Capitolo VI. FIRENZE IN MANO AI GHIBELLINI. — FARINATA DEGLI UBERTI VIETA LA DISTRUZIONE DELLA CITTÀ. — MISERIA DEI GUELFI. — DISCESA IN ITALIA DI CARLO D’ANGIÒ, E MORTE DEL RE MANFREDI. [AN. 1260-1266.]
Giunta in Firenze la novella della sconfitta dell’Arbia e insieme con essa i fuggitivi accorrenti, si levò il pianto d’uomini e di femmine, ogni famiglia deplorando morti o prigionieri uno o più dei suoi. Gli scampati dalla battaglia e i nobili e popolani guelfi rimasti in Firenze, temendo l’arrivo imminente dei vincitori e fidando poco nella plebe dove erano molti aderenti ai Ghibellini, si risolvettero spatriare; e a’ 13 settembre 1260 usciti piangendo dalla città, si recarono a Lucca con le famiglie loro. Tale era la sorte in quelle guerre cittadine: i vinti perdevano con la potenza la patria e gli averi e ogni gioia della vita; uopo era fuggire. Ma insofferenti dell’esilio, cercavano guerra da chi si fosse contro alla città loro, dove ogni cosa rimaneva monca e interrotta, gli usciti recando qua e là per l’Italia gli sdegni loro e le querele. Esulavano fra gli altri i Bardi, i Rossi, i Mozzi, i Gherardini, i Cavalcanti, i Pulci, i Buondelmonti, gli Scali, gli Spini, i Giandonati, i Tornaquinci, i Tosinghi, gli Adimari, i Pazzi, tutte nobili casate; e delle popolane i Canigiani, i Machiavelli, i Rinucci, i Soderini, con altre molte che nel governo degli Anziani erano venuti in stato. Con essi ebbe bando Brunetto Latini, che fu poi maestro di Dante. Avealo inviato la Repubblica ad Alfonso re di Castiglia per chiedergli aiuto contro a’ Ghibellini, e in quel frattempo la parte sua essendo vinta, rimase egli in Francia, e quivi scrisse il suo Tesoro. Parve dipoi che i Guelfi avessero mostrato poco animo e fermezza nell’abbandonare la città, che era forte di mura e di torri e di fossi pieni d’acqua da poterla bene difendere e tenere.
Nella domenica 16 settembre il conte Giordano, le masnade tedesche e gli altri soldati ghibellini di Toscana, arricchiti delle prede dei vinti, fecero ingresso nella città senza contrasto; e subito elessero Potestà di Firenze pel re Manfredi Guido Novello della famiglia dei conti Guidi, signori di Poppi in Casentino. Egli a tutti i cittadini fece giurare fedeltà al Re, e per i patti promessi ai Sanesi fece disfare cinque castella del contado di Firenze che fronteggiavano quel di Siena. Alloggiava dove poi fu il Palagio del Potestà; e poichè dentro era mal sicuro e fuori aveva la forza sua, fece aprire sino alle mura la via che tuttora ha nome di Ghibellina, per la quale potesse a ogni caso mettere dentro i suoi fedeli e uscire al bisogno fuori degli ingombri delle vie. Il conte Giordano con le masnade tedesche rimase capitano di guerra e vicario generale pel re Manfredi. Tutte le sostanze dei Guelfi andarono al Comune, e molte loro abitazioni furono rase dai fondamenti: Firenze era come in balía d’uomini stranieri. Quando in Roma giunse la novella della sconfitta dei Fiorentini, acerbo dolore ne provarono il pontefice Alessandro IV e i Cardinali pel grande abbassamento che ne veniva alla parte della Chiesa. Ma perchè il cardinale Ottaviano degli Ubaldini ghibellino ne faceva grande festa, il cardinale Bianco, che era guelfo e aveva fama d’astrologo, disse parole le quali furono presagio a molti della vittoria e del ritorno dei Guelfi nella patria loro. Questi frattanto sgombrarono non solamente Firenze, ma Prato ancora e Pistoia e Volterra e San Miniato e San Gimignano e molte altre terre di Toscana. Lucca rimase guelfa, e diede rifugio ai seguaci di quella parte. Quivi stanziando gli esuli fiorentini e spesso convenendo sotto la loggia innanzi alla chiesa di San Frediano, un giorno Tegghiaio degli Aldobrandi veduto lo Spedito che nel consiglio gli aveva detto villania e che allora pativa con gli altri la povertà e l’esilio: «Vedi (gli disse) a che hai condotto te e me e gli altri per la tua audacia e superbia.» Quegli rispose: «E voi perchè ci credevate?» parole abiette e senza pudore.
Intanto i Pisani, i Senesi, gli Aretini, il conte Giordano con gli altri capi ghibellini di Toscana, ordinarono di fare in Empoli parlamento per assicurare la vittoria della parte loro e fare taglia, cioè compartire tra loro i carichi e le spese; ma in questo mentre lo stesso conte Giordano essendo richiamato in Puglia per mandato di Manfredi, lasciò vicario generale e capitano di guerra in Toscana il conte Guido Novello. Prima che egli andasse, adunatosi il parlamento, tutti i deputati delle città ghibelline e i feudatari vicini a Firenze opinarono che la città, disfatta in parte e priva delle sue mura, fosse ridotta a borghi aperti siccome quella il cui popolo era tutto guelfo: rialzerebbe (dicevano) essa tosto o tardi la parte della Chiesa; alla salute loro volersi la distruzione di Firenze. Tutti assentivano, quando uno solo si levò ad oppugnare il comun voto, Farinata degli Uberti. Sembra che allora nelle pubbliche arringhe dal dicitore solesse proporsi un motto, sul quale la diceria poi si svolgesse. Farinata propose due grossi antichi proverbi composti in uno, nel quale accennava all’autorità sua sopra gli altri, rozzi e impotenti a petto a lui.[56] Mostrò la follía di quell’atroce proponimento; e se altri non fosse cui stesse a cuore tale città, egli con la sua spada in mano finchè avesse vita la difenderebbe: disse, ed accennava uscir dalla sala. Grande cuore aveva, e ognuno temette nimicarsi tale uomo; il conte Giordano, prudentemente adoperando, tolse altri modi a contenere il popolo di Firenze; e così per l’alto animo e per la virtù di Farinata, la città fu salva: il nome di lui rimase glorioso nei tempi avvenire.
La possanza della parte ghibellina si dispiegava in Toscana, dove il conte Guido Novello occupava parecchie castella dei Lucchesi. Il corso di tali conquiste si arrestava nondimeno davanti a Fucecchio, che difeso più di trenta giorni dal fiore dei fuorusciti guelfi ivi raccolto, restava finalmente libero dall’assedio. I Guelfi spedivano loro ambasciatori in Alemagna alla madre di Corradino legittimo erede di Corrado, ed il cui trono era tenuto da Manfredi suo zio, acciò loro affidasse il figlio; ma essa per la tenera età lo negava. Anche in seguito vedremo la parte abbassata cercarsi appoggio dallo straniero, intantochè la supremazia degli Imperatori apriva l’adito in Italia ai Tedeschi, e l’irrequieta gelosia papale ad altri principi stranieri. Alcuni tentativi guerreschi dei Guelfi per rientrare in Firenze andavano a vuoto: anzi provocavano maggiori assalti del conte Novello, che tornato ad oste contro a’ Lucchesi ed ai fuorusciti fiorentini, gli sconfiggeva. Qui l’ultima volta comparisce nelle storie Farinata degli Uberti. Questi a battaglia finita cavalcando, si era tolto in groppa Cece dei Buondelmonti suo prigioniero, quando Piero suo consorto, soprannominato l’Asino, con vituperosa crudeltà gliel’uccideva addosso, dandogli d’una mazza in sulla testa.
I Ghibellini avevano occupato alcune castella dei Lucchesi, i quali bramosi di ricuperare i loro uomini rimasti prigioni in Montaperti che erano molti e dei migliori della città, fecero al conte Guido segretamente offerire, restituisse questi con le castella ed essi caccerebbero tutti i fuorusciti guelfi. La pratica venne copertamente condotta sì che niuna cosa ne trapelò a quei miseri, cui ad un tratto la Signoria di Lucca comandava sgombrassero la città e il territorio dentro tre dì, pena la testa: nè pietà ottennero nè indugio, e le masnade tedesche avanzavano. Abbandonarono Lucca essi e le famiglie loro nel 1263, e donne gentili, mogli dei fuorusciti fiorentini, furono costrette partorire tra le asprezze di quell’appennino che è tra Lucca e Modena: di qui rifuggivansi miseramente in Bologna. Chiusa era loro Toscana tutta, dove in poco d’ora non fu terra nè castello che non tornasse ai Ghibellini. Questa cacciata da Lucca fu bensì cagione di sorte migliore a parecchi fuorusciti, che riparatisi in Francia e avvantaggiatisi nei commerci, dipoi tornarono a Firenze: altri da Bologna passati a Modena e quindi a Reggio in aiuto dei loro partigiani, quivi onorati ed arricchiti di prede, cominciarono a formare una di quelle vaganti masnade di cui vedremo l’Italia essere inondata. Erano più di quattrocento uomini d’arme, tutti a cavallo e bene in assetto, capitanati da messer Forese degli Adimari, pronti a soccorrere parte guelfa, alla quale già novelle sorti si preparavano.
La debolezza di papa Alessandro IV aveva giovato a Manfredi per istabilirsi sul trono di Puglia; ma non tardò ad ascendere la sedia pontificale Urbano IV francese, il quale si diede a rinnalzare parte guelfa, continuando i disegni che Innocenzio IV aveva concetti. Fermo nell’animo di abbattere ad ogni costo Manfredi, offerse nel 1263 la corona di Napoli a Carlo d’Angiò, fratello al re di Francia Luigi IX. Urbano moriva poco dipoi; ma Clemente IV, di lui successore e francese anch’egli, dava effetto al disegno. Così le speranze dei Guelfi risorsero in tutta Italia: e la famiglia Della Torre in Milano potentissima si distaccava dai Ghibellini per accostarsi a Carlo; mentre alcune città vicine, Verona, Brescia, Cremona, Piacenza e Pavia, rimanevano devote al ghibellinesimo ed a Manfredi. Noi non racconteremo la breve guerra dei due valorosi combattenti per le belle napoletane contrade: solo diremo che il saggio re San Luigi, irresoluto dapprima dell’aiutare o no il fratello in quella impresa di ventura, fu lieto infine di allontanare dalla Francia quello spirito altiero ed irrequieto con l’aprirgli lontano un campo alle ambizioni. Manfredi, che avrebbe potuto difendersi meglio nei luoghi fortificati, prescelse venire a grande battaglia nel piano della Grandella presso Benevento, dove tradito da una parte de’ suoi baroni dovette soccombere: mentre ferveva la mischia, nel rimettersi l’elmo in testa, l’aquila d’argento che vi stava per cimiero gli era caduta sull’arcione dinanzi; egli disse ai suoi: «Questo è segno di Dio;» e si gettò nel folto dei nemici, dove cadde ucciso. Era l’anno 1266.[57]