Capitolo III. GIANO DELLA BELLA. — ORDINI DELLA GIUSTIZIA CONTRO I GRANDI. ISTITUZIONE DEL GONFALONIERATO. [AN. 1293-1295.]
Lieti giorni erano quelli che il nostro maggiore Cronista si aveva goduti nell’età sua prima; e quindi credo in lui venisse quella serenità di giudizi per cui ne sembra non di rado Giovanni Villani andare più in là di altri storici più solenni. Non fu questo popolo temprato giammai a’ forti propositi, che sempre hanno in sè qualcosa di malinconico e di cheto; era una vita che si espandeva seguendo l’ingegno, più ch’ella non fosse raccolta in sè stessa sotto al dominio del volere. Firenze aveva poco sofferto al paragone d’altre città; e lo stato popolare si era qui formato naturalmente, agevolmente, perchè in sè aveva la propria sua necessità, e perchè insomma il popolo era qui da più che altrove ed i nobili da meno. Quindi anche troviamo nelle cose dello Stato valere il consenso più della forza e più della riposta sapienza dei pochi: guardando ai civili ordinamenti di esso, parrebbe che fosse come un vivere alla spensierata; ma la Repubblica si reggeva ed anzi lasciava un’orma profonda, perchè il numero dei buoni uomini qui era grandissimo, svegliati gli ingegni, gli animi per quella età temperati, allegri gli umori e vôlti al piacere, ma in popolo artista cercati i piaceri più eletti e gentili; era la giovinezza di Dante, era l’adolescenza di Giotto. Firenze aveva uomini affaccendati nei lavori, esperti nei traffici, ammaestrati dal conversare libero e continuo con gli altri cittadini, esercitati per la frequenza di viaggi lontani, e ampliata la mente dal molto vedere gli altri uomini e le cose. Imperocchè avevano allora i commerci pigliato rapidissimo incremento: Giovanni Villani dimorò assai tempo in Bruggia di Fiandra, dove i mercanti fiorentini avevano emporio; andavano molti negli scali di Levante.[86] E allora sorgevano a un tratto quei nobili edifizi nei quali ha Firenze la sua grandezza; ed allora questo popolo, avendo formata la nuova sua lingua, godeva l’incanto della giovane parola la quale usciva a lui dalle labbra, rivelatrice di un’armonia che stava nell’anima, strumento lucido al pensiero. Non avea Firenze per anche abusato nè le ricchezze a corruttela, nè la libertà in licenza; le passioni pubbliche non erano scese a private cupidigie; gustava tuttora in molta opulenza le care letizie dei semplici costumi, le città e i popoli fatti liberi a lei guardavano con amore.
Il nome guelfo, come era inteso nella Toscana più che in altra provincia d’Italia, questo avea fatto, che da principio nobiltà e popolo nella comunanza d’un affetto nazionale si fossero molto l’uno all’altro avvicinati e in qualche parte insieme confusi. Non pochi signori degli abbattuti castelli e cattani spossessati o dalle guerre civili ruinati, aveano cercato compenso nelle arti per le quali vedeano montare tante famiglie popolane; molti rimasti ancora in grado, e andando insieme con la parte vincitrice, s’erano calati alle ambizioni cittadine, cercandosi un modo prima insolito di potenza. Tra’ due ordini non pareva la compagnia guasta finchè la guerra continuava contro a’ Ghibellini; ma questa era vinta, e in quel mezzo l’onda popolare vie più saliva: quando il governo venne alle mani dei Priori delle Arti, non parve ai nobili che ne fosse loro lasciata parte da contentarsene, benchè nel priorato entrassero pure «dei buoni uomini mercatanti, sebbene fossero dei potenti.» Ma erano guardati con occhio geloso, ed ogni cosa voltava contro a loro nella città, dove la prevalente massa dei minori faceva gran siepe attorno ad essi. Certo che abolire i vassallaggi feudali e fare le leggi usbergo ai deboli anzi che flagello in mano dei forti, erano cause se altre mai giustissime e sante: ma gli uomini sogliono fare male anche le buone cose; per il che i signori turbati o minacciati nelle possessioni loro del contado, ed oggi angariati dove solevano angariare; e come quelli ch’avevano l’arme in mano, ed un seguito di loro fedeli e contadini dei quali aveano forse vantaggiato studiosamente le condizioni; i signori, dico, anzichè potessero alla lunga fare col popolo buona compagnia, venivano spesso alle ferite ed agli oltraggi ed agli omicidi, massimamente nel contado inverso ai piccoli cittadini; ed allegando quelli che prima erano diritti ed ora violenze, facevano forza nei beni altrui. Viveano tuttora de’ magnati che aveano veduto il ceto loro essere ogni cosa avanti al 1250, ed erano sempre in condizioni da soverchiare quella civile egualità sopra la quale si voleva ora fondare lo Stato: vi erano Comuni, dei quali il governo era in mano di militi o nobili.[87] Quindi è che parve cosa giusta fare contr’essi leggi disuguali e per sè ingiuste, dove le ire servivano di fonte al diritto. Al che si offriva molto buona l’occasione, perchè i grandi aveano tra loro brighe e discordie che le maggiori non ebbero mai dopo il ritorno della parte guelfa. Guerra tra gli Adimari e i Tosinghi, tra i Rossi e i Tornaquinci, tra i Bardi e i Mozzi, tra i Gherardini e i Manieri, tra i Cavalcanti e i Buondelmonti, tra Frescobaldi e Frescobaldi, tra Donati e Donati, ed in molte altre casate: prima le sêtte dei violenti sè stessi offendono con le proprie mani, e indi periscono per le altrui.
Correndo l’anno 1293 alcuni uomini dabbene, artigiani e mercatanti di Firenze, si posero insieme cercando rimedi a quel disordine; e capo di essi fu un valentuomo, antico e nobile cittadino ricco e possente, di grande autorità presso i Guelfi, nominato Giano della Bella. Si trovò egli dei Signori i quali entrarono in ufficio ai 15 di febbraio,[88] e cogliendo l’opportunità dell’arbitrato ch’era consueto fare per la correzione delle leggi, formarono quelli statuti contro a’ nobili che furono chiamati Ordinamenti della giustizia. Per questi erano decretati gastighi ai grandi che oltraggiassero i popolani, raddoppiando contro loro le pene comuni; prescrivendo che l’un congiunto fosse tenuto per l’altro, e che i maleficii si potessero provare per due testimoni di pubblica fama; pena barbara e dettata dai feroci odii cittadineschi era il disfare le case.
Gli Ordinamenti della giustizia furono in seguito ampliati, e ne abbiamo assai redazioni. Lo Statuto Fiorentino comprende tutto intero l’arsenale delle leggi e ordini contro ai grandi, e noi da esso abbiamo tolti alcuni punti qui sotto notati, i quali sieno schiarimento a questa materia.[89] Non potevano i magnati accusare nè testimoniare, nè stare in giudizio contro a’ popolani senza il consenso dei Priori (Statut., Rub. 43 et alibi); ma per contrario non si ammettevano eccezioni a favor loro contro ai testimoni popolani: non abitare dove commisero malefizi, nè presso ai ponti centocinquanta braccia (Rub. 49, 50): non uscire di casa in tempo di rumore, nè altri andare alle loro case; non assistere accompagnati da masnadieri in arme ai funerali, monacazioni o nozze fuori della famiglia loro (Rub. 46, 47, 48): quando il Gonfaloniere andasse per la città in ufizio, alcun grande non poteva mostrarsi in quel luogo (Rub. 44). La Rubrica 24, sotto il titolo de causis faciendi magnates, contiene la forma del processo e del giudizio spettante ai Priori e ai Collegi delle Arti, pel quale un uomo o una famiglia popolana erano fatti grandi; il che faceva cadere sopra essi tutti i divieti dagli ufizi e tutte le pene di chi fosse nato dentro a quell’ordine. Bastava un solo testimonio de visu e due di pubblica fama, o solamente quattro di questi ultimi (Rub. 23): un tamburo o cassetta murata era posta innanzi la casa dell’Esecutore per le denunzie segrete (Rub. 96). Dovevano i grandi dare sicurtà per le offese e pel pagamento delle multe a cui venissero condannati (Rub. 33): ma era proibito ad essi fare accatto od imprestito per il detto pagamento, con pena anche ai prestatori (Rub. 9 degli Ordinamenti di giustizia): i popolani non denunzianti l’ingiuria sofferta dai grandi pagavano multa (Statut., Rub. 68); ma era permesso anche ai grandi battere in casa impunemente i servi loro, e in ciò si stava al gius comune (Rub. 69). Minutamente si provvedeva contro agli acquisti ed occupazioni di beni fatte dai magnati a pregiudizio dei popolani o delle chiese e dei conventi. In certi casi erano i grandi fatti sopraggrandi; il che importava, oltre alla perdita di ogni beneficio o attenuazione ad essi concessa, anche il divieto di abitare ulteriormente in quel luogo della città o del contado dove solevano e dove erano per l’addietro le case loro (Rub. 31). I popolani consorti dei magnati non potevano abitare nello stesso quartiere in Firenze o nella stessa pievania in contado che i magnati consorti loro, nè tenerli come tali, nè immischiarsi nelle loro brighe (Rub. 23). I magnati che per favore divenivano popolani, avevano obbligo di mutare le armi delle famiglie loro (Rub. 41).
A ciò queste leggi avessero certa e permanente esecuzione, ordinarono contemporaneamente che al novero dei sei Priori fosse aggiunto un Gonfaloniere di giustizia, da rinnovarsi ogni due mesi (cosicchè ogni anno uno ne avesse ciaschedun sesto della città); a lui consegnando il Gonfalone del popolo col campo bianco e la croce rossa, con mille eletti pedoni, pronti a muovere ad ogni suo ordine e richiesta contro ai grandi: e perchè la prima cosa a lui commessa era disfare le case, troviamo oltre a’ fanti essere centocinquanta maestri di pietre e di legname, e cinquanta picconieri armati di buoni picconi e di scuri e di altri arnesi cosiffatti. Baldo Ruffoli fu il primo in quell’ufficio di Gonfaloniere, che poi rimase e fu il supremo tra i magistrati della Repubblica per tutto il tempo ch’essa ebbe vita: i vecchi Signori con certi aggiunti o arroti elessero i nuovi. Le Arti maggiori e le minori rappresentate dai loro consoli ebbero Balía, per la quale procedettero a cosiffatti ordinamenti. I mille pedoni del Gonfaloniere furono in seguito aumentati fino al doppio, poi a quattromila; cinquecento erano somministrati dai pivieri suburbani.
Riordinarono a questo effetto nel contado quelle che appellavano Leghe del popolo, secondo abbiamo più sopra descritto. Si componevano esse di comunelli e di parrocchie unite tra loro come in piccole federazioni che s’amministravano da sè, ma governate da un vicario o capitano della Repubblica, per mezzo del quale imponeva essa all’occorrenza le taglie in uomini e in danaro.[90] Le aggregazioni erano mutabili, ma ogni popolo doveva appartenere a una di esse leghe. Le quali avean obbligo di stare a difesa di parte guelfa cacciando i ribelli e gli sbanditi, o conducendoli nelle forze del Comune; opporsi a qualunque violenza e incendi e rapine, facendo osservare contro a’ grandi gli Ordinamenti della giustizia; venire al soccorso della città e del popolo di Firenze armati e presti ad ogni chiamata. La Repubblica aveva le gabelle dei mulini, gualchiere, mercati e pedaggi; insomma, quasi una signoria feudale sopra le leghe, le quali da sè provvedevano alle interne spese per via di tasse o penalità liberamente imposte ed amministrate: eleggevano a questo fine i loro propri Gonfalonieri e Pennonieri ed un Consiglio pel governo della lega; ma sopra questi era l’alta vigilanza dei magistrati della Repubblica, la quale obbligava gli eletti ad accettare gli ufizi e ad amministrarli sinceramente e virilmente.
Nello stesso anno 1293, per fortificare il governo del popolo e per abbattere sempre più il potere dei grandi, chè spesso la guerra gli rinvigoriva, i Fiorentini acconsentirono a fare pace co’ Pisani affievoliti e abbassati dalla fortuna delle armi: i Pisani rimandassero il conte Guido di Montefeltro riponendo i Guelfi, e avessero in Pisa i Fiorentini libera franchigia, senza pagare gabella di loro mercatanzie. A detta pace intervennero i Lucchesi ed i Senesi e tutte le terre della lega guelfa di Toscana. In questo tempo era tanto il tranquillo stato, che dì e notte non si chiudevano le porte della città; nè vi avea gabelle; ma essendovi bisogno di moneta, anzichè porre balzelli, si vendevano le mura vecchie e i terreni dentro e di fuori ai confinanti. Ed il Comune rivendicò parecchie sue giurisdizioni sulle terre del distretto.[91] Così nel cominciamento di questo nuovo Stato si fece molto di bene al Comune, ed a ciascuno cui per l’addietro fossero dai potenti state occupate le possessioni, furono restituite. Riebbe il Comune per questo modo la giurisdizione intera di Poggibonsi, che si reggeva prima da sè, e di Certaldo e di Gambassi e di Loro e di altre terre, e molte possessioni state prima occupate dai Conti e nel Mugello dagli Ubaldini, e in città lo spedale di sant’Eusebio, nel quale i grandi avevano poste le mani. Il popolo era molto fiero e caldo dentro e al di fuori, ed in signoria. L’autore di un maleficio essendosi fuggito in Prato, mandarono i Signori un messo a richiederlo: e perchè i Pratesi, allegando la libertà loro, negarono darlo, gli condannarono a pagare lire diecimila e che lo rendessero. Stavano sempre disubbidienti; ma quando udirono mosse le masnade dei Fiorentini inverso Prato, diedero i danari e il malfattore.
De’ primi ad essere puniti, secondo le leggi novellamente poste, furono i Galigai, uno dei quali rissando aveva ucciso in Francia un popolano. Dino Compagni, istorico di quei fatti e che fu il terzo Gonfaloniere di giustizia, col gonfalone e le armi andò alle loro case ed a quelle dei loro congiunti, e le fece disfare secondo le leggi. Questo principio fu pernicioso ai Gonfalonieri seguenti (così Dino); perchè se le disfacevano secondo le leggi, il popolo diceva che erano crudeli, e che erano vili, se non le disfacevano bene affatto: quindi avvenne che molti sformarono la giustizia per tema del popolo. Uno dei Buondelmonti avendo commesso un maleficio di morte, gli furono disfatte le case per modo che dipoi ne fu ristorato. Pochi maleficii si nascondevano, che dagli avversari non fossero ritrovati; ma la giustizia però, o a dir meglio le vendette, si facevano disegualmente. I giudici ossia tutta la turba dei legisti che insieme ai rettori o magistrati forestieri intervenivano nei giudizi, diversamente corrotti o parteggianti in vario modo, ingarbugliavano le ragioni, ed era lagnanza che tenessero sospese lungamente le questioni e ogni ragione si confondesse. Troppo gran braccio dato ai giudici cresceva il male che era inerente alla ingiustizia delle leggi, da cui pigliavano scusa i giudici a non mantenerle. Ma i grandi di questo fortemente si dolevano, ed agli esecutori di esse dicevano: «un caval corre e dà la coda nel viso a un popolano; o in una calca uno darà di petto senza malizia ad un altro, o più fanciulli di piccola età verranno a questione; gli uomini gli accuseranno; e se battiamo un nostro fante, dobbiamo noi essere disfatti?» Giano della Bella, uomo di grande animo e tanto ardito che difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri taceva, era tutto contro a’ colpevoli; e tanto era temuto dai rettori, che non osavano nascondere i maleficii. Allora i grandi cominciarono a parlare contro a lui, e abbominando le leggi, minacciavano di squartare i popolani che reggevano. Tali minaccie rapportate furono cagione che questi sempre più inacerbissero, e per paura e sdegno inasprissero le leggi; sì che da ciascuna parte l’odio si raddoppiava.
Il magistrato di parte guelfa era la sede e la fortezza dove i grandi ritenevano tuttora il grado che in altri uffici era loro dinegato; e per lunghi anni vedremo noi contro agli artefici accesa la guerra di quel magistrato, rifugio ultimo che rimanesse alla ingerenza dei magnati. Quelli che ne erano capitani, solevano essere cavalieri; e contro a questi aveva ordinato Giano, che le famiglie dove fossero uomini aventi il grado di cavaliere, s’intendessero dei grandi e fossero inabili ad essere dei Signori, o ad aver luogo nei Collegi: queste famiglie furono trentatre.[92] Si trova altresì che Giano volesse togliere ai Capitani di parte guelfa il suggello ed il mobile o patrimonio della Parte, che era cresciuto in quegli anni, come era stato l’intendimento della sua prima istituzione: ma ora Giano volea quei beni recare in comune, non già che fosse egli poco guelfo, ma per abbassare i grandi che dominavano quell’ufficio. Con essi andavano uomini potenti, i quali non tutti erano nobili di sangue ma per altri accidenti chiamati grandi,[93] e molti che aveano co’ magnati parentela. A questi erano da aggiugnere non pochi uomini di famiglie nobili per ambizione fatte di popolo, ma cui sarebbe piaciuto meglio avere grado dalla nobiltà loro, che non sedere nei Consigli come speziali o lanaioli. Tutti costoro male pativano l’uguaglianza delle leggi, ed astiavano l’autorità di Giano, e la parte troppo grande da lui toltasi nello Stato. Toccando quel tasto il quale sapevano in Firenze essere il più sensitivo, spargevano ch’egli col togliere forza al magistrato di parte guelfa volesse di cheto dare mano ai Ghibellini e fargli salire di bel nuovo in signoria: in ogni tempo questa fu l’arte dei potenti Guelfi, tenere il popolo a sè ubbidiente con la paura dei Ghibellini; la quale valse allora non poco a sgominare la parte stessa che era con Giano stata da prima, e per siffatti sollevamenti a rigonfiare la feccia plebea. Era uno chiamato Pecora, gran beccaio protetto dai Tosinghi, il quale faceva la sua parte con falsi modi e nocivi alla Repubblica: tutti l’avevano in odio, persino gli altri dei beccai, perchè le sue malizie usava senza timore, minacciava i rettori e gli ufficiali, e profferivasi a malfare con grande nerbo di uomini armati. Giano, ambizioso di stare contro a ogni disordine egli solo, bentosto si ebbe tirato addosso molto gran piena d’inimicizie; i grandi attizzavano le gelosie de’ falsi amici, e le invidie popolari, e la malizia dei giudici, e le ree opere de’ beccai. Si congiurarono contro lui; congreghe si facevano in casa dei grandi; il partito d’uccidere Giano, più volte posto, non ebbe seguito; gli artifiziosi consigli prevalsero. «Ed io (scrive Dino) gli palesai la congiura un giorno che io era con molti, e tra essi dei falsi popolani, per raunarci in Ognissanti, e Giano se n’andava a spasso per l’orto; e mostraili come lo faceano nemico del popolo e degli artefici, e che il popolo gli si volgerebbe contro.»
Così accesi erano gli animi, allorchè messer Corso Donati, de’ più nobili e possenti cittadini di Firenze, ebbe parte in una zuffa nella quale per alcuni suoi familiari e consorti era stato morto un popolano ed alcuni altri feriti. Correndo il gennaio del 1295, fu presentata l’accusa da ambe le parti, ed il processo era venuto innanzi al potestà Gian di Lucino da Como, cavaliere di gran senno e bontà. Il popolo era contro a messer Corso e attendeva che il Potestà lo condannasse. Già il gonfalone della giustizia era stato tratto fuori, quando il Potestà (dicono) ingannato da un suo giudice, assolvè il Donati e condannò gli avversari suoi. Il popolo minuto credette che ciò avesse fatto per danari, e uscendo a corsa dal palagio, gridò ad una voce: muoia il Potestà! al fuoco, al fuoco! all’armi, all’armi! viva il popolo! Si armarono allora e trassero a furia al palagio del Potestà con stipa per ardere la porta. Giano, che era coi Priori, udendo il grido, esclamava: io voglio andare a campare il Potestà dalle mani del popolo. E monta a cavallo e si presenta alla moltitudine, esortandola di richiamarsi in debito modo al Gonfaloniere di giustizia; ma la plebe forsennata gli rivolta contro le lancie e lo costringe a tornare indietro. Anche i Priori scendono in piazza col Gonfaloniere per attutare quel furore, ma invano; chè il popolo invade il palagio, pone a ruba i cavalli e gli arnesi del Potestà, straccia i processi, pone le mani addosso alla sua famiglia, ed in quella rabbia commette di mille strane cose. Il Potestà e la sua moglie, gentildonna di gran bellezza, menata da lui di Lombardia, spaventati chiamando la morte si erano rifugiati nelle case de’ Cerchi: messer Corso, che era pure nel palagio, non per anche terminato, fuggì per i tetti. «Il dì seguente si radunò il Consiglio e per onore della città fu deliberato, che le cose rubate si rendessero al Potestà, e che del suo salario fosse pagato: e così fecesi, ed ei partissi.»
La città rimase in gran disordine: i cittadini buoni biasimarono quello che era stato fatto, altri ne dava la colpa a Giano cercando cacciarlo o farlo mal capitare, e diceano: poichè cominciato abbiamo, osiamo il resto. I grandi e i giudici e notai con molti popolani grassi, amici e parenti de’ grandi, accordatisi contro lui, fecero sì che i nuovi Priori loro aderenti formassero inquisizione contro a Giano e suoi seguaci per aver messo la terra a romore. Ma il popolo minuto per ciò grandemente conturbato si affollò attorno alla casa di Giano, profferendosi di esser con lui in arme a difenderlo e correre e combattere la terra. E già un suo fratello avea tratto in Orto san Michele un gonfalone dell’arme del popolo; ma Giano vedendosi tradito ed ingannato da quelli stessi che erano stati con lui a fare il popolo, e conoscendo che la loro forza unita a quella dei grandi era molto potente, e che tutti già si erano assembrati in arme attorno al palagio dei Priori, abborrì dalla guerra civile. I Magalotti suoi parenti, famiglia che aveva tra gli artefici grande seguito, lo consigliarono che a cansare quei primi impeti si assentasse alquanti giorni dalla città. Ed egli, cedendo al malo consiglio, si partì di Firenze il 3 marzo 1295: subito fu sbandito, e condannato negli averi e nella persona, e la sua casa rubata e mezzo disfatta. Si aggiunse ai suoi danni anche il papa Bonifazio VIII, come si rileva da un breve assai violento contro a Giano, fino a bandire la scomunica contro a chiunque lo favorisse; in essa involvendo tutta la città, nel caso che Giano vi fosse tornato, e ordinando sotto le censure stesse il bando anche di un suo fratello e di un nipote. Aveva egli l’anno innanzi avuto in Pistoia, dov’era andato potestà, gravi dissidii col vescovo, pe’ quali perdette la potesteria; e pochi giorni innanzi l’esiglio da Firenze, ebbe in Pistoia condanna di ribello egli ed una figlia di lui maritata. L’istoria non mai si conosce tutta intera; e in questo fatto noi troviamo Bonifazio sin da’ primi giorni del pontificato avere posto le mani nelle cose di Firenze, e ordite già quelle intelligenze nella città che indussero poi mutazioni tanto gravi.[94]
Moriva Giano esule in Francia. «Ciò fu gran danno alla città nostra, scrive Giovanni Villani, e massimamente al popolo, perchè egli era il più leale e diritto popolano, e amatore del bene comune, che uomo di Firenze, e quegli che mettea del suo in comune e non ne traeva. Era presuntuoso e volea le sue vendette fare, e fecene alcuna contro gli Abati suoi vicini col braccio del Comune: e forse per gli detti peccati fu per le medesime leggi, benchè a torto e senza colpa, giudicato.[95]» Lasciava Giano di sè gran traccia nella Repubblica di Firenze, che dall’ufficio del Gonfaloniere avrebbe pigliato maggiore forza e stabilità, se era creato a più lungo tempo. Ma il voto di lui e del Villani e del Compagni e degli altri buoni popolani, quello di mettere in comune il governo dello Stato cosicchè ad esso partecipassero le Arti maggiori e le minori e il popolo grasso e gli artefici minuti, cotesto voto incontrò pure nuovi e diversi impedimenti. Negli anni stessi era in Venezia Piero Gradenigo, pel quale mutavasi ivi il politico reggimento, ma oppostamente a quel di Firenze. Qui ogni cosa era per il popolo, tutto in Venezia per gli ottimati: parvero allora le due maggiori tra le città libere d’Italia capitanare le divisioni e la nazionale debolezza, la quale può dirsi che in quegli anni fosse decretata.