Capitolo IV. CACCIATA DEI GRANDI. — PESTE IN FIRENZE. [AN. 1343-1348.]
Caduto il tiranno, le terre o città a lui soggette si ribellarono; Arezzo e Pistoia si ridussero a libertà e disfecero i castelli che i Fiorentini aveano fatti, Volterra tornò in signoria dei Belforti, e Castiglione Aretino di nuovo diedesi ai Tarlati: seguitarono l’esempio presso che tutte le altre maggiori terre del dominio della città di Firenze. E come agli oppressi di fuori era stata l’occasione buona, così anche parve essere a quelli di dentro: chiedeano i grandi avere parte negli uffici, poichè erano stati insieme con gli altri a racquistare la libertà; al che assentivano certi grossi popolani, o, come dicevano in Firenze, le Famiglie, alcune delle quali avevano tenuto in mano lo Stato e si credevano ripigliarlo con l’appoggio allora dei grandi, coi quali avevano molte parentele: gli altri artefici ed il popolo minuto sarebbero stati contenti che i grandi avessero parte negli uffici, salvo quello del Priorato e dei Gonfalonieri delle compagnie. Si tennero molti ragionamenti «che parvero trattati;» perchè ogni qualità di cittadini faceva parte da sè: ma infine per mezzo del Vescovo e degli ambasciatori Senesi ottennero i grandi d’entrare anch’essi nel priorato. E perchè il numero dei priori pareva scarso a mettervi i grandi, e i Sesti erano mal divisi; quelli d’Oltrarno e di San Piero Scheraggio tra loro due soli pagando oltre alla metà delle gravezze; per queste ragioni divisero la città in Quartieri, e insieme il contado che si partiva, come sappiamo, anch’esso per sesti; aggregando ciascun Piviere o Comune al quartiere che guardava a quella parte della campagna, e facendo nuova descrizione delle poste e delle lire a pagamento, secondo portava la novella partizione.[191] Dopo di che il Vescovo ed i Quattordici elessero diciassette cittadini popolani e otto grandi per quartiere, che insieme con loro furono centoquindici a fare lo squittinio: i quali cessando dal fare per allora nuovo Gonfaloniere, ordinarono fossero dodici Priori; chè tre per quartiere, uno dei grandi e due popolani; e otto Consiglieri, metà grandi e metà popolani, che deliberassero le cose gravi con i Priori, invece di dodici, com’erano prima; e gli altri uffici a mezzo co’ grandi.[192]
Compiuto che fu lo squittinio, andò voce per la terra che Manno Donati uomo armigero, ed altri caporali di case possenti, doveano essere dei Priori: onde il popolo si turbò forte e pigliava le armi; se non che udendo gli eletti essere uomini pacifici, si acquetava per allora. Ma gli Ordini della giustizia non essendo riformati, e per l’appoggio che avevano i grandi in Palagio, cominciarono questi a fare violenze ed omicidi ed estorsioni nella città e nel contado; nè bastava loro avere mezzi gli uffici sebbene fossero mille soli ed i popolani venti mila, e mal sostenevano la compagnia degli artefici: dall’altra banda ai popolani grassi piaceva meglio avere colleghi da meno di loro, che non da più e di maggior grado. La città si commoveva di bel nuovo col favore di quell’Antonio degli Adimari chè primo insorse contro il Duca, e di Giovanni della Tosa e di Geri dei Pazzi, i quali erano dal popolo stati fatti cavalieri. Per il che furono essi col Vescovo, il quale era buono uomo ma di poca fermezza, e lo persuasero s’accordasse a che i grandi fossero privati dell’ufficio di Priorato; ma questi udendo il partito che si voleva porre innanzi, e chiamando il Vescovo traditore, si cominciarono a fornire d’armi e di genti e a mandare fuori per aiuti. Sentendosi ciò per la città, molti popolani armati vennero in piazza gridando ai Priori popolani: gittate dalle finestre, gittate dalle finestre i Priori de’ grandi, o noi vi arderemo in Palagio con loro insieme. E recata la stipa, mettevano fuoco alla porta, nè a’ Priori popolani bastava l’animo di scusare i loro compagni; talchè alla fine, crescendo la forza e il furore del popolo, convenne a’ Priori grandi uscir di Palagio accompagnati alle case loro sotto scorta con grande paura. Partiti i quali, i Priori rimasti in numero di otto, condussero a dodici come erano prima i Buonomini; rifecero il Gonfaloniere di giustizia, alzando a quel grado uno dei Priori popolani, ed il Consiglio del popolo formarono da settantacinque uomini per quartiere, con gli altri uffici poco mutati da quel che solevano essere innanzi alla signoria del Duca.
In quei giorni la Repubblica essendo mal ferma e la plebe sollevata, cadde in pensiero ad un Andrea Strozzi, grosso popolano di molta ricchezza, farsi padrone della città. Vendeva egli il grano alle case sue a minor prezzo degli altri, essendo tempi di carestia; forse da principio a solo studio di popolarità; ma poi cresciutogli il favore, e come era egli naturalmente vano, gli si alzò l’animo a maggiori cose. Tantochè un giorno, che fu agli ultimi del settembre, montò a cavallo e andò per la città raunando intorno a sè ribaldi e scardassieri e minuta gente; nè prima fu in piazza, ch’erano forse quattro mila gridando: Viva il popolo minuto, e muoiano le gabelle e il popolo grasso; facendo mostra di volere sforzare il Palagio. Nè si ristavano, benchè molti buonuomini e gli stessi consorti d’Andrea gli ammonissero andarsi con Dio, se dal Palagio non erano cacciati con pietre e balestre, onde alcuno fu morto e molti feriti. E di qui usciti, fecero la stessa prova al palagio del Potestà, sinchè alla fine tra per le preghiere dei vicini e tra per la forza, e dicendo: Noi andiamo dietro ad un pazzo, cominciò la folla a diradare; ed egli sottrattosi con l’aiuto dei parenti, ebbe bando di rubello: sorte men dura di quella che nella Repubblica di Roma era toccata a Spurio Melio in quel conato di signoria, che pare somigli di tutto punto questo d’Andrea Strozzi, essendo anche presso che eguali le condizioni delle due città.
I grandi, al vedere questa divisione ch’era tra ’l grasso e il minuto popolo, si rallegrarono molto, e attizzavano la plebe, più che mai afforzandosi ne’ serragli, e mettendo dentro sbanditi e contadini ed altra gente in servigio loro, e più aspettandone di Pisa e di Lombardia. Intanto ai Signori veniva soccorso molto valido da Siena, e alcune milizie da Perugia; il popolo si armava e metteva sbarre: il che alla plebe, che stava pe’ grandi, fu impedimento al radunarsi ed al dividere così le forze dei popolani: la città era tutta in arme e in grande terrore gli uni degli altri; ma quelli che stavano per il Comune erano più forti, avendo il Palagio e la campana e le porte della città, salvo quella di San Giorgio che i Bardi tenevano: sicchè la forza dei grandi non era a comparazione di quella del popolo, se a questo riuscisse di prevenire i soccorsi che i grandi aspettavano dalla parte ghibellina. Stando così tutti in arme ed in gelosia, il popolo del quartiere di San Giovanni, del quale si fecero capi i Medici e i Rondinelli, senza ordine di comune, il dopo desinare del dì 24 di settembre in numero forse di mille uomini assalirono le torri e case di quei degli Adimari i quali erano chiamati Cavicciuli; e cominciato l’assalto e crescendo di continuo la forza del popolo, i Cavicciuli veggendo che non poteano resistere, in poco d’ora si accordarono, e patteggiati si arrenderono, consentendo che fossero poste su’ loro palagi le bandiere dell’arme del Popolo, senza ricevere altro danno per amore dei loro consorti che tenevano col popolo. I Donati e i Pazzi ed i Cavalcanti in egual modo assaliti e soverchiati dalla massa dei popolani che sempre ingrossava, non fecero resistenza venendo a patti; dimodochè tutta la parte della città ch’era di qua dal fiume in breve fu libera da ogni serraglio o fortezza che i grandi avessero, e tutta in mano dei popolani.
Restava la forza d’assai maggiore e la difesa più grossa e compatta dei grandi d’oltrarno, dei quali erano principali i Bardi ed i Rossi ed i Mannelli e i Frescobaldi ed i Nerli. Questi ultimi, che avevano di là dal ponte alla Carraia le case loro tra la frequenza di case del popolo, e che erano di minor possa, ben tosto cederono: e il popolo vittorioso, passato il ponte alla Carraia, si volse tutto ad assalire le case dei Frescobaldi, alle quali era stato loro aperto il passo dai Capponi e da altri popolani che abitavano di là dall’Arno. Al quale assalto i Frescobaldi sè conoscendo essere impotenti, si rifuggirono alle case loro chiedendo con le braccia in croce mercè al popolo, che gli ricevette senza fare ad essi alcun male; e i Rossi fecero il somigliante. Al ponte Vecchio ed a Rubaconte più volte erano quei del popolo stati fieramente ributtati, sì forti erano le torri dei Mannelli al ponte Vecchio ed altre di là bene armate di bertesche, ma soprattutte la possa dei Bardi molto valida di gente e di serragli e di fortezze; insinchè per una via che da pochi anni era stata fatta non senza disegno, e che per le case dei Pitti girava alla porta di San Giorgio, non venne fatto al popolo di assalire di sopra e al di dietro le case dei Bardi. I quali veggendosi da tante parti sì aspramente combattere, cominciarono ad abbandonare i loro serragli; e questi essendo dopo contrasto lungo forzati dal popolo sotto alla condotta di un conestabile tedesco; i Bardi, vinti da ogni lato, raccomandandosi alla vicinanza dei Quaratesi e dei Mozzi e di quelli da Panzano che per loro proprio scampo si erano messi col popolo, da essi furono ricevuti, poi trafugati fuori della città. La feccia allora del popolazzo sino alle donne ed ai fanciulli entrò nelle case dei Bardi con tale rapina che era a vedere rabbiosa cosa; dove ciascuno trovò che tôrre, e chi avesse voluto frenare il popolo, era il primo rubato e morto: grande fatica fu difendere le case dei vicini popolani. Poi misero fuoco ed arsero ventidue tra palagi e case grandi e ricche: il danno che i Bardi ebbero tra rapine ed arsioni fu stimato più di sessanta mila fiorini d’oro. Il dì seguente si radunarono più di mille malandrini presso alla chiesa dei Servi, e dicevano volere andare contro alle case dei Visdomini e quelle rubare per compiere la vendetta contro a messer Cerrettieri: ma in fatto volevano, come si seppe dipoi, andare alle case dei ricchi e pigliarsi come poveri la roba loro. Del che informato il Potestà, andò ad essi incontro con le milizie e buona gente a piè ed a cavallo, portando ceppi e mannaie per tagliare, come fecero, piedi e mani ai malfattori; gli altri furono messi in fuga.
Vinta così e debellata la parte dei grandi e contenuta la plebe, il popolo montò in grande stato e baldanza, e specialmente i mediani ed artefici minuti; chè allora il reggimento della città rimase alle ventuna Capitudini delle arti. Vennero pertanto a riformare la terra: e col consiglio degli ambasciatori Senesi e Perugini e del conte Simone da Battifolle che aveva in quei fatti prestata opera eccellente, celebrarono in casa i Priori uno squittinio, al quale intervennero duecentosei de’ maggiori cittadini o che sedevano negli uffici, o ch’erano stati chiamati a dar voto insieme a questi nella balía col nome d’aggiunti o, come dicevano, d’arruoti: furono da essi posti a partito tremila trecento quarantasei uomini, ma non rimasero il decimo da imborsare per le tratte che si dovevano fare ogni due mesi degli ufficiali. Ordinarono che fossero otto i Priori, due per quartiere, e un Gonfaloniere di giustizia; che de’ Priori fossero due popolani grassi, e tre dei mediani, e tre artefici minuti; e il Gonfaloniere si mutasse per simile modo dall’una all’altra qualità d’uomini. Si trovò poi che degli artefici minuti erano più che non fosse l’ordine dato; il che addivenne perchè i collegi degli artefici erano stati nello squittinio più forti di voci di quello che fossero il grasso popolo e il mediano. In poco più d’un anno aveva Firenze veduto mutare quattro reggimenti: e la breve tirannia del Duca d’Atene e le susseguenti rivolture questo produssero, che la signoria dal popolo grasso fosse venuta negli artefici e nel popolo minuto, crescendo via via di molto il numero dei nuovi uomini, i quali scendevano in Firenze dal contado e acquistavano cittadinanza, «Piaccia a Dio (scrive il buon Villani) che sia ciò ad esaltamento ed a salute della nostra Repubblica: mi fa temere l’essere i cittadini vuoti d’amore e di carità tra loro, e pieni d’inganni e di tradimenti; ed è rimasta questa maledetta arte in Firenze, in quelli che ne sono rettori, di promettere bene e fare il contrario, se non sono provveduti o di grandi prieghi o di grande utile.[193]» In altro luogo conchiude: «ch’erano male retti dai nobili e peggio dai popolani.»
Pei nuovi ordini posti allora i grandi rimasero affatto esclusi da quelli uffici nei quali era il governo dello Stato: sedeano bensì nel Consiglio del Comune, potevano essere dei Cinque della mercanzia, siccome più tardi dei Dieci del mare; e quando veniva nominata una Balía per la condotta d’una guerra o di altro negozio di gran momento, era costumanza di porvi almeno uno dei grandi, che in certi casi andavano anche ambasciatori; aveano luogo nel magistrato di Parte guelfa: tutti cotesti ufficii appartenevano al Comune. Rinnovarono al tempo stesso anche i penali Ordinamenti della giustizia contro a’ grandi, i quali erano stati annullati; mitigandone l’acerbità in questo solo, che dove prima oltre alla pena del malfattore tutta la casa e schiatta di lui era tenuta pagare al Comune lire tremila, ora si corresse che i soli parenti fino al terzo grado fossero tenuti, ma riavendo il danaro quando rendessero preso il malfattore o lo uccidessero. Poco dipoi, taluni delle famiglie maggiori di grandi furono per sospetti mandati chi in qua chi in là a confine: a molti, che avevano pigliato servigi co’ signori di Lombardia o ch’erano andati cercando fortuna in Puglia o altrove, fu comandato tornassero dentro al termine di due mesi sotto pena di ribelli. I libri dei ribelli essendo stati arsi, vennero fatte le nuove liste dove alcuni furono aggiunti, ed altri rimessi in patria ad arbitrio di chi reggeva. I beni donati per antichi servigi ai Pazzi e ad altre famiglie di grandi, furono ad essi ritolti; il che ebbe biasimo dai migliori. I grandi rimasti si ritrassero la maggior parte in contado alle loro possessioni, quivi tenendosi quieti quanto potevano maggiormente. Furono poi levati dal novero de’ grandi e fatti di popolo da cinquecento nobili, uomini della città e del contado, o per la grazia che si avessero acquistata appresso al popolo, o più sovente perchè le case loro fossero venute in depressione da non temerne;[194] e nel contado non pochi, tuttochè avessero sempre titolo di Conti, erano scesi alla condizione di lavoratori della terra. Ma non potevano gli antichi grandi fatti di popolo essere per cinque anni nè de’ Priori, nè de’ Dodici, nè Gonfalonieri di compagnie, nè capitani delle Leghe del contado. E se alcuno dentro dieci anni commettesse maleficio contro ai popolani, fosse in perpetuo rimesso tra’ grandi. Alcuni di quelli che furon fatti di popolo, e vollero essere veramente popolani, mutarono i loro casati, a ciò astretti, o per ingraziarsi; ma poi ripresero gli antichi nomi quando la Casa dei Medici, venuta a capo della Repubblica, ebbe rimesso in istato quelli che prima erano abbassati.
Ruinava così dopo cento anni di battaglie la parte dei grandi, scaduta prima e dimezzata con la oppressione dei Ghibellini, i quali serbavano con più costanza e sincerità il decoro della parte loro; poi dimezzata un’altra volta per la cacciata dei Bianchi, e avendo perduto con la morte di Corso Donati il solo braccio che fosse atto a sorreggerla tantoch’ella mantenesse il grado suo nella Repubblica. Veramente le famiglie che ultime furono abbattute, paesane di sangue (quanto è lecito congetturare) e tutte guelfe se altri mai, si erano aggregate alla nobiltà quando era prossima a cadere, cresciute essendo pei commerci:[195] di tali uomini si poteva costituire un patriziato. Ma gli guastavano le aderenze e le superbie baronali, nè si piegarono ai costumi del nuovo popolo di Firenze che gli teneva come stranieri; e dopo averli cacciati via, gli parve essere sollevato, e fatto libero di trattare le cose sue più alla domestica. Allora però venne a scoprirsi e si aggravò di molto quell’altro dissidio, che ne’ traffici è inevitabile, tra’ mercatanti e gli artigiani; o come oggi si direbbe, tra ’l capitale ed il lavoro: ed il popolo minuto, che aveva in uggia la sovranità dei suoi capi di bottega senza alcun freno o contrappeso, andò in traccia di un padrone solo. Inoltre mancò, in città esposta a continue guerre, l’educazione delle armi che presso i nobili risedeva, e mancò al popolo quella tempra del corpo e dell’animo, la quale s’acquista nelle fatiche e nei pericoli, pigliando virtù dalla prontezza al sacrificio, dove occorra, di noi medesimi, ch’è il pregio e l’anima e la forza della militare professione. Chi però guardi alla meschinità ed alla bruttezza delle guerre che nell’Italia si combattevano, dirà che al popolo di Firenze non fu gran perdita il tenersi fuori dai costumi soldateschi, i quali in tutta quella età più aspri erano che generosi. Pure qualcosa venne a mancare a questo popolo ridotto allora tutto ad essere di artigiani; ma poco apparve sinchè durarono i tempi floridi della libertà, quando la vita si espandeva in tanti modi e i cittadini facevano acquisto alla patria loro, per via delle opere dell’ingegno, d’un altro genere di grandezze.
I quattro anni che seguitarono ebbe Firenze tranquillo stato, nè fatti accaddero d’importanza se non che in ordine ad altre cose che dipoi vennero a conseguenza, e che in appresso registreremo. Successe lugubre l’anno 1348 per quella feroce nè mai più udita pestilenza, che dall’Oriente venuta, percosse in quell’anno e nei primi susseguenti quasichè tutta l’Europa; distruggendo (come scrivono) tre quinte parti della popolazione, in Firenze centomila, per testimonianza degli autori contemporanei, e per il novero che poi ne fecero insieme il Vescovo e la Signoria. Il che però non si può intendere che fosse dentro alla città sola, la quale tanti non ne aveva, e molti erano fuggiti e credo pochi vi accorressero; ma, come parmi sia di necessità correggere, dentro al contado o al dominio, che era a quel tempo molto angusto. Lamentano anche il peggioramento dei costumi, per quella certa stupidità che invade l’uomo nei grandi mali, e perchè egli si avvezza troppo allo spettacolo della morte, la più comune delle umane cose; e per le subite ricchezze dalle insperate eredità, e pel disciogliersi d’ogni vincolo sia di famiglia o sia di leggi, che allora tacevano abbandonate o insufficienti: non si hanno tratte di Magistrati nei cinque mesi che infuriò il morbo. Scrivono pure come alla pestilenza seguitasse carestia pel difetto delle braccia, e perchè il popolo degli artigiani ridotto a numero molto scarso, e taluni fatti ricchi e godendosi le suppellettili e le robe degli estinti a vil prezzo comperate, si rifiutavano al lavoro chiedendo per esso strabocchevoli mercedi: lo stesso facevano i lavoratori delle terre, gli opranti e i servi parlavan alto.[196] Che molti vizi e corruttele venisser su da quel rimescolamento è troppo agevole figurare, e anche solo basterebbe a dimostrarcelo il Decamerone: ma le migliori virtù passavano tanto più oscure e men lodate quant’esse erano meno rare; e argomento di virtù è a me la stessa severità iraconda dei cronisti, privati uomini e popolani. Narrano essi come per la viltà anche talvolta dei congiunti, molti perissero derelitti; ma poi raccontano altresì come cessato il terrore primo, fosse tornata la sicurezza nel servire gli ammalati, notando che molti degli assistenti campavano, quando i chiusi nelle ville non isfuggivano il morire. Dicono della moneta estorta dai falsi medicanti, ma soggiungono che per coscienza molti anche poi la restituirono. Lasciti grandi ed elemosine vennero fatte co’ testamenti ai poveri di Dio, e la Compagnia di Or San Michele n’ebbe a sè sola fino a trecento cinquanta mila fiorini d’oro; i quali, perchè i mendichi erano quasi tutti morti, tentarono poi la cupidità degli amministratori con brutto esempio e grave scandalo: minori lasciti ma considerevoli ebbero pure due luoghi pii ch’erano stati operosi molto in alleviare i presenti guai, la Compagnia della Misericordia e lo Spedale di Santa Maria Nuova.