Capitolo IV. PRIMA VITTORIA DEL POPOLO, E GOVERNO DEGLI ANZIANI. FELICITÀ DEI GUELFI. [AN. 1250-1254.]
I Ghibellini con la forza delle straniere masnade imposero al popolo intollerabili carichi e l’oppressero in mal punto, imperocchè i Guelfi avevano al di fuori ricominciato la guerra, e il re Enzo di Sardegna, altro figlio naturale di Federigo II, dai Bolognesi vinto in battaglia, era imprigionato: la parte guelfa e popolare alzava il capo; talchè veggiamo in quegli anni altre città emancipate al modo stesso e con le forme che in questa sua liberazione pigliava il popolo di Firenze. Quivi frattanto gli Uberti e le altre nobili famiglie oltre ogni dire insolentivano: il popolo, che era fino allora stato soggetto al governo dei magnati, ora essendo fuori i nobili guelfi, ed esso capace a fare testa contro i Ghibellini, si levò, e tolse con mirabile felicità in mano sua tutto lo Stato. I buoni uomini, o come scrive il Machiavelli gli uomini di mezzo, o meglio direi coloro dai quali usciva in quel punto la nuova cittadinanza, il 20 ottobre 1250 si adunano a folla nella chiesa di San Firenze; ma non osando fermarvisi per timore della violenza degli Uberti che ivi presso abitavano, si ricovrano a Santa Croce, chiesa popolana dei Frati Minori, dove armati ed inquieti dimorano alcun tempo. Poi fatto animo, invece di tornarsene alle loro case, vanno con ordine militare ad afforzarsi presso la chiesa di San Lorenzo, dove tuttavia in armi si elessero trentasei caporali, tolsero il grado al Potestà e agli ufficiali posti dai Ghibellini, mettendo a guardia del nuovo Stato un Capitano del popolo, messer Uberto da Lucca; al quale aggiunsero dodici Anziani, due per sesto, acciò guidassero il popolo e consigliassero il Capitano. Questi doveva, come il Podestà, essere nobile e forestiere, ma di popolo gli Anziani: tra questi era un calzolaio, possente uomo, secondo appare, poichè lo chiamano Grande anziano; il quale divenne poi traditore, onde più tardi fu lapidato a furia di popolo.
Scrissero tutta la gioventù in compagnie sotto a venti gonfaloni, e ordinarono che ciascun uomo uscisse presto ed armato sotto la sua bandiera, qualunque volta fosse dal Capitano o dagli Anziani chiamato, facendo gettare a questo effetto una campana. Il gonfalone del Capitano aveva la croce rossa in campo bianco; degli altri variavano i segni e i colori. Questa era la forza che il popolo ordinava a munimento della libertà sua: ma nelle guerre al di fuori andava l’esercito sotto gli ordini del Potestà, perch’era esercito del Comune o della intera città, nel quale tutti si comprendevano i vari ordini dei cittadini. I nobili e i potenti popolani formavano arme distinta, che si chiamava dei cavalieri, principal nerbo nelle battaglie. Ciaschedun sesto aveva l’insegna sua pe’ cavalieri, e similmente erano insegne variate per le armi de’ balestrieri e de’ palvesari, e per la salmeria e i guastatori e i marraioli e i palaioli. Queste insegne dava solennemente il Potestà ogni anno il dì della Pentecoste. La popolazione del contado fu parimente divisa in leghe, le quali ciascuna sotto a’ suoi gonfaloni l’una all’altra soccorrendo, dovevano inoltre, quando bisognasse, venire in arme nella città: novantasei erano i pivieri, i quali furono ordinati in leghe. E qui è da notare che a ciascun sesto della città rispondeva una parte del contado, cosicchè i vari pivieri ed i Comuni fossero come una dipendenza di quel sesto che incontro ad essi era posto, e le milizie delle leghe quando scendevano in Firenze s’aggregassero per sesti alle milizie cittadine, e le ingrossassero con lo stesso ordine. A difesa di sè stesso, ed a mostrare come in Firenze il governo dei magnati cedesse a quello della cittadinanza, ordinò il popolo che le torri onde era gremita la città, fossero tutte eguagliate all’altezza di cinquanta braccia, secondo scrivono: le torri dei nobili erano in grande numero; poche altre si chiamavano delle vicinanze, fabbricate da più famiglie insieme a difesa di case vicine:[40] con le pietre di quelle mozzate torri si cinse di mura la città oltr’Arno. Gettarono i fondamenti d’un palazzo per la Signoria, che prima non aveva pubblica residenza e gli Anziani tornavano alle loro case a mangiare e a dormire: dipoi quel palagio fu del Potestà.
Alla novella della morte di Federigo II, la quale avvenne in Firenzuola di Puglia a’ 13 dicembre 1250, il popolo richiamò in città i fuorusciti guelfi, dicendo volere rappacificare le due fazioni. Veramente avere alterato le istituzioni municipali non offendeva le ragioni dell’Impero, come il richiamo degli sbanditi, il quale era atto di sovranità.[41] Così però la città in questi anni fatta opulente pei commerci, cresciuta di popolo, e avendo acquistata in guerra ed in pace la fiducia di sè stessa, pigliava in Toscana luogo soprattutte preminente, digià cominciando a essere noverata tra le maggiori d’Italia. La parte guelfa si rinforzava dopo la morte dell’Imperatore per la presenza di papa Innocenzio IV, che dal Concilio di Lione tornava a Roma colla sua corte. Frattanto Firenze e Lucca sole si erano chiarite guelfe, mentre al contrario Pistoia, Pisa, Siena e Volterra e quasi tutti i gentiluomini di contado seguitavano il ghibellinesimo. Firenze, crucciosa di vedere Pistoia stare al comandamento di Corrado successore del secondo Federigo, contro di essa faceva uscire le sue milizie cittadine: e perchè i nobili ghibellini rimasti dentro si erano opposti a cosiffatta guerra, queste milizie tornate vittoriose costrinsero al bando non pochi di quelle famiglie; i quali, usciti appena, stringevano società o lega col Comune di Siena. Abbiamo l’atto a ciò stipulato da uno di casa dei Lamberti come procuratore degli uomini di molte famiglie di cui si leggono i nomi.[42] Allora Firenze [luglio 1251], sdegnando avere comune l’insegna coi Ghibellini, lasciò loro l’arme del giglio bianco in campo rosso e appropriossi il giglio rosso in campo bianco. «Tuttavolta l’antica nobile e trionfale insegna del Comune di Firenze, cioè lo stendardo bianco e vermiglio che si portava sul carroccio, non cangiò mai.»
La Repubblica seguitava felicemente la guerra contro i Ghibellini signori di alcune castella aiutati dai Pisani e dai Senesi, tantochè contro queste due città rivolse finalmente lo sforzo delle armi sue; nè migliori guerre nè più alto e giusto fine ebbe essa dopo quel tempo mai. I cittadini, tutti concordi pel buon governo e la lealtà loro, andavano a quelle militari spedizioni a piedi e a cavallo, con grande animo e ardire: Firenze ponevasi allora a capo di parte guelfa, e delle italiane libertà, e dei popoli che risorgevano; e se non fosse usar parole troppo magnifiche e boriose, quasi direi della civiltà del mondo. Fiorendo la Repubblica in potenza e in ricchezze a cagione della quiete dentro e dei buoni successi al di fuori, l’università dei Mercatanti, piuttostochè il Popolo ed il Comune, per onore di tutti ordinò che si coniasse moneta d’oro; per la qual cosa Firenze allora ebbe il fiorino d’oro di 24 carati. Otto di essi pesavano un’oncia; da una parte avevano il giglio, dall’altra san Giovanni Battista, e valevano venti soldi. Quando cominciarono a vedersi, niuno li voleva: ma tosto ebbero corso grande e grande credito in Europa e nei traffici d’Oriente. Un’altra volta i Fiorentini andati contro Pistoia, vi posero assedio; e avuto il disopra, quivi restaurarono parte guelfa a guarentigia del fatto, edificando un castello in sulla via di Firenze, che fronteggiasse i Pistoiesi. Eguali successi ebbero a favore dei Perugini ch’erano guelfi, e contro Siena e contro Arezzo; dove anche diedero bella prova di lealtà quando il conte Guido Guerra capitano de’ Fiorentini, avendo dato mano ai Guelfi di Arezzo perchè cacciassero contro ai patti i Ghibellini dalla città, il governo di Firenze volle che i patti si mantenessero e i Ghibellini vi rientrassero. Troviamo pure la confessione fatta da’ Guelfi d’Arezzo di somme imprestate ad essi in questi anni [1251-55] dai Fiorentini;[43] i quali dipoi avendo col toglierle alcune castella abbassato Siena, e andati ad oste contro Volterra, nel dare la caccia ai nemici fuggitivi entrarono nella città, forte pel sito in cima ad un monte. Allora si viddero venire incontro il Vescovo ed il Clero colle croci in mano, e dietro ad essi le donne scapigliate, tutti gridando: «Signori Fiorentini, pace e misericordia.» Si contentarono di riformare lo Stato e di cacciare i capi ghibellini senz’altra offesa. Vincitori di Volterra, vanno contro Pisa; e perchè i Pisani spaventati, pregando pace, ad essi inviarono ambasciatori con le chiavi della città in segno di sommissione, la guerra cessava; i Fiorentini accontentandosi di pattuire che le mercatanzie loro potessero entrare per mare e per terra liberamente in Pisa ed uscirne con franchigie di gabelle, e che i pesi e le misure usate in Firenze fossero comuni anche ai Pisani. Bastava loro il provvedere alla facilità dei commerci; nè a tanto possente e ghibellina città quei patti erano da imporre che altrove solevano ad incremento di parte guelfa, come non ricettare i fuorusciti, o per tre anni pigliare tra’ nobili di Firenze il Potestà, che doveva (come noi sappiamo) da per tutto essere forestiero. Tornava l’oste in Firenze tra le allegrezze e le feste nel gaio mese di settembre; ed a quell’anno tanto felice [1254] il nome fu dato d’anno vittorioso. Erano i primi gaudi della libertà, nei quali sembra che il giovane popolo innalzi a leggenda la propria sua istoria.[44]