Capitolo II. SCONFITTA DEI PISANI ALLA MELORIA. — IL CONTE UGOLINO DELLA GHERARDESCA. — GUERRA CONTRO AI GHIBELLINI D’AREZZO; VITTORIA DI CAMPALDINO, E BUONO STATO DELLA CITTÀ DI FIRENZE. [AN. 1282-1292.]

I mari di Pisa e di Genova vedevano l’anno 1284 quei feroci combattimenti onde era abbassata la potenza dei Pisani totalmente sconfitti da’ Genovesi in una battaglia navale presso lo scoglio della Meloria; nella quale perderono essi più di quaranta galere e sedici mila combattenti, cinque mila uccisi ed il resto prigionieri. Firenze e le altre città guelfe in tal congiuntura viepiù si ristrinsero contro la misera Pisa ridotta alle angustie estreme. Fermarono esse di assaltarla per terra, mentre i Genovesi continuerebbero a tempestarla dal mare; tanto era l’odio già contro quella città rivale e la cupidigia di soverchiarla pei commerci.

Allora il conte Ugolino della Gherardesca, potentissimo ed ambizioso tra’ cittadini di Pisa, divisò rompere questa lega e conducendo a parte guelfa la città sua, occuparne egli la signoria. A lui nuoceva la mala fama, correndo voce che egli avesse nella battaglia della Meloria dato il segnale di ritirarsi alle galere da lui comandate, a fine con ciò di indebolire la patria sua e divenirne più facilmente signore, contrapponendosi per il fine stesso anche al ritorno dei prigionieri ch’erano in Genova. Ora costui, per acquistarsi favore in Firenze, presentò alcuni (come fu detto) dei maggiori cittadini di grandi fiaschi di vernaccia, nei quali insieme col vino erano fiorini d’oro. Ottenne così che i Lucchesi ed i Genovesi soli andassero contro Pisa, della quale il conte Ugolino pigliava lo Stato con la oppressione degli Anziani che in essa reggevano. Cresciuto in tirannide, divenne più odioso: inimicossi co’ suoi e con parte guelfa; cacciò da Pisa Nino Visconti ch’era giudice di Gallura nella Sardegna, dove i Pisani avevano grande signoria. Fu accusato di avere fatto per gelosia dello Stato avvelenare il conte Anselmo da Capraia suo nipote, giovane di grande aspettazione, e di avere a’ Fiorentini ed a’ Lucchesi voluto tradire alcune castella de’ Pisani. Nel tempo stesso cercava pure segreti accordi co’ Ghibellini, ma rifiutando poi di chiamarli ad avere parte nella signoria, fu assalito armata mano dall’arcivescovo della città, Ruggero degli Ubaldini. Scrive il Villani che poco innanzi mostrando egli a un Marco Lombardo, uomo di corte che stava seco, le grandi ricchezze della sua casa, gli domandò se cosa alcuna vi mancasse; rispose quegli, che una sola: l’ira di Dio, che sopravverrebbe. Appresso, comunque valorosamente combattesse, il conte Ugolino della Gherardesca fu chiuso prigione con due figli e due nipoti nella torre dei Gualandi, di cui le chiavi dopo alcuni mesi nel marzo dell’anno 1289 furono fatte gettare in Arno; cosicchè quell’infelice, dopo di avere chiesto invano un sacerdote che lo confessasse, moriva di fame con i quattro giovinetti: davano a lui perpetuo nome i versi di Dante.

Essendo morto Carlo d’Angiò primo re di Puglia, ed il successore di lui Carlo II caduto per grande battaglia navale in prigionia degli Aragonesi di Sicilia nel 1287, i Ghibellini avevano rialzato gli animi a speranze nuove e fatto capo in Arezzo. Quivi si era prima formato sotto parte guelfa un governo popolare, il quale odioso del pari ai grandi guelfi e ghibellini, da loro insieme fu abbattuto con sanguinoso rivolgimento; ed il governo venuto in mano dei grandi, bentosto divenne cosiffattamente ghibellino, che Rodolfo imperatore potè mandare in Arezzo con poche genti un suo Vicario. Capo di quella parte in Toscana e nella Romagna e nella Marca era Guglielmo degli Ubertini vescovo d’Arezzo: ma essendo nata di queste cose grande paura e gelosia nei Fiorentini,[77] questi chiamarono bentosto a sè le altre città guelfe, ed assembrarono loro sforzo; in tutto due mila seicento cavalieri e dodici mila pedoni. Dei cavalieri, ottocento erano di Firenze grandi e popolani, e trecento pigliati a soldo, e cinquecento della taglia o lega guelfa; Lucca ne mandò trecento, Siena quattrocento, Pistoia centocinquanta, Prato, Volterra, San Miniato e San Gimignano cinquanta ciascuna, Colle trenta: quelli tra’ conti Guidi che erano Guelfi, i marchesi Malespini, il Giudice di Gallura, i conti Alberti di Mangona, Maghinardo da Susinana ed altri signori, il rimanente: questo fu il maggiore esercito che i Fiorentini adunassero dopo il ritorno di parte guelfa. Si formava in questo modo, secondo abbiamo dalle provvigioni di quegli anni stessi, ed era modo quale si conveniva a una milizia di cui le cerne si facevano per le botteghe; com’ivi è detto:[78] descrivevano per cinquantine gli uomini ch’erano in età dai 15 ai 70 anni, e tra essi cavavano fuori quelli che andassero con l’esercito; gli altri restavano come esenti alla custodia della città, pagando le spese ed il soldo di coloro i quali erano andati in campo. I Ghibellini a quelle guerre non andavano, ma i cavalli loro doveano imprestare ai Guelfi. Vi erano poi le cavallate che s’imponevano ai sudditi guelfi e ghibellini, e si distinguevano dalla cavalleria degli ausiliari e mercenari.[79] Dipoi Carlo re di Napoli già liberato di prigionia, traversando la Toscana per andare in Puglia, e soffermatosi in Firenze qualche tempo, diede alla Repubblica cento de’ suoi cavalieri e un gentiluomo francese che gli comandasse, col rinnovare ad essa il privilegio di portare in oste la insegna reale.

Ma prima che tutte si radunassero queste forze, aveva la guerra continuato già tutto l’anno 1288 con vari successi di correrie; nelle quali una volta gli Aretini si erano mostrati giù per la valle dell’Arno fino a San Donato in Collina, tanto che si vedevano da Firenze i fumi delle case e delle arsioni. Un’altra volta cercando i Senesi occupare o guastare Lucignano, castello che era disputato tra essi e gli Aretini, questi incontratigli alla Pieve al Toppo non lungi da Arezzo, gli misero in fuga con grave disastro. Buonconte da Montefeltro e Guglielmino de’ Pazzi usciti d’Arezzo furono autori della sconfitta nella quale periva Rinuccio Farnese capitano di molta fama in quella età. Dipoi, l’anno susseguente, con maggiore sforzo e più maturo disegno, la prima mossa dell’esercito fiorentino accennava contro Arezzo; ma poi ad un tratto, come era convenuto, a’ 2 di giugno, suonando le campane a martello, s’indirizzò verso Casentino con buona mano d’ausiliari, andando a porsi sul Monte al Pruno, per ivi attendere di Bologna altre genti collegate e fare campo grosso: di lì scesero tosto nel piano di Casentino per guastare le terre del conte Guido Novello ch’era potestà d’Arezzo.

Il Vescovo e gli altri capitani ghibellini accorsero con tutta l’oste loro a Bibbiena per impedire il guasto: erano 800 cavalieri e 8 mila fanti, molto bella milizia ed il fiore dei Ghibellini di Toscana, della Marca, del ducato di Spoleto e della Romagna; i quali pigliando i Fiorentini in dileggio, gli proverbiavano dicendo che si lisciavano come donne e pettinavano le zazzere. Era un sabato mattina, 11 giugno 1289, e già i due eserciti l’uno a fronte dell’altro appiè del monte di Poppi presso Certomondo nel piano di Campaldino si ordinavano più maestrevolmente che non fosse mai stato fatto sino allora in Italia. Amerigo di Narbona, siniscalco del re Carlo, e i capitani dei Fiorentini disponevano le schiere: scelsero 150 armati alla leggera da stare in fronte di tutto l’esercito col nome allora di feditori; tra’ quali erano venti cavalieri novelli decorati del cingolo militare in quella occorrenza: messer Vieri de’ Cerchi uno dei capitani, ancorchè malato di una gamba, non si ristette perciò dal voler essere di quel numero, e quando eleggere gli convenne per lo suo sesto, non volendo alcuno di ciò gravare, elesse con sè i suoi figli e i nipoti. Del che si ebbe grande onore; e pel suo buono esempio e per vergogna molti altri nobili cittadini si misero tra’ feditori: uno dei quali era Dante Alighieri, giovane allora di ventiquattro anni. Veniva poi la schiera grossa fasciata di pedoni, e dietro tutta la salmeria radunata, che la munisse e tenesse ferma. Di costa erano due ale di palvesari, di balestrieri e di pedoni con le lance lunghe; ed i palvesi col campo bianco e giglio vermiglio attelati dinanzi: allora il Vescovo aretino, che avea corta vista, vedendo biancheggiare qualcosa, domandò: «quelle che mura sono?» fugli risposto: «i palvesi dei nemici.» Più indietro, ai fianchi dell’oste fiorentina, dugento cavalieri e pedoni Lucchesi e Pistoiesi sotto il comando di Corso Donati, allora potestà di Pistoia. Messer Barone de’ Mangiadori di San Miniato, franco ed esperto cavaliere, raunati gli uomini d’arme, disse loro: «Signori, le guerre di Toscana solevansi vincere per bene assalire e non duravano, e pochi uomini vi moriano; chè non era in uso l’ucciderli: ora è mutato modo e vinconsi per istare ben fermi; il perchè io vi consiglio che voi stiate forti, e lasciateli assalire.[80]»

Gli Aretini dalla loro parte, avendo buoni capitani di guerra, ordinarono saviamente loro schiere; e anch’essi posero innanzi tutti i feditori in numero di trecento, fra i quali dodici dei maggiorenti della terra, che si faceano chiamare i dodici paladini: e dato il nome ciascuna parte alla sua oste, i Fiorentini Nerbona Cavaliere e gli Aretini San Donato Cavaliere, i feditori degli Aretini si mossero con grande baldanza a sproni battuti a ferire sopra l’oste de’ Fiorentini. Gli seguitava tutto l’esercito, salvo il conte Guido Novello, il quale rimase, quale se ne fosse la cagione, senza mettersi alla battaglia e poi fuggì alle sue castella. Gli Aretini veniano innanzi con grande animo e sicurtà; e fu così forte la percossa, che i più dei feditori de’ Fiorentini furono scavallati, e la schiera grossa rinculava buon pezzo del campo: ma però non si smagarono nè ruppono, anzi costanti e forti ricevettero i nemici; e avendo le ali in ordinanza da ciascuna parte, gli rinchiusono tra quelle e combatterono aspramente. Corso Donati, che era da banda coi Lucchesi e Pistoiesi, ed avea comandamento di stare fermo e di non ferire sotto pena della testa, quando vidde cominciata la battaglia, disse come valente uomo: «se noi perdiamo, io voglio morire nella battaglia co’ miei cittadini; e se noi vinciamo, chi vuole venga a noi a Pistoia per la condannagione:[81]» e francamente mosse sua schiera, e col ferire i nemici di costa fu grande cagione che fossero rotti. La battaglia fu molto aspra e dura, le quadrella piovevano, gli Aretini ne avevano poche ed erano feriti per costa; l’aria coverta di nuvoli, la polvere grandissima. I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ventri dei cavalli con le coltella in mano e gli sbudellavano; alcuni dei loro feditori trascorsero tanto, che nel mezzo della schiera furono uccisi molti di ciascuna parte.

Quel giorno fu grande paragone di valore: molti che erano stimati di grande prodezza si diportarono vilmente, e molti di cui non si parlava vennero in fama. Dei popolani fiorentini che avevano cavallate, molti stettero fermi, molti niente seppero se non quando i nemici furono rotti. Furono rotti gli Aretini non per poca valentia loro, ma per lo soperchio de’ nemici; i soldati fiorentini gli ammazzavano, i villani non avevano pietà. I vincitori non corsero ad Arezzo perchè al Capitano e ai giovani cavalieri bisognosi di riposo parve avere assai fatto. Più insegne ebbero di loro nemici e molti prigioni, e molti ne uccisero, che ne fu danno per tutta Toscana. Degli Aretini furono morti più di millesettecento a cavallo e a piedi e presi più di duemila, sebbene parecchi dei migliori fossero poi trafugati o per amistà o per essersi ricomperati con danari. Tra i morti rimasero Guglielmo degli Ubertini vescovo di Arezzo, grande guerriero, e messer Guglielmino de’ Pazzi di Valdarno co’ suoi nipoti; questi era tenuto il più avvisato capitano che fosse in Italia: moriva Buonconte[82] figlio del conte Guido da Montefeltro, e tre degli Uberti e uno degli Abati e più altri fuorusciti fiorentini. Dei vincitori mancarono tre soli cavalieri; ma feriti molti più, sì cittadini che stranieri. Narra il Villani che la novella di questa vittoria giunse in Firenze il giorno medesimo, a quella medesima ora ch’ella fu, essendone ai Priori venuto il grido, nè mai si seppe da chi uscisse. Egli medesimo giovinetto era in Palagio e l’udì, e vidde come all’annunzio tutta la città stesse in sentore: ma quando giunse chi era stato nella battaglia, fu grande allegrezza; e poteasi fare con ragione, avendo quella sconfitta fiaccato l’orgoglio della parte ghibellina in tutta Toscana.[83]

I Fiorentini dopo la vittoria di Campaldino, avuta Bibbiena ed altri castelli, andarono contro Arezzo; ma era troppo tardi, chè gli scampati dalla battaglia vi erano dentro; e il governo dell’esercito fiorentino era venuto alle mani di due Priori delle Arti, male capaci di quell’ufficio. Diedero il guasto alla contrada, e per la festa di san Giovanni fecero correre il palio sotto le mura d’Arezzo: atto di scherno o di possesso in quella età molto consueto, com’era altresì gettare dentro alle città assediate per dileggio cose vili; ed allora bruttamente vi manganarono dentro gli asini mitrati, dispetto e rimproccio all’ucciso vescovo guerriero. Stettero ivi da venti dì; ed alla fine, dopo assalti male condotti ed infruttuosi, si partirono per lo migliore, lasciando fornite le tolte castella; ed i Priori ebbero accusa di essersi ritratti per baratteria. Ad ogni modo però grandi effetti ebbe quella vittoria, beneficio della città di Firenze; laonde l’esercito fu ivi accolto a grande festa e trionfo. Tutta la spesa di questa guerra fu fatta col tesoro del Comune ed ascese a più di trentasei mila fiorini d’oro; il che fa fede del buono ordinamento della città e delle molte ricchezze; massimamente chi guardi a tanti nobili edifizi costrutti in quelli anni più che in altro tempo mai.

Tornato l’esercito, i popolani sospettando che i grandi innalzati dalla vittoria non gli opprimessero, di nuovo ordinarono più strettamente le milizie delle Arti: ma queste, intese a guardia della libertà, poco eran’atte alle imprese grandi, siccome quelle che mal soffrivano d’allontanarsi dalla città, laddove era la forza loro. Cosicchè, tranne piccoli fatti contro ad Arezzo e contro Pisa,[84] ebbe Firenze più anni di pace ogni dì montando, chè ognuno guadagnava d’ogni mercatanzia, arte o mestiere: avea da trecento cavalieri di corredo, e molte brigate di cavalieri e donzelli che sera e mattina imbandivano conviti. Di Lombardia e di tutta Italia traevano quivi buffoni ed uomini di corte; e non passava per Firenze alcun forestiere che avesse grado e nome onorato, il quale non fosse da quelle brigate a gara convitato e da esse accompagnato a cavallo per la città e fuori, come avesse bisogno. Nel mese di maggio si facevano brigate e compagnie di gentili giovani; innalzando nelle vie larghe e nelle piazze certi come padiglioni, che appellavano corti, chiuse di legname, coperte di drappi e zendadi, per convegno di sollazzi: e per la festa di san Giovanni si fece sulla contrada di Santa Felicita oltrarno una compagnia di mille uomini, o più, tutti vestiti di nuovo di robe bianche, guidata da uno chiamato il Signore dell’amore. Brigate e compagnie di donne e donzelle con musicali strumenti andavano per la terra ballando con ordine, inghirlandate di fiori: dandosi tutto il popolo ai giochi, ai lieti desinari ed alle cene, con giocondo conversare e allegre feste e graziosi canti.[85]