Capitolo IV. CERCHI E DONATI. — BIANCHI E NERI. [AN. 1295-1300.]
Bandito Giano della Bella, si venne ad accusare gli amici di lui, i quali furono condannati chi in cinquecento lire e chi in mille. La città rimase in grande discordia; chè prendendosi in disamina le azioni di lui, variamente se ne parlava in biasimo e in lode. Intanto i contrari occupavano gli ufficii: il Pecora beccaio, uomo bilingue, seguitatore di male, lusinghiero, insomma tristo per ogni verso, corrompeva il popolo minuto, ordiva congiure, e maliziosamente dava ad intendere ai nuovi Signori che erano eletti per sua operazione. Molti altri abbindolava promettendo loro ufficii: grande era del corpo, ardito e sfacciato e gran ciarlatore, e diceva palesemente chi erano stati i congiurati contro a Giano. Intanto, per voglia di mal fare, non per amore di giustizia, pigliava a perseguitare questo e quello; arringava spesso nei Consigli, e si millantava essere egli che aveva liberata la città dal tiranno Giano, e che molte notti era ito di queto con certo suo lanternino a sollecitare i congiurati ed a conferir con loro in non so quale cantina sotterra. I pessimi cittadini chiamarono Potestà un messer Monfiorito da Padova, povero gentiluomo, acciò rendesse ragione come a loro piacesse. Egli e la famiglia sua palesemente vendevano la giustizia, e non ne schifavano prezzo piccolo o grande che fosse: ma finalmente cadde in tanto abominio che i cittadini, non potendolo più soffrire, fecero pigliare lui e due suoi famigli e metterli alla tortura. Confessò cose che produssero vitupero e pericolo a molti; e nato disparere se dovesse più lungamente torturarsi o no, vinse la prima sentenza; e però quel cattivo cantò nuovamente sulla corda, sicchè nuova infamia ne raccolsero i rettori e parecchie condanne in danari. Ad onta che i Padovani più volte mandassero a domandare il Monfiorito, fu cacciato in prigione; e vi sarebbe vilmente marcito, se certa donna degli Arrigucci che aveva il marito in prigione con lui, non avesse loro fatto pervenire lime sorde ed altri ferri, per cui si fuggirono.[96]
I grandi frattanto non si ristavano dal tentare novità in Firenze: capi erano di quella parte Forese degli Adimari e Vanni de’ Mozzi e Geri Spini, i quali una volta si appresentarono in arme sopra cavalli coperti, co’ loro masnadieri e contadini; ma vista la forza del popolo soperchiare, si ritrassero senza far nulla. Avevano pure chiamato in Toscana un cavaliere Giovanni di Celona, che dall’Imperatore ebbe carta e giurisdizione sulle terre che egli guadagnasse. Venne costui per consentimento, come fu detto, di papa Bonifazio, e andò a posarsi in Arezzo con cinquecento cavalli; ma poco fece, e per trenta mila fiorini d’oro che a lui diedero i Fiorentini, si partiva. E questi frattanto, i quali avevano fatto lega con gli amici guelfi di Toscana, per afforzarsi da quella parte edificarono nel Valdarno di sopra i castelli di San Giovanni e di Castel Franco, dove si rifuggissero i vassalli dei vicini signori e tutti quelli che amavano la parte guelfa ed il viver libero. In Firenze erano anni prosperi; e allora ebbero cominciamento il grande tempio di Santa Maria del Fiore e quello di Santa Croce ed altri, e il Palagio del popolo per abitazione della Signoria. Ma (dice il Villani) la grassezza partorì superbia e corruzione, per la quale furono finite le feste e le allegrezze dei Fiorentini, che infino a quei tempi stavano in molte delizie e morbidezze. Dalla discordia dei Buondelmonti cogli Amidei, già gran tempo, erano sorte le maledette parti Guelfa e Ghibellina; ora dalle discordie di due altre famiglie, i Cerchi e i Donati, sorsero le parti Bianca e Nera: rinnovamento sotto altro nome delle fazioni medesime. Firenze la quale ogni dì montava per il numero di genti, chè aveva dentro più di trenta mila cittadini atti alle armi e più di settanta mila distrettuali in contado,[97] e buona cavalleria e franco popolo e ricchezze; signoreggiando quasi tutta Toscana, non paventando nè dell’Impero nè dei propri fuorusciti; Firenze la quale poteva a tutti gli Stati d’Italia colle sue forze rispondere; essa medesima colle proprie mani si fece quel male che dal di fuori non paventava. Era la famiglia dei Cerchi di nuova schiatta, ma buoni mercatanti e gran ricchi: tenevano molti familiari e cavalli, sfoggiavano in vesti ed in suppellettili, superbi per grande e numeroso parentado; ma uomini rozzi e salvatichi, siccome gente venuta di picciol tempo in grande stato e potere: avevano comprato il palazzo dei conti Guidi, il quale era presso alle case dei Pazzi e dei Donati in quel sesto di porta San Piero che si chiamò Sesto degli Scandali, perchè ivi la vicinanza di molte famiglie possenti era occasione di gelosie, ogni sesto avendo suoi propri uffiziali e quasi in sè le passioni di una piccola repubblichetta. I Donati erano gentiluomini e guerrieri; ma di poca ricchezza e possanza, sebbene capo di quella famiglia fosse un uomo assai formidabile, Corso, il cui nome stava in alto fino dalla giornata di Campaldino: talchè per la bizzarra salvatichezza degli uni e la superba invidia degli altri nacque sdegno tra le due casate. Tra gli avversari si lanciavano motti pungenti; e perchè Vieri, capo della famiglia de’ Cerchi e chiaro anch’egli in Campaldino, era di poca malizia e poco bel parlatore, quando si sapeva che avesse parlato nelle ragunate de’ suoi, Corso diceva ha ragghiato oggi l’asino di Porta: e i motti si risapevano, nè mancavano giullari che gli rapportassero anche l’un cento peggiori del vero.[98]
La divisione ebbe nuova esca dal seme di parte Bianca e Nera, venuto di Pistoia, dove un legnaggio di nobili e possenti uomini, ch’erano i maggiori di quella città, poco prima si era diviso in due parti, l’una detta dei Cancellieri bianchi, l’altra dei Cancellieri neri. I Fiorentini, per timore che di ciò non sorgesse ribellione a danno dei Guelfi, s’intromisero tra le due parti, e tolta per sè la signoria della città, sconsigliatamente mandarono a confino in Firenze questi e quelli: così gli odii pistoiesi passati a Firenze moltiplicarono la contaminazione. I Cerchi divennero capi di parte bianca, e i Donati di parte nera.[99] I cittadini grandi, e popolani e artefici minuti, viepiù si partirono; gli stessi uomini di chiesa diedero l’anima chi ad una setta chi all’altra. Quella dei Cerchi era la più numerosa, e pel grande seguito che avea, pareva che fosse in loro potere la città: erano ben veduti dagli artefici perchè di buona condizione e molto serviziati, e per la memoria di Giano della Bella cui avevano aderito: i Ghibellini gli amavano perchè meno duri nel mantenere le leggi: e allora si trova che i Cerchi disertando le raunate della parte guelfa, più si accostarono ai popolani e alla Signoria. Delle maggiori famiglie avevano seco gli Scali e tutti i Cavalcanti e gli Adimari, parte dei Mozzi, dei Bardi, dei Nerli, dei Frescobaldi, dei Rossi; i Mannelli, i Malespini, i Falconieri. Tutti i mezzani stavano con essi, e i migliori uomini che volevano con Dino Compagni l’egualità e la pace, e i fieri ingegni di Dante Alighieri e di Guido Cavalcanti per l’ampio concetto che si avevano formato del viver libero e civile. Cotesti già un poco infino d’allora si accostavano al ghibellinesimo, perchè i grandi e possenti Ghibellini essendo iti in bando, rimanevano di quella parte in Firenze le sole famiglie di minor conto, e con esse molti del minuto popolo, i quali educati alle antiche clientele in casa dei grandi, vivevano male sotto alla meno lauta e spesso più dura signoria dei grossi mercanti. Co’ Donati erano quasi tutti questi, nobiltà nuova e popolana che già intendeva in sè ristringere signorilmente lo Stato, unita co’ grandi Guelfi, ed insieme con essi volendo imporsi al popolo degli artefici. Aveva questa parte le sue maggiori aderenze fuori, e credito e amicizie co’ signori: la seguitavano in Firenze, tra gli altri, i Pazzi, i Visdomini, i Buondelmonti, i Tornaquinci, i Gianfigliazzi, i Brunelleschi, gli Acciaiuoli, e con molta parte delle casate loro due possenti uomini, Geri degli Spini e Rosso dei Tosinghi della Tosa, e le più grosse famiglie guelfe. Messer Corso Donati era cavaliere, gentile di sangue, del corpo bellissimo e grazioso parlatore, sottile d’ingegno, superbo, cupido, animoso, audacissimo nelle ambizioni e in quelle smodato; a grandi cose attendeva sempre. Era congiunto in amicizia co’ signori di fuori, e molti servizi faceva; radunava intorno a sè masnadieri, e grande seguito aveva: tale era quell’uomo.[100]
Venute le feste di calen di maggio 1300, le brigate d’ambedue le parti in arme scorrevano per la città, prendendo sollazzo. I giovani della famiglia dei Cerchi cavalcavano con altri in numero di più di trenta. E coi giovani dei Donati erano i Pazzi, gli Spini ed alcuni loro masnadieri. Si guardavano gli uni dagli altri; ma intantochè stavano a vedere ballare donne sulla piazza di Santa Trinita, ambedue le parti cominciarono a provocarsi e a spingere i cavalli l’uno contro l’altro, tanto che nacque una grande mischia, in cui molti restarono feriti: fu tagliato il naso ad uno dei Cerchi da un masnadiere dei Donati; quindi gli odii più crebbero, aspirando ambedue le parti alle vendette.
Molto aderivano i Donati, siccome coloro che si vantavano Guelfi puri, all’amicizia del Papa, rinfacciando di continuo ai Cerchi ed ai Bianchi la loro lega co’ Ghibellini. Sedeva allora sulla cattedra pontificale Bonifazio VIII, uomo d’ingegno grande e di audacia smisurata. A lui pertanto molti si volsero di concordia, pregandolo che egli per il bene della città e di parte di Chiesa vi mettesse consiglio: il Papa mandava per messer Vieri dei Cerchi, sperando, perch’egli era grande mercatante in Roma, volesse in lui rimettere le differenze; offrendogli pace onorevole, ed aggrandire lui ed i suoi. Ma Vieri non volle ciò assentire, dicendo che non aveva guerra con nessuno; e si tornò a Firenze: il Papa rimase molto sdegnato contro a lui ed ai Bianchi.
Avvenne (prima o poi si fosse) che molti cittadini recatisi per seppellire una morta alla piazza de’ Frescobaldi, ed essendo usanza della terra a simili radunate che i cittadini sedessero in basso in sulle stoie di giunchi, e i cavalieri e dottori in alto in sulle panche, e dei Cerchi e dei Donati quelli che non erano cavalieri essendo a sedere in terra gli uni dirimpetto agli altri; uno di loro, o per racconciarsi i panni o per altra cagione, si levò ritto. Gli avversari per sospetti si levarono anch’essi, e misero mano alle spade; stavano per azzuffarsi, ma i presenti s’intramezzarono; e per allora non fu altro. Ma i Cerchi, e tra essi Guido Cavalcanti, vollero andare contro alle case dei Donati; dalle quali furono o ributtati, o per consiglio di buoni uomini trattenuti. Narrammo di Guido essere egli stato unito in matrimonio con la figlia di Farinata degli Uberti: giovane ardito, ma sdegnoso e solitario e intento allo studio che a lui diede gloria; era egli nemico di messer Corso, e più volte avea deliberato d’offenderlo. Corso, che forte lo temeva perchè lo conosceva di grande animo, aveva tentato di farlo assassinare mentre andava in pellegrinaggio a San Iacopo di Gallizia. Perlochè Guido tornato a Firenze istigò molti giovani, che gli promisero aiutarlo contro a messer Corso; e un dì essendo a cavallo con alcuni de’ Cerchi, con un dardo in mano spronò contro lui, credendosi seguitato dai compagni, che non si mossero. Trascorrendo, lanciò il dardo, ma invano; e inseguito dai Donati, fu percosso coi sassi anco dalle finestre e ferito in una mano. Dipoi essendo alcuni dei Cerchi ai loro poderi di Nipozzano in Val di Sieve, e nel tornare dovendo passare sotto a Remole ch’era dei Donati, questi co’ loro armati contesero il passo, e vi ebbero feriti di ambe le parti. Per la qual cosa gli uni e gli altri furono accusati e condannati a pagare certa moneta, e, in mancamento, a stare in prigione: erano poveri i Donati, che non potendo pagare andarono in carcere; poteano i Cerchi, ma non vollero per non essere consumati, come fare si soleva, con le condanne. Così anch’essi furono chiusi nelle prigioni; dove un giorno a desinare quattro dei Cerchi, mangiato un migliaccio, del quale erano stati regalati dal soprastante della prigione che era ser Neri Abati, morirono: questi, che poi vedremo pessimo uomo, ne fu incolpato, ed anche si disse ciò avere fatto ad istigazione di Corso Donati: non si cercò il maleficio perchè provare non si poteva, ma l’odio più crebbe tra le due parti.
Allora i Capitani di parte guelfa e gli altri Neri, temendo che per le dette sètte e brighe, parte ghibellina non esaltasse in Firenze; che sotto titolo di buon reggimento già ne facea il sembiante, e molti Ghibellini tenuti buoni uomini erano stati cominciati a mettere in sugli uffici; furono col Papa, col mezzo degli Spini, che erano banchieri di lui e molto possenti in Roma. Laonde il Papa mandava legato in Firenze il cardinale Matteo d’Acquasparta; il quale vi giunse nel mese di giugno dell’anno 1300, e fu ricevuto dai Fiorentini a grande onore. Ma quando egli chiese balìa di riformare la terra e di raccomunare gli uffici, quelli della parte bianca che guidavano la Signoria, per tema di perdere loro stato ed essere ingannati dal Papa e dal Legato, non vollero ubbidire. Di già la contesa, per quante altre cause vi si mescolassero e qualsivoglia nome avesse, mostrava essere tra’ mercanti guelfi e i grandi oppressi co’ loro seguaci, che in sè riteneano un qualche spirito ghibellino. I primi tentavano raccogliersi sotto un nuovo ordine di ottimati, e per essi era il Cardinale; la Signoria stava in mano dei Bianchi, i quali voleano meno esclusivo il reggimento. Dante Alighieri per nobiltà di sangue e d’animo mal soffrendo i nuovi possenti, e già inclinato a favorire la parte oppressa dei Ghibellini, fu tra’ Priori di quel bimestre. Avvenne che andando la vigilia di san Giovanni le Arti alla chiesa del Santo ad offrire, secondo l’usanza, precedute dai loro consoli, questi furono manomessi e battuti da certi grandi, i quali dicevano: «noi siamo quelli che demmo la sconfitta a Campaldino, e voi ci avete rimossi dagli uffici e onori della città nostra.» Su di che i rettori tennero consiglio di più cittadini, e tra questi era Dino Compagni: deliberarono confinare,[101] della parte dei Donati, Corso e Sinibaldo suo fratello, Rosso della Tosa e Geri Spini con due dei Pazzi ed altri, a Castello della Pieve; dei Cerchi tre, ma rimase Vieri in Firenze; andò con altri di questa parte a Sarzana Guido Cavalcanti. Ma i Donati, forse perchè vedevano rimasto colui che era capo dei nemici loro, non si volevano partire; e già i Lucchesi, di coscienza del Cardinale, venivano in loro aiuto con grande numero di soldati, se non che la Signoria con le minaccie gli obbligò a fermarsi. Corso ed i Neri furono costretti andare al confine; ma le intenzioni del Cardinale troppo essendosi palesate, molti se gli voltarono contro, e uno del popolo andò colla balestra a saettare un quadrello alla finestra del Vescovo dove abitava il Cardinale: il dardo si ficcò nell’asse, e quegli impaurito andò a stare oltrarno in casa de’ Mozzi: i Signori, per un cotale rimedio, lo fecero presentare di mille trecento fiorini nuovi. «Io glieli portai in una coppa d’argento (scrive Dino Compagni), e dissi: Monsignore, non gli disdegnate perchè sieno pochi, perchè senza i Consigli palesi non si può dare più moneta. Rispose gli avea cari; molto gli guardò, e non gli volle.» Poi data opera, sebbene invano, a fine di ridurre a miglior modo la elezione dei Priori, che frattanto però saviamente facevano armare la città, vedendo essergli contrari i Bianchi che guidavano la Signoria, partissi lasciando la città interdetta.
Questa rimase allora tutta in mano dei Bianchi, i Cerchi essendo stati, non bene sappiamo dopo quanto tempo, rivocati dal confine per l’infermo luogo di Sarzana: tornò ammalato Guido Cavalcanti, che della infermità moriva.[102] Corso Donati, rotto il confine, andossene in Roma o in Anagni, dov’era il Papa; il perchè fu condannato nell’avere e nella persona. Gli altri dei Neri furono più tardi rimessi in patria: ma pareva loro troppa male stare; tantochè fu detto, che se Vieri dei Cerchi avesse avuto quell’animo e quella capacità che non aveva, poteva forse anche pigliare la signoria per sè; nè mancava chi a ciò lo esortasse. Laonde i principali dei Neri e i Capitani di parte guelfa e altri cittadini si radunarono in Santa Trinita, deliberati di rialzare lo stato loro comunque si fosse; ma conosciuto di non avere forze a ciò sufficienti, senza niente fare uscirono dalla chiesa. Tra essi era, benchè non fosse di loro parte ma desideroso di unità e pace, Dino Compagni, che innanzi si partissero diceva loro: «Signori, perchè volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi volete pugnare? contro a’ vostri fratelli? Che vittoria avrete? non altro che pianto.» Uscito anch’egli di Santa Trinita, andò insieme con altri Priori, facendosi mezzano perchè niuno scompiglio nascesse da quella raunata. E ciò promisero i Signori; ma quando si seppe che il conte Guido da Battifolle chiamato dai Neri s’accostava in arme, questi fu condannato in grave pena; e più che mai scoprendosi gli odii e le malevolenze d’amendue le parti, ciascuno procurava offendere l’altro. Frattanto in Pistoia, dove i Fiorentini avevano giurisdizione, per opera di rettori mandati a tal fine, con lunga offensione e atroce guerra e miserie grandi era cacciata la parte dei Neri.[103] In Lucca la casa degli Interminelli co’ loro seguaci, che teneano parte bianca e s’accostavano co’ ghibellini Pisani, credendo fare così in Lucca come i Cancellieri bianchi in Pistoia, si levarono, ed ucciso il giudice Obizzo degli Obizzi, volevano pigliare la terra; ma i Neri, essendo in maggior forza, gli oppressero e sbandirono, e molte loro possessioni arsero e disfecero. In Gubbio pure i Ghibellini aveano cacciati i Guelfi; ma questi, con l’aiuto de’ Perugini rientrati, cacciarono i Ghibellini dalla città.[104]