Capitolo VI. GUERRA CON L’ARCIVESCOVO DI MILANO. — TRATTATO CON L’IMPERATORE CARLO IV. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA. — ALBIZZI E RICCI. [AN. 1349-1358.]
I nuovi acquisti che la Repubblica in molti anni aveva fatti e componevano il distretto, erano per la cacciata del Duca d’Atene perduti, come noi già notammo; ed a Firenze non rimaneva se non l’antico suo contado, quale forse era anche nei secoli imperiali, ma sgombro però dalle giurisdizioni baronali o dai castelli che d’ogni parte ed a molto piccole distanze erano attorno alla città. Il danno però non si deve credere che fosse quale sarebbe al tempo nostro il farsi piccolo uno stato grande, perchè il nerbo della ricchezza era dentro alla città stessa, componendosi l’entrate quasi interamente di gabelle cittadine: i luoghi soggetti si amministravano da sè stessi, perchè il diritto municipale era tenuto cosa inviolabile; e quel che andasse alla Repubblica, portava il carico della guardia: veramente il maggiore scapito era dei potenti cittadini che risedevano nelle terre suddite o potestà o capitani, o con altro titolo ed ufizio; e vi acquistavano clientele, e avvantaggiavano l’interesse loro. Certamente la potenza della Repubblica fiorentina veniva ad essere menomata di tutto il numero di quei soldati ch’essa imponeva in caso di guerra per ciaschedun luogo del dominio, e questi dovevano tenere in campo a spese loro: ma per tale rispetto avergli amici o averli sudditi veniva quasi all’effetto stesso; e sino a tanto che le città e le altre terre si governassero a parte guelfa o popolare, di cui Firenze stava a capo, avevano queste necessità uguale di difenderla, perchè i nemici erano comuni. Laonde bastava alla Repubblica mantenere nelle terre circostanti le signorie popolari; ed agli acquisti era condotta (quando non fosse dalle ambizioni) più che altro dal bisogno di assicurare quella parte, e di opprimere la contraria. Tollerò quindi pazientemente le fatte perdite, e le sudditanze cercò mutare in amistà, finchè gli umori che in esse nutriva non facessero un’altra volta quei luoghi medesimi cadere sotto alla tutela sua, o alla Repubblica non abbisognasse per sua propria difensione porvi la mano ed assicurarsene.
Nell’anno 1349 Colle di Valdelsa tornò in potere dei Fiorentini, i quali ebbero in quella mossa d’un tratto solo anche San Gimignano, nobile terra e cospicua sempre per le alte torri che ivi rimangono in molto numero tuttavia, per gli edifici e per le pitture di cui l’ornarono i buoni artisti che in essa ebbero nascimento:[211] la quale però certo è che venne a decadere, perduto ch’ebbe con l’indipendenza la pienezza della vita, e i vivi impulsi dati agli animi, e il sempre intendere a maggiori cose, dal che i popoli si fanno illustri e poi consumano sè medesimi. Matteo Villani scrive che i Sangimignanesi d’allora in poi dimenticate le contenzioni vissero in pace, badando ognuno a’ fatti suoi: anche Firenze alla sua volta, dopo il corso di altri due secoli, ebbe in sorte la stessa pace. Vedemmo già come la terra di Prato si fosse data in perpetuità al Duca di Calabria per non volere la signoria de’ Fiorentini: ora nell’anno 1350 la comperarono questi per diciassette mila cinquecento fiorini d’oro dalla regina Giovanna di Napoli figlia di quel Duca, bisognosa di moneta e che aveva altro da pensare: al quale mercato diede mano il gran Siniscalco Niccolò Acciaiuoli fiorentino, ch’era ogni cosa in quella corte. E per essere signoria libera, la recarono a contado; diedero l’estimo ai Pratesi, e i privilegi come ai cittadini del Comune di Firenze: gli antichi ordini annullarono ristringendo la giurisdizione dei Rettori cittadini, e tirarono a Firenze presso alla corte del Potestà tutti i giudizi di maggior conto: lo stesso fecero a San Gimignano. In Prato soleva dominare la famiglia dei Guazzalotri;[212] sette di questi, i Fiorentini perchè sapevano dovere essere malcontenti, tratti in Firenze con lieve scusa, fecero tutti decapitare per sola iniqua ragion di Stato. Ma il sangue sparso dei Guazzalotri tosto rimase dimenticato: ebbero infamia i Veneziani da quello più illustre dei signori da Carrara uccisi con tale parità di circostanze che raro incontrasi nelle storie. Avuta Prato, i Fiorentini volsero l’animo a Pistoia. Ribelle non era, perchè la dedizione era stata a tempo; ma ora cogliendo il pretesto delle consuete divisioni, dapprima ottennero porvi guardia di pochi soldati, con che giurassero mantenere lo stato presente; questi, guidati da un leale cavaliere Andrea Salamoncelli da Lucca, stettero contro a certo assalto che per sorpresa e con inganno i rettori di Firenze vollero mattamente dare alla città.[213] Contro alla quale andati poi con oste molto più numerosa (e vi furono tra gli altri duemila cittadini di Firenze sotto sedici pennoni), ebbero Pistoia per accordo nel mese d’aprile 1351; e postavi guardia, riformarono lo stato di quella città, rimettendovi la famiglia dei Cancellieri, ch’erano più guelfi e più amici dei Fiorentini.[214]
Il tempo stringeva, e questi avevano buon motivo ad assicurarsi di Pistoia contro a un pericolo soprastante. Un gran delitto si commetteva allora in Italia, e tale fu che ne rimanesse perenne infamia tra le politiche scelleratezze di quella età: Giovanni de’ Pepoli, il quale teneva dal padre trasmessa la signoria di Bologna, vendè per dugentomila fiorini d’oro la patria sua all’arcivescovo di Milano Giovanni Visconti. Era Milano città più atta a nutrire la potenza che a vivere in libertà; di qui la grandezza della casa dei Visconti. Quell’Arcivescovo possedeva tra Lombardia e Piemonte ventidue città; aveva la mano nelle cose di Romagna fin presso a Roma, allora vuota della sedia pontificia; e da Bologna distendeva le armi sue facendo vista di occupare Pistoia, per indi invadere la Toscana. Il trattato d’una lega con Siena e Perugia e con Mastino della Scala, pel quale si tenne congresso in Arezzo, non ebbe effetto per le lungaggini consuete dei Consigli, e per la morte di Mastino: il figlio di lui si strinse invece all’Arcivescovo, il quale aveva già fatto lega co’ Ghibellini di Lombardia e co’ signorotti di Toscana. Ma co’ Fiorentini tranquillava; ed essi contenti d’avere Prato e Pistoia, non si provviddero altrimenti, e non elessero Capitano. Nemmanco avevano posto guardia al forte passo della Sambuca, pel quale ad un tratto Giovanni dei Visconti da Oleggio scendeva in gran forza giù nel piano di Pistoia. Quivi gli giunsero ambasciatori del Comune di Firenze, a’ quali rispose esser egli mandato dal suo signore a mettere pace ed a cessare le divisioni, raddirizzando le cose di tutta Toscana: gli ambasciatori se ne tornarono. E l’Oleggio, che al vedere Pistoia essere ben guardata non ebbe animo d’assalirla, tirando innanzi conduceva l’esercito a Campi e fin sotto alle mura di Firenze: dove stato pochi giorni senza alcun pro, gli convenne per mancamento di vettovaglia, volgendo addietro per la Valle di Marina, andare a porsi nella pianura larga e doviziosa del Mugello; non senza essere infestato molto prima d’entrarvi dai contadini volenterosi ma sprovveduti, che abitavano quella valle. Di qui l’esercito del Biscione (questo nome gli davano per la biscia ch’era l’arme dei Visconti) muoveva contro alla Scarperia, e vi pose assedio: a spalle aveva gli Ubaldini che a lui rendevano sicura la via di Bologna, intantochè i Tarlati e gli altri Ghibellini di verso Arezzo si erano mossi: quell’indomabile vecchio di Piero Saccone, in età allora di ottanta anni o più, disperse l’aiuto dei Perugini ch’era avviato a soccorrere la Scarperia. I Fiorentini, che da principio all’appressarsi dei nemici avevan sospetto di quei di dentro la città, pigliato animo, inviavano quante più genti potessero, ma senza ordine nè capo, alla volta del Mugello: ad un Visdomini e ad un Medici venne fatto penetrare con loro gran lode nell’assediato castello; il quale non bene per anche cinto di mura, ma di fossi e di steccati, resisteva oltre a due mesi, tornando vani i molti assalti che ad esso diedero gli inimici;[215] e nell’ottobre di quell’anno 1351, tanto apparato di forze cadeva dinanzi a un ignobile castello e a una Repubblica disarmata. Ma per questa era la volontà dei popoli, che alla difesa del patrio suolo da sè bastavano; la potenza dell’Arcivescovo non aveva fermezza d’ordini sufficienti nè a comporre uno Stato forte nè a tentare le imprese grandi.
I Fiorentini contuttociò si reputavano mal sicuri, se tanta mole di principato si mantenesse in Lombardia: quindi sprovvisti di ogni altro aiuto, i Papi essendo in Avignone e le fortune dei re Angiovini condotte al basso da una rea femmina; veduta ch’ebbero manomessa per l’occupazione di Bologna la compagnia delle città libere delle quali erano essi a capo, deliberarono accostarsi fra tutti i principi a quell’uno, a cui dovesse più dare ombra il veder sorgere in Italia una potenza di quella fatta: ed era questi l’Imperatore.[216] La famiglia dei Visconti aveva nome di ghibellina: ma questo nome già invecchiato, più non valeva che oppressione della vita popolare, senza concetto di unità;[217] l’Italia s’era da cento anni avvezza a fare senza l’Imperatore, e gli stessi Ghibellini veniano in fatto a disconoscere quella suprema autorità che prima era la forza loro. Carlo IV di Boemia voleva scendere in Italia a pigliare la corona, ma senza esercito che lo accompagnasse, era contento di porre in salvo il principio del diritto, rifugio ultimo delle potestà scadute; e si appagava d’ogni omaggio, a lui parendo fare assai quando ottenesse di autenticare le franchigie delle città che si reggevano a repubblica; usato modo anche in Alemagna. Per queste cose ebbe Carlo IV dai suoi taccia di semiguelfo; ed egualmente i Fiorentini quando era caso di mantenere o d’ampliare lo Stato loro, non la guardavano per minuto. Aveano chiamato già nell’anno 1308 il re d’Aragona contro a’ Pisani nella Sardegna, e poi gli vedemmo sotto le mura di Lucca condurre le insegne ai Guelfi odiose di Lodovico di Baviera: ma il patteggiarsi ora con Cesare tirava seco altre conseguenze.
Nelle repubbliche emancipatesi dalla imperiale soggezione, il fatto stava contro al diritto: dottrinalmente non rinnegavano esse quell’alta sovranità che i legisti mantenevano e in questo popolo tanto guelfo viveva sempre l’idea imperiale non di possesso ma di giurisdizione; romano infine era l’Impero qual che si fosse l’imperatore, e le due somme potestà si congegnavano per tal modo che l’una all’altra erano necessarie. Le provvisioni della Repubblica troviamo sottoscritte da notari e da cancellieri, i quali s’intitolano imperiali auctoritate notarius, imperiali auctoritate judex. Certo che un principe alemanno male si vede come avesse buone ragioni sulla Toscana, dappoichè ebbe essa rinvenuto in sè medesima la sua vita; ma quale si fosse quella imperiale supremazia, valeva però generalmente nella cristianità;[218] e dove manchi o non sia ben ferma l’idea d’un diritto da tutti ammesso e positivo, nè il comandare nè l’ubbidire avranno limite nè certezza, ogni uomo facendo autore sè del suo diritto. Ora ai politici Fiorentini sanare questa illegalità pareva essere cosa buona e da non perderne l’occasione, taluni forse avendo anche nel più segreto pensiero loro di tutte poi accomunare le forze vive della città, togliendo via quelle esclusioni che molti ancora male pativano; ma quindi ebbero incremento, se troppo male non ci apponiamo, le divisioni di nuovo sorte, che poi turbarono la Repubblica.
Chiamato da quelli che tenevano lo Stato,[219] era venuto in Firenze a trattare dell’accordo, verso la fine di quell’anno 1351, un tedesco vicecancelliere di Carlo eletto re dei Romani; e dimorato segretamente tutto quel verno in San Lorenzo, dove i commissari del Comune la notte andavano a parlamentare seco, andò la pratica molto innanzi. Ma non si venne a conclusione finchè nell’aprile dell’anno vegnente, fatti certi come l’Arcivescovo, per corruttele e per minaccie[220] nella corte Avignonese, avesse condotto il debole papa Clemente VI a riconciliarsi seco ed assolverlo dalle scomuniche, fino ad investirlo della città di Bologna e a lui mostrarsi molto propenso; i Fiorentini, rimasti soli co’ Perugini e co’ Senesi contro alle forze dell’Arcivescovo, si accordarono per la chiamata di Carlo in Italia, e pubblicarono il trattato.[221] Promise il detto vicecancelliere che dentro luglio verrebbe Carlo in Italia; ed oltre ai patti consueti del fornire cavalieri e del pagare moneta, i Fiorentini si obbligavano a riconoscerlo come Imperatore vero, con che egli assolvesse quei tre Comuni dalla condennagione in che erano incorsi fino dal tempo di Arrigo VII, gli privilegiasse dei dominii e terre che essi avevano acquistate, mantenesse gli statuti della libertà dei detti Comuni; i Priori di Firenze e i Nove di Siena si denominassero vicari dell’Imperatore mentre che fossero in ufficio: promettevano i Fiorentini pagare ogni anno in nome di censo danari ventisei per focolare, tributo di sudditanza che le città istesse riscuotevano dai luoghi minori secondo i patti di dedizione; e gli altri Comuni, quello che era consueto all’Imperatore per antico. Subito poi furono mandati a Praga a Carlo ambasciatori per la ratificazione del trattato: ma tra le poche forze di lui da stare a petto de’ Visconti, e che gli dicevano le concessioni essere grande abbassamento della imperiale maestà; dall’altra banda, per i sospetti de’ Fiorentini che abbreviarono il tempo del mandato agli ambasciatori, ed il troppo famigliare e popolano contegno di questi, che offese Carlo ed i cortigiani suoi;[222] non si poterono accordare. Questo sappiamo da Matteo Villani: ma nell’Archivio di Stato è una minuta di Ratificazione scritta a Praga il dì ultimo di giugno, condizionata però: non si voleva l’Imperatore obbligare a tempo certo per la passata, e intanto chiedeva sicurtà della moneta: il trattato non valesse se prima degli 8 di settembre non fossero giunte le ratificazioni dei Perugini e dei Senesi. Tornò quindi l’ambasciata senza effetto per allora, benchè in Udine rimanessero due di quegli ambasciatori a continuare questa pratica col Patriarca d’Aquileia, fratello naturale di Carlo IV:[223] e i Fiorentini, altro non potendo, fecero pace con l’Arcivescovo.
Ma questi ottenne poco di poi nuova grandezza ed inopinata. «La nobile città di Genova e i suoi grandi e potenti cittadini, signori delle nostre marine e di quelle di Romania e del mar Maggiore, uomini sopra gli altri destri ed esperti, e di gran cuore e ardire nelle battaglie del mare, e per molti tempi pieni di molte vittorie, usati sempre di recare alla loro città innumerabili prede, temuti e ridottati da tutte le nazioni che abitavano le ripe del mar Tirreno e degli altri mari che rispondono in quello, ed essendo liberi sopra gli altri popoli e comuni d’Italia; per la sconfitta nuovamente ricevuta in Sardegna dai Veneziani e Catalani, vennero in tanta discordia e confusione tra loro nella città e in tanta misera paura, che rotti e inviliti come paurose femmine, il loro superbo ardire mutarono in vilissima codardia, non parendo loro potere aitarsi, tanto erano con gli animi dissoluti per quella sconfitta e per loro discordie; e non seppero conoscere altro rimedio al loro scampo, se non di sottomettersi al servaggio del potente tiranno Arcivescovo di Milano. E di comune concordia il feciono loro signore, dandogli liberamente la città di Genova e di Savona, e tutta la riviera di levante e di ponente, e le altre terre del loro contado e distretto, salvo Monaco e Mentone e Roccabruna, le quali tenea messer Carlo Grimaldi, che non le volle dare. E a’ 10 d’ottobre 1353, il conte Pallavicino, vicario dell’Arcivescovo, con settecento cavalieri e con millecinquecento masnadieri entrò in Genova, ricevuto come loro signore; e deposto il Doge e il Consiglio, prese la signoria e il governamento delle dette città e distretti; e aperte le strade e procacciate vettovaglie, e fatto prestanza al Comune per armare alquante galee in corso, ebbe fornito il prezzo di cotanto acquisto.[224]»
Dopo di che l’Arcivescovo mandò a Venezia a offerire pace pe’ Genovesi che in addietro erano ad essa tanto nemici; ma i Veneziani vollero guerra, e strinsero lega con gli Scaligeri di Verona e co’ Gonzaga di Mantova e i Carraresi di Padova e gli Estensi di Ferrara, tenuti fin qui in soggezione dall’Arcivescovo: e non fidandosi di potere tutti insieme resistere alla sua tanta potenza, si accordarono di fare scendere in Lombardia l’Imperatore. A questo il Papa era consenziente, infino allora essendo stato incerto sempre e mal sicuro in quei molti negoziati ch’ebbero seco i Fiorentini: andò tra gli altri in Avignone Giovanni Boccaccio, singolare ambasciatore alla corte d’un pontefice, su’ primi dell’anno 1354; ma il Papa aveva già corso impegno, e da pertutto fu divulgata la fama che in breve passerebbe l’Imperatore in Italia. Dove era egli appena giunto, che l’Arcivescovo di Milano, moriva, lasciando tante ricchezze e signorie a tre nipoti, esca novella a nuova serie di scelleratezze. Allora concordi diedero il passo all’Imperatore che andava in Monza ad incoronarsi della corona del ferro, egli con soli trecento suoi cavalieri, in mezzo all’insulto delle sfoggiate magnificenze e delle armi che i Visconti dicevano essere a’ comandamenti suoi; ma se entrasse egli nelle città murate, la notte faceano chiudere le porte e vi tenevano buona guardia. Di verso Toscana niuno si mosse ad onorarlo, eccetto che dalla ghibellina Pisa, dove andò Carlo a porre stanza.
Sentendo ciò i Fiorentini, per dare ad intendere all’eletto Imperatore e al suo Consiglio che il Comune di Firenze s’apparecchiava alla difesa, e avendo a mente gli assedi che il quarto e il settimo degli Arrighi aveano posti alla città; diedero voce di rafforzare le loro castella, riducendo nei luoghi murati le vettovaglie ed ogni altra cosa di valuta. Poi gli mandarono ambasciatori in compagnia con quelli di Siena, come era convenuto; e insieme fattisi innanzi a Carlo, i Fiorentini esposero l’ambasciata nel modo ch’era loro imposto, dicendo a lui «Santa Corona e Serenissimo Principe,» senza ricordarlo Imperatore o fargli atto di soggezione: del che i baroni e consiglieri intorno a lui pigliarono sdegno con oltraggiose parole; e forse che peggio ne avveniva, se non avesse egli represso quella baldanza de’ suoi. I Senesi per contrario magnificando la imperiale Maestà, a lui offersero senza alcun patto la signoria del Comune: e in questo tempo i Samminiatesi e i Volterrani se gli diedero liberamente. I Pistoiesi, contro al volere dei Fiorentini, avevano mandato in Pisa loro ambasciatori; e quei di Firenze volendo parlare in nome anche dei Pistoiesi, Carlo interpose quelle parole del Vangelo: ætatem habent, ipsi per se loquantur. Gli Aretini sostennero la libertà del Comune loro perchè non la manomettessero i Tarlati, i Pazzi e gli Ubertini, i quali erano con l’Imperatore; i Perugini si tennero fuori, come uomini di Santa Chiesa. Lucca richiedeva la libertà sua; ma egli per non offendere i Pisani fu contento di esortare quei cittadini alla pazienza. In Pisa lo raggiunse l’Imperatrice con molti prelati e signori d’Allemagna, e cavalieri in grande numero.[225]
Si venne quindi ai negoziati, ch’ebbero poche difficoltà, come propenso che era Carlo ad accettare ogni composizione; e si avevano i Fiorentini procacciato intorno a lui amicizie per danaro, come era usanza in quelle corti.[226] I patti furono quasichè gli stessi in Firenze concordati; ma in luogo del censo di ventisei danari per focolare, che male a grado i Fiorentini voluto avrebbono consentire,[227] si obbligarono essi a pagare in quattro mesi centomila fiorini d’oro, e più quattromila fiorini d’oro l’anno a compensazione di tutto quello a che la città fosse obbligata verso l’Impero, o che fosse di ragione per la città stessa e per le terre del contado e del distretto, o per altro qualsivoglia titolo. Tentato avevano bargagnare sulla somma dei centomila; ma Carlo avuta spia del mandato, benchè la pratica si tenesse in consiglio molto stretto, gli obbligò a dare l’intera somma. I Fiorentini promettevano di rimettere i banditi per cagione d’ubbidienza prestata già all’imperatore Arrigo VII, ed all’incontro Carlo assolveva la città da ogni bando e condennagione contro ad essi pronunciata: manteneva quello che prima era convenuto quanto al riconoscere il Gonfaloniere ed i Priori come vicari suoi: il che importava poi nel fatto signoria libera, la Repubblica essendo così in migliore condizione dei feudatarii dell’Impero, e nell’esercizio della potestà sovrana mantenendo per espressa clausula di trattato le forme usate insino a qui, mores laudabiles; e perciò «non si mandino ufficiali se non del popolo e comune, secondo le leggi: siano quelli sindacati con le forme che sono prescritte dagli Statuti: il magistrato dei Priori riceva sommissioni e dedizioni, eccetto dei luoghi soggetti all’Impero.[228]» Un articolo speciale manteneva l’indipendenza del Comune d’Arezzo e il suo territorio. La conferma delle provvigioni qualunque si fossero (tra le quali erano quelle contro a’ nobili) e degli acquisti fatti in più anni dalla Repubblica, fu l’osso più duro,[229] perchè in niun modo l’Imperatore voleva cedere sopra questi punti, attorniato come era egli da Ghibellini e fuorusciti, e bramando qualcosa fare a pro dei grandi che aveano l’animo a lui volto.[230] Durava l’accordo quanto la vita di Carlo; di che le due parti si contentarono egualmente: i Fiorentini per non costituirsi in perpetuo tributarii, e Carlo perchè alienare non poteva, siccome principe elettivo, le ragioni dell’Impero.[231]
Nel Duomo di Pisa fu celebrato l’accordo, gli ambasciatori e sindachi del Comune prestando omaggio all’Imperatore e sacramento di fede, sotto la condizione de’ patti e convenienze le quali erano state prima fermate; avendo egli il giorno innanzi con sue lettere patenti accettata una protesta dei Fiorentini, per la quale s’intendesse che il giuramento di fedeltà non obbligava il Comune di Firenze più in là che non fossero obbligati gli altri Comuni di Lombardia e di Toscana, e senza pregiudicare ai privilegi e diritti insino allora esercitati dal Comune di Firenze.[232] Aveva Carlo promesso inoltre di non entrare della persona sua nella città di Firenze o in altra terra murata, nè a dieci miglia intorno alla città stessa, nè mandarvi sue genti armate: ma questo egli disse in voce nel giardino de’ Gambacorti ed in presenza di testimoni, perchè a metterlo per iscrittura non gli pareva dicevole alla imperiale Maestà. L’Imperatrice, che avea bramato vedere Firenze, fu deliberato non ricevere; molti però di quei signori, passando, furonvi albergati sotto cortese e buona guardia. Fatto l’accordo, richiese Carlo i Fiorentini di lega, ed ebbe rifiuto: questo però essi consentirono, che seco andassero «due cittadini, uno grande e uno popolare, con dugento barbute di gente eletta, con l’insegna del Popolo (il giglio ed il rastrello), e senza l’aquila imperiale: ma parve cosa di molto grande e di strana maraviglia, vedere l’insegna del Popolo di Firenze stare a guardia dell’Imperatore.» Il quale per Volterra e Siena andato a Roma, fu incoronato il giorno di Pasqua, 5 aprile 1355, dal Cardinale vescovo d’Ostia; ed appena fatta la coronazione uscì di Roma quel giorno stesso, perchè il Pontefice gli aveva posta condizione che non dovesse ivi albergare. Annullò in Siena l’ordine dei Nove, e di essa diede la signoria al Patriarca d’Aquileia, il quale essendone poi cacciato, Siena ritenne quel reggimento tutto popolare che aveva Carlo istituito. Aveva in Arezzo accomunato la città ai Ghibellini ed ai Guelfi, con prevalenza però di questi. Dipoi fermatosi in San Miniato, tornò a Pisa: questa città dominavano i Gambacorti, di nazione mercatanti e grandi amici dei Fiorentini: da essi accolto ed onorato, alloggiava nelle case loro; ma bentosto nacquero tumulti per operazione della setta che stava contro ai Gambacorti, e vi morirono dei Tedeschi. In Pisa ed in Siena il popolo minuto inclinava per l’Imperatore. Il quale pigliando grande sospetto dei Gambacorti, tre di essi fece decapitare, con sua vergogna ed ingratitudine male trattando quella città dove giacevano le ossa d’Arrigo VII avolo suo:[233] quindi partendosi, e trovate chiuse le rôcche e le città che i Visconti signoreggiavano, fece ritorno in Allemagna.[234]
La notizia di questi fatti abbiamo noi molto circostanziata nelle storie di Matteo Villani; imperocchè tutti gli altri dopo lui, o nulla ne scrivono (siccome fece il Machiavelli) o gli toccano alla sfuggita, quasi che fosse tirarsi addosso una straniera dominazione. Marchionne Stefani dice questo solo, che i Fiorentini ebbono privilegi assai; e il Boninsegni lo stesso, aggiugnendo che l’Imperatore gli assolvè da ogni condennagione; Leonardo Aretino, di privilegi e di null’altro; il solo Velluti, che ebbe assai parte in quei negoziati, conferma avere l’Imperatore fatto i priori suoi vicarii e concesso molte cose. Invece, Matteo Villani si allarga nel difendere il trattato e nello svolgerne le ragioni. Ma non è da credere che andasse senza contrasto in Firenze: dice Matteo che la pubblicazione, quando fu fatta la prima volta, ebbe unanime consentimento; ma intanto aveano dovuto tenerlo segreto per temenza di cittadine discordie; e poi tolsero il mandato agli ambasciatori, i quali dovettero tornare innanzi la conchiusione; ed un notaio che recava parole di Carlo, ebbe in Firenze a capitar male:[235] poi, quando si era venuti in Pisa alla stipulazione, nei Consigli della Repubblica dovette essere più volte posto, nè potè vincersi che a grande stento; ed il cancelliere del Comune, quando gli toccò fare lettura di quel trattato, diede in un pianto e non andò innanzi: il che Matteo crede facesse «con poca sincerità, per accattare benivoglienza dal popolo col mostrare grande tenerezza della libertà pura del Comune.» E quando infine fu promulgato l’accordo, «suonando le campane del Comune e delle chiese a Dio laudiamo, poca gente si ragunò al parlamento, e senza alcuna vista d’allegrezza ogni uomo si tornò a casa:[236]» tanto era entrato bene a fondo in questo popolo di Firenze il sentimento di libertà. Ma sembra a noi molto evidente che tra i politici guidatori della Repubblica fiorentina la parte allora più popolare promuovesse quel trattato: Matteo discorre lungamente la convenienza e le ragioni che persuadevano a conchiuderlo, fondate sul diritto e sull’istoria. Era egli guelfo quanto altri mai, ed amatore del viver libero; ma non si astiene dall’encomiare Carlo di temperanza e di senno, e della buona disciplina che la sua gente mantenne sempre nelle città dove albergava. Riprende coloro che tenevano lo Stato, perchè non si erano nel trattare mostrati duri quanto si conveniva, non concedendo all’Imperatore più in là del giusto e del necessario: ma insieme biasima certi patti «i quali erano assai strani alla libertà del sommo Impero,» nè vuol manomessa la imperiale potestà, mettendo egli il diritto che in essa risiede accanto al diritto della indipendenza cittadina, e mostrando come possano i due diritti stare insieme. Voleva per mezzo della imperiale sanzione autenticare la libertà, siccome volevano i Ghibellini la servitù: questo pensiero troviamo espresso nelle parole di Matteo Villani.[237]
Ma un altro fatto di gran rilievo in quegli anni si maturava. La Repubblica era divisa in sè medesima fino al vivo, benchè al di fuori meno apparisse. Dappoichè i grandi furono esclusi l’anno 1343 dal governo dello Stato, questo reggevasi per le Arti senza contrasto nè contrappeso; e le quattordici minori venute a parte degli uffici e prevalendo nelle elezioni per via del numero, ne avvenne che i nuovi uomini e i minuti artefici avessero troppo grande braccio nello Stato, contro alla pratica dei passati tempi. E oltreciò l’essere le maggiori case tra loro unite in consorterie, privava queste di molti uffici per la frequenza dei divieti; il che a’ minori non avveniva, «perchè non erano di consorteria.» Cotesto entrare dei nuovi uomini al governo dello Stato, da più anni dispiaceva ai Fiorentini d’antica schiatta, nati e cresciuti quando le case grandi padroneggiavano la città; e Dante nell’alterezza sua spregiava quella «cittadinanza mista e gli uomini di Campi e di Certaldo e di Signa, fatti al suo tempo già fiorentini e cambiatori e mercatanti; odiando egli sopra ogni cosa la confusione delle persone, principio al male della cittade.» Ma quei che a lui già dispiacevano, erano il nerbo del nuovo popolo: ai registri de’ Priori si trova apposta la qualità degli uomini via via chiamati a risedere nel supremo magistrato, e vi si leggono funaiuoli e calzolai e vinattieri e pizzicagnoli e beccai; «e perchè erano negli uffici, parea loro essere ciascuno un re.[238]» Inoltre venivano molti artefici minuti in Firenze dal contado e dalle terre d’attorno, i quali per favore dei reggenti delle Arti minori entravano nelle borse dei Priori o degli altri uffici, ai quali erano poi tratti: «uomini avventicci, senza senno e senza virtù e di niuna autorità nella maggior parte, usurpatori dei reggimenti con indebiti e disonesti procacci.[239]» — «Era il loro uno grande fastidio, che con maggiore audacia e prosunzione usavano il loro maestrato e signoria, che non facevano gli antichi e originali cittadini.[240]»
Per questo entrare dei bassi artefici nei sommi uffici dello Stato pericolavano gli antichi ordini e il grande fascio della comunanza per cui viveva e stava insieme l’intero corpo della Repubblica. Le Arti minori si componevano la maggior parte di operai, ai quali veniva dato il lavoro e le mercedi con certe regole dai mercanti che sedevano nelle maggiori: principalissima quella della lana teneva gran numero di lavoranti sotto la dipendenza sua. Il Duca d’Atene, perchè si reggeva sul favore della plebe, avea manomesso gli ordinamenti delle Arti, dando consoli e rettori ai più abietti anche tra’ mestieri: in quanto però al migliorare la sorte loro aveano incontro i mercanti grossi, ai quali era nulla il tenere la Repubblica se insorgesse la bottega. Di questo però non mancavano le apprensioni; il che appare da una cronichetta di quella età (comunque sembri narrare cose dei tempi nostri), la quale dice a questo modo: «A dì 24 di Maggio 1345 il Capitano di Firenze prese di notte Ciuto Brandini scardassiere e suoi due figliuoli, imperocchè il detto Ciuto volea fare una compagnia a Santa Croce, e fare setta e ragunata cogli altri lavoranti di Firenze. E in questo medesimo dì i pettinatori e scardassieri, udito ch’ebbero che il detto Ciuto era stato preso di notte sul letto dal Capitano, incontanente veruno non lavorò e stettonsi; e non voleano lavorare, se il detto Ciuto non riavessero: e andaronne i detti lavoranti a’ Priori, pregandogli che il detto Ciuto facessero che il riavessero sano e lieto; e tutta la terra misero a bollore, che se la farebbono: e anche voleano essere meglio pagati. Il detto Ciuto fu poi impiccato per la gola.[241]» Per queste cose nel 1346, tre anni dopo alla cacciata dei grandi, si fece decreto che «niun forestiere fatto cittadino, s’egli ed il padre e l’avolo suo non fossero nati in Firenze o nel contado, sotto grave pena non potesse avere ufficio, nonostante che fosse eletto ed insaccato.» E già di prima ai forestieri non oriundi di Firenze e del contado o del distretto era vietato per gli Statuti esercitare avvocheria o comparire in qualsivoglia causa o negozio; essendo soliti a commettere baratterie e corruttele; del che avevasi già esperienza.[242]
Ma nel decreto che ora si fece, vediamo sorgere la potenza dei Capitani di parte guelfa che lo promossero, e cercavano per tale modo affievolire il reggimento delle minori Arti. Quel magistrato istituito alla cacciata dei Ghibellini l’anno 1267, aveva sotto all’amministrazione sua incorporati la maggior parte dei possedimenti allora tolti alla parte vinta; doveano le rendite essere usate in Toscana e fuori alla difesa ed ampliazione del nome guelfo, sotto la guardia e ad onore di Santa Chiesa. Frequenti erano perciò gli imprestiti e le somministrazioni di danaro a rafforzare leghe ed a soccorrere le città minori in occasione delle comuni guerre. Manca il decreto d’istituzione; abbiamo bensì in oggi a stampa l’intero testo di quello Statuto quale venne riformato nel 1335 (com’era stato più altre volte); e nel Proemio leggiamo quello essere «lo Statuto della Parte e della università de’ Guelfi e de’ devoti di Santa Chiesa; a onore e reverenza ec., e del santissimo padre e signor messer Benedetto papa XII, e de’ suoi successori e de’ suoi frati Cardinali: ad esaltazione e gloria del serenissimo principe messer Roberto (re di Napoli) ec.; e a grandezza e buono stato del Popolo e del Comune di Firenze, e a mantenimento e accrescimento della detta Parte e devoti di Santa Chiesa e dei loro amici, e a confusione di tutti i nemici.[243]» Così, mentre ai Ghibellini si dava nome di Paterini, quel magistrato ebbe consecrazione religiosa e nazionale, facendosi come il braccio forte di Santa Chiesa; e lo troviamo noi chiamato «la venerabile Parte guelfa.» Un altro luogo dello Statuto (cap. 21) dichiara intendersi ogni cosa «al buono stato ed al riposo del Comune e Popolo di Firenze, e delle singolari persone della detta Parte, che sono una medesima cosa col Comune e Popolo di Firenze.» Così non era propriamente magistrato di Parte guelfa, un magistrato della Repubblica; era un governo da per sè, non del Popolo ma del Comune, ed uno stato dentro allo stato, sebbene posto a munimento del governo popolare che si reggeva su quella parte. Aveva capitani, priori, consiglio di credenza e due consigli generali, che uno di sessanta e l’altro di cento;[244] e notai e cancellieri e sindachi, e una sua propria bandiera con gigli d’oro in campo azzurro, ma che trar fuori non si poteva senza licenza dei rettori e magistrati del Comune: lo stemma però di Parte guelfa era una rossa aquila con sotto a’ piedi un drago verde. Mandava suoi ambasciatori e nunzii ed esploratori caussâ sciendi nova: pe’ Capitani di Parte guelfa non era divieto agli ufizi della Repubblica, tranne i maggiori; doveano assistere agli scrutinii che si facevano per i collegi e magistrati.[245] Questi però avevano obbligo di prestare mano forte in tutto a quei della Parte guelfa,[246] la quale doveva alla sua volta aiutare il Comune di Firenze, offerendosi ai rettori quando entravano in officio, con l’ammonirli di osservare e difendere la Parte, ch’è «una cosa col Comune» (cap. 26): lo Statuto fiorentino, con l’ultima rubrica del tomo II, conferma gli statuti e gli ordinamenti che Parte guelfa si aveva dati, e le provvigioni del Comune che ad essa erano relative.
I Capitani erano sei, da eleggersi ogni due mesi; «dei più nobili e più degni cittadini di Firenze, veramente e interamente Guelfi — di parole e di fatti — tre grandi e altrettanti popolani, che uno per sesto (cap. 2).[247]» Rimasero i grandi in quel magistrato al modo stesso per cui rimasero nel Consiglio del Comune, sebbene privati de’ sommi uffici nella Repubblica; ma che dominassero la Parte guelfa e che il governo di questa ritenesse tuttavia costumi e genio signorili, appare anche da un capitolo dove con amplissime parole viene stanziato il pagamento di certa pecunia ai cavalieri novellamente fatti; «conciossiachè a così magnifica città si confaccia risplendere per quantità di cavalieri: ma che non fossero più di sei all’anno e due per ischiatta (cap. 39).» Giano Della Bella aveva fatto decretare che le famiglie dove fossero cavalieri s’intendessero di grandi, così privandole degli uffici. Tale era lo spirito delle istituzioni popolari; ma fuori di quelle stava un altro ordine ed un magistrato che aveva rendite e possedimenti, cercando ampliarli d’anno in anno,[248] e che teneva in mano sua le relazioni con gli altri Stati, quanto importassero la conservazione per tutta Italia della Parte guelfa, ch’era il popolo italiano. Ma in quell’ufficio non risiedevano delle antiche famiglie nobili oramai più se non quelle sole che mantenute dal nome guelfo, pur tuttavia partecipavano alle ambizioni cittadine, e si accostavano per le parentele e le aderenze alle famiglie dei grassi popolani che avere solevano i primi gradi nella Repubblica, e delle quali noi troviamo per lo più essere il Gonfaloniere, anche nel corso di questi anni; ed oltreciò, essendo dopo il 48 assottigliate le borse per il grande numero dei morti, non pochi dei grandi vi furono messi per quelli uffici minori ai quali erano essi abili. Tutti costoro male soffrivano la compagnia dei minuti artefici, ma non avevano ad abbatterli strumento o macchina più acconcia del magistrato di Parte guelfa, il cui nome era così addentro nelle viscere di questo popolo; nè in altro modo meglio avrebbero potuto cuoprire in sè medesimi le apparenze d’una congrega d’ottimati: facevano essi a sè strumento, contro al popolo degli artefici, di quelle leggi sopra i Ghibellini che prima il popolo ebbe fabbricate. Io credo avessero tolta norma dal Consiglio Veneto dei Dieci, e che ambissero d’agguagliarsi, quant’era lecito in Firenze, a quei temuti inquisitori.
Abbiamo detto come la legge contro a’ forestieri del 1346 fosse «opera e motivo dei Capitani di parte guelfa,» dei quali si vidde allora sorgere la potenza. Questo narra Giovanni Villani all’estremo dell’istoria sua, e dice che fu quasi un principio di rivolgimento nello Stato per le sequele che poi ne vennero.[249] Si tolse quindi un’altra via, ampliando i titoli d’esclusione col decretare che ognuno il quale egli o la famiglia sua, dalla cacciata dei Bianchi nel novembre 1301 in poi, fosse condannato come ribelle o Ghibellino, o fosse chiarito non vero Guelfo e devoto di Santa Chiesa, non potesse, sotto pena di lire mille o cinquecento in certi casi, accettare uffici nello Stato: alla qual pena fossero anco tenuti coloro che eletto lo avevano, e similmente il magistrato de’ Priori, se nol condannassero, quando egli fosse di ciò accusato: bastassero sei testimoni di pubblica fama a comprovare la qualità di Ghibellino: chiunque ardisse proporre in Consiglio o in altro modo promuovere la revocazione della detta legge, perdesse l’ufficio (fosse anche dei Priori), e avesse condanna della stessa somma. La legge è de’ 26 gennaio 1347, della quale abbiamo il testo: Giovanni Villani, che ne diede la sostanza, descrive come a grande stento si ottenesse, per essere molto avversata dai Priori e dai collegi delle Arti: i quali dipoi si crederono annullarla col porre qualche difficoltà nell’accettare i testimoni; «talchè ne fu quasi commossa la terra:» ma la parte dei Capitani prevalse, e la detta legge fu confermata e fortificata in quello stesso anno 47. Alcuni artefici, dei quali uno è nominato dal Villani e di altri abbiamo noi la sentenza, ebbero condanna per Ghibellini in quello stesso anno: nella plebe, e più ancora tra’ nuovi uomini del contado, la dipendenza in che erano essi o erano stati i progenitori loro dalle antiche famiglie nobili, dava appiglio alle condannagioni. Altra riforma dipoi nel 1349, mentre aggrava in qualche guisa la condizione dei Ghibellini, sottopone i giudicati del magistrato di Parte guelfa all’approvazione della Signoria; talchè direbbesi anzi un freno che il governo della Repubblica volesse porre a quel magistrato.[250] Troviamo pure che essendo per la mortalità del 48 recate le ventuna Arti a quattordici, in quello stesso anno 1349 gli Albizzi procacciarono che fossero di nuovo recate alle ventuna, dicendo che avevano «rimesso l’uscio nei gangheri.[251]»
Dopo quell’anno si vede come per la guerra con l’Arcivescovo di Milano e per la presenza in Toscana dell’Imperatore, fosse impedito o trattenuto alcun poco per allora lo svolgimento di quel disegno che i partigiani di un governo più ristretto avevano formato sino dal 46; la Signoria, ch’era popolana, e le capitudini o collegi delle Arti contrastavano la soperchianza che il magistrato di Parte guelfa su tutti gli altri si arrogava. Per quanto tenero fosse questo popolo del nome guelfo, riusciva odioso il ricercare uomo per uomo le ultime stille che rimanessero di un sangue ghibellino; cosicchè non si trovava chi gli accusasse, e le prove erano assai difficili. Ma vegghiavano coloro i quali avendosi fabbricata quella sola arme ch’essi potevano, voleano usarla ad ogni modo, fosse anche pure con la violenza. Le cose erano dentro quiete, e fatto è che per la comunanza degli uffici le sètte avevano meno luogo, e la Repubblica prosperava; nè trarre si vuole disperate conseguenze da quella ingenua severità ch’è nei Villani e nel Compagni ed in altri fiorentini, che gli onora come uomini e gli avvalora come istorici. Allora però certi grandi e popolani grassi, pigliando occasione dal male ch’era negli squittini, «piuttostochè farsi a racconciare al meglio le cose con l’abbreviare i divieti per altro modo, ma essi volendo divenire tirannelli e a tutti quanti i cittadini tenere il bastone sopra a capo,» si fecero a dire che gli uffici erano pieni di Ghibellini, e che ne anderebbe la salute della Parte guelfa, nella quale era il fondamento della libertà d’Italia e la difesa contro le tirannie. Una riforma, che abbiamo a stampa del 1354,[252] non avea fatto che dichiarare meglio i titoli d’esclusione, e provvedere che gli ufizi rimasti vacanti, di puri Guelfi si riempissero.
Nei primi giorni però dell’anno 1358 i Capitani di Parte guelfa ordinarono una petizione, ovvero proposta di legge, della quale era questo il tenore. Un esordio molto magnifico dichiara essere quella legge «a sicurezza e fortificazione di tutta la massa e corpo dei Guelfi, e ad impedire che incontro ai pii ed ai cattolici non prevalgano quegli empi, che avendo animo di lupo celato sotto pelle d’agnello, con arti fallaci s’adoprano a fine di entrare nel sacro ovile dei Guelfi.» Dipoi statuisce, in primo luogo la confermazione delle antiche leggi: nemmeno gli approvati Guelfi per la legge del 1349 potevano essere, per quindici anni dopo il giuramento fatto,[253] nè priori, nè gonfaloniere di giustizia, nè dei dodici buonomini, nè gonfaloniere di compagnia, nè capitani di Parte guelfa, nè notari d’alcuno dei detti uffici; quelli, che sieno ricevuti Guelfi da ora in poi non abbiano uffici, se non prestino giuramento di osservare gli statuti della Parte. I Ghibellini non sieno riconosciuti Guelfi, se non con le stesse forme per le quali i grandi si facevano popolani. Valgano le leggi fino alla cattura delle persone e alla distruzione delle case; possa ciascuno accusare, sia pure anche donna o figliuolo di famiglia, o uno dei grandi, e per accusa segreta sine nomine absque aliqua satisdatione de prosequendo. A comprovarla bastassero sei testimoni di pubblica fama, senza bisogno che fossero approvati dai Priori. I Capitani, sotto pena di cinquecento lire, dovevano prestare mano agli accusatori, notificatori, denunziatori, e quanto era in poter loro dare ad essi aiuto e consiglio; promuovere le accuse ed i processi presso qualunque rettore e ufiziale; e tutto ciò a spese della Parte, il camarlingo dovendo pagare le spese sopra un semplice mandato dei Capitani. Prevalga questa ad ogni altra provvisione, e nel conflitto prevalga quella che più favorisca la Parte guelfa, e più offenda i Ghibellini. Se alcuno faccia motto contro a questa legge (in iudicio vel extra, etiam in sindacatu aliquid dixerit) sia condannato, de facto et sine strepitu et figura judicii, in tremila fiorini d’oro; e se non paghi dentro tre giorni, gli sia tagliato il capo d’in sulle spalle; ed ogni rettore o ufiziale che non osservi o non faccia osservare questa legge, sia condannato in mille fiorini d’oro, e perda l’ufficio.[254]» I Capitani di parte guelfa per questa legge scelleratissima vennero fatti nel tempo stesso istigatori alle accuse e accusatori e soli giudici, e tolto via da quei giudizi ogni intervento ed autorità dei magistrati della Repubblica.
Portata l’iniqua petizione ai Signori ed ai Collegi, non la vollero questi accogliere, nè pure mettere in deliberazione. Ma i Capitani con dugento dei loro seguaci, e col nome innanzi della Parte guelfa, a cui niuno resisteva, tornati in palagio, dissero che non si partirebbero di là innanzichè la petizione fosse vinta: e a questo modo convenne che si facesse. Dipoi si racchiusero insieme nel palagio della Parte, e fecero le borse dei capitani e consiglieri da risedere per molti anni negli uffici di Parte guelfa, scegliendo tra loro sfacciatamente i più malevoli e di peggiore condizione. Procedendo, squittinarono per accusarli e farli condannare settanta cittadini «di nome e di stato e delle migliori case di Firenze, grandi e popolani, eziandio che di nazione e di operazione si trovassero essere veri e diritti guelfi: dopo questo, levato il saggio delle accuse, dovevano insaccare degli altri.[255]» Ma bollendo la città, i Capitani al vedere la commozione ristettero dall’accusare i potenti; e volendo però dare cominciamento al fatto, scelsero quattro dei quali si poteva dire qualcosa, e con accompagnamento di quei soliti dugento andarono al Potestà, exabrupto gli fecero condannare. Subito di poi, benchè avessero animo di fare maggior fascio, ma ritenuti dal mormorio del popolo, fecero lo stesso di altri otto, poi di cinque più. «A ognuno pareva male stare, e molti cercavano con preghiere e con servigi e con doni di riparare alla fortuna loro ch’era in mano dei Capitani.» Ciascuno di questi accusava il suo; «uno dei sei Capitani diceva all’altro: non hai tu alcun nemico? A me consenti di condannare il nemico mio, ed io a te consentirò il tuo; e sei erano i condannati:» in pronto sempre i testimoni. Intanto però tutti gridavano si mettesse rimedio a ciò, e molti consigli se ne tenevano; «ma nessun modo vi sapevano trovare per non derogare al nome della Parte; e i più sospetti si mostravano più zelanti a mantenere la legge insintantochè la pietra cadeva sopra loro.» I due cronisti che a noi trasmisero questi fatti, pongono studio nel protestare come la legge contro ai Ghibellini in sè medesima fosse buona, se non che la era male usata.[256] Quindi i Priori, accorgendosi non potervi per via diretta riparare, e che l’onore e lo stato poteva essere tolto a ciascuno quando a tre Capitani di parte paresse, ma volendo pur fare qualcosa; all’improvvisto ordinarono segretamente co’ loro Collegi una petizione, che fu vinta. Ai Capitani aggiunsero due altri popolani, e decretarono che nessuna deliberazione avesse valore se non fosse concordata da tre popolani: i Capitani grandi non era obbligo che fossero cavalieri, perchè l’ufficio non continuasse in pochi grandi; posero a tutti divieto un anno, e che gli squittini della Parte si dovessero rifare di nuovo e annullare tutti i fatti. Così almeno ebbero molti alcun intervallo da riparare ai fatti loro: ma nondimeno coloro che avevano l’animo e la mente sollecita a rimanere sempre con quell’arme in mano, argomentavano nuovi squittini; e in questo e in altro caso fecero tanto, che lo scandalo cresceva sempre. Ed allora, per andare più lesti al percotere, inventarono quel nome dipoi famoso delle ammonizioni, ch’erano precetti dati senza forma di giudizio, come a notorii Ghibellini, di non pigliare gli uffici: e perchè il modo paresse buono, dicevano: «meglio essere ammonito che gastigato.» Quelli oligarchi così facevano del principio di libertà a sè strumento di tirannia, cui sempre giova porre innanzi un nome grato e popolare siccome era il nome guelfo, e coprire le violenze di una mite appellazione come era quella dell’ammonire.
Si trova[257] che essendo fin dal 1353 grande contesa tra le famiglie dei Ricci e degli Albizzi, questi armarono le case loro per sospetti che aveano di fuori; il che ai Ricci essendo rapportato, ed essi pure si armarono. Gli animi erano in sospeso, quando una zuffa essendo nata per lieve cagione in Mercato Vecchio, si temette nascesse guerra tra le due case: poi si trovò che non era nulla; e riposata la cosa, la Signoria cercò fare pace: ma la volontà cattiva tra loro rimase. E l’anno dipoi avrebbono i Ricci dato la prima mossa alle nuove leggi contro a’ Ghibellini, facendo ciò con l’intendimento di battere gli Albizzi, i quali oriundi d’Arezzo, si diceva che fossero Ghibellini di nazione. Questi pertanto si proponevano di contrastare la legge, allorchè un Geri de’ Pazzi, amico falso de’ Ricci, andato una notte a Piero degli Albizzi, il quale era in Casentino, gli disse a qual fine era ordinata la legge, e che si sarebbe detto la combatteva egli per timore non toccasse a lui. Accettò Piero il consiglio e venne in Firenze; e quando andò la petizione, la favoreggiò con gli amici suoi tantochè si vinse: ed egli poi e la famiglia sua rimasero capi della Parte guelfa e per essa crebbero. I Ricci pigliarono la contraria parte, e per alcuni anni si disse la setta dei Ricci e la setta degli Albizzi, tra le quali era la città divisa, ma senza però che si venisse alle armi o che grave effetto ne nascesse; quella dei Ricci venendo ad essere abbattuta facilmente, finchè dipoi non risorse con altro nome a levare in alto un’altra casa più fortunata.
Di qui il Machiavelli deduce il filo del suo racconto;[258] ed egli, che scrive l’istoria di corsa, alla contesa tra i Ricci e gli Albizzi ed alla zuffa in Mercato Vecchio attribuisce tutto quel fatto dell’ammonire, scrivendo essere stata invenzione dei due rivali, per così opprimere l’uno l’altro; e paragona la divisione la quale allora ebbe principio, a quelle che furono prima tra’ Cerchi e i Donati, e tra gli Uberti e i Buondelmonti. Ma le fazioni che in antico si combattevano con le armi, «s’inimicavano ora con le fave,[259]» perchè il governo popolare era oggimai costituito. Armate erano tuttavia le case degli Albizzi e quelle dei Ricci, come erano quelle ad ogni pretesto de’ maggiori cittadini; e armate pure noi troviamo quelle dei Bordoni.[260] Ma egli è ben certo che la potenza del magistrato di Parte guelfa ebbe principio subito dopo a che essendo privati i nobili del governo dello Stato, cadeva questo in democrazia, contro alla quale gli ambiziosi dapprima insorsero con l’escludere i nuovi uomini e forestieri, poi col batterli come Ghibellini: il che era stato più anni prima che tra gli Albizzi ed i Ricci fossero nate inimicizie, quanto almeno noi sappiamo. Si noti pure come della contesa tra quelle due case, Matteo Villani in tutto il corso della istoria sua non faccia parola, solo in un luogo accennando agli Albizzi, quasi temesse di nominarli, battuto essendone egli stesso come seguace della contraria parte: ma nemmeno se ne trova fatto ricordo bene espresso nè da Leonardo d’Arezzo, nè da Piero Boninsegni, comunque vissuti in una età oramai sicura da quei timori e dai pericoli. Il Velluti ed il Morelli mettono innanzi i Ricci e gli Albizzi, siccome capi di quelle sètte; ma il derivare i moti pubblici dalle private inimicizie è tutta cosa del Machiavelli.
Al fare le leggi contro a’ Ghibellini e alle contese che indi nacquero, dovette essere pure incentivo, benchè taciuto dagli storici, il trattato che si fece nel corso appunto di quegli anni con l’imperatore Carlo IV. Quando Giovanni Villani racconta sotto l’anno 1347 le prime mosse del magistrato di Parte guelfa contro a’ Ghibellini, dichiara egli in solenne modo ciò essere stato per le apprensioni che allora dava alla Parte guelfa l’essere eletto ad imperatore Carlo nipote di Arrigo VII. Dipoi veggiamo la Signoria trattare l’accordo con questo stesso Imperatore, e noi dicemmo con qual mistero pei molti ch’erano a ciò avversi. Nell’aprile del 52 quel trattato ebbe pubblicazione, e qui pure noi vedemmo con quanta grande contrarietà di molti. Dopo di che un’ambasceria andò in Germania per la ratificazione; ed ecco subito le contrarietà in Firenze prevalere ed abbreviarsi il tempo del mandato agli ambasciatori, i quali dovettero fare ritorno a mani vuote, che fu in settembre dell’anno stesso. L’accordo per allora andò a monte, nè altre parole se ne fece negli anni 53 e 54; ma ripigliato nei primi giorni del 1355, a Pisa venne dipoi conchiuso. Allora tacque la Parte guelfa, e le sue leggi non si eseguirono; sinchè alla fine tre anni dopo, e quando era l’Imperatore fuori d’Italia, non si rialzava, con violenza quasi vendicatrice, la tirannia di quel magistrato. Così a me sembrano quei due fatti mostrare in tutta la successione loro quel legamento che pur dovea tra loro essere necessario: e al modo stesso poi noi vedremo rallentare la violenza del magistrato di Parte guelfa, e quasi essere soperchiato, un poco innanzi alla seconda venuta in Italia dello stesso Carlo IV, e ripigliare viemaggior lena dappoichè Carlo si fu partito.
Dicemmo noi come la parte che più era popolare, ed alla quale apparteneva Matteo Villani, promovesse quel trattato per cui venivasi ad autenticare il governo delle Arti costituite dopo il 43: quello stesso Imperatore aveva in Siena favoreggiato contro all’ordine dei Nove la formazione di un governo largo. Matteo Villani, che è il narratore solo a noi rimasto di quel trattato, e che n’è grande sostenitore, molto era avverso al magistrato di Parte guelfa; dal quale venne anche ammonito per Ghibellino. Teneva la parte alla quale i Ricci presiedevano: e di Uguccione, ch’era capo di questa famiglia, dice il Velluti,[261] ch’egli «recava a sè i Ghibellini e non veri Guelfi.» Uguccione andò a Cesare in Allemagna ambasciatore la prima volta, e quando tornarono gli altri quattro colleghi suoi, perchè la parte contraria ad essi ed al trattato in Firenze prevaleva, rimase in Udine a cercare se la pratica si rappiccasse. Nei Consigli del Comune mosse il partito del fare accordo con l’Imperatore giunto in Pisa; e andato a lui ambasciatore, e nate essendo difficoltà, venne in Firenze a procurare si conchiudesse a ogni modo, con ampliare a quest’effetto le facoltà agli ambasciatori:[262] alla fine sottoscrisse quel trattato, e fu nel Duomo a prestare omaggio: ma, per contrario, niuno degli Albizzi ebbe la mano in quelle cose. Essi e con loro gli ottimati voleano fare a sè sgabello del nome guelfo, ch’era la forza della Repubblica fiorentina, i popolani a sè appoggio delle imperiali tradizioni, contro all’abuso del nome guelfo: qui stava il nodo della contesa. Ma vero è poi che le due parti, entrambe incerte e come stracche, l’una con l’altra si confondevano; più oramai non dispiegandosi franche e sicure le volontà ed i propositi di ciascuna, com’era al tempo di quelle guerre che prima i grandi ebbero tra loro, e poi la plebe contro a’ grandi.