Capitolo V. DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE. ENTRATE E SPESE DEL COMUNE.
Moriva di peste in quell’anno Giovanni Villani statoci guida infino a qui, nè altra migliore avremo noi tra quanti scrissero delle cose nostre. Vedemmo già come fosse egli presente in Palagio, quasi sessanta anni prima, il dì della battaglia di Campaldino; condusse le Istorie infino al termine della vita sua. Giovane insieme con l’Alighieri, formava sè stesso alla grande scuola del secolo XIII; quindi l’alta rettitudine la quale domina i suoi giudizi, e quella compostezza di pensieri arditi e modesti, ch’è indizio non già di buoni tempi e di quieto vivere, ma sì di animi che abbiano sicurezza di sè medesimi e interna pace. Era Giovanni di quei buoni uomini da lui sovente posti in iscena, che fondarono la libertà per essi soli fatta possibile, e la mantennero in mezzo agli urti delle ambizioni, pacati e forti perchè cercavano insieme al proprio il comun bene, e il vero sempre in ogni cosa. Innanzi però di separarci da lui, vogliamo qui trascrivere un ragguaglio ch’egli ne diede accurato molto intorno allo stato di Firenze ed alle forze della città ed alle Entrate e Spese pubbliche. Il quale sebbene risguardi all’anno 1336, serbammo per non interrompere la narrazione, a questo luogo dove incominciano tempi nuovi, risorgendo la città in breve ora da quei mali che dall’anno 36 al 48 l’avevano afflitta. Da molti fu allegata questa che oggi si chiamerebbe statistica di Firenze; massimamente in quella parte la quale spetta alle scuole pubbliche e alla coltura di questo popolo: e più altri lumi sono da trarne circa alla pubblica economia ed alle tasse ed al maneggio della civile amministrazione, materia amplissima agli studi cui può servire l’Istoria nostra. Abbiamo un poco spostato qui l’ordine delle materie per farne a tutti più chiara e agevole la lettura; la quale se a molti non riesca nè ingrata nè inutile, avremo scusa d’avere interrotto in questo luogo con le parole del Villani il nostro racconto.
Il Comune di Firenze in questi tempi (1336) signoreggiava la città d’Arezzo e il suo contado, Pistoia e il suo contado, Colle di Valdelsa e la sua corte; e in ciascuna di queste terre avea fatto fare un castello, e teneva diciotto castella murate del distretto e del contado di Lucca: e del nostro contado e distretto quarantasei castella forti e murate, senza quelle di propri cittadini; e più terre e ville senza mura, che erano in grandissima quantità.
Troviamo diligentemente che in questi tempi avea in Firenze circa venticinque mila uomini da portare arme da quindici anni infino in settanta, tutti cittadini, intra’ quali millecinquecento cittadini nobili e potenti che sodavano per grandi al Comune.[197] Erano in Firenze da settantacinque cavalieri di corredo: bene troviamo che innanzi che fosse fatto il secondo popolo che regge al presente, erano i cavalieri più di dugentocinquanta: che poichè il popolo fu, i grandi non ebbono stato nè signoria come prima, e però pochi si facevano cavalieri. Stimavasi d’avere in Firenze da novanta mila bocche tra uomini e femmine e fanciulli, per l’avviso del pane che bisognava nella città: ragionavasi avere continui nella città da millecinquecento uomini forestieri e viandanti e soldati; non contando i religiosi e frati e monache rinchiusi, onde faremo menzione appresso. Stimavasi avere in questi tempi nel contado e distretto di Firenze ottanta mila uomini da arme. Troviamo dal Piovano che battezzava i fanciulli (imperocchè ogni maschio che si battezzava in San Giovanni, per averne il novero metteva una fava nera, e per ogni femmina una fava bianca) che erano l’anno in questi tempi dalle cinquantacinque alle sessanta centinaia, avanzando più il sesso mascolino che il femminino da trecento in cinquecento per anno.[198] Troviamo i fanciulli e fanciulle che stanno a leggere, da otto a dieci mila; i fanciulli che stanno ad imparare l’abbaco e algorismo in sei scuole, da mille in mille dugento. E quelli che stanno ad apprendere la grammatica e loica in quattro grandi scuole, da cinquecento cinquanta in seicento. Le chiese in Firenze e ne’ borghi, contando le badie e le chiese de’ Frati religiosi, troviamo essere centodieci; tra le quali sono cinquantasette parrocchie con popolo, cinque badie con due priori e con da ottanta monaci; ventiquattro monasteri di monache con da cinquecento donne; dieci regole di Frati; e da dugento cinquanta in trecento cappellani preti. Trenta spedali con più di mille letta da allogare i poveri e infermi.
Le botteghe dell’arte della Lana erano dugento o più, e facevano da settanta in ottanta mila panni, che valevano da un milione e dugento migliaia di fiorini d’oro; che bene il terzo rimaneva nella terra per ovraggio, senza il guadagno de’ lanaioli, e viveanne più di trenta mila persone. Ben troviamo che da trent’anni addietro erano trecento botteghe o circa, e facevano per anno più di cento migliaia di panni; ma erano più grossi e della metà valuta, perocchè allora non ci entrava e non sapeano lavorare lana d’Inghilterra, come hanno fatto poi.[199] I fondachi dell’arte di Calimala de’ panni franceschi e oltramontani erano da venti, che faceano venire per anno più di dieci mila panni, di valuta di trecento migliaia di fiorini d’oro, che tutti si vendeano in Firenze, senza quelli che mandavano fuori di Firenze.[200] I banchi de’ Cambiatori erano da ottanta. La moneta dell’oro che si batteva era da trecentocinquanta migliaia di fiorini d’oro, e talora quattrocento mila; e di danari da quattro piccioli l’uno si batteva l’anno circa venti mila libbre. Il collegio de’ Giudici erano da ottanta; Notai secento, Medici e Cerusichi sessanta; botteghe di Speziali cento,[201] molti altri mercanti, merciai e di molte ragioni artefici. Erano da trecento e più quegli che andavano fuori di Firenze a negoziare.[202]
Aveva allora in Firenze centoquarantasei forni; e troviamo per la gabella della macinatura e per gli fornai, che ogni dì bisognava alla città dentro centoquaranta moggia di grano; non contando che la maggior parte de’ ricchi e nobili e agiati cittadini con loro famiglie stavano quattro mesi l’anno in contado, e tali più: l’anno 1280, che era la città in felice e buono stato, volea la settimana da ottocento moggia. Di vino troviamo entra nella città da cinquantacinque mila cogna; e quando vi è abbondanza, circa dieci mila più. Buoi e vitelle l’anno quattro mila, castroni e pecore sessanta mila, capre e becchi venti mila, porci trenta mila. Entrava del mese di luglio ogni anno per la porta a San Friano quattro mila some di poponi.
In questi tempi avea in Firenze le infrascritte signorie forestiere, che ciascuna teneva ragione e avea corda da tormentare; cioè il Potestà, il Capitano e difensore del popolo e delle Arti, l’Esecutore degli Ordinamenti della giustizia, il Capitano della guardia ovvero Conservatore del popolo, il quale avea più balía che gli altri. Tutte queste quattro signorie aveano arbitrio di punire personalmente: e più, il giudice della ragione e dell’appellagione, il giudice sopra le gabelle, l’ufficiale sopra gli ornamenti delle donne, l’ufficiale della mercatanzia, l’ufficiale dell’arte della lana: di ufficiali ecclesiastici, la corte del vescovo di Firenze, la corte del vescovo di Fiesole, l’Inquisitore dell’eretica pravità.
La città era dentro bene situata e albergata di molte belle case, e al continovo in questi tempi s’edificava a farle viepiù agiate e ricche, recando di fuori belli esempli d’ogni miglioramento: avea chiese cattedrali e di frati d’ogni regola e magnifichi monasteri. Oltre a ciò, non v’era cittadino popolano o grande che non avesse edificato o che non edificasse in contado grande e ricca possessione con belli edifici e molto meglio che in città; e in questo ciascuno ci peccava, e per le disordinate spese erano tenuti matti. E sì magnifica cosa era a vedere, che i forestieri non usati a Firenze venendo di fuore, i più credevano per li ricchi edifici e belli palagi i quali erano tre miglia intorno, che tutti fossero della città a modo di Roma; senza i ricchi palagi, torri, cortili e giardini murati più di lungi alla città, che in altre contrade sarebbono chiamate castella. Insomma, si stimava che d’intorno alla città sei miglia aveva tanti ricchi e nobili abituri che due Firenze non ne avrebbono tanti.
ENTRATE DEL COMUNE.
Il Comune di Firenze di sue rendite assise ha piccola entrata, come si potrà vedere, ma reggevasi in questi tempi per gabelle; e quando bisognava per le guerre, si reggeva per prestanza e imposte sopra le ricchezze de’ mercatanti e d’altri singolari cittadini, con guiderdoni sopra le gabelle. E in questi tempi queste infrascritte gabelle furono levate per noi diligentemente da’ registri del Comune; e, come potrete vedere, montavano l’anno circa a trecento mila fiorini d’oro, talora più talora meno: che sarebbe gran cosa a un reame, nè il re Roberto ha d’entrata tanti, nè quello di Sicilia nè quello d’Aragona.
La gabella delle porte, di mercatanzia e vittuaglia e cose ch’entravano e uscivano della città, fiorini novanta mila dugento d’oro. La gabella del vino a minuto, pagandosi al terzo, fiorini cinquantotto mila trecento. L’estimo del contado, a soldi dieci per lira l’anno, fiorini trenta mila cento. La gabella del sale, vendendo a’ cittadini lo staio soldi quaranta di piccioli, e a’ contadini soldi venti, montava fiorini quattordici mila quattrocentocinquanta: queste quattro gabelle erano deputate alla spesa della guerra di Lombardia. I beni de’ rubelli sbanditi e condannati valeano l’anno fiorini settemila. La gabella sopra i prestatori ed usurieri, fiorini tremila. I nobili del contado pagavano l’anno fiorini duemila. La gabella de’ contratti valeva l’anno fiorini ventimila.[203] La gabella delle bestie e del macello della città, fiorini quindicimila; quella del macello del contado, fiorini quattro mila quattrocento; quella delle pigioni valeva l’anno fiorini quattro mila centocinquanta. La gabella della farina e macinatura, fiorini quattro mila dugentocinquanta. Quella de’ cittadini che vanno di fuori in signoria, valeva l’anno tre mila cinquecento. La gabella delle accuse e scuse, fiorini mille quattrocento. Il guadagno delle monete dell’oro, fatte le spese, valeva l’anno fiorini duemila trecento; quello della moneta de’ quattrini e piccioli, pagato l’ovraggio, fiorini mille cinquecento. I beni propri del Comune e passaggi valevano l’anno fiorini mille secento. I mercati nella città delle bestie vive, fiorini duemila. La gabella del segnare pesi, misure e paci e beni in pagamento,[204] fiorini secento. La gabella della spazzatura d’Orto San Michele e prestare bigonce, fiorini settecento cinquanta.[205] La gabella delle pigioni del contado, fiorini cinquecento cinquanta; quella de’ mercati del contado, fiorini duemila. Le condannagioni che si riscuotono, si ragiona vagliono fiorini ventimila, e gli più anni montano troppo più. L’entrata de’ difetti de’ soldati da cavallo e da piè valeva l’anno fiorini settemila.[206] La gabella degli sporti delle case, fiorini settemila: quella delle trecche e trecconi, fiorini quattrocentocinquanta. La gabella del sodamento di portare l’arme valeva l’anno fiorini milletrecento e soldi venti di piccioli per uno. L’entrata delle prigioni,[207] fiorini mille. La gabella de’ messi, fiorini cento l’anno. Quella de’ foderi di legname che viene per Arno, fiorini cinquanta. La gabella degli approvatori de’ sodamenti che si fanno, valeva l’anno fiorini dugentocinquanta. Quella dei richiami de’ consoli delle Arti, la parte del Comune si fa l’anno valere fiorini trecento. La gabella sopra le possessioni del contado, fiorini......; quella delle zuffe a mani vuote si fa l’anno fiorini.... La gabella di coloro che non hanno case in Firenze, e vale il loro da fiorini mille in su,[208] fiorini..... l’anno. Quella delle mulina e pescaie, fiorini..... Somma da trecentomila di fiorini d’oro e più.
SPESE DEL COMUNE.
Sono qui notate quelle che appellavano spese ferme, cioè che erano di necessità per anno: il fiorino d’oro valeva tre lire e soldi due di piccioli.
Il salario del Potestà e di sua famiglia, l’anno, lire quindici mila dugento quaranta di piccioli. Il salario del Capitano del Popolo e di sua famiglia, lire cinque mila ottocento ottanta. Il salario dell’Esecutore degli Ordini della giustizia contro a’ grandi con la sua famiglia, lire quattro mila novecento. Il salario del Conservatore del popolo e sopra gli sbanditi, con cinquanta cavalieri e cento fanti, fiorini ottomila quattrocento d’oro l’anno: quest’ufficio non è stanziale, se non come occorrono i tempi di bisogno. Il giudice delle appellagioni sopra le ragioni del Comune, lire millecento. L’ufficiale sopra gli ornamenti delle donne e altri divieti, lire mille. L’ufficiale sopra la piazza d’Orto San Michele e della Badia, lire milletrecento. L’ufficiale sopra la condotta de’ soldati, lire mille. Gli ufficiali, notai e messi sopra i difetti de’ soldati, lire dugentocinquanta. I camarlinghi della Camera del Comune e loro ufficiali e massari e loro notai e frati che guardano gli atti del Comune, mille quattrocento. Gli ufficiali sopra le rendite proprie del Comune, lire dugento. I soprastanti e guardie delle prigioni, lire ottocento. Le spese del mangiare e bere de’ signori Priori e di loro famiglia costa l’anno lire tremila secento. I salari dei donzelli e servitori del Comune, e campanai delle due torri, cioè quella de’ Priori e quella del Potestà, lire cinquecento cinquanta. Il Capitano, con sessanta fanti che stanno al servizio e guardia de’ signori Priori, lire cinque mila dugento. Il notaio forestiere sopra le Riformagioni e il suo compagno, lire quattrocentocinquanta. Il cancelliere del Comune e il suo compagno, lire quattrocentocinquanta. Per lo pasto de’ Lioni;[209] torchi e candele e panelli per li Priori, lire duemila quattrocento. Il notaio che registra nel Palagio de’ Priori i fatti del Comune, lire cento. I messi che servono tutte le signorie, per loro salario, lire mille cinquecento. I trombatori, sei banditori del Comune, naccherini, sveglia, cornamusa, cennamelle, trombette in numero dieci con trombe d’argento, per loro salario, lire mille. Per limosine a religiosi e spedali, l’anno, lire duemila seicento. Guardie, che guardavano di notte alle porte della città, lire diecimila ottocento. Il palio di sciamito che si corre l’anno per san Giovanni, e quelli di panno per san Barnaba e per santa Reparata, costano l’anno fiorini cento d’oro. Per ispese in spie e messi che vanno fuori per lo Comune, lire milledugento. Per ambasciatori che vanno per lo Comune, stimati l’anno fiorini cinquemila d’oro e più. Per castellani e guardie di rôcche le quali si tengono per lo Comune di Firenze, fiorini quattromila. Per fornire la Camera dell’arme di balestre, sagittamento e palvesi, fiorini mille cinquecento d’oro. Somma l’opportune spese, senza i soldati a cavallo e a piedi, fiorini quarantamila d’oro e più l’anno. A’ soldati a cavallo e a piedi non ci ha regola nè numero fermo, ch’erano talora più e talora meno, secondo i bisogni che occorrevano al Comune; ma al continuo si può ragionare, senza quelli della guerra di Lombardia, non facendo oste, da settecento in mille cavalieri e altrettanti pedoni continuamente. Non facciamo conto delle mura e de’ ponti e di Santa Reparata (cioè della fabbrica del Duomo), e di più altri lavori di Comune, che non si possono mettere in numero ordinario.[210]