Capitolo V. MANFREDI RE DI NAPOLI AIUTA I GHIBELLINI. BATTAGLIA DI MONTAPERTI. [AN. 1254-1260.]
Manfredi figlio naturale di Federigo II succedè l’anno 1254 al fratello Corrado sul trono di Sicilia e di Puglia in pregiudizio del nipote Corradino: da lui ebbe parte ghibellina gran sostegno, e la Toscana grande assalto. Ad istigazione di quel principe i Pisani di bel nuovo ruppero guerra ai Fiorentini ed ai Lucchesi, avendo sul territorio di questi assalito il castello del Ponte a Serchio, dal quale poi furono respinti con grave sconfitta: i vincitori volgendo l’oste contro alla stessa Pisa, giunsero fino a San Iacopo in Val di Serchio, dove tagliato un gran pino, fecero a dimostrazione di trionfo, sul ceppo rimasto, battere fiorini d’oro. Allora i Pisani gli richiesero di pace, che i Fiorentini concessero in modo grato ai Lucchesi; ma per avere alle mercatanzie libera la piaggia del mare fermarono che nel popolo di Firenze stesse la scelta del mantenere o del disfare il castello di Mutrone, che era tenuto dai Pisani.[45] Questi accettarono la condizione: dopo di che gli Anziani di Firenze in consiglio segreto presero partito, che il Mutrone fosse disfatto. Ciò si doveva nel dì seguente proporre in pubblico parlamento: ma intanto i Pisani bramando impedire che i Fiorentini a ogni costo dessero quel castello in signoria dei Lucchesi, avevano in Firenze mandato a tal fine celatamente un discreto segretario con denari assai da spendere. Si accostò il Pisano, per interposta di un amico, ad un grande cittadino anziano e possente in popolo e in comune, il quale avea nome Aldobrandino Ottoboni, franco popolano, offrendogli quattromila fiorini e più se ottenesse che il Mutrone fosse disfatto. Ma il vecchio Aldobrandino, da ciò argomentando che la distruzione del Mutrone, dai Pisani desiderata, verrebbe dannosa ai Fiorentini ed ai Lucchesi, come leale cittadino, senza far parola della offerta dei denari, con nuovi argomenti propose il contrario di quel che aveva nel precedente giorno, e fece vincere il partito che il Mutrone si conservasse: tanta fu la continenza di quel virtuoso e non troppo ricco cittadino, che il Villani paragona al buon romano Fabrizio. Poco dopo Aldobrandino moriva, e il Comune gli decretò in Santa Reparata un monumento di marmo elevato sopra a ogni altro, dove fu egli deposto a grande onore. Tre anni dopo i Ghibellini tornati in città fecero per empiezza di parte abbattere quella sepoltura, e il corpo di Aldobrandino trascinare per la città e gittare nei fossi.
Manfredi era stato l’anno 1258 coronato in Palermo re di Sicilia; dal che ranimati i Ghibellini di Toscana, convenivano in segrete adunanze, tendendo le orecchie ad ogni novella. Gli Uberti ordivano gran congiura, ma fu scoperta la trama; citati, negarono i Ghibellini di comparire, insultando con ferite e con percosse la famiglia del Potestà. Al che il popolo, correndo armato alle case degli Uberti, uccise a furia Schiattuzzo di quella famiglia ed altri ad essa aderenti: Uberto Caimi degli Uberti e Mangia degl’Infangati, condotti al carcere, confessarono la congiura, per cui tosto ebbero il capo mozzo. I rimanenti degli Uberti con molte più casate ghibelline, i Fifanti, gli Amidei, i Lamberti, gli Scolari ed altre sì nobili che plebee, le quali sarebbe qui troppo lungo noverare, fuggirono dalla patria, ricoverandosi a Siena ch’era tenuta dai Ghibellini: le case e torri dei fuorusciti furono atterrate. Poco dipoi l’Abate di Valombrosa, pavese della famiglia da Beccaria, caduto in sospetto di perfidia ghibellina, fu posto al tormento e decollato da’ Fiorentini, i quali ne furono scomunicati dal Pontefice. Il popolo che resse in quei tempi la città, scrive il cronista che «fu superbo molto, di alte imprese e tracotato;» ma una cosa ebbero i rettori, che furono molto leali e diritti. E perchè un Anziano fece ricogliere dal fango presso a San Giovanni un cancello che era stato della chiusa del Leone, e lo mandò in una sua villa, ne fu condannato in lire mille, come frodatore delle cose del Comune.[46] Firenze, che aveva come sua impresa il Marzocco, teneva insin d’allora per grandigia un serraglio di Leoni che venivano ad essa recati dai commerci nell’oriente: usanza continuata dalla Repubblica sempre, ed anche poi sotto al principato, fino alla memoria dei padri nostri.
«I cittadini di Firenze allora (prosegue il Villani) vivevano sobri e di grosse vivande e con piccole spese, e di grossi drappi vestivano loro e loro donne. E molti portavano le pelli scoperte senza panno, con berrette in capo, e tutti con gli usatti (stivali di cuoio) in piede. E le donne fiorentine co’ calzari senza ornamenti; e passavansi le maggiori d’una gonnella assai stretta di grosso scarlatto, cinta ivi su d’uno scaggiale (cintura) all’antica, ed un mantello foderato di vaio col tassello sopra, e portavanlo in capo; e le comuni donne vestite di un grosso verde di cambrasio per lo simile modo: e lire cento era comune dote di moglie; e lire dugento o trecento era a quei tempi tenuta dote sfolgorata; e le più delle pulzelle aveano venti e più anni anzichè andassero a marito.[47]» Le quali parole confermano quelle a tutti note, dove l’Alighieri descrive l’antico vivere dei Fiorentini, che i vecchi tuttora potevano ricordare, tanto fu rapido il salire di questa città nella opulenza e nelle corruttele.[48]
Siccome per la pace fermata tra’ Fiorentini e i Senesi, questi si erano obbligati a non ricevere fuorusciti; così i Fiorentini inviarono a Siena due ambasciatori, Albizzo Trinciavegli e Iacopo Gherardi dottori in legge; i quali giunti, chiesero che i rifugiati fossero cacciati via, ed aggiunsero intimazioni superbe; cui risposero i Senesi con l’accettare la guerra, che fu incontanente dichiarata. Su di che i fuorusciti si argomentarono d’inviare ambasciatori al re Manfredi per soccorso, tale sperandolo che bastasse a restituirli nella patria. Era capo dell’ambasceria Farinata degli Uberti, principale tra i Ghibellini, ed avea libera facoltà da’ suoi di fare e dire come a lui paresse. Venuti al cospetto del Re, inginocchiati, lo richiesero d’aiuto; ma egli, o temesse o diffidasse, promise a stento il magro soccorso di cento cavalieri tedeschi. Volevano gli altri, che aveano sperato tirarlo almeno a seicento uomini, ricusare la profferta; ma Farinata disse loro: «non rifiutiamo niuno suo aiuto, e sia piccolo quanto si vuole; mandi con esso l’insegna sua: tornati a Siena, noi la metteremo in tale luogo che converrà mandi egli gente a sufficenza.[49]» Accettarono, ma giunti a Siena furono accolti a grande scherno; e molto furono sbigottiti i fuorusciti che si aspettavano dal re Manfredi maggiore aiuto.
Correva il mese di maggio del 1260, quando l’oste fiorentina andava contro Siena, conducendo seco il Carroccio, com’era usanza delle città libere d’Italia. Questo era «un carro in su quattro ruote, tutto dipinto vermiglio; e suso eranvi due antenne, sulle quali sventolava il grande stendardo dell’arme del Comune di Firenze, bianco e vermiglio.... Lo tirava un grande e forte paio di buoi, coperti di un panno anch’esso vermiglio: tenevano i buoi nello Spedale di Pinti a questo ufficio ed a niun altro; il guardatore di essi avea franchigia nel Comune. Quando era guerra, i conti e castellani vicini e gentili cavalieri della città lo traevano dall’Opera di San Giovanni, e condotto sulla piazza di Mercato Nuovo, lo posavano sopra un termine ch’era fatto d’una pietra tonda, raccomandandolo quivi al popolo di Firenze. All’oste lo guidavano i popolani, e di essi i migliori ed i più forti e virtuosi erano deputati a guardarlo, a piedi tutti; e nelle battaglie la forza del popolo intorno a quello si ammassava. E quando l’oste era bandita, un mese innanzi ponevano sull’arco della porta Santa Maria, in capo di Mercato Nuovo, una campana chiamata la Martinella, e quella del continuo suonava. Quando l’oste si moveva, la detta campana era levata d’in sull’arco e posta in un carro sopra un castello di legname; al suono di questa si guidava l’oste.[50]» Queste erano pompe del popolo vecchio e della Repubblica di Firenze.
Andava l’oste contro Siena, e via facendo impadronitasi d’alcune castella, si accampava presso l’antiporta della città stessa al Monistero di Santa Petronella, dove su un poggetto rilevato innalzarono una torre da tenervi la campana. In Siena il disegno che Farinata aveva fatto sulla bandiera del re Manfredi, ebbe allora compimento: durando l’assedio, gli usciti di Firenze diedero un giorno mangiare ai cavalieri tedeschi; e bene avendogli avvinazzati, gli feciono armare e montare a cavallo per assalire il campo de’ Fiorentini, con la promessa anche di grandi doni e paga doppia. I Tedeschi forsennati e caldi di vino uscirono fuori; e perch’erano improvvisi, al primo assalto fecero grande danno, e molti del popolo e della cavalleria fuggirono, credendo fossero maggior numero di gente: poi ravveduti, si raccozzarono e diedero addosso ai pochi Tedeschi, dei quali molti furono uccisi; e la bandiera del re Manfredi presa e strascinata, fu poi recata a Firenze. Allora i Senesi e i fuorusciti ghibellini avendo accattato dalla compagnia de’ Salimbeni di Siena ventimila fiorini d’oro, mandarono altri ambasciatori annunziando a quel Re come la sua poca gente per gran valentia essendosi messi ad assalire l’oste dei nemici, prima l’avessero posta in fuga, e se più fossero stati, avevano la vittoria; ma per la poca gente, erano poi tutti rimasti morti, e l’insegna caduta in mano dei Fiorentini e svergognata: a ciò aggiugnendo quelle parole che seppero meglio ad ismuovere Manfredi.[51] Il quale crucciato allo intendere la novella, con la moneta dei Senesi mandò in Toscana il conte Giordano suo maliscalco ed ottocento cavalieri tedeschi; giungevano questi all’uscita del luglio 1260.
Per questo rinforzo invigoriti i Senesi, bandirono oste sopra a Montalcino; e avendo richiesto l’aiuto dei Pisani e di tutti i Ghibellini di Toscana, bentosto raccolsero in Siena un esercito di molto polso. Ma non si credevano però avere fatto nulla se non tirassero i Fiorentini fuori a campo, i Tedeschi essendo pagati per soli tre mesi; e già n’era passato uno e mezzo, nè moneta avevano da più tenerli, nè mai l’avrebbero ottenuta da Manfredi. Ragionarono pertanto che al fine loro non perverrebbero senza grande maestria e inganno di guerra; del che l’industria fu commessa a Farinata degli Uberti. Sceglieva egli due frati Minori da inviare messaggieri al popolo di Firenze; e prima gli fece in gran segreto abboccare con alcuni dei principali di Siena, i quali diedero infintamente loro ad intendere che, bramando scuotere essi quella sorta di signoria che Provenzano Salvani esercitava dentro alla città, volentieri darebbero questa ai Fiorentini per diecimila fiorini d’oro: venissero con grande oste sotto cagione di fornire Montalcino, e andassero infino sul fiume d’Arbia, dove giunti avrebbero dagli amici loro la porta di San Vito la quale guarda verso Arezzo. I frati, condotti essi medesimi nell’inganno, vennero a Firenze con lettere suggellate, e fecero capo agli Anziani, profferendo che recavano gran cose in pro del popolo di Firenze, ma che erano tali che si voleano manifestare a pochi. Allora gli Anziani elessero due di loro; che uno era chiamato lo Spedito, audace uomo e intramettente; ai quali, poichè ebbero fatto sacramento sull’altare, i frati mostrarono le lettere, e tutto discopersero il trattato. I due portati da volontà diedero fede, e incontanente trovati i diecimila fiorini, radunarono Consiglio di grandi e di popolo, ai quali esposero che bisognava muovere l’oste d’intorno a Siena a fornire Montalcino, e quivi andare con grande possa. I nobili delle grandi case di Firenze ed il conte Guido Guerra ch’era con loro, e di milizia più sapevano che i popolani, ed ignoravano il trattato; conoscendo la nuova masnada de’ Tedeschi ch’era venuta in Siena, e la mala vista che fece il popolo a Santa Petronella quando i cento Tedeschi gli assalirono; e sapendo i cittadini non tutti essere bene disposti, e altresì pensando come si poteva in altro modo fornire Montalcino, al che gli Orvietani s’erano offerti; e che lasciando i Tedeschi stentare finchè non mancasse la moneta, si sarebbono straccati, e tornerebbero in Puglia lasciando i Senesi più in male stato che per l’innanzi: avvisando queste cose, diedero savio consiglio che per al presente non si dovesse muovere l’oste. Fu per essi tutti dicitore Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, savio e prode cavaliere e di grande autorità: ma detto ch’egli ebbe, lo Spedito già inalberato nelle speranze e di natura presuntuoso, si fece a riprenderlo con vili parole tacciandolo di paura. Tegghiaio rispose: Tu non ti ardiresti di seguitarmi nella battaglia, dove starò io. Si levò Cece dei Gherardini a dire lo stesso che aveva detto messer Tegghiaio; ma gli Anziani gli comandarono non dicesse, e a chi arringasse contro al comandamento era pena cento lire. Il cavaliere voleva pagarle per contradire, ma gli Anziani raddoppiarono la pena una e due volte, ed egli voleva sempre pagare; comandarono si tacesse, pena la testa. E così vinse il peggior consiglio, che tutto l’esercito, levato il campo, senza indugio procedesse.
Deliberatosi di combattere contro il parere dei nobili, il popolo fiorentino ricercò l’aiuto de’ suoi collegati, e l’ebbe da Lucca, da Bologna, da Pistoia, da Prato, da San Miniato, da Volterra, da San Gimignano e da Colle di Val d’Elsa, terre che allora formarono una lega guelfa col Comune di Firenze. Era il tempo del ricolto, e i contadini fatti soldati presero l’armi con ripugnanza. Di Firenze erano più di ottocento cavalieri, e ben cinquecento soldati a piedi, che mossero alla guerra al cominciare d’agosto col Carroccio e colla campana. Gli seguitò molta plebe colle insegne delle compagnie, e non rimase nella città casa nè famiglia che non vi andasse qualche persona a piedi o a cavallo, e di tale due, secondo che erano potenti.[52] Credettero fosse provvedimento più cauto menare seco i Ghibellini mescolati nelle compagnie, anzichè lasciarli mentre era assente la milizia, «quasi padroni della città.» Ma fu peggio, avendo quelli avuto agio d’aspettare, confusi tra’ Guelfi, il tempo acconcio al tradimento che già Farinata per altri suoi messi aveva ordinato. I Fiorentini oltrepassata Siena si fermarono a cinque miglia da quella città, dalla parte di levante sull’Arbia in Val di Biena, sito abbondante di acque e di pascoli, munito dai lati e a tergo dai colli di Montaperti, castello posto in una altura, e divenuto famoso per quella battaglia. Ivi a loro si aggiunsero Perugini e Orvietani che là gli aspettavano; talchè l’esercito assembrato aveva in tutto tre mila cavalieri e più assai migliaia di fanti, che in quelle guerre mal si contavano perchè andavano disordinati. In mezzo a cosiffatti apparecchi, e come accade all’appressarsi di grandi eventi, paurosi presagi si spargevano a Firenze, e a Siena, e in tutta Toscana.
Siena con religiose cerimonie si consacrava quel dì alla Vergine come a signora unica e perpetua: la notte che precesse alla battaglia per tutte le chiese era un piangere, un pregare, un fare paci coi nemici che ognuno avesse. Venuta l’ora del mattino, a un grido del banditore, cinquemila cittadini senesi pigliarono le armi, e furono in punto per modo volonterosi, che il padre non aspettava il figliuolo, nè l’un fratello l’altro: con essi duemila fuorusciti fiorentini bramosi di recuperare la patria quanto erano i Sanesi di non perdere la loro, e ottocento soldati tedeschi sotto la condotta del conte Giordano: i Pisani, impegnati nella guerra coi Genovesi, non avevano potuto mandare altro che poca gente. L’esercito fiorentino accampato a Montaperti e gli Anziani che lo reggevano, fra i quali ci è noto soltanto il nome dello Spedito, attendevano sinchè la porta fosse loro consegnata com’era promesso; quando un grande popolano fiorentino chiamato il Razzante, di animo ghibellino, esce dagli accampamenti, entra in città, ed agli amici suoi narra privatamente come nel campo si buccinasse che Siena doveva esser tradita; e che l’oste guelfa era poderosa molto; e di troppo gran rischio la battaglia in su quel punto co’ Fiorentini. Ma Farinata, risaputi i discorsi del Razzante, gli gridò contro: «Uccideresti noi tutti se tu spandessi per Siena queste novelle, perchè ogni uomo faresti impaurire, ma vogliamo che dichi il contrario; perocchè se ora non si combatte, che avemo questi Tedeschi, mai non ritorneremo in Firenze; e per noi farebbe meglio la morte che andare più tapinando per lo mondo.» Accomodatosi il Razzante a quell’ammaestramento, si pone una ghirlanda in capo, rimonta a cavallo e simulando allegria viene al parlamento in palagio, dove era tutto il popolo di Siena, e i Tedeschi ed altre amistadi: ivi con lieta faccia dice che l’oste dei Guelfi si reggeva male, e che era male guidata e peggio in concordia; e che assalendoli francamente, di certo erano sconfitti. A grida di popolo si armarono tutti in Siena gridando: «battaglia battaglia.» Vollero i Tedeschi paga doppia, e l’ebbero: fu spalancata la porta San Vito che a levante stava di fianco all’accampamento fiorentino.
Era presso che la metà del martedì, quarto giorno di settembre 1260. Innanzi andavano i cavalieri tedeschi, seguitati dalle genti d’armi di Siena a cavallo, dai fuorusciti, e dalla fanteria, tutti sotto ai loro stendardi. I Fiorentini dapprima crederono che i soli Tedeschi uscissero fuori a provocarli come nei giorni precedenti: ma quando scorsero la fiumana dei soldati versarsi giù per le colline, quando ravvisarono il popolo dei Senesi venire innanzi ordinato alla volta loro, sbigottirono. Perchè la mostra fosse maggiore, i Senesi avevano fatto uscire anche saccardi e fantaccini con elmo in testa: la fanteria mescolata ai cavalieri stava in ordine di battaglia sulle colline sotto le sue bandiere; le salmerie si fermarono in disparte quando cominciò la pugna. Innanzi agli altri i cavalieri tedeschi rovinosamente percossero i cavalieri dei Fiorentini, che ad assalto non preveduto male resistendo, videro tosto di mezzo a loro uscire i Ghibellini traditori e andare a porsi dall’altra parte. Le spade tedesche s’aprivano il campo tra l’oste nemica; il caldo era grande, il sole che piegava all’occidente feriva negli occhi le guelfe milizie. Di queste l’insegna era portata da Iacopo de’ Pazzi, uomo di grande valore; quando Bocca degli Abati, uno dei Ghibellini traditori che era in sua schiera appresso a lui, da tergo spingendogli addosso il cavallo gli taglia la mano, che cade giù con l’insegna. Al che i cavalieri, vedendosi a quel modo traditi dai loro ed abbattuta l’insegna, e dai Tedeschi sì forte assaliti, in poco d’ora si misono in isconfitta: ma perchè la cavalleria di Firenze prima s’avvidde del tradimento, non venne a perdere che trentasei uomini di nome, tra morti e presi. Rimaneva la milizia del popolo a piedi, che era molto numerosa e aveva più forte la coscienza della causa che essa difendeva; facevano calca intorno al Carroccio, alla cui guardia era quel giorno preposto un Giovanni Tornaquinci cavaliere d’antica età, sperimentato in molte battaglie e per famiglia capo dei Guelfi nel sesto di San Pancrazio: seco era un suo figliuolo e tre parenti del sangue istesso; i quali tutti, dopo lunga e appassionata resistenza, con lui cadevano sul mucchio dei morti. Ma la grande mortalità e presura fu dei fanti popolani di Firenze, di Lucca e d’Orvieto, i quali essendosi andati a chiudere nel castello di Montaperti, cadevano tutti in mano ai nemici. Tramontava il sole e la feroce zuffa durava ancora: terminò col giorno, avendo continuato senza interruzione sette ore. Dei Fiorentini oltre a duemilacinquecento furono uccisi e millecinquecento presi, tutti dei migliori del popolo e di ciascuna casa di Firenze:[53] gravi danni ebbero i Lucchesi. Il Carroccio, la Martinella e innumerabile preda d’arnesi rimasero al vincitore. Fu questa battaglia delle più sanguinose di quei tempi, siccome quella per cui fu rotto e annullato il popolo vecchio di Firenze che era durato in tante vittorie e grande signoria e stato per dieci anni.[54]
Due croniche senesi descrivono a guisa di poema o di romanzo i colpi di lancia dei cavalieri tedeschi; di questo peccato almeno fu immune la parte dei Guelfi. Narrano poi la molta strage che da uomo a uomo fecero i pedoni e il grande numero dei prigionieri condotti in Siena dopo la battaglia: ivi è tuttavia memoria di una trecca per nome Usilia, che ne avrebbe condotti trentasei legati alla coda di un suo asinuccio. Da quelle cronache poco si rileva di quello che importi alla politica o alla guerra, ma bene dipingono gli affetti che in Siena dominavano e le passioni; e la leggenda poi s’innalza quando pone in iscena un araldo che stando a vedetta in cima alla torre dei Marescotti dentro la città, vede ed accenna via via ai trepidanti concittadini suoi i casi tutti della battaglia, e la vittoria su’ Fiorentini: qui è proprio l’Iliade; istoria non è, perchè da Siena era impossibile scorgere le mosse dei due eserciti nel campo di Montaperti.[55]