome di Consoli delle Arti. Un documento,[27] a cui però non osiamo dare intera fede, noterebbe l’anno 1204 Consoli dei Giudici e Notai, de’ Cambiatori, delle Arti della Lana e della Seta e di Calimala; uno preposto alle cose della giustizia, e due i Consoli dei soldati. Vi è pure il nome di un Senatore. Le Arti avrebbero avuto Consoli e Priori; vi sarebbe stato un Consiglio generale ed uno speciale, e dieci Buoni uomini per Sesto. Certo è che le Arti ogni dì più prevalendo, fu necessario con l’andare del tempo che gli artigiani man mano ottenessero una più larga partecipazione alle cose dello Stato. Già i Consigli si moltiplicano, ed i magistrati rappresentano i sestieri o i quartieri o secondo che fosse la città divisa. Il nome di boni uomini, che da principio significava gli uomini per nascita ragguardevoli, si trova dato poi agli eletti popolarmente dai collegi delle Arti o dai cittadini de’ sestieri. Nel popolo insomma era la vita della città innanzi ancora ch’egli venisse ad acquistarne la signoria.
Ma il supremo diritto appartenente all’Imperatore (diritto non impugnato mai dalle città italiane) dovea pure soprastare al fatto cittadino; e quando per la Lega lombarda le città s’attribuirono un governo loro proprio e formalmente riconosciuto nella pace di Costanza, ebbero esse un magistrato di natura mista, giudice insieme ed ufiziale, in cui risedeva col nome di Potestà il diritto della spada, e che si trova chiamato alle volte Signore del luogo. Questo da principio l’Imperatore intendeva fosse da lui nominato ed investito, ma raramente gli accadde di esercitare tale prerogativa; e le città lo eleggevano a tempo di un anno o di sei mesi, avendo in sospetto quell’autorità che stava in luogo della suprema: sempre però di famiglia nobile anche nelle democrazie più gelose, e di schiatta forestiera perchè la rettitudine dei giudizi non fosse travolta dalle fazioni o dalle parentele. Teneva in Firenze egli da principio sua residenza nel Vescovado, poi nel Palagio da lui chiamato: veniva con molto accompagnamento; e sovrastando a ogni magistrato, aveva grandi onorificenze, in nome suo intitolandosi gli atti pubblici: il suo vestito era una lunga roba o bianca o gialla o di broccato d’oro, con in testa una berretta rossa. Nell’anno 1184, che seguì a quello della pace di Costanza, troviamo l’ufizio del Potestà ricordato la prima volta in un atto pel quale i Lucchesi prometteano fare certe cose a richiesta dei Consoli, del Potestà o d’altro Rettore della città di Firenze. Ma chi tenesse quell’ufizio noi non troviamo allora, nè per alcuni altri anni poi, che saltuariamente. Scrive il Malespini che i Potestà cominciarono in Firenze l’anno 1207 per torre ai Consoli la briga dei giudizi e questi fidare a uomini forestieri. Ma già nel 1193 si trova un potestà Caponsacchi stipulare in nome della città, insieme co’ suoi consiglieri e sette rettori delle Arti. Costui sarebbe stato di famiglia tra le più nobili di Firenze:[28] gli altri poi furono sempre forestieri; ed un Porcari si trova insieme ai Consoli dei mercanti pattuire in nome della città l’anno 1200, e continuare nell’ufizio il seguente anno; quindi nel 1207 quel Grasselli milanese che è nominato dal Malespini, confermato anch’egli per un altro anno: poi nell’anno 1209 un atto simile a quello del 1193 avere il nome di quell’ufizio non la persona; un Potestà essere in Firenze nel 1215, ed un altro poi nel 1218; dopo al quale si vedono continuare senza intermissione. Negli anni intermedi, quando gli atti solenni (come nel 1202 e 1212) non vanno in nome del Potestà, invece di quello abbiamo i Consoli, o fossero del Comune o della Milizia o dei Mercanti. Volemmo noi queste cose notare minutamente perchè importano alla storia del diritto, incerto com’era tuttavia in Firenze; sembrando a noi che mentre in Toscana le terre minori aveano a capo un Potestà, secondo appare dagli atti loro, un tale ufizio non avesse per trentacinque anni continuità in Firenze, dove alcune volte la suprema autorità ritornasse in mano dei Consoli. Nè a tutti gli atti dai quali traemmo queste indicazioni, veduti da uomo assai diligente, sapremmo noi negare fede, tanto più che nell’avvicendarsi in cima agli atti dei nomi dei Consoli con quello del Potestà, ne parve la sincerità di essi avere conferma. Dall’anno 1218 in poi, non già che cessassero nella città i Consoli, ma più non tenevano il supremo magistrato; e la rappresentanza cittadina risedette d’allora in poi costantemente nel Potestà, che seco aveva suoi consiglieri.[29]
I Vescovi non esercitarono in Firenze mai giurisdizione politica; e questo ancora apparisce da tutta l’istoria, che il clero vi si mantenne in ogni tempo assai cittadino, senza di che non può aversi città ordinata nè religione pura. Gli Ottoni di Sassonia avevano fatto più che non volessero a pro dell’Italia, quando, per gelosia dei conti e de’ baroni, contrapposero alla feudalità i Comuni; e quando allargarono i privilegi de’ vescovi, così accostandogli alla parte popolana invece di rimanere tutti feudali e guerrieri, come gli avevano fatti i successori di Carlo Magno. Nè sono io certo che debba tenersi per vera quella opinione degli eruditi, la quale in oggi fa derivare il Comune dalle immunità vescovili e dal collegio degli avvocati delle chiese; ma è ben certo che nelle provincie meno aderenti all’Impero e che più sentirono la riforma di Gregorio VII, il clero ed il popolo si trovano uniti con più salda colleganza e con migliore temperamento. L’opera di quel Pontefice fu intesa a distruggere il fatto dei Carolingi: e nella guerra per le investiture si contendeva insomma se i vescovi s’avessero a eleggere in nome di Dio o in nome del Principe, e se tenere si dovessero pastori dei popoli o cortigiani dei re e capitani delle masnade; e nell’Italia importava l’essere i vescovi e gli abati, o italiani o tedeschi. Ma in Toscana la potenza dei marchesi e la forte signoria di Matilde fecero che i vescovi e generalmente il clero, dall’un lato contenuti, dall’altro venissero vie più ad accostarsi alla civil comunanza. I monasteri ed i conventi anch’essi appartengono all’istoria del popolo; ma qui non si vogliono descrivere le molte abazzie fondate verso il mille dal marchese Ugo di Toscana e un secolo dopo dalla contessa Matilde. Giova dire solamente quale principio avesse il monastero di Valombrosa, che diede nome a una riforma o nuova regola dei monaci di san Benedetto. Ciò fu intorno all’anno 1070 per opera di Giovanni Gualberto dei signori di Petroio in Val di Pesa, il quale incontrato presso alla chiesa di San Miniato un cavaliere ch’egli cercava a morte come uccisore d’un suo fratello, e questi chiedendogli mercè per Dio con le braccia in croce, Giovanni Gualberto punto da misericordia gli perdonò; e lo menò ad offrire in detta chiesa, quivi rendendosi monaco: donde poi salito essendo come eremita nell’alpe di Valombrosa, radunava intorno a sè altri monaci, e fondava il nobile edifizio che, ampliato dipoi ed abbellito dalle Arti, rendeva in Toscana molto popolare la memoria di san Giovanni Gualberto.
Il nome di Guelfi e di Ghibellini, infino allora non mai pronunziato dagli storici, apparve in Firenze l’anno 1215, nato ivi per una privata contesa. Messer Buondelmonte della nobile casata de’ Buondelmonti, leggiadro e splendido cavaliere, aveva promesso di tôrre in moglie una fanciulla degli Amidei. Un giorno mentre egli cavalcava a diporto per la città, una donna di casa Donati per nome Aldruda lo chiama e, scese le scale, entra con esso in parole, non senza motteggiarlo perchè egli sia per isposare l’Amidei, nè bella nè sufficente a lui. Io vi aveva guardata, soggiunge, questa mia figlia; e gli mostra la donzella che l’avea seguita. Questa era di rara bellezza, tantochè Buondelmonte se ne accese, e senza pensare per nulla nè all’Amidei nè alla data fede nè alla ingiuria che era per fare nè al rischio cui andava incontro, rispose le cose non essere tanto innanzi che non si potessero frastornare: non molto dopo la sposò a moglie. Di tale ingiuria gli Amidei gridarono vendetta, e gli Uberti attizzarono quegli sdegni; ai quali partecipando più altri parenti, molte delle più antiche e nobili casate si congiurarono insieme di offendere Buondelmonte; e disputandosi in che guisa, il Mosca dei Lamberti si levò su e disse la mala parola: Cosa fatta capo ha; volendo dire, uccidiamolo e così al fatto sarà dato principio. Nè stettero a perder tempo, perchè raunati la mattina di pasqua di Resurrezione in casa degli Amidei da San Stefano, veggendo venire d’oltrarno Buondelmonte in su uno palafreno bianco, vestito nobilmente di nuovo di una roba bianca, si spinsero innanzi; ed incontratolo appena ch’egli ebbe sceso il Ponte Vecchio, appiè d’una statua di Marte che ivi era, avanzo del paganesimo; Schiatta degli Uberti lo rovesciò da cavallo, Mosca de’ Lamberti e Lambertuccio degli Amidei precipitandosi addosso a lui lo ferirono; da Oderigo de’ Fifanti, che gli segò le vene, fu tratto a fine. Per quella morte Firenze corse alle armi e a rumore; stettero i Guelfi co’ Buondelmonti, i Ghibellini con gli Uberti: e la città, non per anche lastricata, divenne campo dove si combattevano vicini contro vicini; secondo che le private nimistà, o l’aderire alla parte della Chiesa o dell’Impero, divisero le famiglie, sì fattamente che di settantadue casate nobili annoverate dal Malespini, trentanove divennero guelfe e il rimanente ghibelline. Qui ebbero principio nella storia di Firenze le interminate discordie; ed a noi tristo insegnamento viene dai fatti che si compivano allora presso altre due nazioni oggi potentissime in Europa. Imperocchè in quell’anno i baroni dell’Inghilterra congiunti ai borghesi ponevano con la Magna Carta i fondamenti su’ quali poterono nel corso dei secoli insieme crescere libertà e grandezza; e in Francia, per contrarie vie, Filippo Augusto con la battaglia di Bouvines accertava la grande unità che è forza ed anima dei Francesi. I fatti d’Italia in quegli anni fecondissimi consumavano la libertà e impedivano la grandezza.
Ma per allora e per trent’anni dopo, mentre che in Italia ardevano guerre e si esercitavano più che in altro tempo mai atroci violenze, da tante e sì varie miserie comuni rimaneva offesa meno delle altre parti la Toscana, e la città di Firenze dovette in quelli anni molto avere prosperato; talchè al Malespini parvero beati quei tempi nei quali, secondo egli scrive, «quelli che si chiamavano Guelfi amavano lo stato del Papa, e quelli che si chiamavano Ghibellini amavano lo stato dell’Impero; ma nondimeno tutti traevano al bene comune, ed il popolo si manteneva in unità e in bene della Repubblica.[30]» Nell’anno 1217 andarono cavalieri guelfi e ghibellini alla Crociata che fu bandita da Onorio III per la impresa di Terra Santa; dove un Buonaguisa della Pressa acquistò gloria per essere egli salito il primo sopra le mura della città di Damiata, e la bandiera che ivi pose recò in Firenze con grande onore.
Nell’anno 1218 i Fiorentini fecero giurare tutto il contado alla signoria del Comune; «che prima la maggior parte si teneva a signoria de’ conti Guidi e di quelli di Mangona e di quelli di Capraia e da Certaldo, e di più gentili uomini che l’aveano occupato per privilegi, per forza degli Imperatori.[31]» Queste parole sono di Ricordano Malespini, magnate fiorentino e guelfo; i cui maggiori doveano, come gli altri, tenere i loro castelli da imperiali privilegi e dalla forza; ma che vivendo tra gente libera, si andava educando al nuovo diritto, inverso il quale muovendo Firenze con più franco passo di altra qualsiasi tra le città emancipate, meritò bene dell’umanità. Traspare però nel nostro istorico il malumore di gentiluomo, dove enumerando in altro luogo e come di nascosto i danni sofferti da molte famiglie, aggiugne poi «tutte per terra:» i Malespini aveano anch’essi una tenuta dentro al contado con le altre disfatta. Cresceva Firenze affrancando i contadini dalla soggezione baronale e affratellandoli al Comune; il che era giustizia che si faceva contro ai soverchianti, per lo più stranieri, i quali ponendo aguati o serragli sulle vie, impedivano i commerci e si contrapponevano a ogni civil comunanza. Ma quelli assalti contro a’ cattani o signori di castelli, guardando ai modi che si tenevano, erano spesso «più con la forza che con ragione» come dichiara Giovanni Villani,[32] uomo di popolo ma sincero se altri fu mai: cosicchè molti nobili di contado, per isdegno o per aver patti migliori, donavano alla Chiesa le terre loro e le case ed i vassalli che per tal modo voleano sottrarre alla ubbidienza dei Comuni. Si trovano esempi di tali donazioni fatte al Vescovo di Firenze lo stesso anno nel quale vennero i contadini emancipati; e molti Fiesolani o nobili o altri giurarono a quel Vescovo fedeltà nel 1224, non bene essendo per anche formata la signoria del Comune sopra sè stesso e nel contado.[33] Ma questa venendo a crescere sempre, il Potestà dell’anno 1233 ordinava: «che dentro al mese di maggio tutti gli abitatori del contado fiorentino venissero a comparire nella città per notificare ai notai dei sestieri a ciò deputati di che condizione fossero ciascuno, cioè se cavaliere nobile o fattizio, o allodiere, o masnadiero, o uomo d’altri, o fittaiolo, o lavoratore o d’altra condizione egli fosse.[34]»
Prima di quel tempo Firenze ebbe brighe co’ Perugini per le acque che in Arno scendevano dal Lago Trasimeno: cominciò poi lunga guerra con Siena per le controversie continue che davano i confini incerti e i signori che ivi seguivano contrarie parti. Vi era Poggibonsi fortezza imperiale, e tra i castelli che dipendevano dai Senesi, Mortennana degli Squarcialupi, battuto e ripreso più volte; trovandosi ivi usate quelle che poi divennero mine, ed erano fossi coperti pei quali entravano fino a scalzare i fondamenti delle mura e farle cadere. Dal lato opposto, dove il dominio di Firenze si toccava con quello di Siena, Montepulciano e Montalcino diedero occasione a quelle guerre, nelle quali ebbero i Senesi lega con gli Orvietani, mentre che Firenze si rinforzava di aderenti e di amicizie in quella parte degli appennini che scende in Romagna, di già estendendo l’azione sua oltre a’ confini della Toscana.[35] Con Pisa era guerra spesso combattuta ma sempre costante per la contrarietà d’interessi che la natura del sito aveva posto tra le due città, diversamente facoltose e già possenti ambedue: imperocchè Firenze a’ suoi commerci voleva uno sbocco sul mare, e Pisa glielo impediva. Questa era anche sempre in guerra con Lucca, la quale era certa di seco avere i Fiorentini: di poi una meschina contesa tra gli ambasciatori delle due città rivali convenuti in Roma all’incoronazione di Federigo II, bastò ad accendere una guerra. Dapprima si erano bene svillaneggiati e battuti nelle vie di Roma tra quanti Fiorentini e Pisani erano in Corte, o vi andarono per volontà di avere parte nella riotta; della quale fu principale istigatore quell’Oderigo Fifanti che aveva segato le vene a Buondelmonte, ed ora se la pigliava contro ad uomini ghibellini. I Pisani fecero arrestare tutta la roba e mercatura de’ Fiorentini che si trovò in Pisa, ch’era grande quantità; e i Fiorentini avendo chiesto fosse restituita la mercanzia, i Pisani superbamente negarono; e ai Fiorentini che minacciavano di muovere contro Pisa, risposero che avrebbono loro ammezzata la via: laonde incontratisi a Castel del Bosco, fecero battaglia con la peggio de’ Pisani, al dire degli storici fiorentini.[36]
Moriva in quei tempi (1229) un celebre fiorentino, Accorso da Bagnolo, che professò giurisprudenza in Bologna e fu insigne tra’ glossatori dei libri delle romane leggi, talchè la fama e l’autorità di lui non sono spente ai dì nostri. Già da due secoli Arezzo aveva prodotto quel Guido che fu inventore delle note musicali: e in quei primi anni del XIII Niccolò pisano faceva risorgere la scultura, e Leonardo Fibonacci della città stessa recava in Europa le cifre numeriche e l’arimmetica degli Arabi. Sorgevano già le cattedrali bellissime di Lucca, di Pisa e di Siena. Fuori delle porte di Firenze già sino dai primi anni dopo al mille era la chiesa di San Miniato, nobile monumento di quell’architettura cristiana che nacque in Italia ne’ primi secoli della Chiesa. Nella città rimaneva antico e molto bello edifizio il Battistero, che prima dicevano essere stato tempio di Marte e poi consacrato a san Giovanni Battista; ma d’altri non si era per anche adornata che ne attestassero la magnificenza; nè si era illustrata per chiari ingegni, dei quali Accorso fu il primo. Doveano i commerci però di Firenze già molto essere ampliati, trovandosi avere l’anno 1214 il Marchese d’Este impegnato ai prestatori fiorentini tutti i suoi allodiali per le grosse somme di danaro che gli aveano essi somministrate.[37] Cresceva intanto la città oltr’Arno, dove molte famiglie venute di fresco in ricchezza aveano poste le case loro; talchè fu necessità fondare due nuovi ponti, che uno alla Carraia l’anno 1218, e l’altro nel 1237, cui diede nome il potestà Rubaconte da Mandella milanese.
Avanti di cominciare la narrazione di fatti maggiori, giova dire alcuna cosa intorno alla setta dei Paterini o Albigesi, che di recente compressa nel mezzodì della Francia per sanguinose battaglie, aveva fomento in Italia dall’odio ardentissimo dei Ghibellini contro alla romana Chiesa, e dalla sciolta incredulità di Federigo II. Quell’asiatica dottrina recata in Europa dalle crociate e dai commerci, ebbe seguaci per tutta Italia anche nel secolo precedente: ora le parti civili di ogni cosa facevano arme, ed il pensiero audacissimo che voleva tutto comprendere, non aveva limiti al negare: la Somma di san Tommaso ed il poema di Dante ne mostrano quante fossero in quel gran secolo l’interezza e la comprensione filosofica della ortodossa dottrina, fuor della quale non era luogo che a una filosofia miscredente. Lo stesso Alighieri annovera tra gli increduli, oltre a Federigo imperatore, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini e Farinata degli Uberti, capi della parte ghibellina; ed in Firenze sappiamo essere stati i Paterini apertamente promossi e spalleggiati dal Potestà che verso l’anno 1240 vi esercitava l’autorità imperiale.[38] Nella città due colonne, delle quali una ha in cima la croce, l’altra una statua di san Pier Martire, tuttora dinotano i luoghi dove i Paterini venuti a conflitto col rimanente del popolo furono vinti ed oppressi; nè più ricomparvero dopo la morte di Federigo e la vittoria de’ Guelfi. Intanto però anche le giuste censure e l’avversione di molti contro ai mondani vizi del clero, pigliavano faccia d’eresia; cosicchè apparve sospetto nel suo primo manifestarsi lo stesso pensiero di san Francesco, il quale tendeva a rinsanire la gerarchia con l’onorare la povertà, e faceva sorgere nella Chiesa un nuovo ceto di popolani; consacrazione e forza grande aggiunta ai poveri e impotenti, che il patrocinio delle leggi tendea dovunque a rinnalzare. Sospetti egualmente riuscivano i primi eremiti che in Monte Senario cominciarono un nuovo Ordine, il quale avuta di poi solenne istituzione in Firenze, divenne l’Ordine dei Serviti. In Italia le riforme si traducevano sempre in popolari istituzioni, conservatrici però della unità religiosa che stava in cima e le conteneva dentro ai limiti d’un ossequio non mai cessato in alcun tempo. Tra queste forze venne ad infrangersi la potenza di casa Sveva e dei Ghibellini, come vedremo pei fatti che ora ne richiamano a più disteso racconto.
L’anno 1248 Federigo principe d’Antiochia, figlio naturale di Federigo II, conduceva in Toscana suoi cavalieri, mandato dal padre ad opprimere la parte guelfa, ch’era il maggior numero. In Firenze le casate ghibelline si rafforzavano dando mano alle masnade tedesche; e unite a queste, combattevano di luogo in luogo, e fino all’ultimo serraglio, i Guelfi dentro alla città. Infine dovettero questi partirsene a’ 2 febbraio, giorno della Candelaia, 1249; ma però innanzi d’abbandonare la patria, armati com’erano, portarono a sepoltura feroci e piagnenti in lunga fila il cadavere d’un loro cavaliero per nome Rustico Marignolli caduto in quella battaglia: e depostolo nel chiostro di San Lorenzo, dove una lapida in onore suo tuttora si vede, sgombrarono la città ricovrandosi a Montevarchi ed a Capraia e sparsamente per le campagne ai castelli o ne’ poderi loro e degli amici. Aveano fede in sè medesimi e nella parte ch’essi tenevano: ma i Ghibellini ed i Tedeschi rimasti soli nella città, la governavano ad arbitrio loro. Abbatterono trentasei fra case e torri, e tra queste il nobile edifizio dei Tosinghi in Mercato Vecchio, detto il Palazzo; il quale era alto (dicono gli storici) novanta braccia, adorno di colonnette di marmo. Abbatterono anche la torre che si chiamava del Guardamorto, la quale era prossima a San Giovanni, con l’intenzione (secondo scrivono) di farla cadere addosso a quel tempio dove il popolo dei Guelfi solea radunarsi: ma Giorgio Vasari, che attribuisce all’ingegno di Niccola Pisano l’avere fatto ruinare quella torre sopra sè medesima, esclude il disegno imputato ai Ghibellini: a questi rimane, come nota il Malespini,[39] l’avere cominciato quella maledizione dell’abbattere le case, che poi divenne fatale usanza. Continuarono intanto la guerra contro i castelli: ed essendo Federigo istesso venuto in Toscana, quello di Capraia, dove si era chiusa gran parte della nobiltà guelfa, per lungo assedio fu espugnato; e Federigo, i capi dei Guelfi condotti in Puglia, scrivono facesse parte mazzerare, parte abbacinare, e indi chiudere in un chiostro. L’Imperatore tedesco percuoteva con gli ottimati gli ottimati, tra’ quali soli fin qui pareva la guerra essere combattuta: vedremo il popolo tutto intero unito e possente venire in iscena, e fare sua quella vittoria cui dato aveva egli compimento.